Sabato 12 aprile e domenica 13 aprile 2014: Ritiro pasquale
L’ultima tappa del cammino quaresimale sarà il ritiro pasquale guidato da Cristina Simonelli, coordinatrice delle teologhe italiane, docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano), che grazie alla sua esperienza professionale e sensibilità personale, che l’ha portata a condividere la sua vita anche a fianco di comunità emarginate e socialmente stigmatizzate quali i Rom, ci accompagnerà a guardare oltre le crisi che abitano le nostre vite personali e collettive. “Voce di silenzio. La crisi a partire dal ciclo di Elia” (1Re 17-21). Questo il titolo del ritiro che vivremo sabato 12 aprile dalle 16 alle 18 e domenica 13 aprile (Domenica delle Palme) dalle 10 alle 12, presso la sede del Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste.
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Articolo
Centro Culturale Veritas, sabato 12 aprile 2014
RITIRO PASQUALE GUIDATO DA CRISTINA SIMONELLI: VOCE DI SILENZIO.
LA CRISI A PARTIRE DAL CICLO DI ELIA
SABATO
Il ritiro Pasquale di quest’anno è stato guidato da Cristina Simonelli coordinatrice delle teologhe italiane, docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano), che condivide la sua vita anche a fianco di comunità emarginate e socialmente stigmatizzate quali i Rom. I testi prescelti per la riflessione sono stati tratti dal ciclo di Elia, contenuto nel primo libro dei Re.
Nella prima giornata la riflessione di Simonelli è stata concentrata soprattutto sulla dimensione sociale e relazionale della crisi, prendendo spunto dall’episodio della vigna di Nabot (1 Re 21,1-16), storia paradigmatica di sopraffazione dei potenti sui deboli, la cui ripresa patristica più famosa è stata quella di Ambrogio nel IV secolo (PL 14, 765-792 “La storia di Naboth”), e che rimane una parabola in grado di smascherare la violenza dei rapporti sociali ed economici in ogni tempo e sotto molteplici aspetti.
Simonelli si è soffermata in particolare sui processi di diffamazione e di stigmatizzazione che costruiscono le precomprensioni attraverso le quali la vittima viene designata. Così oggi ad esempio le diffamazioni attraverso i media, la stampa e la politica delle minoranze o dei diversi, sono gli strumenti con i quali si prelude a forme violente e coercitive di marginalizzazione e di esclusione.
L’uso delle parole quindi può portare a costruire nuovi bersagli polemici. È il caso recente del temine “gender” ad esempio che, nato nella metà del secolo scorso per distinguere la percezione di sé in quanto maschio o femmina dal sesso inteso come dimensione corporeo anatomica, oggi invece è spesso inteso come nuova forma di ideologia che considera del tutto arbitrario e convenzionale il rapporto tra la dimensione biologica del sesso e quella psicologica e culturale.
La storia di Nabot, attraverso la coppia Acab e Gezabele, ci consente anche una lettura critica dei rapporti di genere. Acab e Gezabele rappresentano una forma perversa di correlazione tra maschile e femminile, nella quale alla regressione di lui, corrisponde l’ambizione, l’arroganza e la prepotenza di lei. (Dario Grison)
DOMENICA
Domenica 13 aprile 2014, Cristina Simonelli ha affrontato la lettura ed il commento di 1 Re 19 partendo da un Elia impaurito che fa rimbalzare in primo piano la scena della crisi interiore dell’uomo. Di fronte alle grosse richieste che l’essere umano fa da sempre attraverso le sue categorie culturali e religiose che rinchiudono la vita in un continuo palleggio tra mio e tuo, forte debole, vincitore vinto, femminile maschile, la crisi spalanca le porte allo sfumato, al minoritario, al dettaglio. Suggestive le simbologie usate, da quelle numeriche (40 giorni e 40 notti che sovrappongono come in un lucido le esperienze del popolo ebraico, di Elia e di Gesù) a quelle naturali (per esempio la grotta che mette in parallelo il rifugio di Elia con quello trovato da Mosè sul Sinai durante la teofania di Esodo 33) dove il problema posto è la ricerca di Dio che si risolve non nelle roboanti azioni del vento e dei terremoti ma in una sottile voce di silenzio. Proprio questa incredibile modalità teofanica rende impossibile l’ascolto del sacro se si sovrappone la nostra voce alla sua, e questa strategia relazionale che Dio offre all’uomo lo deve fare attento a tutte le espressioni, ad ogni diversità.
Questa capacità di ascoltare le voci di silenzio attraverso le quali Dio ancora oggi parla sembra data in maniera trasversale a tutti gli schieramenti ideologici ed appartenenze religiose, a persone di tutte le età e culture che paiono essere più predisposte ad ascoltare queste assenze rivelanti. L’accidia, il demone di mezzogiorno, la cattiva tristezza, che non ci lascia sempre il tempo di attesa di quest’ascolto dell’altro o la sensibilità per coglierne la voce o la non voce, ci rende mal giudicanti, stizzosi, pronti alla strage, davanti ad un Dio invece che allarga le narici, come dice il testo biblico, inala l’aria per mantenere la pazienza e stare con l’ uomo.
Uno scorcio su Dio, quello del ciclo di Elia, in cui l’alternanza di massacri e struggenti gesti di tenerezza rimandano il lettore ai tanti nomi dell’ Eterno tra cui colpiscono più dei già conosciuti “misericordioso e pietoso” quelli di “utero, cuore largo, narici dilatate” restituzioni di un Dio mai escludente e perennemente colloquiante con le creature. (Anna Maria Rondini)