26/03/2014: Conferenza “Oltre la crisi ambientale”
Mercoledì 26 marzo alle ore 18.30, presso il Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, conferenza “Oltre la crisi ambientale” con Gianguido Salvi – geologo, coordinatore scientifico della Sezione di Trieste del Museo Nazionale dell’Antartide e ricercatore presso il Dipartimento di Matematica e Geoscienze dell’Università di Trieste. Questa conferenza chiude il ciclo di incontri dedicati al tema “Oltre le crisi”.
“Quante crisi ambientali ha già affrontato il nostro pianeta e le crisi attuali si possono definire superiori, inferiori o forse sostanzialmente differenti?
L’analisi dell’evoluzione della vita sul nostro pianeta ci insegna che ad ogni estinzione di massa, che hanno colpito anche in modo rilevante le forme di vita che ci hanno preceduto, è sempre seguita una rinascita con nuove specie che hanno rimpiazzato e colonizzato le nicchie ecologiche liberate dagli organismi ormai estinti. Ma attualmente nell’epoca a cui abbiamo dato il nome di “Antropocene” qualcosa di profondamente nuovo ed rilevante sta modificando il concetto “geologico” di crisi ambientale.
Mutate situazioni ambientali e climatiche invadono quotidianamente il nostro vissuto: il surriscaldamento del pianeta con l’incremento conseguente di fenomeni quali uragani, cicloni o inondazioni. Non vi è ancora una chiara evidenza della correlazione tra il numero e l’intensità di tali fenomeni e l’antropizzazione. Frane, crolli, smottamenti accrescano di molto il numero delle vittime, queste situazioni sono da addebitarsi prevalentemente all’uomo: nei casi meno gravi (alluvioni, esondazioni) sono la deforestazione, le monocolture, la deviazione di corsi d’acqua ad alterare l’equilibrio idrogeologico del territorio. Altre profonde mutazioni in atto nel nostro pianeta sono meno evidenti, come ad esempio la tropicalizzazione delle zone temperate, con il conseguente incremento di malattie quali la malaria, o la drastica riduzione della biodiversità. In realtà, i danni ambientali si traducono in danni sociali e si ripercuotono in modo differente nella società, dove spesso acuiscono le diseguaglianze. Se infatti nei paesi in via di sviluppo lo sfruttamento delle risorse accresce ricchezze già consolidate lasciando alle popolazioni locali un ambiente compromesso, nei paesi ricchi le discriminazioni si spostano sulle fasce più disagiate, spesso costrette a vivere in luoghi poco tutelati e soggetti a forte inquinamento. Come uscirne, quali possibilità per superare l’attuale stato di “crisi ambientale”? Una possibile risposta viene offerta dalla comprensione che le cause umane della crisi ambientale sono prioritarie rispetto a ogni falsa rappresentazione e a ogni mito dello sviluppo e che affrontare i problemi dell’ambiente significa affrontare i problemi delle società. Il predominio dell’uomo sulla natura e quello dell’uomo sull’uomo rappresenteranno, infatti, le sfide della società del futuro”. (Gianguido Salvi)
Articolo:
Mercoledì 26 marzo alle ore 18.30, c’è stata la conferenza “Oltre la crisi ambientale” con Gianguido Salvi, geologo, coordinatore scientifico della sezione di Trieste del Museo Nazionale dell’Antartide, che ha chiuso il ciclo di incontri dedicati al tema « Oltre le crisi ». Salvi ha iniziato il suo discorso dando un contesto temporale al tema che avrebbe trattato perché la percezione del tempo gioca un ruolo importante nel comprendere la crisi ambientale, quindi, nascita dell’universo, circa tredici miliardi di anni fa, poi la vita sul nostro pianeta, circa quattro miliardi di anni fa, estinzione dei dinosauri, duecento cinquanta milioni di anni fa per avvicinarci sempre più alla nostra era, l’“Antropocene”, che consta di poche migliaia di anni, cosa che, rispetto al passato del pianeta, è paragonabile ad un battere di ciglia. Sin qui nulla di nuovo, si potrebbe pensare, ma è qui che Salvi ci ha fatto dono della vista del ricercatore. Per vedere “i segni dei tempi” non basta conoscere il livello di gas serra della nostra atmosfera, uguale a quello di ottocento mila anni fa, dice il nostro, bensì considerare il fatto che quei livelli sono cresciuti e diminuiti in un arco di decine di migliaia di anni, tempi geologici naturali, mentre oggi quei livelli li abbiamo raggiunti in poche decine di anni e non sappiamo che futuro stanno generando: questo può l’attività dell’opera umana, stressare la natura! D’altronde l’uomo non si adegua all’ambiente ma lo trasforma a sua misura. Come superare questa crisi generata dall’uomo? Capire che questi problemi non si possono risolvere sulla piccola scala del nostro orticello, ma su quella più grande del giardino della famiglia umana. (Vitaliano Raimo)
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febbraio – marzo – aprile: Cinque incontri di lectio di Quaresima
Le lectio di Quaresima sono un appuntamento che il Centro Veritas offre a quanti desiderano approfondire, in un’esperienza di fede e di ascolto della parola di Dio, la ricerca di orizzonti che, nella linea tematica del percorso proposto quest’anno, aiutino a traguardare la crisi che sembra ormai caratterizzare ogni prospettiva e situazione umane.
La lectio divina è un atto di lettura meditata e orante della Parola di Dio e indica l’applicazione alla Sacra Scrittura per meditarla, pregarla e metterla in pratica. Essa prevede quattro momenti: lectio, meditatio, oratio e contemplatio. Il primo momento è la lettura del passo biblico, accolto come presenza reale di Dio che viene ed entra in relazione con noi. Il secondo momento è la meditazione, nella quale si fa emergere il messaggio centrale del testo, o comunque un suo aspetto che in quel momento di preghiera si rivela “parlante”, “ci dice qualcosa”.
Con la preghiera, la parola uscita da Dio ritorna a Dio in forma di ringraziamento, lode, supplica, intercessione: la lectio divina si apre cioè al “colloquio tra Dio e l’uomo” e diviene familiare. È lo Spirito che guida questo momento, ma a ispirare la preghiera è anche la Parola di Dio ascoltata.
Il quarto momento, infine, è quello della contemplazione che indica la progressiva conformazione dello sguardo dell’uomo a quello divino, il quotidiano allenamento ad assumere lo sguardo di Dio su di noi e sulla realtà, la purificazione dello sguardo del cuore che arriva a discernere il mondo e gli uomini come dimora di Dio.
Oltre il Venerdì Santo: è questo il titolo scelto per il ciclo di lectio della prossima Quaresima. Un titolo che porta a contemplare contemporaneamente l’esperienza della Passione, del dolore, della sofferenza, della fragilità e quella della Resurrezione, che apre a nuovi scenari, a una vita diversa, abitata dalla forza del riscatto, della speranza, di nuove possibilità.
Il senso profondo di questo ciclo di lectio risiede nella possibilità di lasciare che la Parola di Dio educhi i cuori e le menti all’essere attenti ai segni della luce nel grembo del buio, del giorno nell’oscurità della notte, della Pasqua dentro la Quaresima, della risurrezione quando tutto parla di morte. Per scoprire che la Parola racconta la vita dell’uomo e la vita, anche la più fragile e ferita, incarna la Parola.
È in questa prospettiva che le meditazioni delle lectio che inizieranno nel prossimo marzo sono state affidate a chi, non solo a Trieste ma anche in tutte le altre province della nostra Regione, opera in centri di recupero del disagio sociale. Sono persone che giorno dopo giorno “fanno strada” e cercano di accompagnare fratelli e sorelle oltre la loro passione, versando sopra le loro ferite l’olio dell’attenzione, dell’ascolto, della promozione, dell’amore capace di farsi dono fino alla fine, come è stato per Gesù nella sua morte e resurrezione. È il racconto di vite e cammini che sono dei veri e propri “esodi” che si nutrono di cadute e di passi di nuova speranza, di lotta e abbandono fiducioso, di tentazione e misericordia e aprono a spiragli di resurrezione laddove la paura sembra dominare il coraggio, le catene la libertà dello Spirito, l’inquietudine la pace. Oggi come fu quasi 2000 anni fa per i discepoli di Gesù ai piedi della Croce.
Le lectio di Quaresima si svolgeranno di venerdì, dalle 18.30 alle 19.30, presso la sede del Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste e saranno inserite nella preghiera del vespro, secondo questo calendario
7 marzo: Comunità S. Martino al Campo – Trieste
14 marzo: Cooperativa Oasi ex-detenuti - Pordenone
21 marzo: Centro Solidarietà Giovani “Giovanni Micesio” - Reana d. Roiale – Udine
28 marzo: Comunità “Arcobaleno” - Gorizia
4 aprile: Comunità minori disagiati “La Viarte” – S. Maria La Longa – Udine
Ultima tappa del cammino quaresimale sarà il ritiro pasquale guidato da Cristina Simonelli, coordinatrice delle teologhe italiane, docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano), che grazie alla sua esperienza professionale e sensibilità personale, che l’ha portata a condividere la sua vita anche a fianco di comunità emarginate e socialmente stigmatizzate quali i Rom, ci accompagnerà a guardare oltre le crisi che abitano le nostre vite personali e collettive, per aprirci a Una vita diversa. Questo il titolo del ritiro che vivremo sabato 12 aprile dalle 16 alle 18 e domenica 13 aprile (Domenica delle Palme) dalle 10 alle 12.
Relazione degli incontri:
La luce ci attende
Quest’anno, per la Quaresima 2014, si svolge un ciclo di cinque lectio dal titolo “Oltre il Venerdì Santo“. Il titolo scelto si riallaccia al tema generale “Oltre le crisi“, che ci vede coinvolti nel tentativo, attraverso il percorso dei mercoledì del Veritas, di “recuperare il significato etimologico di crisi, come scelta e decisione rimessa alla responsabilità individuale e collettiva per ricostruire un tessuto sociale favorevole allo sviluppo di relazioni umane significative e solidali”.
Il Venerdì Santo rappresenta la “crisi” per eccellenza e ci è parso consequenziale invitare a presenziare le cinque lectio alcune comunità che, in ambito regionale, da anni hanno scelto l’impegno e la responsabilità del recupero del disagio sociale e della ricerca di percorsi e modalità di ricostruzione del tessuto sociale più adatto ad accogliere i più deboli e fragili di noi, accompagnando quotidianamente di fratelli e sorelle oltre la loro passione, nelle cadute e nelle riprese, con tutte le sfumature dell’amore, in vista della risurrezione.
Venerdì 7 marzo
Commento di don Mario Vatta, fondatore della Comunità di San Martino al Campo
Questa prima lectio di Quaresima è stata dedicata alla lettura di un brano tratto dalla Lettera ai Romani di San Paolo (8, 31-39) commentato da don Mario Vatta, fondatore della Comunità di San Martino al Campo, che si occupa da quarant’anni di emarginazione. Dopo aver ricordato la lunga amicizia e la grande sintonia che lo univa a padre Mario Vit, il nostro direttore scomparso di recente, don Mario ha proposto un commento che gli viene non tanto dai libri letti quanto da quello che gli ha insegnato “la strada”, ovvero il contatto stretto ed annoso con “la sua gente”, come egli ama definire le tante persone che in questi anni sono venute in contatto con la comunità.
Il tema centrale, introdotto da San Paolo con ben otto domande retoriche, che hanno lo scopo di sottolineare l’importanza della risposta che poi intende dare, rimanda alla misericordia infinita di Dio, che ci ha tanto amati da mandare il suo figlio a salvarci.
Dice papa Francesco che siamo tutti peccatori e tutti bisognosi della misericordia di Dio. Questa misericordia – continua San Paolo – è così grande che può coprire tutti i nostri peccati e se anche siamo come pecore al macello, tra tutte le tribolazioni, le angosce, la spada, nulla può sconfiggerci, perché Gesù Cristo è sì morto per noi, ma “ANZI” è risorto. Questa piccola parola ANZI – spiega don Vatta – condensa i motivi per i quali possiamo andare oltre il Venerdì santo.
Solo la certezza della resurrezione può spingerci a penetrare nella realtà della croce. La verità infatti che noi siamo tenuti a testimoniare è una verità crocifissa. Ricorda a tal proposito don Mario un fatto per lui sorprendente: il secolo passato ha conosciuto il maggior numero di martiri della storia del Cristianesimo, fatto che conferma che la nostra è un verità crocifissa.
Ma se agli occhi del mondo la croce appare sconfitta e fallimento, con gli occhi della fede, che resta un dono di Dio, possiamo intuire che questa è la strada scelta da Lui per il suo progetto di salvezza. Possiamo sentirci teneramente avvolti e abbracciati dall’amore di Dio, perché la sua misericordia supera tutte le nostre fragilità.
Questa è la consapevolezza che dobbiamo fare nostra. Perché stentiamo a farla nostra? Perché “resistiamo” a quella crescita che ci è richiesta, che è quella di farci sempre più piccoli e bisognosi. Questa resistenza ostacola la possibilità di vivere quella gioia che è necessaria per testimoniare. Spesso non siamo disposti a lasciarci convertire. E se accettiamo di diventare piccoli, siamo sempre noi a voler decidere come diventarlo. Non riusciamo a lasciar fare a Dio.
Venerdì 14 marzo
Commento di Alessandro Castellari, vice-presidente della cooperativa sociale “Oasi” di Pordenone che si occupa dell’accoglienza e del reinserimento lavorativo e sociale degli ex-detenuti.
Il brano scelto da Alessandro Castellari è stato il Salmo 118 “Mia forza e mio canto è il Signore“, versetto 22: La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Perché – gli chiediamo – la scelta di questo testo? E Alessandro ci racconta la sua storia, di quando da ragazzo, durante gli anni di studio, allo scopo di crearsi un’ulteriore possibilità occupazionale, aveva frequentato il corso per educatore sociale presso una scuola di Roma, l’unica che allora forniva un diploma di questo tipo.
Il diploma era rimasto poi in fondo al cassetto, inutilizzato. Chi avrebbe mai pensato che un giorno sarebbe tornato utile? Quel diploma preso “per caso” e scartato era il nocciolo dal quale un giorno sarebbe spuntato il germoglio del suo destino.
Lavorando presso l’amministrazione del comune di Pordenone, si avvicina al mondo del volontariato svolgendo con il CEDIS (Centro Diocesano di Solidarietà Pordenone) attività di sostegno di persone e gruppi particolarmente svantaggiati ed emarginati, in particolare lavora con i detenuti del carcere di Pordenone, sia all’interno del carcere che all’esterno, nelle attività dei detenuti soggetti a misure alternative.
Lentamente, nell’ottica di percorsi più adeguati e validi in favore dei detenuti, si crea nel 1993 la prima esperienza di formazione di 8 detenuti del carcere di Pordenone, i quali, in condizioni di semi-libertà, possono così frequentare per la prima volta un corso di formazione professionale.
L’esperienza positiva si ripete negli anni successivi e si rivela talmente coinvolgente, che Alessandro, raggiunta la pensione, si dedica ormai anima e corpo alla realizzazione di una cooperativa che offra lavoro continuativo a quelle ‘pietre scartate’ della società, i detenuti, diventati suoi fratelli, compagni di strada e di vita. In questa realtà viene coinvolta pienamente anche sua moglie e le sue figlie.
Nasce così nel 1995 la cooperativa sociale “Oasi” costituita da 30 soci tra volontari e detenuti ed ex detenuti. La cooperativa non si occupa solo del reinserimento lavorativo dei detenuti, ma in primo luogo, grazie al recupero di stalle e rustici, fornisce loro una casa, una ‘dimora’, che permetta loro di ritrovare la dimensione di persona, oltre che un riparo per la notte e un pasto caldo.
Oggi, questa cooperativa ha 16 anni di vita e tra grandi difficoltà e sfide, ma con l’aiuto della provvidenza, è riuscita ad ospitare nel tempo più di 170 detenuti ed ex detenuti, che qui hanno trovato una solidarietà concreta, tutti i giorni dell’anno, fatta di accoglienza, vitto e alloggio, formazione professionale e inserimento lavorativo. Gran parte di queste persone sono riuscite ad inserirsi nella vita sociale.
“I detenuti sono persone come noi – dice Castellari - che hanno fatto degli errori, ma se messe nelle condizioni giuste, possono venir recuperate ad una vita normale e dignitosa. Il più grande ostacolo è dato dai pregiudizi e la diffidenza della società civile. Le pietre scartate possono essere pietre angolari”.
La vita di tanti volontari è stata forgiata da questa fiducia e la realtà della cooperativa “Oasi” ne è una dimostrazione.
Venerdì 21 marzo
Commento di don Davide Larice, Presidente del Centro Solidarietà Giovani “Giovanni Micesio” ONLUS di Udine.
Il testo scelto da don Larice è tratto da San Paolo, lettera ai Romani, cap. 5, 3 – 5 e il tema proposto quello della speranza. Dice don Larice: “Lo scrittore Charles Péguy fa dire a Dio: La fede che preferisco è la speranza. Si parla tanto di amore, di carità, di condivisione, ma dovremmo, specie con i giovani, coltivare la speranza senza la quale, come scriveva Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi, “non possiamo affrontare il nostro presente. Il presente, anche quello faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta, una meta così grande da giustificare la fatica del cammino”.
“Infatti” – continua don Larice – “sperare significa desiderare qualcosa di molto importante e implica innanzitutto una forte e sincera relazione con quello che si è e si desidera di essere”.
Egli porta l’esempio di Davide, un ragazzo tossicodipendente, che, prendendo coscienza degli errori commessi, che l’avevano portato al disprezzo di sé e alla chiusura dal mondo, si decide per un cambiamento interiore radicale e sceglie il percorso terapeutico.
Il compito degli educatori, sacerdoti e operatori del sociale e genitori è quello di richiedere ai giovani di pensare in grande, di impegnarsi per qualcosa di inusuale, di coltivare forti speranze.
Si può dire che la speranza si pone in linea con la pedagogia del cambiamento, della maturazione, della crescita. Solo attraverso la speranza si colma il vuoto, si supera l’insignificanza, si coltivano e si realizzano i grandi progetti. Scrive Wolfgang Goethe: “Se noi vediamo l’uomo così com’è, lo rendiamo certamente peggiore di quello che è. Se lo vediamo invece come potrebbe essere, sicuramente lo rendiamo migliore”.
“Perché insisto sulla speranza? – continua don Larice, che da tanti anni vive a contatto con i giovani disagiati. – Perché il giovane vive un eterno presente, non ha riferimenti col passato e fatica a proiettarsi nel futuro che si presenta, specialmente oggi, vago, nebuloso e poco attraente. Non c’è più il sogno, l’attesa, il desiderio. Il lungo termine è faticoso per i giovani abituati al tutto e subito. Così sorgono i problemi, quali scarsa autostima, mancanza di identità causa l’imperante omologazione, la perdita del senso di appartenenza. Si ritrovano senza radici, senza terra e senza storia”.
Don Larice riprende un pensiero di Padre Maria Turoldo che, dal suo letto di ospedale nel 1992, si rivolge all’amico giornalista Giorgio Lago, dicendo: “I figli, che siamo tentati di definire come mostri, non sono forse i figli più logici, più coerenti di un sistema di cui noi stessi siamo stati creatori, attori protagonisti?”
Cos’è che predichiamo? Cosa pratichiamo? Cos’è oggi che non sia mercificato, venalizzato? E qui il discorso non vale tanto per i “corpi separati”, della famiglia separata dalla scuola e questa separata dalla famiglia e della società separata da quella. Qui tutto fa massa, cioè, siamo tutti coinvolti.
Papa Benedetto dice che la speranza non è individualistica. “Per questo – conclude don Larice – definisco la speranza un’utopia ragionata, che parte dal cuore, attraversa la mente e trasforma la persona. E coraggio, allora, perché dice Paul Valéry: “Non esiste mai un cuore così duro in cui non si possa seminare un sogno!” e secondo il poeta Danilo Dolci “Ciascuno cresce solo se sognato!”.
Venerdì 28 marzo
Commento di don Alberto De Nadai, responsabile della Comunità “Arcobaleno” di Gorizia e garante del carcere di Gorizia, del Cara e del Cie di Gradisca
Il tema trattato trae lo spunto da due letture del 25 marzo 2014, IV domenica di quaresima, 1Sam 16, 1b. 4.6-7.10-13 e Gv 9, 1-41.
Don Alberto ci ringrazia per l’occasione offertagli con la lectio di pregare comunitariamente. Questo lo incoraggia nella sua testimonianza e inizia la lectio, ricordando il 24 marzo scorso, in cui, nella giornata della memoria dei missionari martiri, istituita in questo giorno in ricordo dell’assassinio di Monsignor Oscar A. Romero, Vescovo di San Salvador, avvenuto il 24 marzo 1980, papa Francesco, indossando la stola di p. Giuseppe Diana, ucciso dalla camorra, ha preso per mano un don Ciotti commosso per aver trovato nel papa non solo un padre, ma anche un fratello. “Don Ciotti” – racconta don Alberto – “ha fatto una denuncia seria: ‘C’è tanta luce e positività sì, ma non sempre la Chiesa ha mostrato attenzione, troppi silenzi, sottovalutazioni, troppa prudenza’: non si può essere cristiani a intermittenza!”
Rifacendosi al testo di Samuele, la scelta e l’unzione di Davide a re d’Israele, spiega come la nostra educazione guardi all’apparenza, all’uomo “grande” e come lo stesso concetto di Dio ci venga proposto in questa versione: grande, potente e temibile.
Il bambino introietta questa visione, ma poi, da adolescente, la rifiuta, perché ha solo imparato ad obbedire e la sente oppressiva. Nella nostra cultura non si ammette l’evoluzione, mentre il passaggio dalla sottomissione all’autonomia, alla libertà del Vangelo, è una crescita necessaria.
Si parla molto di conversione, ma una conversione vera porta alla pratica, all’impegno concreto, in cui si affida la propria fede alla propria coscienza. E’ una conversione dal Dio che castiga al Dio Amore, che si manifesta con l’amore per chi soffre.
Conversione continua, che esige un continuo discernimento: Dio infatti non pensa come noi, sceglie il più piccolo, Davide, che viene scelto perché la sapienza di Dio supera i nostri pensieri. In quanti modi è stata annunciata questa sapienza di Dio? Tanti, ma nessuno è vicino a come la vede Dio, che preferisce le pietre scartate.
I farisei non si occupano dei ciechi nati, dei poveri, ciò che conta è il mantenimento dell’ordine e che le cose funzionino in un certo modo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono (salmo 134, 16). Perché sono ciechi? Perché non amano e non si mettono mai in discussione.
Nel mondo c’è una distribuzione di compiti, dove il povero deve sempre stare “con il cappello in mano”, ad ascoltare, mentre avrebbe tante cose da insegnare (Gv 9, 30-34). In chiesa si predica, ma ciò che conta sono i fatti.
Don Alberto racconta delle sue vane ripetute richieste alla Curia e alla parrocchia del Duomo di Gorizia di coinvolgersi in alcune iniziative a favore del carcere, di cui egli stesso è il garante, oltre che del Cara e del Cie di Gradisca, ma le sue richieste sono rimaste inascoltate. La stampa stessa ha parlato di ‘polemica tra sacerdoti’ ma nessuno si è posto la domanda più importante: chi sono e come vivono i 29 detenuti nel carcere? Questa sarebbe “incarnazione”.
“Vi lascio con tre cose importanti sulle quali riflettere” – conclude don Alberto – “la prima, diventare capaci di sentire le ferite che le strettoie producono nella vita delle persone; la seconda, gridare il dolore, cioè denunciare ad alta voce le situazioni che opprimono e offendono l’umanità; la terza, fare rete con quanti esprimono soluzioni alternative, portando il nostro contributo specifico alla costruzione di un mondo più grande di noi. Solo così può crescere la coscienza del cambiamento e non si perdono gli appuntamenti che la storia ci offre per trovare strade dentro a “questo oggi”.
Venerdì 4 aprile
Nonostante l’impossibilità di don Vincenzo Salerno a presiedere l’ultima lectio quaresimale del 2014, come previsto dal programma, per motivi legati alla sua attività di responsabile della comunità per minori disagiati “La Viarte” di Santa Maria La Longa (Udine), la lectio ha avuto luogo egualmente sul testo del Vangelo del giorno (Gv 7, 1-2. 10. 25-30) a cura di alcuni volontari del Centro Veritas.
Lasciandoci accompagnare dal commento di Silvano Fausti Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, ci ritroviamo a seguire Gesù che sale a Gerusalemme, alla prima delle tre grandi feste che comportano un pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme, la festa di Sukkot o delle Capanne.
Si celebra tra settembre e ottobre, dura sette giorni e si costruiscono capanne, dove ci si intrattiene in ricordo dei 40 anni trascorsi nel deserto, si celebra la fine dell’esodo con la lettura della legge, si rinnova l’alleanza e si canta la regalità di Dio, ravvivando le attese messianiche.
È una festa gioiosa, che precede l’inverno, di ringraziamento dei doni sia materiali che spirituali. Gesù, non seguendo le provocazioni dei suoi fratelli, che, nella loro incredulità, lo esortano a “manifestarsi al mondo”, ci va da solo e “quasi di nascosto”.
Queste due parole dicono molto di Gesù e si innestano su di un percorso evidenziato al tempo delle tentazioni nel deserto: il suo pensiero non segue il mondo e chi lo vorrebbe potente e uomo di successo, egli obbedisce solo alla volontà del Padre, che ancora una volta gli suggerisce un atteggiamento di sobrietà, quasi di debolezza, di mitezza e umiltà unita alla sapienza di chi sa che la sua ora non è ancora giunta, e quando giungerà, sarà una manifestazione del tutto diversa dalle aspettative mondane di chi lo circonda.
Sale a Gerusalemme a compiere in sé l’opera della solennità che si celebra: è con lui che si conclude l’esodo, si rinnova l’alleanza e si realizza il regno messianico. Il segno che egli dà è ancora la Parola, con la quale spiega le sue opere e rivela il mistero della sua persona. Il centro della questione è infatti questa: chi è Gesù?
Gli interrogativi degli abitanti di Gerusalemme sulla sua origine e sulla sua identità sono in realtà i nostri interrogativi e quella degli uomini di qualunque epoca che ascoltino questa Parola. Come può un uomo dire parole che vengono da Dio e mettersi al di sopra della legge?
Ma non sarà che solo chi è mandato da Dio e quindi lo conosce, può dire parole di verità e di libertà e compiere la legge nel suo significato originario? Ancora una volta il Vangelo si chiude con il vano tentativo da parte dei Giudei di arrestare Gesù e l’impossibilità di farlo perché quella che Giovanni chiama l’Ora, l’ora della Glorificazione, viene decisa dal Padre e non dagli uomini.
Ma perché i Giudei volevano uccidere Gesù? Cosa c’era nella sua predicazione di così sovversivo, inaccettabile? Ciò che Giovanni vuole mettere in evidenza è la lotta mortale tra luce e tenebre. O si accoglie la luce, per vivere in essa, oppure si vuole ucciderla.
Solo accogliendo Gesù, usciamo dalla schiavitù della menzogna per entrare nella libertà della verità. Per conoscere Gesù e quindi poterlo accogliere bisogna avere una iniziale fiducia in lui. Fede e conoscenza procedono sempre assieme: principio della conoscenza è la fede, fine della conoscenza è una fiducia confermata.( Lisl Brandmayr)
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27/02/2014 Inizio del corso: “Alcuni temi chiave trattati nel Corano: la luce, l’amore”
Giovedì 27 febbraio alle ore 18.30 ci sarà la prima lezione del corso: “Alcuni temi chiave trattati nel Corano: la luce, l’amore“, tenuto da Ahmad Ujcich, portavoce del Centro Culturale Islamico di Trieste e del Friuli Venezia Giulia.
Il corso si articolerà in 10 lezioni, di giovedì, dalle 18.30 alle 20.00, secondo il seguente calendario:
Febbraio: 27
Marzo: 6 – 13 – 20 – 27
Aprile: 3 – 10
Maggio: 8 – 15 – 22
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19/02/2014: Conferenza “Oltre la crisi della giustiza”
Mercoledì 19 febbraio alle ore 18.30, conferenza presso il Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, su: “Oltre la crisi della giustizia“, con il dottor Massimo Tomassini.
Il dottor Massimo Tomassini, giudice del Tribunale di Trieste, svilupperà il tema della crisi della giustizia, ambito ormai da decenni in grande evoluzione.
Sovraesposizione mediatica, lentezza dei processi, commistione con la politica: sono solo alcuni degli aspetti che contraddistinguono lo stato di affanno del sistema giudiziario in Italia. Ma non si tratta solo di questo: ci sono “frontiere” del diritto che occorre affrontare.
Abbiamo raggiunto il giudice Tomassini per qualche anticipazione sull’incontro di mercoledì 19 febbraio.
“Di crisi ce ne sono state molte – spiega Tomassini – non possiamo fare previsioni su quanto durerà quella che stiamo sperimentando. L’argomento non può avere una risposta precisa; bisognerebbe sapere che cosa c’è oltre ad un certo profilo temporale”.
Cosa comporta per la giustizia lo stato attuale di difficoltà? “Siamo in un momento di grande perturbazione economica e sociale. Questo ha portato ad uno stato di continua tensione sulla magistratura. È in discussione lo stesso ruolo del giudice nella società”.
Questo rimanda ad un dilemma in realtà molto antico: “Il giudice è un mero esecutore ed interprete letterale di una norma data da altri oppure può intervenire traducendo la legge in una maniera più vicina alla persona, facendosi carico della tutela e della garanzia per le fasce più colpite dalla crisi?”
Ci sono poi effetti sull’evoluzione stessa del diritto: “La crisi ha profondamente mutato l’assetto dei diritti e delle richieste portate davanti al giudice. Da una trentina d’anni a questa parte sono cambiate moltissime fattispecie giuridiche. Alcuni reati non esistevano né s’immaginavano: si pensi ad esempio al campo dell’informatica, a quello dell’Internet”.
“C’è una progressiva raffinatezza della giurisprudenza: da una parte si profilano “diritti” completamente nuovi, dall’altra riemergono condizioni che sembravano estinte, come la schiavitù: basti pensare ai recenti fatti di Prato”.
Di fronte alla velocità del cambiamento, quali gli “oltre” possibili? “Ci sono scenari più o meno promettenti. Da una parte il giudice è sempre più chiamato a dar conto della sua identità: “freddezza” di fronte alla legge o tutela dei diritti anche “oltre” la lettera della norma? Dall’altra esiste il rischio di un “panpenalismo”, la preoccupante tentazione di ricorrere alla penalizzazione di un’enorme quantità di comportamenti. Si tratta a mio avviso di un rimedio che è solo di facciata e che porta a disagi nel sistema giudiziario ed in quello carcerario”.
Relazione dell’incontro
Il 19 febbraio si è tenuto al Veritas il penultimo incontro sul tema dell’”Oltre le crisi”. Si è parlato di Giustizia con il magistrato Massimo Tomassini. L’”oltre” è stata la parola di speranza che p. Mario intendeva dare cercando di far intravedere qualcosa del dopo la crisi, ma il nostro relatore ha fugato subito questa possibilità. Troppo grave il momento e troppo gravi i contraccolpi sul sistema – giustizia di una legislazione sempre più orientata alla repressione, anziché alla promozione umana, sempre più volta a colpire i soggetti che “disturbano” l’ordine sociale, coloro che possono divenire il bersaglio del diffuso senso di insicurezza, invece di cercare di recuperarli per una maggiore coesione sociale. Siamo nel pieno di sconquassi e divaricazioni determinate anche dalla forte contrapposizione tra le forze politiche che la crisi ha esasperato.
La crisi si innesta su un sistema che aveva visto, nei primi trent’anni dalla guerra mondiale, un dilatarsi dei diritti sociali da una parte e dei diritti e delle pretese individuali dall’altro. Maggiori diritti e tutele del lavoro sembravano definitivamente acquisiti ed invece sono saltati. Maggiori pretese individuali, per esempio in materia di risarcimento del danno biologico e poi esistenziale, oggi possono sembrare il “lusso” di una società benestante che non è più tale.
Il diritto del lavoro ha conosciuto un cambiamento radicale rispetto alle forme contrattuali in vigore appena alla fine del secolo scorso. Si sono affermate forme flessibili, di de-standardizzazione dei lavori, come si dice, con un impatto molto forte su una società sempre più individualizzata davanti alle quali il giudice si trova passivo, perché non ha spazi di “inventiva” per far resuscitare i valori costituzionali di sicurezza e protezione sociale dei più deboli. Il lavoratore dovrà sempre di più badare a se stesso perché le tutele si stanno affievolendo e il riferimento statuale, come fonte di garanzie e sicurezza, non c’è più perché lo Stato pare avere rinunciato a priori, tagliando il welfare, a rimediare i guasti della crisi con interventi di carattere sociale. Ora c’è l’impresa con i suoi “valori” legati all’intraprendenza che aprono però anche la strada ad una prevaricazione continua del più forte rispetto a “colui che non ce la fa da solo”.
Una società individualizzata che alimenta un’insicurezza sociale generale di cui i sociologi hanno già sottolineato i rischi. Una società che ha sempre più paura, del futuro, dell’ignoto, e non perché sia veramente in aumento la criminalità. Se si osservano i dati in modo approfondito si nota che aumentano i reati contro il patrimonio, perciò connessi all’impoverimento, mentre quelli più gravi, come rapine e omicidi sono in calo. Si scopre però anche che sono i “piccoli” reati contro il patrimonio quelli che fanno più paura e alimentano nella gente il senso di insicurezza. Insicurezza è alimentata anche da alcune scelte dei consociati – come quella, ad esempio, di abbandonare quartieri che sembrano declinare in modo che, perdendo valore, gli appartamenti vengono lasciati alle fasce sempre più basse della popolazione o di aumentare a dismisura i sistemi di protezione e di allarme di modo che coloro che non se li possono permettere si sentono sempre più insicuri -. O addirittura di dotarsi di armi per la difesa personale.
L’insicurezza è alimentata da norme sempre più illiberali come quelle emanate in alcuni paesi dopo i grandi attentati dei primi anni duemila. Anche in Italia, molte norme degli ultimi anni – ad esempio la cd. ex-Cirielli – non avrebbero potuto essere emanate se non si fosse creato un clima di insicurezza e non fosse stato alimentato ad arte.
I dati statistici non sono tali da giustificare neppure la paura che il fenomeno dell’immigrazione ha generato, anche se non siamo in possesso di cifre che possano darci il rapporto preciso tra criminalità e immigrazione irregolare e/o clandestina. Nelle carceri la maggioranza della popolazione è straniera: per quale motivo? I dati sulla criminalità non lo spiegano. Certo è che lo straniero commette reati che suscitano un maggiore allarme, un maggiore disturbo, una maggiore inquietudine per la gente.
“La crisi è come il postino, suona sempre due volte e sempre alla stessa porta”: questa crisi non sarà l’ultima e, purtroppo, le crisi le pagano sempre gli stessi.
Come andare “oltre”? Solo ragionando contro-corrente rispetto alle idee dominanti negli ultimi 20-30 anni. Riscoprire valori condivisi, anzitutto quelli costituzionali ed essere intellettualmente onesti, così da fare e dire cose che hanno un riscontro fattuale. (Caterina Dolcher)
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5/02/2014: Conferenza “Oltre la crisi della politica” con Umberto Curi
Mercoledì 5 febbraio 2014, alle ore 18.30, conferenza presso la sede del Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, su: ”Oltre la crisi della politica“, con il filosofo Umberto Curi.
Il prof. Umberto Curi, ben conosciuto ai frequentatori dei mercoledì del Veritas, in cui è intervenuto già due volte, per parlare della paura e del suo testo “Meglio non essere nati”, il 5 febbraio presenterà le sue proposte sulle possibilità di superare la crisi della politica.
Si tratterà del primo incontro del mercoledì dopo che p. Mario ci ha lasciati: la pregnanza emotiva di questa consapevolezza è aumentata dal fatto che il prof. Curi ci ha offerto significative riflessioni sulla morte, in particolare nel suo libro “Via di qua. Imparare a morire”.
Sulla politica, il prof. Curi ha scritto molto: “La politica sommersa. Per un’analisi del sistema politico italiano”, “Pensare la guerra. L’Europa e il destino della politica”, “La repubblica che non c’è”, “Il farmaco della democrazia. Alle radici della politica”, “Terrorismo e guerra infinita”.
Si è occupato, in particolare, del rapporto fra politica e guerra, tentando di spiegare la definizione clausewitziana della guerra come “continuazione della politica con altri mezzi”, ripresa nel nostro secolo dal filosofo tedesco Carl Schmitt: lo stesso Platone, nel Protagora, ricorda che nella lingua greca esiste una radice etimologica – pol – comune ai termini “città” (polis), “politica” (politikè tèchne) e “guerra” (pòlemos), che impone di pensarli congiuntamente.
Citando l’appello rivolto da Papa Woytjla al digiuno per il giorno di inizio della Quaresima del 2003, quasi alla vigilia dell’attacco americano contro l’Iraq, il prof. Curi commenta: “Se l’Occidente vuole la pace, deve digiunare. Al di fuori di questa prospettiva, la quale implica non un gratuito, ma infine sterile, atteggiamento penitenziale, ma un cambiamento profondo di stili individuali e collettivi di vita, di reperimento e sfruttamento delle risorse, di orientamento delle politiche economiche, di relazioni fra popoli e paesi; al di fuori di questo cammino difficile e perfino penoso, nel quale tuttavia almeno si intravede una giustizia meno iniqua di quella attuale, e una stabilità meno effimera, rispetto a quella oggi concessa, resta soltanto lo scenario di una giustizia declinata nei termini di un’operazione militare denominata Enduring Freedom.” (Gabriella Burba)
Relazione dell’incontro
Di fronte a un pubblico molto numeroso e partecipe, il prof. Curi ha iniziato l’intervento ricordando il suo lungo rapporto con il Veritas e il legame di amicizia e stima con p. Mario, conosciuto nell’ambito delle attività dell’Antonianum di Padova.
Ha poi affrontato il tema, focalizzandolo sulla crisi della democrazia, come aspetto peculiare di quella che consideriamo la crisi della politica. Il termine democrazia, generalmente tradotto come potere del popolo, aveva in Grecia un significato diverso da quello attribuito oggi con la conquista del suffragio universale: demos, infatti, non è il popolo, ma una sua quota molto limitata, che nell’Atene del V sec. A.C. poteva essere calcolata intorno al 20%.
Fin dai suoi albori, il concetto di democrazia è stato oggetto di critiche radicali da parte di grandi maestri come Platone e Aristotele. Il primo, in particolare, mette in evidenza alcune contraddizioni costitutive della democrazia, che produce una disgregazione degli Stati ben ordinati, perché l’aspirazione alla coincidenza fra governanti e governati, che è tipica della democrazia, comporta che tutti siano abilitati a fare qualsiasi cosa, anche se non la sanno fare.
Lo stesso Aristotele non risparmia critiche alla democrazia: “Dove, invece, le leggi non sono sovrane, sorgono i demagoghi, perché allora diventa sovrano il popolo, la cui unità è composta di molti, e i molti sono sovrani non come singoli ma nella loro totalità… Una democrazia siffatta diventa analoga a quella forma di monarchia che si chiama tirannide, e presenta le stesse caratteristiche della tirannide: nell’oppressione esercitata sui migliori, nelle decisioni assembleari che sembrano decreti di un tiranno, nella somiglianza straordinaria tra il demagogo e l’adulatore.” (Aristotele, Politica)
Persino Rousseau, considerato uno dei padri della democrazia moderna, riteneva che l’unica vera forma di democrazia fosse quella diretta, realizzabile però solo in comunità di piccole dimensioni e non in una dimensione statuale. Sono inoltre note le feroci critiche di Marx alla democrazia borghese, reputata soltanto una vuota cornice formale di legittimazione delle diseguaglianze sociali.
La democrazia soffre quindi di insanabili contraddizioni, evidenti in tutto l’Occidente, con particolari accentuazioni nelle ultime vicende politiche italiane, che hanno visto la contrapposizione radicale fra due opposte interpretazioni dello Stato democratico: da un lato la richiesta di specifiche competenze tecniche per affrontare i complessi problemi di un mondo globalizzato, che ha determinato il governo Monti, dall’altro, la rivendicazione, sottostante alla nascita del Movimento 5 stelle, di una partecipazione totale dei cittadini, in una riedizione elettronica della democrazia diretta, che provoca però una completa paralisi decisionale. Governabilità e partecipazione popolare sembrano essere entrate in corto circuito.
Secondo il prof. Curi la democrazia diretta non è possibile in uno Stato moderno di grandi dimensioni e la sua impressione è che ci troviamo di fronte a una crisi irreversibile di sistema. D’altra parte, la democrazia, come tutte le forme di governo che l’hanno preceduta, è un prodotto storico, in particolare dell’Occidente. E, come ogni forma storica, non è universale ed eterna, ma soggetta a evoluzioni (o a involuzioni), per noi oggi ancora imprevedibili.
Alla relazione, che indubbiamente apriva molti interrogativi per ulteriori riflessioni, hanno fatto seguito numerosi interventi, nel tentativo, da parte di alcuni, di intravedere qualche segno di speranza in una situazione dai contorni abbastanza drammatici. Molti hanno fatto riferimento alla necessità di rifondare un approccio etico alla politica, con riferimento alla Carta Costituzionale e alla crisi dei sistemi di welfare.
In conclusione il prof. Curi, dopo aver dichiarato la sua disponibilità a ritornare al Veritas per approfondire l’argomento, ha sottolineato che è compito della politica coltivare la speranza, ma nella consapevolezza dei limiti intrinseci alla politica, che, quando si traduce in messianismi, provoca disastri: “La globalizzazione stessa, originariamente intesa come estensione all’intero pianeta del benessere economico, si è rivelata alla prova dei fatti generatrice di storture e iniquità. La tanto incensata utopia digitale, la nuova religione della Rete, proposta come strumento infallibile per l’instaurazione di una autentica democrazia, come accesso orizzontale di tutti i cittadini al processo decisionale, sempre più si manifesta come agente di nuovi processi di ristratificazione sociale. Mentre non si è ancora spenta l’eco del tracollo dell’utopia comunista, già si intravede il fallimento delle utopie che avrebbero dovuto rimpiazzarla. La politica non può che custodire un nocciolo di utopia, di ricerca di un’«ottima forma», perché questo è un ingrediente imprescindibile, un fattore di stimolo, di ogni importante impresa umana. Ma senza mai dimenticare che dike (la giustizia) abita presso Zeus.” (Gabriella Burba)
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27/01/2014: Presentazione corsi secondo semestre
Lunedì 27 gennaio, presso la sede del Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a- Trieste, presentazione dei corsi del II semestre:
1) SALMI DIFFICILI: OSTACOLI DA SUPERARE, docente don Antonio Bortuzzo, biblista
Il corso si articola in 12 lezioni, a cadenza settimanale, di lunedì, dal 3 febbraio al 5 maggio. Il docente affronterà in ogni lezione un tema ovvero:
1 lezione: Natura dei salmi e diverse tipologie di problemi che sorgono nella lettura, nello studio e nella preghiera individuale e liturgica.
2 lezione: Problemi legati alla natura del testo e della sua trasmissione.
3 lezione: Problemi connessi all’interpretazione del linguaggio e dei simboli.
4 lezione: Problemi derivanti dalla diversità del “punto di vista” del lettore. Le due interpretazioni, ebraica e cristiana, si escludono? Si integrano? Aiutano o disorientano?
5 lezione: Alcuni nodi inerenti alla storia della composizione dei salmi.
6 lezione: Alcuni ostacoli di carattere “spirituale”.
7 lezione: Il Salterio è una raccolta di preghiere “per ogni occasione” o una “guida” nel cammino spirituale dei singoli credenti e di tutta la comunità credente?
8 lezione: Alcuni salmi fondamentali nell’interpretazione del mistero di Cristo, loro uso nel N.T.
9 lezione: Salmo 110.
10 lezione: Salmo 22.
11 lezione: Salmi 1 e 2.
12 lezione: Il percorso della conversione e della salvezza: Salmo 51.
In ogni incontro saranno letti e commentati alcuni salmi o parti significative degli stessi ad illustrazione dei temi trattati.
2) PIRKE AVOTH (DETTI DEI PADRI), docente rav. Ariel Haddad, rabbino capo di Ljubljana
Il corso si articola in 12 lezioni, a cadenza settimanale, di martedì, dal 4 febbraio al 6 maggio.
Il testo preso in esame, chiamato in ebraico “Pirkeh Avoth”, letteralmente “Capitoli dei Padri”, meglio noto con il nome “Massime dei Padri”, è uno dei più letti, discussi e commentati dello scibile ebraico. In esso vi sono contenuti detti, aforismi, massime, motti sapienziali in massima parte sintetici e spesso lapidari di natura esclusivamente etica e morale e non giuridica.
È facile vedere in questi capitoli una “filosofia di vita” ebraica, un distillato di saggezza antica che parla a tutte le epoche indicando all’uomo la strada maestra da percorrere per raggiungere la completezza nel suo rapporto con il divino e nel suo rapporto con gli altri esseri umani. La lettura e lo studio di queste massime costituisce il giusto strumento per filtrare la farina dalla crusca. In altre parole filtrare ciò che è fondamentale da ciò che è superfluo nella propria esistenza.
Il corso proposto comprende la lettura, il commento e la discussione di brani scelti del Pirkeh Avoth, le Massime dei Padri della tradizione ebraica.
3) COMMENTARI CLASSI DEL CORANO E ALCUNI TEMI CHIAVE TRATTATI NEL CORANO, docente Ahmad Ujcich, portavoce del Centro Culturale Islamico di Trieste e del Friuli Venezia Giulia)
Il corso verte sulla conoscenza dei commentari (tafsir) classici del Corano.
Il Corano è, per il musulmano, la parola di Dio espressa in lingua araba ed è il fondamento della conoscenza spirituale e della ritualità quotidiana.
Per leggere il Corano in maniera rituale e per comprendere ciò che esprime è necessario conoscere l’arabo, ma non è sufficiente la sola conoscenza della lingua, perché, mentre alcune espressioni sono di facile interpretazione, altre sono ellittiche, simboliche , sintetiche, metaforiche, rimandano a conoscenze non espresse in dettaglio nel testo. Inoltre è importante conoscere l’occasione che ha determinato la discesa dei versi coranici, in che periodo sono stato rivelati.
In sintesi è necessario ricorrere a dei commentari che ci aiutino a dare la giusta interpretazione ai versi coranici.
La scienza dell’interpretazione del Corano (taf-sir) ha avuto nell’Islam una storia lunga e tormentata. Le prime generazioni di Musulmani si trasmisero rispettosamente quelle tradizioni esegetiche che venivano fatte risalire al Profeta stesso, ai suoi compagni e ai seguaci di questi ultimi. Nessuno osava dare del Testo sacro un’interpretazione personale, e questo soprattutto per le esplicite riserve di Muhammad e dei suoi più fidi compagni, che più volte avevano severamente messo in guardia dall’interpretare il discorso divino con i fallaci strumenti dell’opinione umana. Tutto ciò impedì che nei primissimi secoli dell’Islam nascessero dei veri e propri commenti al Corano, mentre si andavano raccogliendo alcuni gruppi di tradizioni a sfondo esegetico, che godevano di maggiore o minore fama a seconda dell’attendibilità di cui venivano ritenute degne e soprattutto del nome del compagno dal quale erano state trasmesse. Fra i discepoli diretti del Profeta, quello che indubbiamente godette a tale riguardo della considerazione più alta fu Ibn ‘Abbas, soprannominato “l’interprete del Corano”(mufassir al-Qur’an), per il quale si dice che Muhammad in persona avesse chiesto a Dio la scienza ermeneutica.
Quando dunque nacquero i primi commentari organizzati al Corano, si trattò per lo più di raccolte di materiale tradizionale, in cui quello riferito ad Ibn ‘Abbas aveva parte preponderante, anche se non esclusiva. Il massimo esempio di questo tipo di interpretazioni basate sulla tradizione è rappresentato dal monumentale commentario di Tabari che praticamente raccolse e vagliò tutti i documenti disponibili, riportando nel suo testo anche le interpretazioni discordanti. Le correnti più razionaliste, al contrario, propugnarono in seguito un tipo di commento coranico maggiormente basato sull’opinione personale (tafsir bi’r-ra’y), ed in questo tipo di esegesi eccelsero soprattutto i teologi della scuola mu‘tazilita, fra i quali spicca Zamakhshari (XII secolo).
Grande fu inoltre la tradizione dei cosiddetti commenti “mistici”, quelli cioè redatti
da vari maestri del Sufismo, nei quali viene data una considerevole importanza all’interpretazione simbolica ed ai riferimenti interiori del Testo sacro; il primo ed uno dei più importanti (e sfortunatamente anche uno dei pochi a rimanere tuttora inediti) di questi commenti è quello di Sulami ( X secolo).
I vari orientamenti di interpretazione coranica si scontrarono spesso fra loro, talvolta l’uno negando all’altro il diritto stesso all’esistenza. In altri casi, invece, un atteggiamento più conciliante portò ad un’esegesi che utilizzava al tempo stesso diverse modalità interpretative, senza esclusioni preconcette. I commenti dei Sufi, ad esempio, assai di frequente combinarono il materiale contenuto nelle tradizioni con un approccio più intimo e personale alla Parola divina.
Nei secoli si è formata una vera e propria scienza dell’interpretazione del Corano che ha individuato una serie di principi gerarchicamente ordinati cui fare riferimento nello sforzo interpretativo.
Il primo riferimento per cercare l’interpretazione del significato dei versi coranici è lo stesso Corano: si trova la spiegazione del significato di un verso in altri versi che trattano dello stesso argomento.
La seconda fonte di conoscenza sono le parole che il profeta Muhammad ha detto per spiegare alcune parti del libro sacro, detti che sono raccolti in ampie collezioni scientificamente compilate (Hadith).
La terza fonte sono le spiegazioni riportate dai Compagni del Profeta, anche questa raccolte nei volumi degli hadith.
Al quarto posto abbiamo i detti dei seguaci venuti dopo i Compagni del Profeta.
Al quinto posto c’è la conoscenza approfondita della lingua araba e delle sue regole.
Infine viene usata la deduzione e la deliberazione (che non sono contraddette dai precedenti principi), delle persone qualificate e autorizzate formalmente dopo un regolare percorso di formazione.
Durante la rivelazione del Corano furono relativamente scarsi i commenti di spiegazione anche grazie alla presenza illuminante dello stesso Profeta e alla purezza spirituale dei suoi Compagni. Il compagno che ha riportato più commenti è senz’altro il giovane cugino del Profeta Ibn ‘Abbaas e al suo commentario hanno fatto riferimento tutti quelli che in seguito hanno trattato la materia. Altre fonti dell’esegesi sono stati i Compagni IbnMas’uud e UbbayIbnka’b.
Il primo grande tafsir, in 30 volumi, è quello di Muhammad ibnJabiir al Tabarii (m. 923), sintesi di tutto lo scibile esegetico tradizionale, imprescindibile testo di riferimento per tutti i commentatori seguenti.
Nei secoli si sono susseguiti commentari più o meno ampi, con caratteri ora maggiormente legalistici , ora maggiormente linguistico grammaticali, ora maggiormente storiografici, ora con interpretazioni di carattere metafisico a seconda della predisposizione dell’autore.
La produzione di tafsir è continuata fino ai nostri tempi con introduzione di considerazioni di carattere sociologico, scientifico e persino politico.
Nel corso di quest’anno il docente intende continuare a presentare l’interpretazione dei commentatori classici leggendo dai testi l’esegesi di alcuni capitoli del Corano e mettendo in evidenza la ricchezza di contenuti e la molteplicità dei livelli di comprensione.
Purtroppo non ci sono traduzioni italiane dei tafsir, perciò il docente utilizzerà traduzioni in inglese o francese la cui bibliografia verrà presentata durante gli incontri.
I corsi sono a numero programmato, la partecipazione comporta la presentazione della domanda di iscrizione con i moduli disponibili in segreteria.
Gli studenti universitari che frequentano i corsi possono beneficiare dei crediti formativi assegnati dalle Facoltà agli Enti convenzionati con l’Università di Trieste.
Chi vuole avere maggiori informazioni può telefonare allo 040.569205 oppure scrivere a centroveritas@gesuiti.it
Modulo iscrizione corsi: DOMANDA ISCRIZIONE CORSI
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Ricordo di p. Mario Vit S.I.
Padre Mario Vit, sacerdote gesuita, direttore del Centro Culturale Veritas di Trieste, è morto nella tarda serata del 17 dicembre. Alla fine di novembre gli era stata diagnosticata una grave forma di tumore.
Aveva festeggiato da poco il decimo anniversario del “nuovo” Centro Veritas, in una celebrazione molto ricca e partecipata, che aveva visto la presenza a Trieste del padre provinciale per l’Italia della Compagnia, padre Carlo Casalone.
Personalità ricca e complessa, il Padre Vit è stato un gesuita sulle frontiere delle problematiche culturali, religiose e sociali, sempre in ricerca, e nella ricerca aiuto a tante donne ed uomini. Giungono al Centro Veritas in queste ore centinaia di testimonianze commosse di confratelli ed amici e messaggi di cordoglio da parte delle autorità religiose e civili.
Giovedì 19 dicembre alle 20.30 si svolgerà una veglia di preghiera nella chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù in via del Ronco 12; sabato 21 alle 11 le esequie a Trieste, sempre presso la parrocchia del Sacro Cuore. Sarà possibile rivolgere l’estremo saluto a padre Mario presso il Cimitero di Sant’Anna, in via Costalunga, sabato 21 dicembre dalle 8 alle 9.30. Il feretro sarà quindi portato al Sacro Cuore, dove sarà esposto dalle 10.
A San Pietro al Natisone, le esequie saranno celebrate nella Chiesa parrocchiale il 22 dicembre alle 11. Con le Valli del Natisone padre Vit aveva un rapporto speciale, profondo, che lo metteva in sintonia con l’anima, la cultura, la religiosità delle genti del luogo. E proprio nelle Valli, nel cimitero di Calla, padre Mario Vit riposerà.
Mario Vit era nato a Portogruaro (Venezia) il 30 dicembre 1933 ed era entrato nella Compagnia a Lonigo il 21 novembre 1953. Nel 1955 era stato inviato a Gallarate per gli studi di filosofia, nel 1958 a Trieste per il magistero e nel 1961 a Chieri per la teologia. Qui venne ordinato presbitero, il 12 luglio 1964. Dopo un anno a Gorizia come ministro ed economo della comunità ed insegnante di religione nella scuola statale, nel 1966 venne inviato a Firenze per il Terz’anno di probazione; qui, durante l’alluvione, prestò servizio in soccorso della popolazione colpita dal disastro. Nel 1967 venne inviato a Palermo, per studiare psicologia presso l’Università statale: in questo periodo si spese per alleviare le sofferenze degli abitanti del Belice, dove il 14 gennaio 1968 si era verificato un disastroso terremoto.
Nel corso del 1968 Padre Vit fu destinato a Trento dove venne nominato Direttore del Centro universitario; qui completò gli studi di psicologia. Nel 1969 pronunciò gli Ultimi Voti.
Nel 1975 la destinazione è al Centro teologico di Torino dove studia Teologia pastorale, l’anno successivo a Grado (1976) quindi a Brischis di Pulfero nell’ottobre 1977 e nel 1978 a Gemona, per occuparsi dell’assistenza ai terremotati del Friuli.
Nel 1980-81 fu parroco della nascente parrocchia di S. Giuseppe Lavoratore a Ferrara. Nel 1981 Padre Vit venne inviato nuovamente a Gorizia, dove rimase per otto anni come operatore pastorale, aiuto direttore del “Centro Stella Matutina” e assistente dell’Associazione Scout Cattolici (Agesci).
Nel 1989 fu destinato a Padova dove rimase fino al 2002. La sua missione principale fu quella di collaboratore dell’”Osservatorio Socio-religioso del Triveneto”, cui affiancò quella di docente di religione nel Collegio Antonianum e di consigliere diocesano per l’ecumenismo (1996-2002). Nel 1993 fu nominato vicedirettore del Collegio e nel 1998 direttore.
Nel 2002 padre Mario Vit venne inviato a Trieste, ultima tappa della sua vita pastorale, dove fu nominato Direttore del Centro Culturale “Veritas”, istituto riconosciuto di interesse regionale dalla regione autonoma Friuli Venezia Giulia. Dal 2010 aveva ripreso l’impegno nell’”Osservatorio Socio-religioso del Triveneto”, come membro del comitato scientifico. Sotto la sua direzione il Centro si è caratterizzato per la capacità di incontrare e dialogare con uomini e donne in ricerca di approfondimento spirituale, all’interno della Chiesa ed anche al di fuori di essa, sia in ambito laico che in quello di confessioni diverse. Padre Mario Vit aveva coinvolto nelle attività culturali del Centro autorevoli esponenti della comunità ortodossa, sia serba che greca, di quella evangelica e valdese, dell’ebraismo, dell’islam e del buddismo. Intellettuale lucido e raffinato, con grandi capacità relazionali, Padre Vit è stato autore di numerosi studi sociologici pubblicati in volumi e riviste specializzate.
19 dicembre 2013
Veglia di preghiera per p. Mario Vit S.I.
Canto di inizio: Mia forza e mio canto è (p. 38)
Saluto del celebrante – introduzione
Orazione: MENTRE IL SILENZIO FASCIAVA LA TERRA
| Mentre il silenzio fasciava la terra |
e la notte era a metà del suo corso,
tu sei disceso, o Verbo di Dio,
in solitudine e più alto silenzio.
La creazione ti grida in silenzio,
la profezia da sempre ti annuncia,
ma il mistero ha ora una voce,
al tuo vagito il silenzio è più fondo. E pure noi facciamo silenzio,
più che parole il silenzio lo canti,
il cuore ascolti quest’unico Verbo
che ora parla con voce di uomo.
A te, Gesù, meraviglia del mondo,
Dio che vivi nel cuore dell’uomo,
Dio nascosto in carne mortale,
a te l’amore che canta in silenzio.
Momento di silenzio
Lettura (Is 42,1-7)
Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento. Così dice il Signore Dio, che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita e l’alito a quanti camminano su di essa: “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”.
Salmo Salmo 27
Rit., di Il Signore è mia luce e mia salvezza chi avrò paura
| - Il Signore è mia luce e mia salvezza, |
di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita,
di chi avrò timore? Rit.
- Quando mi assalgono i malvagi
per straziarmi la carne,
sono essi, avversari e nemici,
a inciampare e cadere. Rit.
- Se contro di me si accampa un esercito,
il mio cuore non teme;
se contro di me divampa la battaglia,
anche allora ho fiducia. Rit.
- Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario. Rit.
- Egli mi offre un luogo di rifugio
nel giorno della sventura.
Mi nasconde nel segreto della sua dimora,
mi solleva sulla rupe. Rit.
- E ora rialzo la testa
sui nemici che mi circondano;
immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza,
inni di gioia canterò al Signore. Rit.
- Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi. Rit.
- Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”;
il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo. Rit.
- Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.
Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato,
ma il Signore mi ha raccolto. Rit.
- Mostrami, Signore, la tua via,
guidami sul retto cammino,
a causa dei miei nemici. Rit.
- Non espormi alla brama dei miei avversari;
contro di me sono insorti falsi testimoni
che spirano violenza. Rit.
- Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte,
si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore. Rit.
Canto: Il Signore è la mia salvezza (p. 26)
Vangelo(per es Gv 3,1-8)
Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Gli disse Nicodemo: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”.
Momento di silenzio/Riflessione sul Vangelo di chi presiede
Canto: Il Signore è il mio Pastore (p. 26)
Lettura: Dalle Lettere di Hetty Hillesum, morta ad Auschwitz il 30 novembre 1943: Lettera a Johanna e Klaas Smelik e altri dal campo di Westerbork in Olanda – 3 luglio 1943.
Per p. Mario la Shoah era un luogo privilegiato di riflessione continua, quel buco nero nella storia dell’uomo lo interrogava continuamente e lo faceva soffrire assieme alle vittime.
« La miseria che regna qui è davvero indescrivibile. Nelle grandi baracche si vive come topi in una fogna. Si vedono languire molti bambini. Ma si vedono anche molti bambini sani. Una notte della settimana scorsa è transitato qui un convoglio di prigionieri. Visi diafani e pallidi come cera. Non ho mai visto tanta stanchezza e sfinimento su un volto. (…) Alla mattina presto sono stati ammassati in vagoni merci vuoti. Il loro treno è stato sigillato con tavole di legno…Poi tre giorni di viaggio a est…Mi chiedo quanti di loro arriveranno vivi. E i miei genitori si preparano a un viaggio simile… Poco tempo fa ho passeggiato un po’ con papà nel deserto sabbioso e polveroso, è infinitamente caro e ha una bella rassegnazione. Diceva con molta grazia e molta calma, quasi di sfuggita: “in fondo vorrei andare in Polonia il più presto possibile, così avrò finito prima e sarò morto in tre giorni, non ha più senso continuare questa esistenza disumana. E perché quel che tocca a migliaia di altri uomini non potrebbe toccare anche a me?” Più tardi abbiamo riso sul paesaggio intonato alla nostra situazione: a volte è proprio come un deserto, malgrado i fiori violetti dei lupini e delle corone e certi uccelli graziosi che somigliano a gabbiani. “Gli ebrei nel desertro: è un paesaggio che conosciamo bene”. (…)
Ma ho perso il filo. Volevo solo dire questo: la miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare – e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che vramo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire, ma non possiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima, ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch’io una piccola parolina.(…) La vita qui non consuma troppo le mie forze più profonde – fisicamente si va forse un po’ giù e spesso si è immensamente tristi, ma il nostro nucleo interiore diventa sempre più forte. Vorrei che fosse così anche per voi, per tutti i miei amici, è necessario, dobbiamo ancora condividere molte esperienze e molto lavoro tutti insieme. Perciò mi raccomando: rimanete al vostro posto di guardia se ne avete già uno dentro di voi, e per favore non rattristatevi né disperatevi per me, non c’è motivo.»
Silenzio
Testimonianze:
Caro Mario, quando la vita di un padre come te si consuma, la nostalgia (per un ritornare insieme nella memoria) della Terra Promessa, della storia condivisa, della passione per il popolo di Dio, è struggente. Vivo nell’attesa di ritrovarti, tuo confratello p. Stefano del Bove S.I.
Lo avevo incontrato un’ultima volta non più tardi di un mese fa… In questi anni avevo avuto modo di vederlo spesso e di apprezzare lo straordinario lavoro da lui promosso attraverso il Centro Veritas – una vera risorsa per la città di Trieste – come l’affettuosa amicizia e la stima di cui era circondato da suoi collaboratori e collaboratrici. Certo i suoi ultimi anni non sono stati vissuti nella solitudine che colpisce alle volte preti e religiosi sul finire della vita. Per quanto mi riguarda, il rapporto con lui, che datava dai tempi dell’università, era diventato qualcosa di più di una semplice collaborazione intellettuale. Ci mancherà. Mi mancherà. Alessandro Castegnaro
Si è spento padre Mario Vit. Mi pare impossibile. Provo dolore e tristezza per il distacco per quanto possa essere “necessario”. Mario. Uomo a cui devo molto. Uomo capace di valorizzare i talenti altrui e di mettere in connessione persone delle più diverse provenienze. Uomo del dialogo. Uomo di frontiera. Talvolta non compreso. Uomo che ha patito anche diverse amarezze. Uomo colto, ma che sapeva stare con i semplici. Grazie, Mario. Che tu sia nella pace, in compagnia di chi hai voluto bene. Manlio Rizzo
Mi giunge proprio ora la notizia della morte di padre Mario Vit. Che gran dolore che mi da! Lo avevo conosciuto in occasione della sua prima messa nella parrocchia dove anch’io l’anno dopo ho celebrato la mia prima messa. Mi aveva sempre colpito la sua apertura mentale, la sua libertà di opinione, la molteplicità dei suoi interessi, la passione per l’evangelizzazione in nuove forme e nuovi contesti. Mi aveva onorato anche l’anno scorso con l’invito al Centro Veritas a tenere un incontro sui nuovi desideri di spiritualità. Ed era stato molto gentile e fraterno nell’ospitalità. Conservo nel cuore un dolce ricordo della sua persona e della sua bontà. E lo raccomando al Signore, perché lo accolga nel suo regno di luce e di verità. Un fraterno saluto. P. Bruno Secondin ocarm.
Sono un padre gesuita che ha avuto il dono e l’onere di vivere per due anni accanto a padre Mario all’Antonianum di Padova. Tra tutti i gesuiti che ho avuto modo di conoscere in questi anni p. Vit mi ha insegnato delle cose senza saperlo, ma solo vivendo la sua semplice presenza, come testimonianza enigmatica ma sempre penetrante ed efficace, come il suo sguardo… La sua di testimonianza non veniva da lui mai cercata ma spesso evitata come esigenza puramente intellettuale, prima ancora di essere istanza morale, profilo alto di uomo il suo agire, sincero e schietto, diretto senza falsi perbenismi, provocatore nel bene, dal sorriso tagliente. Provocatore silenzioso, sacerdote pieno di se e di Dio, orgoglioso come Ignazio,universale nel suo sguardo al mondo, ebreo nel sangue, friulano nelle viscere, e così che sempre lo ho visto tra i giovani come tra i vecchi, nelle conferenze fiume come nelle improvvisate ed estemporanee visite nelle stanze del collegio, organizzatore di eventi de cuore e facilitatore di comprensione e cultura al Centro Veritas negli ultimi anni. Egli ha saputo essere, verso tutti, maestro di una attenzione assai spesso mal celata da un fare freddo, burbero ma solo in apparenza, in quanto portatore di parole vere, senza ipocrisia. Padre Vit è l’unico gesuita a cui ho potuto rivolgermi senza timore di essere giudicato. Un giorno negò l’esistenza di Dio per chi non avesse mai baciato una donna, o pianto pensando alla propria madre: da lì capi il suo amore per Dio. p. Francesco Germano, S.I.
Testimonianze spontanee
Padre nostro
Benedizione
Canto finale: Quando busserò (p. 45)
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OMELIA AL FUNERALE DEL P. MARIO VIT
“Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto”(455).
“Il gesuita pensa sempre, in continuazione, guardando l’orizzonte verso il quale deve andare, avendo Cristo al centro. Questa è la sua vera forza. E questo spinge la Compagnia ad essere in ricerca, creativa, generosa” (456).
“Questa Chiesa con la quale dobbiamo ‘sentire’ è la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate: Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità” (460).
“La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio –in qualche modo partecipi di questo buio – senza perdersi…Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le parte aperte –e a volte non siamo nemmeno questo –, cerchiamo pure di essere una chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se ne è andato o è indifferente…Ci vuole audacia, coraggio” (462).
“Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la Buona Notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita…Nella vita Dio accompagna le persone e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia” (463).
“Dio è reale se si manifesta nell’oggi…Dio sta da tutte le parti.. C’è infatti la tentazione di cercare Dio nel passato o nei futuribili. Dio è certamente nel passato, perché è nelle impronte che ha lasciato. Ed è anche nel futuro come promessa. Ma il Dio ‘concreto’, diciamo così, è oggi. Per questo le lamentele mai, mai ci aiutano a trovare Dio. Le lamentele di oggi su come va il mondo ‘barbaro’ finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa desideri di ordine inteso come pura conservazione, difesa. No: Dio va incontrato nell’oggi. Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi…Noi dobbiamo avviare processi…Dio è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove” (468).
Se dunque si tratta di un cammino che legge la storia, si possono anche commettere errori…”Sì, in questo cercare e trovare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Deve esserci. Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene…Se uno ha la risposta a tutte le domande, ecco che questa è la prova che Dio non è con lui….Le grandi guide del popolo di Dio, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare spazio al Signore, non alle nostre certezze; bisogna essere umili….Il rischio nel cercare e trovare Dio in tutte le cose è dunque la volontà…di dire con certezza umana e arroganza: Dio è qui. Troveremmo solo un dio a nostra misura. L’atteggiamento corretto è quello agostiniano: cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo sempre….La nostra vita non ci è data come un libretto d’opera in cui c’è tutto scritto, ma è andare, camminare, fare, cercare, vedere…Si deve entrare nell’avventura della ricerca dell’incontro e del lasciasi cercare e lasciarsi incontrare da Dio. Perché Dio sta prima…Dio lo si incontra camminando… E a questo punto qualcuno potrebbe dire che questo è relativismo. Sì, se è inteso male…No, se è inteso in senso biblico, per cui Dio è sempre una sorpresa e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell’incontro con Lui. Bisogna dunque discernere l’incontro. Per questo il discernimento èfondamentale. Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio…..Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona…Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine e di erbacce, c’è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio” (468-470).
Ricevendo i Padri e i collaboratori della Civiltà Cattolica il Papa aveva scandito una triade di altre caratteristiche importanti per il lavoro culturale dei gesuiti…: dialogo, discernimento, frontiera. E aveva insistito particolarmente sull’ultimo punto, citandomi Paolo VI, che in un famoso discorso aveva detto dei gesuiti: ”Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti”.
“Quando insisto sulla frontiera, in maniera particolare mi riferisco alla necessità per l’uomo che fa cultura di essere inserito nel contesto nel quale opera e sul quale riflette. C’è sempre in agguato il pericolo di vivere in un laboratorio. La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. Io temo i laboratori, perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci” (473-474).
“La comprensione dell’uomo muta con il tempo e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio. Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione. Ci sono norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato. La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata….Quando una espressione del pensiero non è valida? Quando il pensiero perde di vista l’umano o quando addirittura ha paura dell’umano” (475-476).
Al P. Vit, a quest’uomo che ha studiato psicologia ma non faceva lo psicologo, sociologia ma non faceva il sociologo di professione, perché il suo fine era quello che S. Ignazio aveva dato alla Compagnia e cioè di “aiutare le anime”, cioè la verità più profonda nell’uomo, attraverso una ricerca spesso tormentata ma instancabile, a quest’uomo chiediamo di intercedere presso l’Uomo per eccellenza, cioè Gesù di Nazaret, perché Egli, con il suo amore da cui nulla ci può separare (come ci diceva S. Paolo nella II lettura), ci aiuti a crescere in umanità su tutte le frontiere, per gli uomini in mezzo ai quali siamo mandati a vivere e ad amare. (Gian Giacomo Rotelli – socio del provinciale d’Italia)
NB: tra virgolette le parole del Papa; le cifre tra parentesi corrispondono alle pagine della rivista Civiltà Cattolica su cui compare l’intervista rilasciata dal Papa; tra due trattini due miei inserimenti; altro testo senza virgolette è del Direttore della Civiltà Cattolica; l’ultima lunga frase è mia.
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11/12/2013: Conferenza “Oltre la crisi dei sistemi educativi”
La conferenza programmata per il 12 marzo 2014 su: “Oltre la crisi dei sistemi educativi” con Elisabetta Madriz, pedagogista – Università di Trieste, è stata anticipata a mercoledì 11 dicembre 2013 alle ore 18.30.
“Da sempre l’umanità è impegnata nei processi educativi. Poiché gran parte del successo, anche biologico, della specie umana dipende non dal suo patrimonio genetico, ma dalla costruzione e trasmissione di un patrimonio culturale che le consente di adattarsi all’ambiente e di trasformalo a suo vantaggio. L’indeterminatezza, debolezza e dipendenza dei cuccioli d’uomo richiede di approntare cure per la loro protezione, ma anche per trasmettere loro l’insieme di conoscenze, valori, riti, miti, credenze, comportamenti e tecniche del gruppo umano al quale appartengono. Perciò ogni società si è sempre dotata di sistemi educativi per integrare al proprio interno i suoi nuovi membri. Un salto di qualità decisivo si ha però quando oltre al problema dell’integrazione ci si pone il problema di sviluppare le potenzialità dei nuovi arrivati. Allora non si guarderà più loro semplicemente come a soggetti da adattare al gruppo, ma anche per il contributo originale che ciascuno di essi, crescendo e maturando, potrà portare a beneficio di sé e degli altri. Una delle caratteristiche dei moderni sistemi educativi è l’acquisizione di tale consapevolezza e lo sforzo renderla operativa al proprio interno.
“Che vi sia oggi forse in Italia con più evidenza che altrove, una questione educativa non può certo essere negato. Ma bisognerebbe anche chiedersi … quale modello interpretativo operi nel senso comune… L’impressione è che i processi di trasmissione della cultura vi siano rappresentati come una sorta di clessidra, se la metafora può essere utile. In alto troviamo i valori delle generazioni adulte, in basso un vuoto che si appresta ad essere riempito da quegli stessi valori. Entro questo schema mentale i problemi nascono dal fatto che qualcosa si è guastato nel ristretto condotto attraverso cui i granelli di sabbia, e cioè i valori culturali, passano per giungere alle nuove generazioni. Lì ci sono degli ostacoli, dei freni, delle vischiosità, si è persa l’arte, la volontà, la convinzione, l’autorità, eccetera, e ciò comporta una carenza, nella parte bassa, che si esprime in varie forme: caos culturale, assenza di direttive per l’azione, relativismo eccetera.
Ma naturalmente dovremmo chiederci che cosa realmente vi sia nella parte alta della clessidra. Se anche là non vi sia disordine, scompiglio, relativismo e quant’altro. Perché, se così fosse, la faccenda sarebbe ovviamente più complessa. La questione non può evitare di porsi le domande “chi educa chi?”, “chi trasmette cosa?” (Castegnaro, Dal Piaz, Biemmi, Fuori dal recinto, Giovani, fede, chiesa: uno sguardo diverso, Àncora, 2013).
La lunga citazione, tratta da un libro recentemente presentato al Veritas, appare quanto mai opportuna per introdurre l’incontro di mercoledì 11 dicembre, “Oltre la crisi dei sistemi educativi”. Ne parleremo al Veritas (via Monte Cengio 2/1 a – Trieste) con Elisabetta Madriz, pedagogista e docente presso l’Università degli Studi di Trieste e l’Istituto di Scienze Religiose della Diocesi locale, che dalla scienza pedagogica è capace di estrarre cose antiche e nuove”. (Dario Grison)
Sintesi della conferenza a cura di Dario Grison
Si è svolta in anticipo la prevista conferenza del ciclo dei mercoledì dal titolo “Oltre crisi dei sistemi educativi”. Invece che nella prevista data del 12 marzo 2014 l’incontro si è tenuto l’11 dicembre dello scorso anno. Il tema era affidato alla competenza e all’energia di Elisabetta Madriz, pedagogista e docente presso l’Università degli Studi di Trieste e l’Istituto di Scienze Religiose della Diocesi locale.
La relatrice è partita dall’assunzione della proposta del Veritas di recuperare il significato etimologico del termine “crisi”, come scelta e decisione, per operare una riconversione in termini educativi della “fecondità” del tempo di crisi. Ha poi precisato chi e che cosa sono i sistemi educativi, individuandoli in tre categorie fondamentali: quelli formali (istituzioni riconosciute formalmente scolastiche), quelli non formali (attività educative organizzate, enti associazioni) ed infine quelli informali (famiglia, contesto sociale, mass media…).
Secondo un modello proposto da Frabboni negli anni ‘ 70, un sistema educativo integrato è perciò composto da un quadrilatero formativo, costituito da scuola, famiglia, enti locali, associazionismo, che si raccordano tra di loro avendo stipulato un patto pedagogico.
Tuttavia le politiche della scuola intraprese nell’ultimo ventennio hanno perseguito modelli efficientisti, affermano una scuola specchio della società, delle sue richieste, delle sue attese soprattutto di sviluppo e benessere economico e lavorativo, nella quale il senso della conoscenza risiede soprattutto nell’essere risorsa dell’economia, bene strumentale ad essa, perdendo la dimensione disinteressata, curiosa e contemplativa del sapere.
Si è sviluppata così una scuola tecnicista, tendente ad un pericoloso relativismo anche valoriale. Una scuola intesa come educatrice di consumatori e fruitori dei prodotti, anche del prodotto istruzione. Alla base si rileva anche un’idea di educazione, che presuppone una libertà assoluta dell’individuo di determinare in totale autonomia il proprio cammino, di rielaborare una propria identità, senza tener conto della sua “situazionalità” e finitezza, dei suoi presupposti storico culturali.
Accanto a ciò abbiamo assistito negli anni alla “pluralizzazione” della famiglia, con lo sviluppo di una “variegata modellistica delle situazioni di convivenza” (Pati, 2013), che ha aperto il problema di come supportare gli adulti nella loro funzione genitoriale. Ad esempio, una fragilità frequentemente riscontrata nelle nuove coppie, consiste nella volontà di prendere le distanze dai modelli educativi ricevuti, attuando modalità di intervento incoerenti, quali l’evitazione di ogni autorità perché percepita come negazione della libertà del soggetto in crescita.
Il trascendimento di queste impasse consiste nel recupero dell’idea di educazione quale percorso di realizzazione massimale della persona sulla base delle sue disposizioni (Dalle Fratte, 1986) in vista della sua formazione, intesa come tendenza all’acquisizione di forma propria singola, all’interno della dimensione comunitaria.
Per la scuola ciò si traduce nel compito di formare la coscienza della persona, recuperando il concetto di “verità” in educazione e proponendo il compito della conoscenza piuttosto che della costruzione della realtà. Va riscoperta la figura dell’insegnante come maestro che esercita auctoritas, nel senso autentico del termine per cui l’auctor è fonte di vita, capace di ascolto, responsabile nel rendere ragione delle sue decisioni.
Nella famiglia ad esempio va recuperata la nozione di disciplina, kantianamente intesa come una necessità in prospettiva educativa, poiché mira allo sviluppo dell’umanità degli educandi, ai quali occorre fare capire che essa è in funzione della loro libertà. La costrizione che le è propria è a loro beneficio; tende infatti a renderli autonomi, cioè a non «dipendere dalla tutela di alcuno».
Una parola antica quale “ordine” può allora tornare a risuonare come nuova. “Nell’adulto l’ordine si radica nella profondità della coscienza, mentre nel minore si apprende nell’infanzia per essere poi interiorizzato nell’adolescenza e nella giovinezza. Esso tende a manifestarsi anche all’esterno, in famiglia ad esempio, suscitando un’atmosfera che prediliga certe direttive a cui conformarsi, atte a governare la spontaneità mediante indicazioni con le quali ci si prepara ai compiti della vita adulta. L’ordine così concepito informa di sé anche gli ambienti di vita nei quali si vive ed esige che essi ne portino, anche esteriormente, il segno.” (N. Galli, Riscoperta delle regole e saggezza educativa, in La Famiglia, 2013)
Tutti gli adulti che esercitano un ruolo educativo (e si potrebbe dire che ogni adulto è un potenziale educatore delle nuove generazioni) devono essere responsabili della propria presenza e correre il rischio di esporsi valorialmente, proponendosi quale esempio, e non modello, ed evitando agnosticismi educativi.
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6 – 13 – 20 dicembre 2013: incontri di Lectio Divina di Avvento
LECTIO DI AVVENTO 2013: L’ATTESA
Ogni anno il Centro Veritas organizza un ciclo di lectio per accompagnare i tempi dell’Avvento e della Quaresima.
La lectio divina è un atto di lettura meditata e orante della Parola di Dio e indica l’applicazione quotidiana alla Sacra Scrittura per meditarla, pregarla e metterla in pratica. Essa prevede quattro momenti: lectio, meditatio, oratio e contemplatio.
Il primo momento è la lettura del passo biblico, accolto come presenza reale di Dio che viene ed entra in relazione con noi.
Il secondo momento è la meditazione: la lectio divina cerca il volto del Signore, attraverso l’approfondimento del senso della pagina biblica, ed è importante per rispettare il testo e non “falsificare”la Parola di Dio. Nella meditazione si fa emergere il messaggio centrale del testo, o comunque un suo aspetto che in quel momento di preghiera si rivela “parlante”, “ci dice qualcosa”.
Con la preghiera, la parola uscita da Dio ritorna a Dio in forma di ringraziamento, lode, supplica, intercessione: la lectio divina si apre cioè al “colloquio tra Dio e l’uomo” e diviene familiare. È lo Spirito che guida questo momento, ma a ispirare la preghiera è anchela Parola di Dio ascoltata.
Il quarto momento, infine, è quello della contemplazione che indica la progressiva conformazione dello sguardo dell’uomo a quello divino, il quotidiano allenamento ad assumere lo sguardo di Dio su di noi e sulla realtà, la purificazione dello sguardo del cuore che arriva a discernere la terra, il mondo e gli uomini come dimora di Dio.
In particolare, attraverso la proposta delle lectio, il Centro Veritas propone a partire dalla Parola di Dio un “approfondimento di fede” del tema che informa gli incontri culturali calenderizzati nei mercoledì di tutto l’anno.
La programmazione dell’anno 2013/2014 è significativamente raccolta nel titolo dell’itinerario proposto “Oltre la crisi”, nel quale si vuole porre particolare enfasi a quel “oltre”, che apre ad un’ulteriorità e non fissa sguardi, menti e cuori nella crisi.
Secondo una tradizione che vede affidare la riflessione sulla Parola a fratelli e sorelle delle varie tradizioni ed esperienze cristiane, a realtà religiose, a gruppi ecclesiali e impegnati nel campo del recupero e della promozione sociale e culturale, le lectio dell’anno in corso saranno animate in Avvento da alcune donne appartenenti a diversi istituti di vita consacrata, e in Quaresima da alcuni esponenti di centri di recupero del disagio sociale, operanti sull’intera Regione.
In particolare, le lectio di Avvento, metteranno al centro il tema dell’ATTESA, lasciandola illuminare dalla Parola che ci parla dell’“oltre” realizzatosi nel divino dell’Incarnazione, per vivere e fare nostri gli atteggiamenti cantati dal poeta francese Pierre Emmanuel: “Signore, insegnaci / a consumare l’attesa, / per trarne / l’alba che ci attende”.
In questa prospettiva, le meditazioni proposte approfondiranno l’“oltre” la crisi e la – apparente? – perdita di significato delle comunità relazionali, della vita religiosa e culturale, del servizio e della missione, realtà abitate dal Dio fatto uomo che ha posto la sua dimora in mezzo a noi, come ci ricorda la celebrazione del Natale.
Le lectio di Avvento si svolgeranno di venerdì, dalle 18.30 alle 19.30 circa, presso la sede del Veritas in via monte Cengio e saranno inserite nella preghiera del vespro, secondo il calendario riportato di seguito:
6 dicembre, ore 18.30 – 19.30: Oltre la crisi della comunità relazionale (Suore Francescane Elisabettine)
13 dicembre, ore 18.30 – 19.30: Oltre la crisi della vita religiosa e culturale (Ordo Virginum)
20 dicembre, ore 18.30 – 19.30: Oltre la crisi della missione (Suore della Provvidenza)
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Sintesi degli incontri di Lectio divina di Avvento a cura di Ilaria Arcidiacono stfe
Le settimane di Avvento sono state scandite anche quest’anno da un ciclo di lectio che ha voluto rileggere alla luce della Parola di Dio la crisi delle comunità relazionali, della vita religiosa e culturale, della missione apostolica.
Sullo sfondo una domanda: come coniugare il tema della crisi con l’atteggiamento dell’attesa e della speranza che caratterizzano l’Avvento. La chiave di lettura è stata ricercata nell’oltre che per noi cristiani si realizza nel divino dell’Incarnazione: viviamo l’attesa di qualcosa che già c’è e grazie al quale possiamo aprirci ad un’ulteriorità, non fissare sguardi e cuori nella crisi, ma affacciarci ad un’altra prospettiva, che è quella di un Dio che ha scelto di dimorare in mezzo a noi, di fare alleanza, di stringere relazioni.
La meditazione e la preghiera del primo incontro sono state ispirate dal capitolo 12 della Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi, che ha consentito di riconoscere come la diversità non porta alla crisi, ma anzi è la condizione stessa per esistere, garantendo l’unità nella molteplicità, perché il fine delle differenze è che l’unione che si realizza nella cura e custodia reciproche. Questo è possibile nella valorizzazione dell’altro, valorizzazione che passa anche attraverso l’accoglienza e il saper portare i limiti e le fragilità delle persone che abitano le comunità nelle quali interagiamo, di qualsiasi comunità si tratti (familiare, professionale, ecclesiale, lavorativa, associativa,…). Per fare questo è necessario anche porre la relazione sotto il segno della gratuità e della gratitudine, dare tempo e ascolto all’altro, vivere la comunità come luogo del per-dono. Senza dimenticare un’esperienza fondamentale: la vita comune può reggersi sul Dio che si è manifestato con Cristo. Il terzo è elemento vitale sia nell’immagine di Dio che nella forma della comunità e di ogni relazione. Senza il terzo, la relazione può cadere nella fusionalità, nella violenza, nella confusione. E obbligarci alla stasi della crisi. Il terzo, il Cristo, il Signore mio e dell’altro, è colui che può ordinare le relazioni all’interno di una comunità. E consente di andare oltre la crisi.
Per superare la crisi, è necessario, inoltre, essere veri: è Gesù stesso che ce lo consente, come ci rivela anche il suo incontro con la Samaritana, narrato nel capitolo 4 (vv.1-42) del vangelo di Giovanni, pregato nella seconda lectio. È nell’incontro profondo, intimo con il Signore che la donna riesce a riscoprire la sua identità e a dare una risposta alla sua ricerca e alla sua crisi religiosa e culturale: dire chi è Dio. È interessante considerare che da qualsiasi presupposto religioso parta il suo interlocutore, Dio aggancia ed entra in relazione e offre l’acqua viva. Allora, intorno a noi ci può essere la più grande crisi, ma se dentro di noi c’è l’acqua viva che zampilla, ci rimangono i margini per abbandonare la brocca, cioè le nostre preoccupazioni e la sterilità di certi crisi, per scoprire la verità di sé, degli altri e il volto di un Dio che è Padre.
L’itinerario delle lectio si è significativamente concluso con l’annunciazione a Maria (Lc 1, 26-38) in cui Maria è stata contemplata nel suo graduale passare dal dubbio di fronte al mistero che si è compiuto per lei alla piena e fiduciosa consegna al Dono che realizza ogni attesa. È in questa disponibilità che sembra radicarsi la possibilità di superare la crisi della missione e del servizio: rimasta sola dopo l’annuncio dell’angelo, Maria sceglie di partire e condividere con la cugina Elisabetta l’esperienza del sapersi visitate dalla misericordia e dalla predilezione di Dio, un’esperienza che non va tenuta per sé ma si traduce in gesti di servizio e riconoscimento negli altri della presenza del Signore, Dio con noi.
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4.12.2013: Conferenza “Oltre la crisi economico-finanziaria”
Mercoledì 4 dicembre 2013, alle ore 18.30 si svolgerà presso la sede del Centro Veritas, in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, il quinto incontro dei Mercoledì, dal titolo “Oltre la crisi economico-finanziaria”. A trattare il tema sarà Alice Pesiri, di Banca Etica.
In questi ultimi cinque anni il mondo della finanza è entrato in maniera massiccia sulle pagine dei giornali, sulle notizie della rete e nei talk-show mediatici; segno che è una dimensione che domina e influenza la vita quotidiana. Sembra che la finanza sia una realtà indomabile, autonoma, imprevedibile e temibile.
Dalla crisi dei mutui alla speculazione sui derivati, passando per lo spread e i downgrade a raffica, si ha la percezione che il cittadino possa fare ben poco. Al massimo un po’ di beneficenza.
E invece no! È possibile oggi agire in maniera intelligente e competente facendo in modo che la finanza segua delle regole etiche e sia a supporto della società e non viceversa. È possibile investire la propria liquidità presso enti che prestano denaro al fine di sviluppare progetti utili alla società e allo sviluppo di realtà emergenti.
Tutto questo e molto altro sarà oggetto dell’incontro di mercoledì prossimo, dove potremo inoltre interagire con Alice Pesiri e porle quelle domande che spesso non trovano così facile risposta.
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Sintesi della conferenza a cura di Francesco Crosilla
Si è svolto mercoledì 4 dicembre scorso l’incontro dal titolo “Oltre la crisi economico-finanziaria”, nell’ambito dei Mercoledì del Veritas. A presentare la tematica è stata invitata Alice Pesiri, di Banca Etica.
La relatrice ha voluto anzitutto delineare una breve introduzione alla finanza, per poi illustrare come si sia arrivati alla situazione attuale, a partire dalla crisi del 2008. Con queste premesse ha potuto mostrare come la crisi sia diventata pubblica per concludere con un’operazione volta a decolonizzare l’immaginario.
Nella sua parte introduttiva Pesiri ha voluto subito semplificare le idee spiegando che la finanza non è altro che l’insieme degli scambi di denaro: denaro che a sua volta è sia strumento di scambio che prodotto. Gli scambi di denaro vengono intermediati tramite singoli o tramite istituzioni finanziarie (banche, assicurazioni, fondi di investimento) che effettuano investimenti in azioni, obbligazioni, valute o titoli derivati. Tutto questo al fine di remunerare anche il denaro prestato loro dai clienti.
Ma come si arriva dalla crisi del 2008 alla situazione attuale? Il 15 settembre 2008 la banca Lehman Brothers presenta istanza di fallimento e il mondo si accorge dell’enorme buco creato dai mutui subprime cartolarizzati e fatti circolare in tutto il mondo; la prima stima parla di 4.000 miliardi di dollari. Questa situazione contingente diventa l’occasione per portare alla luce alcune distorsioni del mercato: la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia.
Ovvero al fatto che il valore di mercato delle transazioni finanziarie supera di molti ordini di grandezza il valore dei beni sottostanti effettivamente scambiati nel mondo. Ciò vale in particolare per il mercato delle valute, per i titoli derivati (tra cui vanno menzionati in particolare i CDS, Credit Default Swap, con i quali ci si assicura dal fallimento di una controparte), per il cosiddetto High Frequency Trading (la modalità per la quale le transazioni finanziarie vengono gestite direttamente da sistemi informatici che permettono frequenze altissime di operazioni) e per le vendite allo scoperto (vendita di un titolo che non si possiede direttamente, ma si prende a prestito).
Ma la crisi di Lehman Brothers, pur nascendo come una crisi del debito privato, diventa nel corso degli anni una questione di debito pubblico, perché gli Stati stanziano ampi programmi di salvataggio di proporzioni non lontane dal valore del loro PIL. Questa progressiva spesa da parte dei Paesi provoca un aumento del debito pubblico: per esempio nell’area Euro il rapporto debito/PIL passa dal 60% del 2008 al 75% del 2009. Un aumento del 15% nell’arco di un solo anno.
Queste scelte economico-politiche mettono in crisi gli Stati che sono costretti a intraprendere politiche di austerità e tagli alla spesa pubblica (oltre ad una tassazione più pesante). Questi fatti fanno riflettere su quanto la finanza influenzi le scelte politiche e sono questi stessi fatti ad aver aperto la strada alle molte critiche (giuste o sbagliate) ai governi tecnici che sono stati messi in piedi in alcuni Paesi europei. Alla finanza sregolata viene contestato di essere un elemento che riduce la democrazia nei Paesi che dei principi democratici hanno fatto la loro bandiera.
Che fare dunque? È possibile per il singolo cittadino operare in modo da rendere la finanza uno strumento utile e non meramente speculativo? Alice Pesiri si è soffermata su queste tematiche nella sua ultima parte, quella relativa alla decolonizzazione dell’immaginario; ovvero sullo sfatare alcuni miti. Per esempio quello del massimo profitto, dell’efficienza, dell’utilità dei tagli per la riduzione del debito pubblico.
Le proposte in gioco sono molte e differenziate: dalla tassazione sulle operazioni finanziarie che sarebbe un ostacolo agli effetti negativi dell’High Frequency Trading, alla separazione tra banche commerciali e banche d’affari. Altre soluzioni possibili sono il controllo dei flussi di capitali, la lotta all’evasione fiscale e ai paradisi fiscali, la diminuzione delle possibilità di uso della leva finanziaria e infine la finanza etica.
In particolare quest’ultima è un modo di concepire la finanza tenendo conto dell’impatto dell’attività finanziaria sull’ambiente e la società. Presta quindi attenzione alle condizioni non economiche delle attività finanziate e finanzia chi opera nei settori della cooperazione internazionale, dell’ambiente, delle energie rinnovabili, della cooperazione sociale e della cultura.
Cerca di mettere in pratica questa frase di Andrea Baranes, della fondazione culturale responsabilità etica: “Oggi la speculazione domina la finanza. La finanza controlla l’economia. L’economia determina le scelte politiche. La politica impatta sulla vita delle persone. Cambiare rotta è semplice: dobbiamo ribaltare l’attuale scala di valori e leggere al contrario la frase precedente”.
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