4/03/2015 – Conferenza: “Lavoro che cambia, lavoro che manca. L’identità lavorativa nel tempo della precarizzazione”
Mercoledì 4 marzo alle ore 18.30 conferenza presso il Centro Veritas (via Monte Cengio 2/1 a – Trieste) sulla discontinuità occupazionale: “Lavoro che cambia, lavoro che manca. L’identità lavorativa nel tempo della precarizzazione. “. Relatore Maurizio Ambrosini, sociologo dell’Università di Milano.
L’incontro con il sociologo Maurizio Ambrosini, professore ordinario di sociologia all’Università statale di Milano, ha l’obiettivo di approfondire i significati del lavoro e della mancanza di questo nei vissuti delle persone e nella società più in generale. Quali i soggetti più a rischio di inoccupabilità, quale futuro lavorativo è possibile per chi il lavoro l’ha perso a causa della crisi economica, delle cessazioni di attività e delle ristrutturazioni aziendali in atto; quale rapporto tra processi formativi e dinamiche professionali e lavorative; quali scenari sono prevedibili in relazione alle recenti scelte governative. Sono questi i quesiti che ci si propone di affrontare nell’incontro con il professor Ambrosini.
Relazione dell’incontro
Come previsto dal programma de “I Mercoledì del Veritas”, il 4 marzo scorso il professor Maurizio Ambrosini, docente di sociologia all’Università statale di Milano, ha relazionato su un tema di grande attualità dal lato sociale soffermandosi sugli effetti della crisi economico-occupazionale sulla popolazione e in particolare affrontando i vissuti delle persone che hanno perso il lavoro.
L’esperienza della perdita del lavoro e della difficoltà di ritrovarlo é l’aspetto più drammatico della lunga recessione in cui il nostro Paese ancora versa, eppure, ha sottolineato il relatore, si sa poco di come vivono i disoccupati e delle modalità con cui fronteggiano la propria situazione di deprivazione. La recessione ha colpito lavoratori di vari livelli e la diversa dotazione di risorse personali e sociali discrimina profondamente la popolazione dei disoccupati.
Un tentativo di risposta a questi quesiti è ricavabile dai risultati di una recente ricerca effettuata in area lombarda e condotta da un gruppo di ricercatori coordinati dallo stesso Ambrosini, risultati che sono stati illustrati nel corso della conferenza.
I soggetti che avendo perso il lavoro risultano maggiormente coinvolti in situazioni di povertà e di grave difficoltà nel far quadrare il bilancio mensile sono persone con bassi titoli di studio, con figli a carico, divorziate, con età matura e comunque prive di una efficace rete parentale di aiuto; gli stranieri sono particolarmente coinvolti. Le situazioni personali e familiari vengono ad aggravarsi a fronte di mutui attivi, di debiti in corso, di bollette per utenze onerose.
In molti casi la disoccupazione non è un’esclusione permanente dal mercato del lavoro, ma un’accentuata difficoltà a rientrarvi in maniera sufficientemente stabile e duratura.
La popolazione disoccupata é formata spesso da figure miste, che vivono tra lavori precari, grigi, neri, e periodi di vera e propria mancanza di lavoro. Molti intervistati, ha sottolineato il relatore, hanno infatti sperimentato carriere lavorative segmentate, segnate da uscite e rientri nell’occupazione.
Componenti particolarmente svantaggiate nella perdita del lavoro risultano le donne e gli immigrati. Le prime in conseguenza dell’impedimento all’espressione dell’investimento identitario ed economico che da tempo ormai motiva l’accesso al lavoro di parte femminile, i secondi per la carenza di risorse di riserva, quando è presente l’obbligo morale ed economico di inviare rimesse ai congiunti in patria e comunque perché le reti di riferimento dei migranti in tempi di crisi si rivelano assai fragili. Il relatore ha evidenziato come gran parte degli immigrati avvicinati non abbiano espresso la scelta di tornare definitivamente nel paese di origine rappresentando tale opzione una sconfitta esistenziale difficilmente giustificabile in patria; la conseguenza è la ricerca di nuovi lavori pur precari e a molto bassa professionalità.
La ricerca di un nuovo lavoro ha visto maggiormente protagonisti i giovani istruiti e gli stranieri. Le maggiori risorse conoscitive a disposizione spiegano il maggiore attivismo nel
primo caso, ma é la necessità a spingere a moltiplicare le azioni di ricerca, arrivando addirittura ad annullare lo svantaggio derivante da minori livelli di istruzione nel secondo caso. Significativa è la scelta per molte donne e pure per parecchi maschi (immigrati e non) dopo momenti di formazione messi in campo da molte Regioni, di impegnarsi nell’ambito dei servizi sociosanitari, specie in quelli domiciliari.
I disoccupati, ha sottolineato il relatore, alla ricerca di un lavoro, si attivano in vario modo, spesso ricorrendo a diversi canali: di tipo informale (amici, parenti e conoscenti) o rivolgendosi direttamente al mercato (i soggetti più istruiti, mediante risposta a inserzioni o l’invio di curriculum alle aziende) o principalmente mediante il ricorso ai servizi per l’impiego. Sono gli stranieri e le persone più mature che si affidano principalmente alle reti informali con risultati però altalenanti.
L’attivazione per la ricerca di un lavoro non é comunque un processo lineare e gli esiti appaiono spesso deludenti, ed è per questo che risulta necessario, in molte situazioni, un accompagnamento adeguato da parte di appositi servizi, anche mediante interventi compensativi delle difficoltà e delle debolezze soggettive: questo rimanda a una più incisiva responsabilità e a un maggior impegno da parte delle risorse pubbliche investite dalla problematica. Specie verso i Centri per l’impiego i disoccupati maggiormente in difficoltà riversano grandi aspettative a trovare autonomamente un’occupazione.
Nella parte conclusiva dell’intervento il relatore ha sottolineato che solo un insieme di risposte tra loro coerenti può concretamente invertire una situazione che oggettivamente è lesiva di diritti personali e sociali fondamentali. Alcune di queste possibili risorse sono state elencate dal relatore: maggior investimento sul sistema dei servizi all’impiego, un’adeguata riforma degli ammortizzatori sociali che comprenda anche un miglior uso della cassa integrazione guadagni, maggiori investimenti formativi sui lavoratori in servizio e su quelli che il lavoro l’hanno perso, maggiore responsabilizzazione delle imprese intenzionate a rescindere i contratti dei dipendenti considerati in esubero e invece riconoscimento per gli operatori economici che realizzano con successo il ricollocamento di chi non lavora.
Da ultimo Ambrosini ha sottolineato come la recessione con la connessa disoccupazione ha determinato una massa di tempo disponibile per un gran numero di persone private di un ruolo sociale e di occasioni di socialità. A tale problema, ha suggerito il relatore, serve una coraggiosa immaginazione sociale che costruisca occasioni nuove di valorizzazione di risorse e professionalità che non debbono rimanere inattive; attività socialmente utili sul territorio, formazione di nuove competenze e di nuovi interessi sono esempi di iniziative che possono costruire o ricostruire legami sociali e favorire possibili ricollocazioni lavorative.
Molto intenso il dibattito successivo alla relazione che ha arricchito e ampliato molti dei temi oggetto della serata. (Carlo Beraldo)
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09/02/2015 – Prima lezione del corso: “Discontinuità teologiche nella Bibbia”
Lunedì 9 febbraio 2015, alle ore 18.30, prima lezione del corso: “Discontinuità teologiche nella Bibbia“, con il docente don Antonio Bortuzzo, biblista.
Il corso si articola in 12 lezioni, da febbraio a maggio 2015, a cadenza settimanale, di lunedì, dalle 18.30 alle 20.00, secondo il seguente calendario:
Febbraio 09 – 16 – 23
Marzo 02 – 09 – 16 – 23
Aprile 13 – 20 – 27
Maggio 04 – 11
Presentazione del corso
Negli incontri tratteremo i temi sotto elencati.Tenteremo di capire come le vicende della storia siano state lette ed interpretate dai nostri Padri, che le hanno raccontate e trasmesse alla luce della fede. Si farà riferimento ai dati della storia (antiche fonti extra bibliche, apporti dell’archeologia) e a molti esempi attinti dalla Bibbia, per capire come, nel mutare delle usanze, delle espressioni letterarie, delle lingue e delle teologie emerga, in tutta la sua affascinante complessità, il cammino – ancora incompiuto – della nostra fede come risposta a Dio che si è rivelato nella storia del popolo d’Israele e, infine, nel suo Figlio Gesù.
- 09/02/2015 L’esilio: fine dell’antica e annuncio della nuova alleanza. Mutamenti e fedeltà alla tradizione.
- 16/02/2015 Dal codice dell’alleanza al codice deuteronomico.
- 23/02/2015 Dal codice deuteronomico alla legge di santità: perché una nuova legge?
- 02/03/2015 Due storie d’Israele nell’unica Bibbia.
- 09/03/2015 La teologia dei profeti d’Israele.
- 16/03/2015 Rottura e continuità nell’insegnamento dei sapienti: dai Proverbi alla Sapienza di Salomone.
- 23/03/2015 Dall’ebraico al greco, attraverso l’aramaico: tre lingue e tre mondi nell’unica Bibbia.
- 13/04/2015 Paolo di Tarso: Rabbi d’Israele e Apostolo del Risorto.
- 20/04/2015 Il problema del culto e del sacerdozio nella vita della Chiesa.
- 27/04/2015 La novità del Cristo: “luce delle genti e gloria d’Israele”, nella teologia dell’opera lucana.
- 04/05/2015 Il Vangelo di Matteo e le sue citazioni di compimento.
- 11/05/2015 Legge, grazia e verità. Una nuova teologia per un’epoca di persecuzione. Giovanni e Apocalisse.
Antonio Bortuzzo
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05/02/2015- Prima lezione del corso: “Introduzione alla conoscenza degli scritti di tradizione rabbinica”
Giovedì 5 febbraio alle ore 18.30, prima lezione del corso: “Continuità e discontinuità tra tradizione orale e tradizione scritta. Introduzione alla conoscenza degli scritti di tradizione ebraica“, con il docente Davide Casali, musicista ed esperto di ebraismo.
Il corso si articola in 12 lezioni, da febbraio a maggio 2015, a cadenza settimanale, di giovedì, dalle 18.30 alle 20.00, secondo il seguente calendario:
Febbraio 05 – 12 – 19 – 26
Marzo 12 – 19 – 26
Aprile 16 – 30
Maggio 14 – 21
Presentazione del corso
Quest’anno il corso verrà diviso in due parti proprio per rispondere alle richieste di molti partecipanti ai corsi da me tenuti al Veritas negli anni precedenti, di approfondire alcuni argomenti inerenti alla musica ebraica.
Per questo motivo la prima parte del corso si pone l’obbiettivo di visionare da vicino alcuni testi fondamentali per l’ebraismo, tracciando un profilo storico degli stessi, discutendone insieme sui contenuti e sulle realtà storiche/politiche che hanno portato alla loro stesura.
La seconda parte del corso invece tratterà della musica ebraica in generale passando ovviamente per il Klezmer, la musica liturgica e facendo un’ampia carrellata di quella che viene definita musica Concentrazionaria “Degenerata” la musica scritta da ebrei e non ebrei che sono stati nei campi di concentramento o che sono dovuti scappare dall’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ampio spazio sarà dato ai corsisti, che sono invitati a porre domande e a chiedere approfondimenti e chiarimenti sugli argomenti che di volta in volta verranno trattati. (Davide Casali)
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4/02/2015 – Conferenza: “Di nuovo nomadi?”
Mercoledì 4 febbraio, alle ore 18.30 conferenza: “Di nuovo nomadi? La discontinuità associativa”, con Gabriella Burba, sociologa e Anna Maria Rondini, docente di antropologia e insegnante di religione.
“Nella modernità liquida, caratterizzata da innovazione continua, instabilità, insicurezza e competizione individualistica, anche le associazioni manifestano evidenti segnali di discontinuità rispetto a un passato recente, discontinuità che può essere letta tramite due criteri complementari:
- cambiamento delle forme e modalità associative, con ricadute anche sulla disciplina giuridica
- cambiamento della partecipazione associativa con appartenenze plurime, parziali e spesso precarie (nomadismo associativo).Secondo Pierpaolo Donati: “Associarsi diventa un’arte o una tecnologia delle possibili combinazioni, una forma della comunicazione libera da presupposti… Il codice simbolico emergente dell’associazionismo non è più quello della ‘rappresentanza’ (come nel corporativismo medievale o nelle forme a esso ispirate), e neppure quello della ‘partecipazione’, che ha a lungo incarnato il senso dell’associazionismo nella modernità. Nelle società cosiddette postmoderne, a elevata complessità, le associazioni seguono un nuovo codice simbolico: quello della produzione o costruzione sociale di nuove autonomie sociali.”I sintomi del cambiamento nelle forme di partecipazione erano già stati individuati negli anni ’80, quando p. Mario Vit scriveva, a proposito dell’associazionismo cattolico, “…caratteristica preminente di questo periodo viene senz’altro considerata la tendenza alla privatizzazione, che emerge come risposta alla crisi della dimensione collettiva e dell’associazionismo istituzionale. Venuta meno la forza dei gruppi di opposizione, esaurita la carica innovativa della contestazione, si punta alla riscoperta del piccolo gruppo, della relazione personale, rivalutando istanze della soggettività prima neglette, quali la spontaneità, la gratuità, la creatività…”Giancarlo Milanesi, analizzando le caratteristiche dei giovani nella società complessa, metteva in evidenza la perdita di obiettivi comuni, le appartenenze plurime “a identificazione ridotta o parziale”, la non definitività delle scelte associative.
Valutazioni molto simili emergono negli studi successivi, dai Rapporti Iard agli atti di convegni Caritas in cui si cita il neologismo vogliantariato: “Faccio volontariato quando voglio”.
Ulteriori elementi di discontinuità derivano oggi dall’evoluzione verso forme di partecipazione virtuale tramite i social network: nel sito “nomadi digitali” si propone Un Nuovo Tipo di Uomo e di Lavoratore, Indipendente, Mobile, in Giro per il Mondo, Costantemente Connesso alla Rete.
La pubblicazione ISTAT 2014 sulle relazioni sociali fa supporre che la crisi economica abbia influito negativamente sulla disponibilità a offrire gratuitamente il proprio tempo all’interno delle associazioni: “Nel 2013, il 22,5% della popolazione ha svolto attività di partecipazione sociale (escluso il volontariato). Si tratta soprattutto di partecipazione in associazioni di tipo ricreativo, sportivo, culturale e civico; l’associazionismo politico, invece, presenta una partecipazione bassa in tutte le ripartizioni. Dopo il picco registrato nel 2010 (26,9%), gli ultimi 3 anni sono stati caratterizzati da una riduzione costante del coinvolgimento della popolazione in attività di partecipazione sociale di tipo organizzato. Si arresta, inoltre, la leggera crescita del volontariato registrata tra il 2005 e il 2012. Nel 2013, infatti, la percentuale di popolazione che dichiara di aver svolto attività gratuita per associazioni o gruppi di volontariato è pari al 9,4%, ed è stabile rispetto al 2012.”
Renato Frisanco, responsabile del settore studi e ricerche della Fivol ha rilevato i rischi di istituzionalizzazione e professionalizzazione, con confini sempre più incerti fra volontariato e impresa sociale. Non a caso in un Codice di autoregolamentazione fra associazioni di promozione sociale si stabilisce “l’impegno a valorizzare lo strumento associativo nel migliore dei modi, chiarendo nettamente i criteri a cui le rispettive basi associative dovranno attenersi per il rispetto delle normative e per marcare la differenza con le altre attività commerciali, evitando in tutti i modi episodi di concorrenza sleale o fenomeni di ‘nomadismo associativo’, ovvero, impedendo a chi non rispetta le regole di passare da una associazione all’altra, magari meno rigorosa nel concedere l’affiliazione.”
La discontinuità, intesa come cambiamento, non va letta ovviamente soltanto in modo negativo. Come tutti i fenomeni sociali, è piuttosto ambivalente, presentando contemporaneamente opportunità e rischi. Si tratta allora di trovare un equilibrio fra innovazione e conservazione, fra appartenenze plurime e identità, fra coerenza e flessibilità, fra passato e futuro, riscoprendo, come affermano le ACLI, “la generatività, momento di discontinuità nella continuità… perché la generatività, non agendo su ciò che già è ma su quello che potenzialmente sarà, ricostruisce quotidianamente le condizioni della fiducia e della fraternità.” (Gabriella Burba)
Articolo
Mercoledì 4 febbraio la sociologa Gabriella Burba e la docente di antropologia Annamaria Rondini hanno affrontato al Veritas il tema della discontinuità associativa.
Gabriella Burba ha ricordato che dal punto di vista sociologico l’associazionismo persegue benessere sociale e sviluppa beni relazionali, soprattutto all’interno dell’odierno sistema di welfare mix.
La discontinuità associativa si può leggere in due modi diversi e complementari. Dal punto di vista delle organizzazioni, essa costituisce il cambiamento cui le organizzazioni vanno soggette nel tempo. Invece dal punto di vista dei soggetti, si registra la possibilità di appartenenze diverse, discontinue e precarie. Questi cambiamenti si inquadrano in un contesto più generale del contesto sociale, che è stato descritto da Baumann con i termini di “società liquida” e globalizzazione, caratterizzato dalla perdita del centro e da innovazione continua, da comportamenti di competizione, piuttosto che di solidarietà.
Il cambiamento dei modelli associativi è stato invece analizzato da Donati contrapponendo l’acquisività all’ascrittività dei ruoli sociali. È caratteristica della modernità la possibilità di acquisire sempre nuove identità sociali, mentre nelle società tradizionali gli stati di vita erano prestabiliti dalle appartenenze di classe, di casta o di corporazione.
Un’altra caratteristica del nuovo associazionismo, sempre secondo Donati, è una vocazione più particolarista che universalista. Le associazioni si propongono sempre più scopi e target specifici e mirati e sempre meno hanno di vista la promozione complessiva del bene sociale.
Così anche la relazione associativa rischia di essere, come molte relazioni postmoderne, una relazione volta unicamente alla soddisfazione di un desiderio. Una volta soddisfatto il desiderio si interrompe anche la relazione, per cercarne di più soddisfacenti.
Ciò determina spesso un approccio piuttosto strumentale: sorgono associazioni più orientate ai bisogni del sé, piuttosto che ai bisogni della società. Infine, certamente pesa anche che oggi la parola d’ordine dell’identità sia flessibilità, non più, come un tempo, coerenza.
Quindi l’associazionismo non è più il luogo della rappresentanza, non quello della partecipazione ma il luogo della costruzione delle nuove autonomie sociali, al posto del progressivo venir meno delle reti spontanee e naturali dei rapporti di vicinato, familiari.
Dal ricco excursus svolto da Gabriella Burba emerge come tra una totale continuità, chiusa e opprimente, e una totale discontinuità, liquida ed evanescente, dei rapporti associativi è difficile trovare un equilibrio. Certamente un criterio di discernimento può essere individuato nella generatività, che cerca di produrre continuità nella discontinuità. Oggi abbiamo sempre più bisogno di rapporti associativi generativi, capaci cioè di rigenerare legami positivi tra le persone e tra le persone e il loro ambiente di vita.
Anna Maria Rondini ha proposto invece un percorso antropologico attraverso cinque immagini, che possono guidarci all’interno della comprensione del nomadismo contemporaneo, dovuto alla repulsione della postmodernità nei confronti dei ruoli e degli spazi prefissati.
La prima immagine di mobilità proposta è quella del marinaio, che ha la caratteristica di aver bisogno di tracciare una rotta e dei compagni di viaggio, per muoversi nella complessità e nella liquidità del mare.
La seconda è stata quella del turista, che è un viaggiatore che cerca di uscire dalla normalità quotidiana e di immergersi nella diversità. Però ricerca un estraneo addomesticato, non destrutturante e rischioso. Il movimento è quello del consumo e della simulazione, piuttosto che della scoperta e della sorpresa.
Un altro viaggiatore suggestivo è il vagabondo, che ha delle caratteristiche che lo rendono inquietante: è ozioso, non produttivo, non è prevedibile nei suoi movimenti, è sempre estraneo e privo di responsabilità verso terzi. C’è da chiedersi se, nella repulsione postmoderna per la stanzialità, non sia questa la figura che meglio descrive la condizione della maggioranza delle persone.
La quarta figura analizzata da Rondini è stata quella del pellegrino, che è segnato all’interno della sua identità dalla distanza e dalla trascendenza, perché il suo viaggio è sempre metafora di qualcos’altro, che orienta il suo cammino e i suoi passi frammentari. È la meta che dà forma al suo viaggio, che trasforma il passo contingente di ogni giorno, rendendolo un destino dotato di senso e un percorso leggibile.
Infine l’ultima figura è stata quella del nomade. Oggi il nomadismo è ritenuto una dimensione strutturale della natura umana. Esso non è mai assoluto, ma sempre regionale, legato ad una economia di migrazione, all’interno di un percorso conosciuto. Le culture nomadi ci lanciano oggi dei segnali interessanti per leggere i nostri cambiamenti culturali, con il riemergere del matriarcato rispetto al patriarcato, delle culture orali rispetto a quelle scritte, della poligamia rispetto alla monogamia, del politeismo verso il monoteismo, dei confini rispetto allo sconfinamento.
I tre grossi elementi strutturali che accomunano queste cinque figure, sono il silenzio, come momento fondamentale di riflessione per ritrovare il senso della vita comune, il secondo è il deserto, quale ambiente affascinante, ma anche difficile e ostile, che spinge ad associarsi, il terzo è quello del camminare, perché diventare esseri umani che vivono bene assieme è un percorso, non un dato scontato. (Dario Grison)
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03/02/2015 – Prima lezione del corso su “La disputa dei maestri di Israele”
Martedì 3 febbraio, alle ore 18.30, prima lezione del corso: “La disputa dei maestri di Israele. Dialettica di continuità e discontinuità nei testi della tradizione rabbinica“. Docente Ariel Haddad, rabbino capo di Lubiana.
Il corso si articola in 12 lezioni, da febbraio a maggio 2015, a cadenza settimanale, di martedì, dalle 18.30 alle 20.00, secondo il seguente calendario:
Febbraio 03 – 10 – 17 – 24
Marzo 03 – 10 – 17 – 24
Aprile 14 – 21 – 28
Maggio 05
Presentazione del corso
“Si sente sempre molto parlare della pluralità di voci in seno all’ebraismo e, in linea generale, la si fa risalire alla famosa tradizione dialettica che sappiamo essere radicata nel Talmud; è talmente nota questa caratteristica che la si dà per scontata.
Lo scopo dell’argomento che si affronterà durante il semestre al Centro Veritas è quello di chiarire quanto ci sia di vero in questa opinione diffusa e soprattutto la sua genesi e la sua utilità. In molti ormai conoscono la contrapposizione tra i famosi Hillel e Shammai che viene spesso portata ad esempio di questa caratteristica. Si trattò di vera rivalità? In caso di risposta positiva, come si può pensare ad un vero antagonismo da parte di altissimi rappresentanti della spiritualità ebraica? Non avrebbero forse dovuto incoraggiare, anche con il loro atteggiamento reciproco un comportamento inneggiante all’unità?
Un’ ulteriore questione viene posta dal fatto che nell’ambito di una religione rivelata quale è l’Ebraismo, risulterebbe tutto sommato difficilmente collocabile una tendenza così marcata alla dialettica. Si cercherà così di scoprire quale è stato il vero significato delle idee di continuità e discontinuità nella storia del popolo di Israele.
Di questo e di altro si parlerà durante gli incontri settimanali cercando di spaziare dalle fonti più antiche alle interpretazioni contemporanee.” (Rav. Ariel Haddad)
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28/01/2015 – Conferenza: “La restituzione”
Mercoledì 28 gennaio 2015, alle ore 18.30 conferenza su: “La restituzione. La discontinuità delle generazioni”, con il relatore Francesco Stoppa, psicanalista (membro della Scuola di psicoanalisi del Campo lacaniano).
“Qualcosa si è interrotto nel rapporto tra le generazioni. Oggi gli anziani e gli adulti vogliono prolungare indefinitamente la loro illusione di perenne giovinezza e faticano a far spazio ai giovani. Pressato dalle esigenze dei conti pubblici, lo Stato stesso asseconda questa tendenza, posticipando quanto più possibile la quiescenza dei lavoratori. Gli adulti appaiono smarriti e incerti, incapaci di passare ai figli un’eredità di passioni, senso e valori capace di motivare l’esistenza e riavviare il ciclo della rigenerazione della vita.
Ma davvero tutti siamo rassegnati a questa sconfortante analisi? Ci sono movimenti, percorsi, magari poco visibili e marginali, che cercano di rivitalizzare il mondo e di ravviare i processi di restituzione dell’eredità ricevuta?
Ne parleremo mercoledì 28 gennaio alle ore 18.30 con Francesco Stoppa, psicanalista lacaniano, che lavora presso il Dipartimento di Salute Mentale di Pordenone, dove coordina il progetto di comunità “Genius Loci: prove di dialogo intergenerazionale” e autore nel 2011 per Feltrinelli del volume “La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni”, senza trascurare gli sviluppi più recenti del suo lavoro, che riguardano le modalità di riannodare relazioni vivificanti tra istituzioni e comunità.” (Dario Grison)
Articolo sull’incontro
Mercoledì 28 gennaio si è svolto l’incontro “La restituzione. La discontinuità delle generazioni”, con Francesco Stoppa, psicanalista (membro della Scuola di psicoanalisi del Campo lacaniano), che lavora presso il Dipartimento di Salute Mentale di Pordenone, dove coordina il progetto di comunità “Genius Loci: prove di dialogo intergenerazionale”. Stoppa è autore nel 2011 per Feltrinelli del volume “La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni”.
Stoppa ha esordito definendo l’oggetto del passaggio di consegne tra generazioni, che non è niente di meno che la civiltà stessa, l’umanizzazione del mondo. Tale valore tuttavia, se vuol essere un lievito, deve restare vivo. Quindi nella trasmissione bisogna prevedere momenti di crisi; è proprio nella messa in discussione che si trova la linfa vitale.
Uno dei difetti dell’organizzazione umana è la cronicità del suo funzionamento, che porta ad una devitalizzazione dei rapporti. La discontinuità generazionale è dunque necessaria per rileggere le cose imparate e dar loro un timbro nuovo. C’è però una componente di rischio in questo processo dialettico; un’incognita che si esita ad affrontare.
La nostra epoca difatti è molto particolare: nessuno vuol dichiararsi vecchio. E dato che la gioventù è irrinunciabile, le differenze intergenerazionali sfumano. I giovani invece, da che mondo è mondo, sloggiano i vecchi, che da parte loro consegnano il testimone. La discontinuità è garanzia che la continuità non sia mortifera.
Oggi invece – rimarca Francesco Stoppa – siamo molto deresponsabilizzati; la società globale, il sistema della finanza, le istituzioni sempre più lontane dal cittadino, fanno sì che ci si senta impotenti nel processo di edificazione dell’umanità. A noi è chiesto sostanzialmente di essere buoni consumatori. Invece occorre sempre chiedersi il senso della propria esistenza.
La generazione della contestazione ha prodotto una forte discontinuità, ha letto e riletto le esperienze del passato, le ha messe in crisi, rovesciate. Poi le ha riprese e rielaborate. Gli anni Settanta sono stati molto critici, molto difficili, hanno segnato una discontinuità netta nei rapporti tra generazioni ed anche tra i sessi. Oggi, non è più così: c’è una tacita intesa tra “vecchi” e “giovani”: “non facciamoci del male”.
La discontinuità infatti ha sempre un prezzo da pagare; esiste una componente di rischio quando i giovani entrano a far parte del gioco. Nelle società del passato i riti di iniziazione costituivano degli argini a questa iniezione selvaggia di energie che metteva a dura prova la polis.
Il pregio ed il privilegio dell’adolescente è quello di saper dire un “no” energico all’esistente, all’eredità del passato. È il suo modo di riceverla: non passivamente ma attraverso una rivisitazione che può essere anche spietata.
Tale evento drammatico nel Vangelo è ben raccontato nella parabola del figliol prodigo. La storia, letta in chiave antropologica, mostra un padre che sa attraversare col figlio il momento critico del passaggio. È davvero “figlio” colui che lascia la certezza dell’eredità e torna a mani vuote; ma è lui il vero erede, laddove l’accettazione dell’eredità è una scelta. Bisogna aver detto di no per dire un sì convinto.
Qual è la vera restituzione? L’autentica contropartita non consiste in un passaggio materiale di beni in cui il figlio ri-dà qualcosa al padre come in un rapporto servo-padrone. L’incontro tra i due avviene a mani vuote. Ciò che si trasmette è il proprio essere, che a sua volta è una apertura al di là di sé. Il figlio, a sua volta, dovrà dare ad un terzo. Come avviene tra anelli di una catena. Il passaggio dunque è rivolto verso il futuro.
Questo avviene su un terreno accidentato, spesso fatto da reciproca incomprensione. Il genitore vuole conoscere il figlio; a volte, anche, pretende di sapere già di che stoffa è fatto. Il giovane ha invece bisogno di non scoprire tutto di sé; ha bisogno di celare qualcosa. Nel dono che ci si scambia c’è qualcosa di drammatico. Per un genitore si tratta di lasciare al figlio uno spazio, “al buio”, per far sì che il figlio riceva in termini creativi l’eredità che gli è data. Egli da parte sua riconsegnerà ad altri questo fuoco vivente, andando avanti. Non si tratta però di una trasmissione meramente biologica, ma della condivisione della stessa civiltà umana.
Il filosofo tedesco di origine ebrea Walter Benjamin (1892-1940) ha descritto il passaggio tra generazioni come un “appuntamento misterioso”, un momento che può arrivare anche quando i genitori non ci sono più. È quella rivelazione che fa dire al figlio “ecco cosa mi ha insegnato mio padre”.
Quello coi genitori è un rapporto dinamico, dura per sempre ed anche oltre la morte. Nell’appuntamento si celebra un patto che permette all’umanità di andare avanti. Da parte sua il genitore deve dichiarare la sua fiducia al figlio; questo dovrà a sua volta dare a lui l’onore delle armi; riconoscere che il padre ha rischiato per lui, che è rimasto al suo posto.
Il passaggio tra generazioni non dev’essere un evento confinato alla sfera familiare, ma un processo condiviso dalla comunità perché sia garantita la sua sopravvivenza. Il figlio deve diventare un cittadino. Tra famiglia e società c’è – o meglio c’era, come si dirà più avanti – la comunità, una entità intermedia, un serbatoio affettivo e di relazioni umane, un luogo sociale dove imparare ad essere responsabili gli uni degli altri.
La chiusura del figlio tra i genitori e le quattro mura crea giovani senza responsabilità. L’ossessione di proteggere i figli è una patologia dell’adulto di oggi, che non vuole invecchiare e quindi tiene il figlio sempre bambino, sostenuto anche da una società che non permette al giovane di andare a lavorare.
In qualche modo, per Stoppa, questo atteggiamento è comprensibile: la famiglia sente che al di fuori di lei non c’è più quel tessuto sociale ricco di valori ed affetti diffusi, dove il figlio possa muovere i primi passi nella responsabilità: la comunità del vicinato, del paese, della città.
No: al di là del portone di casa c’è subito il mercato, dove vige la legge del più scaltro. Il messaggio che i genitori avvertono dietro alla promessa del facile successo che sta in questa società basata sui commerci è quello del “si salvi chi può” .
Svanisce il senso di appartenenza, di partecipazione, di identità sociale: l’idea stessa di città è cambiata, si è perso il senso della città come luogo di incontro. Di fronte a questo squallido scenario i genitori di oggi tendono a pensare che il mondo finirà con loro. Il ragionamento della attuale generazione di padri è allora: “Se noi non siamo stati capaci di sconfiggere il capitalismo, allora neanche i nostri figli saranno in grado di prendersi cura del mondo”.
Questo tipo di ragionamento interessa ai nostri figli? Se glielo chiediamo non ce lo dicono. Allora cerchiamo di intuirlo.
Dai segnali che percepiamo, i giovani di oggi non hanno bisogno, come noi, di appoggiarsi a grandi visioni del mondo, a delle ideologie; non hanno bisogno di mettere la firma a tutte le conquiste; non sono così narcisisti come lo siamo stati noi. Si ingaggiano in reti relazionali più concrete ed intime, dove i legami sono autentici. Insomma a quanto pare hanno miglior fiuto di noi. E forse in questo modo sono maggiormente in grado di resistere alle sirene della retorica delle “magnifiche sorti e progressive” di uno sviluppo trainato dalla tecnologia e dalla finanza. (Tiziana Melloni)
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21/01/2015 – Presentazione del libro: “Nel sangue dell’agnello”
Mercoledì 21 gennaio 2015 alle ore 18.30: presentazione del libro “Nel sangue dell’agnello”. Continuità e discontinuità nella lettura simbolica cristiana. Rilettura del Battistero in fondo alla chiesa. Sono presenti don Paolo Iannaccone e Massimo Gnezda, curatori del libro.
“Non so se siete mai entrati nella chiesa di Santa Teresa a Trieste in via Manzoni.
Edificio degli anni 70 in cemento armato a taglio orizzontale e finestroni come si usava in quegli anni, incassata tra le case non sembra una chiesa e proprio per questo vien voglia di sbirciare all’interno. Accettando l’invito posto dalla curiosità appena varcata la soglia merita girare lo sguardo verso sinistra per fare un balzo spazio temporale e rimanere sospesi. Piccolo, tondo, lucido e riflettente, prezioso, raccolto, incastonato tra due diafane vetrate c’è non soltanto il battistero con il suo carico di bellezza mosaicata ma anche la riflessione pastorale di una chiesa che esprime l’accoglienza nel suo utero, l’accompagnamento verso gli altri sacramenti che conducono all’altare e al tabernacolo, la seduzione del rapporto di comunione che passa attraverso la contemplazione spalancata sul mistero.
Senza parole infatti si rimane davanti all’esplosione di tessere colorate ed all’agnello ritto che ti guarda da dietro un fonte battesimale panciuto che richiama il ventre di una donna gravida. Ed è proprio della vita e della morte, del senso del credere e dell’amore che parla il libro di don Paolo Iannaccone e Massimo Gnezda che a quattro mani hanno voluto mettere su carta un percorso lungo ed intrigante fatto di voglia di essere chiesa, di abbracciare attraverso la corporeità l’uomo che transita sul marciapiede di quella via del centro della nostra città, con l’architettura, i simboli, ma soprattutto il fascino della bellezza salvifica.
Si rimane ammaliati da quest’angolo mosaicato ma soprattutto nella difficoltà del togliere lo sguardo da quello dell’agnello si ha la sensazione di stare in apnea, si prova l’ esperienza che pretende il respiro a pieni polmoni , sintesi del gesto dell’immersione battesimale.
Impreziosito da foto a colori che descrivono la storia dell’opera il libretto edito dalla Cittadella d’Assisi ospita oltre alla prefazione dei due curatori anche le riflessioni di padre Alberto Maggi, di monsignor Giampaolo Crepaldi e di padre Marko Ivan Rupnik al quale si deve questa straordinaria produzione realizzata dal suo atelier del centro Aletti di Roma.
Sul retro della copertina si legge la sintesi di questo lavoro
“Questo battistero ci consente di immergerci nel mistero di Dio e del suo amore per l’umanità. Ci consente di scoprire attraverso il linguaggio simbolico dell’architettura e dell’ arte musiva il senso profondo della vita e della morte, il senso autentico delle relazioni vissute nell’amore e nella comunione “. (Anna Maria Rondini)
Articolo sull’incontro
C’è stata emozione durante la presentazione del libro sul battistero che dal 2011 può essere ammirato nella chiesa di S. Teresa di Via Manzoni a Trieste, con il suo straordinario carico musivo, non solo per l’assonanza e complementarietà degli interventi dei due curatori del testo, Massimo Gnezda e don Paolo Iannaccone, ma anche perché quel sangue e quell’agnello di cui il titolo narra toccano corde profonde legate alla ricerca del senso della vita e della morte, del male e del bisogno di salvezza, presenti in ognuno di noi. L’originalità dell’ evento può essere riconosciuta nel suo registro corporeo, nell’ elaborazione fisica, spaziale, simbolica e gestuale che il linguaggio liturgico esige.
I due interventi hanno posto proprio al centro del sentire e del vedere dei presenti gli spazi ed i tempi che oggi diamo al sacro, le precedenze e le attenzioni che gli rivolgiamo, che ci restituiscono problemi di qualità ed intensità dell’esperienza non legati solo al rischio di mutismo dei segni o linguaggi usati, per mancata conoscenza degli strumenti di decodificazione ma anche per crisi della dimensione del rapporto affettivo e profondo col divino. E se è vera l’affermazione di Joseph Sittler che “Il modo in cui il popolo cristiano celebra è esplicativo di ciò che crede” inoltrarsi nell’opera della chiesa di S. Teresa restituisce non solo quello che la comunità opera ma anche ciò che essa è, la maturità del popolo di Dio, la sua postura intima.
Nel tripudio d’oro e di luce che manda quasi in apnea, il rimando all’ acqua battesimale che porta da morte a vita è corporeo, così come la circolarità dello spazio vorticoso, ipnotico e vertiginoso. Ma è soprattutto nello sguardo dell’ agnello- Cristo che il l’opera esplode nel suo paradosso e trasmette ad ogni battezzato la sintesi dell’annuncio cristiano: l’incarnazione nella de-possessione, l’operare senza potere, la riconciliazione che esclude la vittoria sull’altro, la pienezza senza superiorità, il trionfo privo di aggressione, in una tenerezza senza fine. Come l’oro e il cerchio dei simboli, come il fonte a forma di pancia gravida, come l’agnello sacrificato e trafitto, ritto e vivo, espressione della carezza di Dio, sola bellezza che salverà anche noi, oltre al mondo intero. (Anna Maria Rondini)
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19/12/2014 – Quarta meditazione: Luca 1, 57-80 La nascita di Giovanni e il cantico di Zaccaria
Venerdì 19 dicembre, dalle 18.30 alle 19.30 quarta meditazione: Luca 1, 57-80 - La nascita di Giovanni e il cantico di Zaccaria, guidata dal pastore valdese Ruggero Marchetti.
Clicca qui per leggere la quarta meditazione: Luca 1, 57-80. Quarta meditazione Veritas. Avvento 2014
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12/12/2014 – Terza meditazione: Luca 1, 39-56 L’incontro di Maria con Elisabetta
Venerdì 12 dicembre, dalle 18.30 alle 19.30: Terza meditazione su: Luca 1, 39-56 -L’incontro di Maria con Elisabetta e il cantico di Maria, guidata dal pastore valdese Ruggero Marchetti.
Clicca qui per leggere lo scritto sulla seconda meditazione: Luca 1, 39-56. Terza meditazione Veritas. Avvento 2014
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10/12/2014 – Conferenza: “Fine delle ideologie e oscillazioni del consenso”
Nell’ambito del ciclo di incontri dedicati al tema della continuità e discontinuità vi ricordo la conferenza di mercoledì 10 dicembre, alle ore 18.30 presso il Centro Veritas (via Monte Cengio 2/1 a – Trieste) su: “Fine delle ideologie e oscillazioni del consenso. La discontinuità ideologica politica“. Interviene Umberto Curi, filosofo.
Nel febbraio 2014, intervenendo sul tema “Oltre la crisi della politica”, Umberto Curi, filosofo già noto ai frequentatori del Veritas, aveva messo in luce le contraddizioni insite nel concetto di democrazia, rintracciabili fin dalla sua nascita nel pensiero greco e sempre più presenti e laceranti nell’attuale scenario della globalizzazione.
Nell’impossibilità di dare risposte esaurienti, nel breve tempo a disposizione, alle molteplici questioni sollevate nel dibattito, il prof. Curi aveva dichiarato la sua disponibilità a ritornare al Veritas per approfondire l’argomento. La Commissione Culturale ha colto con gratitudine tale opportunità, chiedendogli di affrontare il tema della discontinuità ideologica politica, di cui il prof. Curi si è occupato in vari testi, evidenziando anzitutto i numerosi e diversi significati attribuiti al termine ideologia, fra le accezioni contrapposte di “falsa coscienza” e di “weltanschauung”.
Ora che le grandi ideologie, in cui “le scelte di carattere politico erano scelte in realtà religiose”, sembrano tramontate e la politica oscilla fra i due estremi della soluzione tecnica e della democrazia elettronica dei cittadini, Umberto Curi afferma: “Difficile essere ottimisti. Forse bisognerebbe avere il coraggio, con molto realismo e prudenza, di prevedere un’uscita dalla crisi andando oltre la forma democratica” .
Nello scenario post-ideologico, come rivelano le ultime tornate elettorali, le scelte dei cittadini evidenziano andamenti oscillanti e suscettibili di rapidi cambiamenti. Mentre i politici hanno nel loro DNA la ricerca del consenso ad ogni costo, secondo Curi: “Se non sembrasse un paradosso (ma, riflettendo bene, si scopre che un paradosso non è), si potrebbe giungere ad affermare che un indizio infallibile della buona condotta di chi abbia responsabilità di governo non è il consenso, ma il dissenso dei governati. Perché in questo caso risulterebbe evidente che si sono assunti determinati provvedimenti non per tutelare la propria poltrona, ma perché si è attenti a salvaguardare gli interessi veri della propria comunità.”
La relazione del prof. Curi certamente ci provocherà, suscitando interrogativi al di là degli stereotipi, dei luoghi comuni e anche dell’illusione che la politica possa essere una panacea per tutti i problemi.
Desumiamo dalla sua citazione di Marx (“Mi rifiuto di fornire ricette per le osterie dell’avvenire”) che l’obiettivo di Umberto Curi non sarà quello di proporci profezie sul futuro politico dell’Italia e del mondo, ma piuttosto di richiamarci alla lezione kantiana sull’esigenza di diventare “uno che pensa con la propria testa” senza delegare ad altri questa “fastidiosa occupazione”.
Articolo sull’incontro
Il prof. Umberto Curi ha iniziato il suo intervento con un sintetico riepilogo della trattazione, proposta nel febbraio del ciclo precedente, sulla crisi della democrazia, ricordando che la stessa nozione di democrazia era stata criticata fin dalla sua origine sia da Platone che da Aristotele. In tempi moderni persino Rousseau aveva ritenuto che la democrazia, intesa nella sua forma diretta di autogoverno dei cittadini, fosse possibile solo in realtà di piccole dimensioni. Marx aveva poi sottoposto il concetto di democrazia borghese, interessata alla sola forma senza sostanza, a una critica serrata.
Oggi assistiamo a una sorta di paradosso per cui tutti ritengono la democrazia superiore a ogni altra forma di governo, mentre le concrete realtà democratiche evidenziano defaillance interne, progressivamente crescenti dopo il 1989: il crollo del socialismo reale ha determinato una mancanza di alternative al sistema democratico, sottoponendolo a rischio di implosione.
Nell’ultimo ventennio, a partire dagli anni ’90, la crisi della democrazia occidentale, con particolare riguardo al nostro Paese, si è dimostrata sempre più grave, a causa di almeno tre contraddizioni interne:
- Da un lato, in modo coerente con il concetto stesso di democrazia, si è verificato un allargamento di soggetti individuali e collettivi nel processo di decisione politica; dall’altro, però, il modello di funzionamento economico, che ha determinato la vittoria dell’occidente sul comunismo, sempre più richiede competenze tecniche dei decisori, entrando in collisione con l’obiettivo di democrazia partecipata dei cittadini. I due corni del dilemma sono stati rappresentati nelle vicende politiche italiane recenti dall’alternativa fra governo dei tecnici privo di legittimazione democratica (emblematico il governo Monti) e il tentativo del M5S di rendere protagonisti i cittadini tramite la democrazia elettronica.
- Le forme politiche ereditate dal processo di costruzione dello Stato nazionale appaiono sempre più arcaiche rispetto a strutture tecno-economiche che hanno subito radicali trasformazioni nel mondo globalizzato. Il più gigantesco processo di ristrutturazione complessiva del sistema capitalistico, che noi avvertiamo nei suoi aspetti di crisi economico-finanziaria, si sta realizzando al di fuori di ogni decisione politica.
- I luoghi formali della democrazia hanno continuamente perso di importanza nelle concrete decisioni politiche: le scelte legislative sono effettuate dal potere esecutivo, che, a sua volta, ratifica decisioni maturate nei partiti politici di appartenenza.Dopo aver inquadrato i fattori che stanno alla base della crisi della democrazia, il prof. Curi ha analizzato l’emergenza degli attuali scandali politici italiani, evidenziandone le differenze con la stagione di tangentopoli e Mani pulite e criticando la diffusa tendenza a interpretare il problema con il paradigma berlingueriano della questione morale. Diversamente dalla corruzione emersa nei primi anni ’90, che coinvolgeva singole parti politiche, oggi ci troviamo di fronte a un sistema strutturalmente corrotto, nell’intreccio fra Pubblica Amministrazione, politica, mafia, imprese. Per quanto la dimensione morale non possa essere sottovalutata, confinare il fenomeno al campo dell’etica individuale è una via che sposta l’attenzione dal piano strutturale delle regole di funzionamento del sistema ai modelli di comportamento soggettivi. Servono invece interventi di modifica delle regole, con previa analisi dei modi in cui si crea l’intreccio perverso fra P.A., reclutamento della classe politica e malaffare.Il riferimento a Machiavelli (ma anche a Gramsci, che ne ha ripreso il concetto) e alla sua netta distinzione fra morale e politica è stato uno degli aspetti considerati più controversi nel successivo dibattito.
Quali soluzioni possibili di fronte a una situazione che rischia di indurci tutti a un rassegnato, per quanto indignato, pessimismo?
Anche in questo caso, con lo stile logico e consequenziale che lo caratterizza, il prof. Curi ha prospettato tre ipotesi, le prime due emergenti dalla “pancia” di una società spesso incline a confondere cause ed effetti e a reagire con minacce giustizialiste di breve durata, l’ultima invece l’unica, a suo avviso, in grado di dare una risposta globale e duratura:
- La reazione del “metterli tutti in galera e buttar via le chiavi”, diffusa in un’opinione pubblica sconcertata e alimentata da forze politiche che traggono consensi dal clima di paura e insicurezza, determina, com’è già successo, il grave rischio di un accrescimento smisurato del potere giudiziario, a danno degli altri poteri dello Stato, con una compromissione dello stesso principio su cui, fin da Montesquieu, si fonda lo Stato di diritto. La Magistratura non può essere chiamata a bonificare l’intero sistema politico.
- La proposta di cancellare tutte le grandi opere, oggetto inevitabile delle brame del malaffare e della corruzione politica, significherebbe la resa e il fallimento dello Stato.
- L’alternativa, proposta fin dal ’92 da gruppi minoritari, è quella di aprire una fase costituente, finalizzata a rifondare l’architettura dello Stato con un nuovo sistema di regole e controlli, ma la politica, nel suo insieme, non sembra ancora aver preso atto della fase preagonica del sistema istituzionale.Molte domande e osservazioni sono emerse nel dibattito conclusivo, tanto che il prof. Curi ha osservato sorridendo che si sarebbe reso necessario un ulteriore incontro: difficoltà di avviare una fase costituente con il personale politico attuale; crisi dei partiti incapaci di fare da cerniera fra istituzioni e società, ma necessari per il processo democratico; peculiarità della democrazia italiana che, diversamente da altri Paesi, non ha saputo rigenerarsi; aspetti antropologico-culturali del fenomeno italiano della corruzione, condivisa a tutti i livelli; sistema politico comunque peggiore della società che è chiamato a rappresentare; ruolo e rischi della tecnocrazia; complesso rapporto fra etica e politica. (Gabriella Burba)
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