giu
17

5/07/2014: Convegno su “Minoranze linguistiche tra inculturazione della fede ed eredità storica”

Il Centro culturale Veritas di Trieste, con il patrocinio del comune di San Pietro al Natisone e la collaborazione del Circolo “Don Eugenio Blanchini” e della Forania di San Pietro al Natisone, propone a tutti gli interessati il convegno sul tema: Minoranze linguistiche tra inculturazione della fede ed eredità storica”, con il contributo di mons. Marino Qualizza, teologo e mons. Rinaldo Fabris, biblista e la partecipazione di Dante Soravito de Franceschi, presidente provinciale Ana (Associazione Nazionale Alpini) di Udine, SABATO 5 LUGLIO 2014, DALLE 10.00 ALLE 13.00 presso la sala parrocchiale di San Pietro al Natisone – Ud.

LOCANDINA Convegno 5.7.14

Qui di seguito il comunicato pubblicato su DOM il 24/06/2014

Sabato 5 luglio convegno a San Pietro al Natisone sul tema:

Minoranze linguistiche tra inculturazione della fede ed eredità storica

Organizzato dal centro culturale Veritas di Trieste in collaborazione con la forania e l’associazione «don Eugenio Blanchini» si terrà sabato 5 luglio, dalle 10.00 alle 13.00 nella sala della canonica di San Pietro al Natisone un convegno sul tema «Minoranze linguistiche tra inculturazione della fede ed eredità storica». L’appuntamento rientra nella serie di incontri culturali che per una decina di edizioni sono stati ideati e organizzati dal gesuita e grande amico delle Valli del Natisone p. Mario Vit, scomparso nel dicembre scorso, con la partecipazioni di uomini di cultura, teologi, moralisti, docenti universitari che hanno trattato temi di attualità ecclesiale e sociale.

Il tema di quest’anno, pensato dallo stesso p. Mario Vit, riveste una particolare importanza perché tocca un aspetto rilevante dell’identità culturale della comunità locale: da una parte la ricca tradizione linguistica slovena che ha avuto la più alta espressione nella pratica religiosa, dall’altra un’eredità storica che vedeva in questo patrimonio una «minaccia» per le istituzioni statali. Come comporre questo apparente conflitto che in alcuni periodi storici ha generato tensioni e incomprensioni anche all’interno della Chiesa locale?

Il quesito è stato presentato ai tre relatori che interverranno al convegno: mons. Rinaldo Fabris, noto biblista friulano, mons. Marino Qualizza, teologo originario della Slavia friulana, e Dante Soravito, presidente dell’Associazione nazionale alpini di Udine.

All’inizio dell’incontro verrà fatta memoria di p. Mario Vit. (Giorgio Banchig)

Intervento di mons. Rinaldo Fabris. Bibbia e minoranze linguistiche

Intervento di mons. Marino Qualizza

 

 

 

giu
16

26/06/2014: Ora di Adorazione guidata dal Centro Veritas

Nell’ambito della celebrazione della festa del Sacro Cuore di Gesù, che quest’anno assume una valenza particolare essendo il Bicentenario della Ricostituzione della Compagnia di Gesù, vi invitiamo all’Ora di Adorazione guidata dal Centro Veritas, nella chiesa del Sacro Cuore in via del Ronco – Trieste, giovedì 26 giugno dalle 17.30 alle 18.30.

Testo: Oltre la crisi – Ora di Adorazione Veritas

 

 

 

 

 

 

 

giu
15

24/06/2014: Proiezione quarta e ultima puntata film “Il rischio e l’obbedienza”

La quarta e ultima puntata del film di Folco Quilici “Il rischio e l’obbedienza“, verrà proiettata al Centro Veritas (via Monte Cengio 2/1 a – Trieste), martedì 24 giugno, alle ore 21.00

Quest’ultima puntata, intitolata ”Apostolato di frontiera’‘, traccia un profilo della Compagnia di Gesù oggi, tra contraddizioni e successi.

Vi invitiamo a venire 10 minuti prima dell’inizio della proiezione per prendere posto.

giu
14

5-12-19-24 giugno 2014: Proiezione film in quattro puntate “Il rischio e l’obbedienza”

I Gesuiti di Trieste vi invitano alla visione del film di Folco Quilici in quattro puntate “Il rischio e l’obbedienza” (1990 – 1992).

La proiezione del film sarà al Centro Veritas, in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, alle ore 21.00, secondo il seguente calendario:

prima puntata – giovedì 5 giugno: “Il pellegrino dell’ Assoluto”

seconda puntata – giovedì 12 giugno: Dalla luce all’ ombra

terza puntata -  giovedì 19 giugno: “Oltre l’Orizzonte”

quarta puntata – martedì 24 giugno: “Apostolato di frontiera”

“Il rischio e l’obbedienza” è il titolo della serie di Folco Quilici prodotta da Raiuno in occasione dei 450 anni della Compagnia di Gesù, ed è nata da un’idea di Padre Giovanni Marchesi, che fu redattore de La Civiltà Cattolica.

I Gesuiti di Trieste ripropongono questo film in occasione dei duecento anni dalla Ricostituzione della Compagnia di Gesù dopo la sua soppressione (1814-2014).

“Le radici della nostra storia – ricordava tempo fa Luciano Scaffa – non sono esclusivamente nel Risorgimento o nelle ancora più lontane vicende delle nostre contrade. La storia di un Paese, di ogni cultura iscritta nei contesti nazionali ed europei, ha certamente fruito di un flusso di pensiero e di vita che gli è provenuto dai grandi movimenti di riforma alla radice dell’Europa moderna: quella protestante e quella cattolica, a cavallo tra il ’500 e il ’600. Per questo -prosegue Scaffa- è molto importante raccontare le vicende della Compagnia di Gesù perché esse sono innestate all’interno di questo processo e ne sono state in qualche modo protagoniste”.

La prima puntata intitolata ”Il pellegrino dell’Assoluto”, narra la vita di Ignazio di Loyola con allo sfondo i grandi avvenimenti storici e politici che agitarono l’Europa del XVI secolo.

La seconda puntata ”Dalla luce all’ombra”, affronta il tema della diffusione della Compagnia di Gesù in Europa (mentre fioriscono razionalismo ed illuminismo) nel corso del XVII e XVIII secolo fino alla soppressione dell’ordine nel 1773.

La terza puntata ”Oltre l’orizzonte” e’ dedicata all’espansione dei Gesuiti in Asia, in America e in Africa.

La quarta ed ultima puntata intitolata ”Apostolato di frontiera”, traccia un profilo della Compagnia di Gesù oggi, tra contraddizioni e successi.

Vi ricordiamo che ogni puntata ha la durata di un’ora, la proiezione inizia alle ore 21.00.

Vi invitiamo a venire 10 minuti prima dell’inizio della proiezione per prendere posto.

 

 

 

mag
26

28/05/2015 Presentazione del libro: “Chiesa anno zero. Una rivoluzione chiamata Francesco”

Mercoledì 28 maggio, alle ore 18.30 presso il Centro Veritas, presentazione del libro di Gianni Di Santo: “Chiesa Anno zero. Una rivoluzione chiamata Francesco“. Modera l’incontro Francesco Crosilla, vicepresidente del Centro Veritas. È presente l’Autore.

Gianni Di Santo, giornalista, saggista e blogger, si occupa di informazione religiosa. Lavora per il mensile Segno nel mondo e collabora con diverse testate e portali web nazionali. Ha curato gli ultimi due libri di don Andrea Gallo editi per Piemme(Come un cane in Chiesa. Il Vangelo respira solo nelle strade e Sopra ogni cosa. Il Vangelo laico secondo Fabrizio De Andrè nel testamento di un profeta) e ha pubblicato, tra l’altro,A tavola con Dio (Ave, 2007), Carlo Carretto, il profeta di Spello (Edizioni San Paolo, 2010),Il conto dell’Ultima Cena con MoniOvadia(Einaudi Stile libero, 2010) e La messa non è finita. Il Vangelo scomodo di don Tonino Bello (Rizzoli, 2012). È autore, con Alessandro Barban, de il Vento soffia dove vuole. Un monaco racconta (Rubbettino, 2014) e di Chiesa anno zero. Una rivoluzione chiamata Francesco (San Paolo, 2014). Cura un blog, www.suonoesilenzio.blogspot.it, tra Chiesa, politica, società e cultura.

“Da quel 13 marzo del 2013 nulla è come prima. La Chiesa universale è come attraversata da un vento che spazza via antiche sicurezze e porta nuova aria fresca. La rivoluzione chiamata Francesco stupisce i cuori del popolo dei fedeli e accarezza quello dei lontani. Non si tratta solo di cambiare lo Ior e la curia romana. C’è molto di più. A cambiare, o forse a essere ancora più fedele alla “buona notizia”, è l’essenza stessa della Chiesa. Lo sanno le Chiese sorelle, ormai sulla traccia di un dialogo ecumenico che con Francesco ha ripreso vigore e forza. Lo sanno le donne, non più messe ai margini dell’attività pastorale e missionaria.
Lo sanno i preti, che dovranno giocoforza riconsiderare il modo di essere servi del Cristo agli occhi degli uomini. Lo sanno vescovi e cardinali, scesi dai loro abiti d’oro e d’argento e costretti a scegliere il pastorale di legno.
Lo sanno i tanti cristiani sparsi nelle aree più difficili di un pianeta dove il cristianesimo è deriso e messo ai margini. A rischio del martirio”. (Tiziana Melloni)

 

apr
01

21/05/2014: Presentazione del libro: “Un mosaico di fiducia – Dalla parte dei deboli”

Presentazione del libro di don Mario Vatta: “Un mosaico di fiducia – Dalla parte dei deboli ” che si terrà presso il Centro Veritas, in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, mercoledì 21 maggio 2014 alle ore 18.30 con la presenza dell’autore.

Intervengono Pierluigi Di Piazza e Giorgio Pilastro.

Quando accordiamo la nostra fiducia,

 abbiamo imparato a mettere la nostra vita nelle mani degli altri;

Dietrich Bonhoeffer

“C’è una parola che ricorre in modo “prepotente nelle pagine di questo libro: fiducia. Tanto che anche il titolo la ripropone, affiancata alla metafora del mosaico. Anche il termine speranza è ripreso con una ripetitività quasi ostinata. Pur se in modo meno appariscente, più nascosto tra le righe. Parole quasi indicibili. Scomparse dai vocabolari quotidiani. Ed in effetti,non sembrano molti i motivi di fiducia e di speranza che percorrono questo testo. Almeno ad una sua lettura rapida esuperficiale.O limitata ai titoli dei capitoli. Si parla di povertà, di emarginazione, di «sotterranei di storie dimenticate», di vite in salita. Dovrebberoessere altri i sentimenti prevalenti. Non certamente la fiducia e la speranza: ma lo sconforto, a volte la rabbia, quasi sempre la frustrazione o, peggio, l’indifferenza. Come va declinata, allora, la fiducia e la speranza che don Mario Vatta elargisce a piene mani in questi articoli (sono quarantotto) apparsi sul giornale della Comunità di San Martino al Campo, “Il Punto”, dal dicembre del 2000 ad oggi?

È un gesto di coraggio. Limpido edeterminato. Dettato, innanzitutto, da una consapevolezzae dauna sollecitazionepiù intensedi un desiderio. L’esigenza incontenibile di dover parlare. Di dover salire “sui tetti”… e parlare. A volte gridare. Raccontare le storie, quelle con la “s” minuscola, viste attraverso le esperienze e le vite di chi sta in ultima fila, di chi è fuori, di chi non è mai riuscito ad entrare. Gli articoli di questo libro sono scritti per la Comunità di San Martino al Campo. Destinati ai volontari, agli operatori, agli amici della Comunità. E, proprio per questo, per tutti coloro che in qualche modo sono disposti ad ascoltare. Il coraggio che sostiene queste pagine è lo stesso richiesto ad uno sguardo che non si sposta davanti a ciò che appare inguardabile. Chenon si rifiuta di vedere. Lo stesso sguardo che da più di quarant’anni don Mario Vatta rivolge ai deboli, a chi non ha voce, ai giovani, ai dimenticati. «La nostra gente», ama ripetere.

Gli articoli percorrono tredici anni di questo cammino. Anni nei quali l’immobilismo e «la fatica dei nostri tempi» appare in tutta la sua evidenza. Eppure lo sguardo di don Vatta ha continuato a vedere, non limitandosi a guardare. In una tensione fatta di quotidianità. Di costanza. Ed è proprio in questa volontà trasformata in coraggio che vanno cercate le radici della speranza e della fiducia. Nell’annuncio di speranza per il quale i poveri sono “beati” per il solo motivoche non lo saranno più. Una speranza che non può, quindi, essere assente se volgiamo lo sguardo agli occhi dell’altro. “Amare gli uomini senza vergogna”, suggeriva Etty Hillesum. Anche lei, davanti a scenari ben più devastanti dei nostri, rifletteva nelle sue lettere sulla fiducia: in se stessa, negli uomini, in Dio.

È questo il messaggio che don Mario Vatta trasmette ai suoi lettori con questa raccolta di scritti? In tutta franchezza, chi scrive queste poche righe di introduzione non lo sa. Percorrere questi scritti ci conduce, però, in un percorso che non ci lascia indifferenti. Ci interpella. Nel Natale del 1942, Dietrich Bonhoeffer scriveva: “La fiducia resterà per noi uno dei doni più grandi, più rari e più gioiosi della convivenza umana”. Lasciamoci interpellare”. (Giorgio Pilastro)

Locandina: 21.05.2014 LOCANDINA Don Vatta

ARTICOLO

“Quando accordiamo la nostra fiducia, abbiamo imparato a mettere la nostra vita nelle mani degli altri”. Così afferma il teologo Dietrich Bonhoeffer. È sufficiente questa breve testimonianza per comprendere il valore e la portata della parola: fiducia. Un concetto apparentemente semplice, che racchiude, però, anche tutto il disagio e le difficoltà che possono derivare dal doverne costatare la drammatica insufficienza nella quotidianità delle relazioni umane. Affrontare il tema della fiducia ed auspicarne la necessità è, quindi, innanzitutto un atto contrario al conformismo dei nostri tempi.

La fiducia è una parola di primo piano nel titolo dell’ultimo libro di don Mario Vatta: Un mosaico di fiducia. Il sottotitolo non è meno impegnativo: Dalla parte dei deboli. Nella recente presentazione al Centro Veritas del libro, don Pierluigi Di Piazza ha sottolineato come, in questo caso, il titolo sia rivelatore e fedele espressione del contenuto. La pubblicazione raccoglie gli articoli e gli editoriali che don Mario ha scritto dal dicembre del 2000 alla fine dello scorso anno per la rivista della Comunità di San Martino al Campo, Il Punto.

Il testo ha certamente sullo sfondo la Comunità di San Martino al Campo. Il gruppo che don Mario ha fondato più di quarant’anni fa. Non solo perché è rivolto a lettori che con la Comunità condividono interessi, attività o semplicemente affinità culturali e sociali. La Comunità è presente, in quanto le riflessioni, gli approfondimenti, le considerazioni che don Mario esprime in questi scritti derivano, nella maggior parte, da fatti, avvenimenti, situazioni e, soprattutto, persone che hanno avuto una relazione con la Comunità. Da questo osservatorio e laboratorio don Mario trae spunto per sollecitare, per accompagnare, a volte per ammonire.

Questo sguardo sul mondo attraverso gli occhi dei più deboli è stato anche al centro del dialogo tra don Pierluigi Di Piazza e l’autore nel corso della presentazione. Soffermandosi, in particolare, sul significato del farsi prossimo, dell’accogliere con forza quel semplice e rivoluzionario invito contenuto nel Vangelo di Matteo: “… ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. (Mt, 25, 35-36). Una sollecitazione “laica”, perché il Vangelo non è confessionale, afferma don Mario. Il motivo per cui la Comunità di San Martino al Campo non è confessionale, è che si limita (!) ad essere (a cercare di essere) evangelica, ironizza, don Mario. Spiegando che il motivo di questa scelta iniziale, che continua ad essere confermata, era di non escludere nessuno: nessun volontario, nessun operatore, nessun sostenitore, dal poter partecipare all’attività di accoglienza e di ascolto di chi era bisognoso. Perché ognuno, credente o meno, possa realizzare il dettato evangelico del “ho avuto fame, ….”.

Una Comunità aperta, attenta alle necessità e contraddizioni dei tempi e pienamente inserita nel contesto della città di Trieste, dove opera. Dapprima accolta con freddezza, a volte osteggiata, quando per prima iniziò ad occuparsi dei tossicodipendenti. Prima che intervenissero le strutture pubbliche, prima che anche altri se ne occupassero. Poi, sempre più compresa per il suo lavoro a favore dei bisognosi, dei “vinti”, in una società che esclude, e ghettizza, coloro che non sono in grado o non possono camminare ai ritmi ed allecondizioni imposte.

La fiducia è, quindi, il parametro attraverso il quale misurare la capacità di cambiamento, di miglioramento. Senza fiducia il cambiamento diventa un’impresa quasi impossibile. Fiducia verso le nuove generazioni. Un capitolo del libro è dedicato a loro, con un titolo provocatorio: “Esistono… ce ne siamo accorti?”. Per don Mario nei loro confronti c’è stato un vero e proprio tradimento da parte delle generazioni più anziane. La società può evolvere, solo con l’apporto delle forze giovani, con le loro idee innovative, propositive.

Su questo scenario di un cambiamento necessario e che trae i suoi motivi di analisi e di riflessione proprio dalle storie e dal contatto con le difficoltà degli ultimi, dei deboli si inserisce la fiducia come motore ed anima di questa tensione verso un mondo nuovo. Come la costruzione di un mosaico: metodica e paziente realizzazione di un disegno composto da molti tasselli diversi che si integrano. Un mosaico di fiducia, appunto. (Giorgio Pilastro)

 “L’epoca è difficile, il momento storico pesante. Scegliere l’inerzia, la rassegnazionepotrebbe sembrare la posizione più facile. Ma non è così. Gli eventi, anzi, ci spingono a farci carico del ruolo che ci appartiene, tentando di dare risposte, per quanto ci compete, nel momento presente. Non possiamo essere estranei al tempo che è il nostro tempo, nel momento in cui i cambiamenti ormai sono avviati portando in sé una buona dose di sofferenza, ma anche grandi prospettive di speranze concrete, di futuro per i giovani, nel momento in cui ci viene chiesto di non rinunciare a umanizzare la realtà. Perfino la tecnologia richiede di essere resa più umana e al servizio dell’uomo. Il Bimbo di Betlemme viene dal cuore di Dio che ne fa dono all’umanità perché proprio in Lui trovi la strada che porterà alle grandi risposte.

Nella risposta sta la speranza. Nella fiducia l’apertura al domani da consegnare ai giovani, che riedificheranno la società che oggi sta gemendo in cerca di una direzione che possa indicare il nuovo cammino. È in questa direzione che dobbiamo guardare, con gli occhi dei giovani. Impersonare la figura degli “uomini di buona volontà” riferita dagli Angeli la notte di Natale, sarà la dimensione dell’uomo nuovo che è l’uomo dell’umanità rinnovata. Guardare quindi alla Grotta non significa allontanarsi dalla lotta per un mondo nuovo, ma renderci protagonisti con fiducia per quello che individuiamo come “il domani”. L’augurio di buonNatale potrebbe contenere questi pensieri. Queste speranze”. (Mario Vatta)

Un mosaico di fiducia

LINT Editoriale, Trieste, 2013

 Ci è nato un bimbo, dicembre 2013pag. 150-151

 

mar
31

18/05/2014: GIORNATA IN MEMORIA DI PADRE MARIO

GIORNATA IN MEMORIA DI PADRE MARIO

Accogliendo la richiesta di molti amici, la Commissione Culturale del Veritas ha programmato una giornata di condivisione di memorie di padre Mario, verso il quale tutti nutriamo un forte sentimento di gratitudine, in un legame che misteriosamente continua dopo la morte per l’affetto e la ricchezza di testimonianza vitale che ci ha donato. 

La data prevista è domenica 18 maggio, con il seguente programma:

ore 10.00-13.00

Ritrovo presso il Centro Veritas

Introduzione a cura della Commissione Culturale

Testimonianze degli intervenuti su p. Mario

 Ore 13.00

Pranzo a buffet

Ore 14.30-15.30

Continuazione delle testimonianze.

 Ore 15.45

Celebrazione della S. Messa

Per organizzare la giornata vi chiediamo di:

 

  • comunicare via mail la vostra adesione alla segreteria del Veritas entro il 30 aprile, specificando il numero delle persone che interverranno, al fine di verificare la disponibilità degli spazi e provvedere al pranzo, per cui sarà chiesto un piccolo contributo;
  • comunicare se intendete proporre un ricordo di p. Mario e, in tal caso, inviarlo, sempre alla segreteria del Veritas, in forma scritta, in modo che si possano raccogliere e, poi, eventualmente pubblicare con il vostro consenso, le testimonianze. È necessario sapere in anticipo quante persone intendono proporre un loro ricordo per organizzare i tempi e permettere a tutti di intervenire.Vi aspettiamo e vi salutiamo con la citazione scelta da p. Mario per la conclusione del libro “L’ora complessa. Rapporto sull’insegnamento della religione cattolica nelle scuole del Triveneto” da lui scritto nel 1993 per l’Osservatorio Socio-Religioso Triveneto. Il libro reca in copertina l’immagine di un quadro di Ilex Beller: il melamed (maestro elementare) spiega ai giovani la Torah e il Talmud.  La dedica è “A papà e mamma primi insegnanti di religione della mia vita.”“Scrive André Neher che ‘secondo l’esegesi rabbinica (Bereshit Rabba 9, 4) il mondo non è uscito di colpo dalla mano di Dio. Ventisei tentativi hanno preceduto la Genesi attuale, e tutti votati al fallimento. Il mondo dell’uomo è sorto dal seno caotico di questi frantumi anteriori, e a sua volta non possiede alcun marchio di garanzia: anch’esso è esposto al rischio del fallimento e del ritorno nel nulla. ‘Purché tenga!’ esclama Dio creando il mondo, e questo auspicio accompagna l’ulteriore storia del mondo e dell’umanità, sottolineando fin dal principio che tale storia è marcata dall’insicurezza radicale.”Il legame con le radici ebraiche e il dialogo fra le religioni e le diverse visioni del mondo erano fra i tratti costitutivi del pensiero di Mario, ma molti altri aspetti della sua complessa e ricca personalità emergeranno dalla condivisione delle nostre testimonianze.

GIORNATA  DI RICORDO

Caro Mario,

 

mi rivolgo a te direttamente perché sei stato tu a convocarci, in momenti e luoghi diversi del lungo cammino dell’Esodo, per riunirci, in presenza o a distanza, fino al tuo ultimo compito terrestre, in questo Centro Veritas, che, come sempre, hai amato tanto, crocevia di tutti i percorsi e le relazioni precedentemente intrecciate, spazio e tempo di nuovi rapporti, altre sfide e anche tensioni e difficoltà, perché vivere il pluralismo, il dialogo, il confronto, in cui “tutte le domande sono permesse” non è certamente facile. E tu, che non hai mai camminato per strade facili e banali, percorrendo invece il crinale erto delle contraddizioni e degli interrogativi radicali, cercando, come dicevi, “anche tutte le ragioni per sostenere la tesi opposta”, lo sapevi bene, consapevole che questa scelta “vuol dire una fatica enorme”.

Domenica 18 maggio, in quelle stanze del Veritas, che per dieci anni sono state la tua casa e di cui, dopo la ristrutturazione, eri così orgoglioso, tu eri con noi, una presenza viva, autorevole e amata, occhi azzurri penetranti nell’intimo di una relazione autentica, e un sorriso, che condensava in un lampo i diversi aspetti di una personalità ricca e complessa, comprensione e ironia, profondità e leggerezza, fiducia e realismo.

Così ti abbiamo ricordato, non in un rito celebrativo, ma nella grata restituzione reciproca del dono che sei stato per le nostre vite, anzi di più, della parte di te che continua a vivere in ciascuno di noi.

Grazie alla tua ostinata fedeltà alle relazioni costruite nei diversi luoghi in cui eri stato chiamato a impegnarti, eravamo in tanti, provenienti dalle esperienze di Trento, Gorizia, Padova, paesi del Friuli terremotato, Valli del Natisone, oltre che, ovviamente, di Trieste. C’era la tua famiglia, rappresentata da più generazioni, c’erano anche i bambini, con cui stringevi sempre rapporti di speciale empatia, nella tua dimensione alternativa a quella dell’argomentazione, intessuta da colori e profumi di fiori e da trilli di canarini.

Fra mattina e pomeriggio, attraverso il video, che ci ha restituito immagini e parole della tua esperienza al Veritas, e le testimonianze di molti amici, in cui le lacrime si sono alternate con i sorrisi, sono emersi aspetti diversi dei tuoi percorsi e delle tue relazioni, offrendo a tutti la possibilità di conoscere anche episodi della tua vita di cui non eravamo stati partecipi. Ognuno ha colto di te il lato specifico rivelato dalla verità della relazione: il tuo coinvolgimento con gli studenti di sociologia a Trento, nella temperie postconciliare delle Messe dialogate a San Francesco Saverio, la tua vicinanza alle persone colpite dal terremoto in Friuli, il tuo progetto per fare di Gorizia una città del dialogo sul confine come luogo di scambio, i tuoi legami con l’ebraismo e con Eretz Israel, il tuo rapporto da “Capitano” autorevole e, al contempo, amico con gli studenti dell’Antonianum, con cui amavi anche scherzare, il tuo impegno per fare del Veritas un centro di confronto aperto e di dialogo interculturale e interreligioso, in una città da sempre plurale come Trieste, il tuo amore per le Valli, di cui eri cittadino onorario, terra dove, alla fine, hai voluto tornare. E la tua sofferta, critica, ma tenace fedeltà alla Compagnia di Gesù e alla Chiesa.

Anche il pranzo è stato simbolo dell’eredità che ci hai lasciato, dello stile accogliente e conviviale, con cui hai voluto caratterizzare il Veritas. Non a caso ti piaceva citare la richiesta di Dio nell’Esodo: “Lascia partire il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto!”

E una festa è stata, per noi tutti, questa riunione al Veritas, conclusa con la celebrazione della Messa nel romitorio che tu avevi destinato alla preghiera di un unico Dio con tanti nomi, che, come scriveva Erri De Luca, “Scelse di essere nominato in mille lingue perché non si esaurisse la ricerca.”

Fra continuità e discontinuità delle nostre vite individuali e collettive, nel percorso che tu ci hai indicato anche dopo averci fisicamente lasciati, ci guidano le virtù che tu hai incarnato e che sono riecheggiate nel ricordo e nel racconto di amici vicini e lontani: fedeltà, coraggio, perseveranza, accoglienza, coerenza, nella sintesi che tanto amavi dei “cuori pensanti”.

A Dio, Mario, che continui ad accompagnare il nostro cammino, ricordandoci che, se l’attuale creazione è sorta dai frantumi di 26 tentativi precedenti, anche noi non abbiamo mai il diritto di arrenderci, ma dobbiamo coltivare la speranza e il coraggio di essere creativi nell’insicurezza, con la gratitudine nel cuore perché “questo ci sarebbe bastato”.  (Gabriella Burba)

 

 

 

mar
28

27 aprile – 1 maggio 2014: viaggio a Terezin e a Praga

VIAGGIO A PRAGA  E  TEREZIN -  UN VIAGGIO NEL VIAGGIO

Anche quest’anno andremo in viaggio.

Non è  un viaggio organizzato direttamente dal Veritas  come quello che ci ha condotto in Israele due anni fa con l’obiettivo dell’educazione alla “grata sobrietà”: dajenu (“questo ci sarebbe bastato” – tratto dalla liturgia di Pesah, Pasqua). Né come quello, organizzato l’anno scorso e poi non realizzato per il numero insufficiente di partecipanti, a Terezin, Praga ed Auschwitz,  che aveva lo scopo di approfondire un  tema che affondava le sue radici negli interrogativi sorti durante la  visita dello Yad va Shem a Gerusalemme: l’accettazione e la custodia dell’altro.

C’è però una continuità: come vi è stato già annunciato, Il viaggio è organizzato,  con la partecipazione del Veritas,  dal docente del corso di  “Introduzione alla conoscenza dell’ebraismo”, Davide Casali, aiuto rabbino della comunità ebraica di Venezia, cha ci farà da guida  ed ha nuovamente come meta Praga e Terezin. Programma più contenuto quindi,  ma forse proprio per questo più fruibile, che consente di riprendere i temi già pensati della diversità, delle cause della violenza e della discriminazione e di tuffarsi nella storia della Shoah ad esercitarsi nel discernimento di ciò che è bene e male e riflettere sul fatto che la responsabilità delle proprie azioni, anche nei periodi più tenebrosi della storia collettiva, è sempre personale.

Esiste poi un’altra continuità: in Israele abbiamo fatto memoria dell’esodo dall’Egitto, della liberazione dalla schiavitù, dei  tanti muri di estraneità che ancora ci dividono e dei deserti da attraversare;  ora faremo un viaggio in cui fare memoria di un altro esodo ancora attuale, quello dai nostri pregiudizi di cristiani, dai nostri atteggiamenti di emulazione, di condanna e di disprezzo e di persecuzione, in breve da “un antigiudaismo perdurante – come scrive Enzo Bianchi – mai contraddetto in modo decisivo da parte delle istituzioni, dei magisteri, delle voci autorevoli delle diverse Chiese. È innegabile – continua Bianchi – che papa Giovanni XXIII, il Vaticano II e il suo decreto Nostra aetate abbiano rappresentato in questo senso una svolta epocale. Questo richiede però di perseverare in un lungo cammino che non si accontenti di liquidare l’antigiudaismo come “errore teologico” e di condannarne la prassi nella storia, ma che diventi anche esame critico delle sue motivazioni e ispirazioni… Cammino lungo, faticoso, che comporta un lavoro su di sé, ma cammino assolutamente necessario se non vogliamo arrestarci alla cura dei sintomi senza sanare le cause”.

Quindi  con l’atteggiamento del dajenu, la sobrietà e la riconoscenza, che abbiamo appreso in Israele, riempiremo il nostro zaino da viaggio di nuove memorie e  riflessioni. Siamo saliti a Gerusalemme, “in cui tutti siamo nati” (Salmo 87 (86), 5) ed ora scenderemo nella fossa di Gerico, a curare la nostra umanità ferita dal clima del silenzio, l’indifferenza e la passività, affinché non ci siano più ore buie e vergognose come quelle della Shoah, cifra di tutti i genocidi, le epurazioni, le pulizie etniche che costellano la nostra Storia.

Faremo un viaggio nella storia e nella cultura dei nostri fratelli maggiori, visitando il ghetto di Praga, luogo in cui vissero grandi studiosi e sapienti della Tradizione ebraica e, grazie alla guida dello stesso Davide Casali, che è un musicista esperto di musica klezmer e concentrazionaria e ad Alessandro Carrieri, un esperto di musica concentrazionaria, già noto al Veritas per la sua competenza in materia, avremo il dono di conoscere la impegnativa realtà di Terezin anche attraverso la specificità della musica. A Terezin, infatti, tra i 150 mila ebrei che qui vennero deportati, ci furono molti artisti e musicisti, che qui composero le loro opere, riportate alla luce nel corso degli anni e che ora vengono riproposte in varie occasioni anche per la loro qualità artistica.

Concludo ricordando ciò  che diceva padre Mario:  c’è modo e modo di fare un viaggio. Turistico o finalizzato? Finalizzato certamente, ma con un ingrediente in più, perché il viaggio è non solo  occasione di  studio e riflessione, ma di sperimentare vivendo: l’accettazione, la fraternità, la cura dell’altro, la discrezione, la puntualità,  la pazienza, la condivisione; diventa un’occasione di stringere nuovi rapporti, rinsaldare quelli vecchi, fare “incontri ravvicinati”. Il viaggio diventa un  parlare  un linguaggio che diventa anche fisico, dormi magari con chi non conosci e stai con chi ti capita in pullman. Un viaggio nel viaggio.

“Tenendo saldi i nostri passi sulle Tue tracce, non hanno vacillato i nostri piedi” dice il Salmo 17, 5. Allora, sistemiamo con cura ed essenzialità il nostro bagaglio  e partiam, partiam!

 (Lisl Brandmayr)

Il m° Davide Casali di Musica Libera, in collaborazione con il Centro Veritas, organizza un viaggio a Terezin e a Praga per far conoscere le due città e per approfondire la tematica della musica concentrazionaria, già affrontata in diverse lezioni dei suoi corsi tenuti al Centro Veritas. Al viaggio parteciperà anche il dott. Alessandro Carrieri, esperto di musica concentrazionaria.

Imperatore Giuseppe II tra il 1780 e il 1790, nacque come città-fortezza; ai tempi della seconda guerra mondiale fu completamente modificata e trasformata in Ghetto Ebraico e utilizzata dai Nazisti come campo di transito per gli ebrei, la cui destinazione finale era il campo di concentramento di Auschwitz. Entro la fine della guerra, circa 150.000 Ebrei passarono per Terezin, e altri 35.000 morirono di malattie e di fame. Contemporaneamente i nazisti utilizzarono Terezin per i loro scopi di propaganda ingannevole, inducendo i visitatori della Croce Rossa a pensare che Terezin fosse un fiorente centro culturale e commerciale. Ora Terezin ricorda la sua oscura storia nella seconda guerra mondiale, in cui migliaia di ebrei sono morti.

Allegato 1:

In questo campo-ghetto molti ebrei hanno composto musica.

Ecco il programma del viaggio a Terezin e a Praga dal 27 aprile al 1° maggio 2014 (5 giorni, 4 notti):

27 aprile, primo giorno. Partenza da Trieste in pullman e arrivo in serata a Terezin;

28 aprile, secondo giorno. Intera giornata a Terezin (visita della “grande fortezza” e della “piccola fortezza”);

29 aprile, terzo giorno. Giornata libera a Praga (con possibilità, per quanti lo desiderino, di visitare il Museo e il Cimitero ebraico accompagnati da Davide Casali);

30 aprile, quarto giorno. Il mattino a Terezin (visita del Museo. Il Museo del Ghetto si trova nella piccola città di Terezín, all’interno di un grande edificio, proprio nel centro del paese. Ci sono diverse esposizione, tra cui una collezione di disegni realizzati da bambini vittime dell’Olocausto, in cui si riflettono le loro vite e le attività quotidiane dei campi di concentramento. Ci sono anche cartine dell’evoluzione per territorio dell’invasione nazista, testimonianze, fotografie ed un ricreazione con oggetti autentici delle stanze dei ghetti ebraici.), il pomeriggio e la sera a Praga con cena ad un ristorante kosher;

1° maggio, quinto giorno. Partenza da Terezin e arrivo a Trieste in serata.

Terezin: TEREZIN

Musica concentrazionaria: MUSICA concentrazionaria

RESOCONTO DEL VIAGGIO

Dal  27 aprile al 1 maggio u.s. si è svolto il viaggio a Terezin (Theresienstadt)  e Praga, organizzato dall’Associazione Musica Libera di Trieste con la partecipazione del Centro Culturale Veritas. Il gruppo, composto da 30 partecipanti, è stato guidato   dall’aiuto-rabbino di Venezia Davide Casali, musicista ed esperto di musica concentrazionaria e da  Alessandro Carrieri, storico e studioso di musica concentrazionaria.

 Il viaggio di cinque giorni comprendeva la visita di Terezin: la piccola fortezza, la grande fortezza e ghetto lager, con il museo, la casa ebraica e la piccola sinagoga, il crematorium, la stazione di Bohusovice (Bauschowitz) e la visita del quartiere ebraico di Praga, le  sinagoghe e il cimitero.

La prima giornata dopo l’arrivo è stata dedicata alla visita di Praga, in particolare del quartiere ebraico con le varie sinagoghe, la Maiselova, la Spagnola, bellissima nella sua impronta moresca e la sinagoga Vecchia-Nuova che è tra le più antiche d’Europa. Adiacente alla sinagoga Pinkas, trasformata in un Monumento commemorativo dellevittime dell’olocaustodella Moravia e della Boemia, che ha le pareti rivestite dai nomi scritti a mano dei 77.297 ebrei praghesi uccisi dai nazisti,  sorge l’antico cimitero, impressionante per la presenza di dodicimila lapidi, che si affastellano l’una sull’altra nel poco spazio disponibile e tra la quali spiccano alcune tombe appartenenti a grandi rabbini praghesi del passato. Al primo piano della sinagoga abbiamo visitato l’esposizione permanente intitolata “I disegni dei bambini di Terezin del 1942-44″.

La seconda e parte della terza giornata di viaggio è stata dedicata alla visita di Terezin, che comprende la piccola fortezza (Kleine Festung) a forma di stella, costruita alla fine del ’700 come avamposto contro i prussiani, poi utilizzata come prigione per detenuti militari e avversari politici. Visitando i cameroni, le celle, l’infermeria, i bagni, i cortili, le varie stanze dell’amministrazione e i luoghi delle esecuzioni è possibile rivivere in qualche modo la vita durissima dei prigionieri. Di fronte alla piccola fortezza, collegata da una strada fiancheggiata da lapidi commemorative del cimitero ebraico, sorge la città lager di Terezin, la grande fortezza ( Grosse Festung).

I suoi abitanti, all’incirca settemila persone, vennero trasferiti nel 1941 per lasciare il posto a  centocinquantamila ebrei, provenienti dapprima da Praga, poi da tutti i paesi d’Europa, che da qui transitarono per andare  a morire nei campi di Auschwitz e Birkenau. A Terezin però, per gli stenti e le epidemie, una buona parte dei deportati  non sopravvisse.

 Tra questi ci furono molti intellettuali ed artisti di notevole fama, come Heinrich Rauchinger, Friedrich Munzer, Hans Krása,  Rafel Schächter,  Fritz Weiss,  Gideon Kremer,  Pavel Haas,  Gideon Klein, Viktor Ulmann, che  per un certo periodo poterono continuare a creare le loro opere. Parte di queste sono giunte fino a noi ed ora vengono fatte conoscere al grande pubblico. Qui i bambini ebrei frequentarono la scuola. Nel museo di Terezin e in quello di Praga migliaia di disegni testimoniano il loro vissuto del ghetto e i loro sogni non ancora infranti. Qui furono composte opere musicali e teatrali, suonarono orchestre e cantarono cantanti famosi e grandi cori, composti tutti da ebrei. Paradossalmente proprio in questa città lager si visse un periodo di fioritura culturale in un periodo tra i più oscuri della storia. La maggior parte dei protagonisti morirono nei campi di sterminio, sopravvissero poche centinaia di persone. Qui venne girato il famoso film-propaganda  dal titolo “Hitler regala una città agli ebrei” che doveva convincere il mondo della falsità delle notizie sul trattamento disumano degli ebrei, di cui è possibile vedere alcune immagini nel video disponibile ai visitatori  della piccola fortezza.

L’ultimo pomeriggio del viaggio è stato dedicato  a Praga e si è concluso con una cena kasher nel quartiere ebraico. 

Qui di seguito riportiamo alcune risonanze e riflessioni del viaggio.  Nel sito è possibile vedere alcune foto dei luoghi visitati.  (Lisl Brandmayr)

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Cari tutti, siamo ritornati da un viaggio che ci ha regalato molte emozione (e qualche sorpresa) ma credo che in generale sia stata per tutti un’ottima esperienza e avrò sempre il ricordo di come abbiamo passato il tempo insieme. Anche la visita a Praga è stata molto bella e affascinante, andare a mangiare con voi al ristorante kasher è stato un autentico piacere.

Speriamo di rivederci tutti in altre occasioni liete e spirituali che ci permetteranno di crescere spiritualmente e ci aiuteranno a scoprire nuove emozioni che questa vita terrena ci sta dando.

A presto e Shalom (Davide Casali)

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Cari bambini e cari fratelli ebrei ho tanto desiderato incontrarvi lì dove voi avete lasciato la vita; e nel giorno del mio 67 compleanno ho desiderato raccogliervi tutti con le mie mani e portarvi nel cuore. Ora mi sento pieno della vostra riconoscenza, del vostro non sentirvi abbandonali; di essere stimati. Non ho potuto fare altro per voi che esservi accanto in un giorno importante della mia vita. Mi avete riempito della vostra presenza…Anch’io come Re David alla morte del figlio Assallone desidero dire di fronte a voi: “Non potrete voi ritornare a me, ma io tra non molto raggiungerò voi”.

Una carezza a voi tutti, uno per uno, indistintamente per quel vostro sacrificio che segna anche l’infinito del mio limite umano. Grazie! (Giovanni Allotta)

Terezin 2014
….di Praga che cosa si può dire, se non che si tratta di uno dei più bei “musei” a cielo aperto e perché no, anche quelli “nascosti”: arte, cultura, musica, letteratura, sogni, saggezza, un compendio di ingegno umano… guidato in molti casi, dalla Mano divina.
Terezin è un viaggio nella Gerusalemme sofferente. Forse, molti dei martiri sacrificati sull’altare del satanico nazismo, non sono mai stati nella Città Santa, ma per il solo fatto di appartenere ad essa, e quello di conoscere lo Shemà Israel sono stati uccisi: bambini, mamme, papà, nonne, nonni.
Sono rimasti i disegni dei piccoli e la musica dei grandi, arte ispirata dalla volontà di sopravvivere, cultura della speranza, quali messaggi profondi, di uno spirito che non si voleva dare per vinto.  La fortezza grande e quella piccola di Terezin, musei lager a cielo aperto, testimonianze reali di un tempo vicinissimo al nostro, opera dell’ingegno disumano e diabolico.
Se qualche problema logistico c’è stato, un particolare ringraziamento va a Luisa, Davide ed Alessandro, che egregiamente lo hanno risolto. Un equipe di validissime guide da ogni punto di vista: spirituale, storico e organizzativo.
Per il tipo di viaggio che si andava ad intraprendere, affrontare un po’ di sacrificio era quasi un dovere morale, questa doveva essere per tutti noi Terezin. Grazie. (I Coniugi Perini)

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Terezin, in tedesco Theresienstadt, città di Teresa, di Maria Teresa, imperatrice d’Austria, nella Repubblica Ceka, ha un dolce nome di donna, che però nasconde in sé una storia tragica.

Prima fortezza austroungarica e prigione per gli avversari politici; vi fu rinchiuso e vi morì Gavrilo Princip, l’attentatore di Sarajevo che provocò lo scoppio della 1° guerra mondiale; poi città lagher, dove il nazismo “ospitò” gli ebrei, in prevalenza musicisti, cantanti, artisti anche di fama europea, trasformandola anche in specchietto per le allodole durante la visita della Croce Rossa.

Il viaggio nasce dalle lezioni di ebraismo tenute al Centro Veritas da Davide Casali e in particolare dalla lezione tenuta da Alessandro Carrieri sulla musica concentrazionaria e che ci ha accompagnato nel viaggio.

Ho visitato parecchi campi di concentramento e di sterminio nazisti: sono tutti uguali nella loro barbara concezione, ma Terezin dà una sensazione diversa: non è un campo di sterminio, ma un ghetto lager, cittadina racchiusa da mura, in cui gli internati continuavano una loro vita autoorganizzata pur entro le ferree regole poste dal tallone nazista.

Oggi è una tranquilla cittadina, ma 70 anni fa vi furono relegate fino a 80.000 persone, ove ne potevano stare si o no 5 – 6000.

Capisci cosa voleva dire quando visiti il Museo del ghetto, quando passi nel misero alloggio, di pochi metri quadri, ove vivevano in sovraffollamento famiglie intere, quando guardi i disegni dei bambini, con le loro speranze e le loro paure; perché periodicamente partivano i convogli per Auschwitz- Birkenau, questo un campo di sterminio, e non sapevi se domani sarebbe toccato a te.

Ripercorriamo le tappe della sofferenza e dell’umiliazione: il percorso, di 3 km, tra la stazione ferroviaria di Bohusovice e il ghetto che migliaia di famiglie (uomini, donne, bambini con i loro bagagli) percorrevano a piedi con qualsiasi tempo, illusi dalla propaganda che aveva loro promesso una nuova casa dopo il trasferimento coatto dalla città di provenienza.

Durante la sosta del pullman, passeggiando tra le case, ho provato a rivivere quei giorni, a “vedere” la gente, i saluti, il lavoro degli artigiani, i giochi e le grida dei bambini, le facce di quella gente; no, noi non possiamo immaginare, se non superficialmente.

Eppure, proprio in tale situazione di degradazione, emerse la forza insopprimibile dell’animo umano, nella sua forma più alta, quella dell’arte: musica, canto, teatro, arte figurativa; ci fu una ricca fioritura di composizioni, ad opera in particolare dei grandi musicisti che erano rinchiusi, quasi tutti purtroppo finiti nelle camere a gas di Birkenau.

Una grande ode alla forza dell’uomo e al predominio dello spirito sulla barbarie, bene interpretato dal titolo, dato al suo bel libro, da poco in libreria, da Alessandro Carrieri: “Lager musik e resistenza” sull’esperienza di alcuni musicisti a Terezin.

Abbiamo fatto anche una breve visita a Praga; l’ultima volta che ci sono stato era più di trent’anni fa, in pieno regime comunista, con i suoi controlli opprimenti, le corone che dovevi cambiare obbligatoriamente alla frontiera cecoslovacca, per ogni giorno di permanenza, ma che poi non riuscivi a spendere, perché non trovavi nulla di decente, a parte il cibo; solo nei negozi per stranieri potevi comprar qualcosa, ma in valuta straniera, preferibilmente in marchi o dollari. La gente era opaca, quasi triste, vestita in tono dimesso. Solo la bellezza dei palazzi, dei monumenti, dei giardini e delle chiese leniva il senso di oppressione che allora sentivo.

Oggi Praga è una città piena di vita, splendida, con tutti i lati positivi, ma anche forse con le paccottiglie, che il mondo capitalista le ha rifilato alla caduta del regime.

Interessante la visita alla vecchia – nuova sinagoga, al vecchio cimitero ebraico, sotto un temporale e alla sinagoga spagnola e, per finire, la cena kasher. (Adriano Marson)

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La mattina seguente il ritorno dalla visita al quartiere ebraico di Praga e a Terezin  sono stata presente a un funerale. Insieme a parenti e amici abbiamo pregato a lungo, abbiamo cantato per la defunta e l’abbiamo ricordata in vari modi. In quell’occasione mi è venuto in mente che i deportati dalla piccola e dalla grande fortezza di Terezin, dopo aver sopportato anni di persecuzione, di separazione dai familiari, di umiliazioni, di sofferenze fisiche e morali tali che li hanno portati ad una morte atroce non hanno avuto delle degne esequie funebri. Penso che per i familiari, eventualmente sopravvissuti, sapere che per loro non sono stati intonati i salmi adatti, che non sono stati sepolti con la cura e la devozione necessaria abbia recato un ulteriore dolore.  Scrivere a mano, con infinita pazienza, sulle pareti della sinagoga  Pinkasova tutti i nomi degli ebrei boemi e moravi morti nella shoah ritengo che possa essere stato un piccolo, piccolissimo dono per tutto il bene che non hanno avuto, un minimo compenso al loro funerale che non è stato celebrato. (Gianna Tassan)

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RISONANZE TARDIVE

Niente avviene per caso?

Siamo partiti il 27 aprile per Terezin, il cosiddetto lager dei bambini, e Praga. Perché ci siamo andati? Cosa ci ha spinto a fare questo viaggio all’interno del mondo della Shoah e dell’ebraismo? Cosa cercavamo e cosa abbiamo trovato? Perché abbiamo fatto questo viaggio e non un altro? E’ per un fatto puramente intellettuale o  culturale? Per saperne di più quando poi parliamo con gli amici? Cosa ci rimane, che traccia ha lasciato dentro di noi? Ora che abbiamo riguadagnato le nostre tranquille occupazioni, le nostre rassicuranti abitudini nel tran-tran della nostra città, cosa ci resta? Siamo un po’ cambiati? La nostra umanità si è sentita interrogata, è cambiato il nostro senso del tempo, delle relazioni con le cose e con le persone? Siamo diventati un po’ più sobri e disponibili? Siamo più capaci di attraversare l’imprevisto con il  bagaglio leggero? Riusciremo a sentirci stranieri e di passaggio nella vita?  Più custodi e meno padroni? Quelle pietre e quei mattoni rossi, quei disegni solari, quelle lapidi tutte in fila, quelle pareti ricoperte di nomi e di date sulla sinagoga riusciranno a incidere la nostra carne e trasformarla? A parlarle e convertirla sul fine del cammino della nostra vita? Sì, un certo disagio l’abbiamo provato, una certa pena, forse orrore, forse abbiamo sentito risuonare dentro di noi anche l’abbaiare dei cani e gli ordini urlati  dei tedeschi sotto le pensiline della ferrovia di Bauschowitz, ci ha impressionato la forca nella piccola fortezza oppure abbiamo udito gli spari sotto la tettoia, dove venivano fucilati i prigionieri, ma forse si rende necessario un tempo di lettura e rilettura degli stessi avvenimenti, aprendo e riaprendo il cuore ogni volta, ripercorrendo una, due, dieci volte le tappe del ricordi del viaggio, le emozioni e le sensazioni, la visione dei luoghi, degli oggetti, le luci e le ombre dei bugigattoli bui, usati come prigione, annusare il ferro dei forni crematori, l’umido del lettini di legno della casetta di una famiglia ebrea. Forse dobbiamo riandare a quando siamo arrivati a Terezin stanchi morti la prima sera e non abbiamo trovato l’albergo promesso dall’agenzia turistica di Praga, ma un accomodamento in una pensione con un bagno per sette persone, le stanze più simili a quelle di un ostello dove la promiscuità era d’obbligo, senza l’acqua per lavarsi e solo un minuscolo asciugamano in dote. Forse che questa situazione non ci fa ripensare a quelle famiglie ebree che arrivate con i convogli dal ghetto di Praga o da Brno, con le loro valigie piene, convinte di trasferirsi a Terezin per vivere in appartamenti con balcone, si sono trovate i mitra tedeschi puntati addosso e divise, uomini e ragazzi da una parte, donne e bambini dall’altra, costretti ad una lunga marcia nel gelido inverno e buttati in cameroni, espropriati delle loro cose e dei propri affetti? Certo, direte, non si possono fare confronti! È vero, ma quale è stata la nostra sensazione, il nostro malessere, il disagio, anche lo sdegno, l’impressione di essere stati presi in giro! Non abbiamo sentito subito il fastidio di essere in troppi, di dover fare i turni, di doverci limitare, non abbiamo reagito subito chiedendo un albergo diverso, una sistemazione decorosa, la privacy richiesta e promessa? Non abbiamo aggredito quasi il nostro capogita, chiedendo spiegazioni e la sua aiutante Luisa non si è fatta venire un gran mal di testa a forza di fare divisioni, calcolare stanze e persone? Ed era in fondo una piccola cosa, che si è risolta in una giornata, per fortuna!

Voi direte, che c’entra?

Etty Hillesum, la scrittrice olandese di origine ebraica, vittima della Shoah, nel suo diario scrive: Io credo che dalla vita si possa ricavare qualcosa di positivo in tutte le circostanze, ma che si abbia il diritto diaffermarlo solo se personalmente non si sfugge alle circostanze peggiori. Spesso penso che dovremmo caricarci il nostro zaino sulle spalle e salire su un treno di deportati (Diario 1941-43). E scrive ancora: Non tutti sonocome quell’uomo che era spontaneamente partito con un convoglio, e che alla domanda “Perché?” aveva risposto di voler essere libero di partire quando piaceva a lui. Mi aveva fatto pensare a quel giudice romano che aveva detto a un martire: “Sai  che io ho il potere di ucciderti?”, al che il martire aveva risposto: “Ma sai che io ho il potere di essere ucciso?”.

Certamente non ci siamo trovati in una situazione irreversibile, come è stato per Etty Hillesum, che comunque avrebbe potuto salvarsi ed ha scelto di seguire la sorte del suo popolo, ma perché non approfittare e considerare una grazia ogni minimo contrattempo che ci è  offerto di provare nella nostra carne il disagio che altri hanno vissuto  radicalmente e senza ritorno? Perché non credere che non tutto ciò che sa di morte e di fallimento, lo è necessariamente e che la prova non va fuggita, ma attraversata e raccolta in una relazione in cui anche le realtà più dure rivelano un senso che ci porta un po’ più lontano? (Lisl Brandmayr)

 

 

 

 

 

 

mar
27

16/04/2014 Presentazione libro: “Compagni di strada. In cammino nella Chiesa della speranza”

Presentazione del libro di Pierluigi Di Piazza: “Compagni di strada. In cammino nella Chiesa della speranza” che si terrà presso il Centro Veritas, in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, mercoledì 16 aprile 2014 alle ore 18.30 con la presenza dell’autore.

Intervengono il prof. Gianfranco Sinagra e don Mario Vatta.

“Ad accomunare le persone che incontriamo in questo libro sono l’etica del bene comune, la giustizia, l’uguaglianza, la pace, la solidarietà, la libertà di coscienza, l’obiettivo di una politica rinnovata al servizio delle persone e della comunità. Sono personalità innovatrici, a tratti eroiche o rivoluzionarie come don Tonino Bello, don Puglisi e Oscar Romero; sono compagni di strada di Pierluigi Di Piazza che, come lui, si sono battuti appassionatamente per costruire una Chiesa povera e socialmente impegnata.Sono uomini e donne noti ma anche persone comuni come gli immigrati del Centro Balducci e persone estranee alla Chiesa come Margherita Hack e il Dalai Lama. Da uomo, prete e animatore culturale, Di Piazza intreccia le loro e la sua storia intorno ai temi più controversi dell’essere oggi cristiani e a quelli che uniscono le donne e gli uomini di buona volontà”.

 Cliccare per vedere la locandina: 16.04.2014 LOCANDINA Di Piazza

Articolo

È stato presentato mercoledì 16 aprile, di fronte ad una numerosa platea, l’ultimo libro di don Pierluigi Di Piazza “Compagni di strada”, edito da Laterza. Al tavolo del “Veritas” erano presenti, oltre all’autore, il cardiologo prof. Gianfranco Sinagra e don Mario Vatta, fondatore della Comunità di San Martino al Campo.

A moderare l’incontro, la giornalista della Rai regionale Marinella Chirico, curatrice del volume “Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete” uscito nel 2012, che raccoglie i colloqui tra il sacerdote carnico e l’astrofisica Margherita Hack, scomparsa lo scorso anno a Trieste.

Margherita Hack èuna dei tanti “compagni di strada”di cui racconta don Di Piazza in questo suo ultimo libro, una raccolta di voci e riflessioni su uomini e donne, credenti e non, che hanno segnato la sua vita di uomo e sacerdote.

Marinella Chirico, nell’introdurre la serata, ha mostrato alcune foto di don Pierluigi Di Piazza e don Mario Vatta assieme a papa Francesco, ritratti in occasione della veglia con i familiari delle vittime di mafia, avvenuta il 21 marzo scorso presso la chiesa di San Gregorio VII a Roma, dove era presente anche don Luigi Ciotti, fondatore di “Libera”.

L’abbraccio di papa Francesco è stato per don Pierluigi e don Mario un segno forte della comunione del papa con i sacerdoti che sono in prima linea al fianco di chi è oppresso, di chi soffre, di chi subisce violenza ed ingiustizia.

Pierluigi Di Piazza ha esordito ringraziando il Centro Veritas per l’ospitalità e ricordando con gratitudine padre Mario Vit, di cui ha evidenziato l’impegno di sacerdote e gesuita nell’accoglienza umana e spirituale: “Uomo di relazione non senza tribolazione, riferimento importante per il dialogo tra le religioni”.

Poi, entrando nel vivo del libro, Di Piazza ha spiegato che per lui “scrivere è un modo per continuare l’incontro con l’altro; per riesprimere ciò che ho ricevuto”. Il libro è “sottodimensionato rispetto a tutte le persone che ho conosciuto”.

Cercare di capire le storie senza giudicare: per Di Piazza è questo il modo per entrare in relazione con l’altro; diversamente spesso la Chiesa “giudica senza cercare di comprendere”.

Uno dei passaggi chiave del libro è proprio quello in cui Pierluigi Di Piazza riporta, non senza dolore, un’osservazione che gli viene mossa, quella di essere un prete “di scarsa spiritualità”.

“Frasi di questo genere – ha osservato don Mario Vatta nel suo intervento – scarnificano il nostro operare al servizio di chi è nel disagio. Definire un sacerdote come poco spirituale è un modo indiretto per dire che è “fuori”, ai margini. Abbiamo molto bisogno, invece, di essere sostenuti, di avere dei compagni di strada”.

I primi compagni “sono la povera gente, che condivide con noi il dolore. Quel dolore diventa il nostro dolore. Se non avessimo un sostegno nell’uomo di Nazaret, saremmo in grande difficoltà”

Don Mario Vatta, ha poi raccontato con leggerezza e profondità allo stesso tempo la speciale vocazione a camminare con gli ultimi: la Stazione Centrale di Trieste è il suo “luogo di lavoro” e per questo si ritrova spesso a pregare nella cappellina. “Occorre abbattere le barriere per poter veramente avvicinare l’altro. Io incontro persone che spesso si presentano dure ed aggressive e suppongo che dietro ci siano storie di sofferenza”.

L’incontro col papa, il suo abbraccio, lo hanno colpito ed emozionato. Ha descritto Francesco come persona semplice, “uno di noi”. Non senza scherzare sulle sue trepidazioni prima dell’incontro, non ultima quella di dover indossare una giacca.

Riallacciandosi al tema del coraggio di vivere la fede sulle strade, che emerge dalle pagine del libro, il professor Sinagra ha evidenziato come in don Pierluigi “il dubbio è fonte di energia e non di incertezza”. Nell’attraversare la complessità delle situazioni incontrate, il sacerdote trova il senso della vita proprio nella relazione: “l’amore è la forza della vita. Forza preziosa ma anche fragile”.

Gianfranco Sinagra, di origini siciliane, ha poi raccontato la sua straordinaria esperienza di allievo di don Peppino Diana, suo insegnante di religione al liceo. Don Diana è un altro dei “compagni di strada” descritti nel libro, un uomo ed un sacerdote che, come i gesuiti uccisi in Salvador, non ha esitato a sacrificare la sua vita per la giustizia.

“Il prete è un uomo mangiato”ha detto don Mario Vatta; e don Pierluigi Di Piazza ha concluso citando Hans Küng: “La nostra vita può trovare accoglienza in Dio in ogni circostanza”. (Tiziana Melloni)

 

 

 

 

 

feb
25

Sabato 12 aprile e domenica 13 aprile 2014: Ritiro pasquale

L’ultima tappa del cammino quaresimale sarà il ritiro pasquale guidato da Cristina Simonelli, coordinatrice delle teologhe italiane, docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano), che grazie alla sua esperienza professionale e sensibilità personale, che l’ha portata a condividere la sua vita anche a fianco di comunità emarginate e socialmente stigmatizzate quali i Rom, ci accompagnerà a guardare oltre le crisi che abitano le nostre vite personali e collettive. “Voce di silenzio. La crisi a partire dal ciclo di Elia” (1Re 17-21). Questo il titolo del ritiro che vivremo sabato 12 aprile dalle 16 alle 18 e domenica 13 aprile (Domenica delle Palme) dalle 10 alle 12, presso la sede del Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste.

Visualizza: Locandina Ritiro pasquale 2014

Articolo

Centro Culturale Veritas, sabato 12 aprile 2014

RITIRO PASQUALE GUIDATO DA CRISTINA SIMONELLI: VOCE DI SILENZIO.

LA CRISI A PARTIRE DAL CICLO DI ELIA

SABATO

Il ritiro Pasquale di quest’anno è stato guidato da Cristina Simonelli  coordinatrice delle teologhe italiane, docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano), che  condivide la sua vita anche a fianco di comunità emarginate e socialmente stigmatizzate quali i Rom. I testi prescelti per la riflessione sono stati tratti dal ciclo di Elia, contenuto nel primo libro dei Re.

Nella prima giornata la riflessione di Simonelli è stata concentrata soprattutto sulla dimensione sociale e relazionale della crisi, prendendo spunto dall’episodio della vigna di Nabot (1 Re 21,1-16),  storia paradigmatica di sopraffazione dei potenti sui deboli, la cui ripresa patristica più famosa è stata quella di Ambrogio nel IV secolo (PL 14, 765-792 “La storia di Naboth”), e che rimane una parabola in grado di smascherare la violenza dei rapporti sociali ed economici in ogni tempo e sotto molteplici aspetti.

Simonelli si è soffermata in particolare sui processi di diffamazione e di stigmatizzazione che costruiscono le precomprensioni attraverso le quali la vittima viene designata. Così oggi ad esempio le diffamazioni attraverso i media, la stampa e la politica delle minoranze o dei diversi, sono gli strumenti con i quali si prelude a forme violente e coercitive di marginalizzazione e di esclusione.

L’uso delle parole quindi può portare a costruire nuovi bersagli polemici. È il caso recente del temine “gender” ad esempio che, nato nella metà del secolo scorso per distinguere la percezione di sé in quanto maschio o femmina dal sesso inteso come dimensione corporeo anatomica, oggi invece è spesso inteso come nuova forma di ideologia che considera del tutto arbitrario e convenzionale il rapporto tra la dimensione biologica del sesso e quella psicologica e culturale.

La storia di Nabot, attraverso la coppia  Acab e Gezabele, ci consente anche una lettura critica dei rapporti di genere. Acab e Gezabele rappresentano una forma perversa di correlazione tra maschile e femminile, nella quale alla regressione di lui, corrisponde l’ambizione, l’arroganza e la prepotenza di lei. (Dario Grison)

DOMENICA

Domenica 13 aprile 2014, Cristina Simonelli ha affrontato la lettura ed il commento di  1 Re 19 partendo da un Elia impaurito che fa rimbalzare in primo piano la scena della crisi interiore dell’uomo. Di fronte alle grosse richieste  che l’essere umano fa da sempre attraverso le sue categorie culturali e religiose  che rinchiudono la vita in un continuo palleggio tra mio e tuo, forte debole, vincitore vinto, femminile maschile, la crisi spalanca le porte allo sfumato, al minoritario, al dettaglio. Suggestive le simbologie usate, da quelle numeriche (40 giorni e 40 notti che sovrappongono come in un lucido le esperienze del popolo ebraico, di Elia e di Gesù) a quelle naturali (per esempio la grotta che mette in parallelo il rifugio di Elia con quello trovato da Mosè sul Sinai durante la teofania di Esodo 33) dove il problema posto è la ricerca di Dio che si risolve non nelle roboanti azioni del vento e dei terremoti ma in una sottile voce di silenzio. Proprio questa incredibile modalità teofanica rende impossibile l’ascolto del sacro se si sovrappone la nostra voce alla sua, e questa strategia relazionale che Dio offre all’uomo lo deve fare attento a tutte le espressioni, ad ogni diversità.

Questa capacità di ascoltare le voci di silenzio attraverso le quali Dio ancora oggi parla sembra data in maniera trasversale a tutti gli schieramenti ideologici ed appartenenze religiose, a persone di tutte le età e culture che paiono essere più predisposte ad ascoltare queste assenze rivelanti. L’accidia, il demone di mezzogiorno, la cattiva tristezza, che non ci lascia sempre il tempo di attesa di quest’ascolto dell’altro o la sensibilità per coglierne la voce o la non voce, ci rende mal giudicanti, stizzosi, pronti alla strage, davanti ad un Dio invece che allarga le narici, come dice il testo biblico, inala l’aria per mantenere la pazienza e stare con l’ uomo.

Uno scorcio su Dio, quello del ciclo di Elia, in cui l’alternanza di massacri e struggenti gesti di tenerezza rimandano il lettore ai tanti nomi dell’ Eterno tra cui colpiscono più dei già conosciuti “misericordioso e pietoso” quelli di “utero, cuore largo, narici dilatate” restituzioni di un Dio mai escludente e perennemente colloquiante con le creature. (Anna Maria Rondini)

 

 

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