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5/12/2014 – Seconda meditazione: Luca 1, 26-38 – L’annuncio a Maria

Venerdì 5 dicembre, dalle 18.30 alle 19.30: Seconda meditazione: Luca 1, 26-38 – L’annuncio a Maria, guidata dal pastore valdese Ruggero Marchetti.

Clicca qui per leggere lo scritto sulla seconda meditazione: Luca 1, 26-38. Seconda meditazione Veritas. Avvento 2014 

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3/12/2014 – Presentazione del libro: “Francesco tra i lupi”

Mercoledì 3 dicembre, alle ore 18.30, presso il Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, presentazione del libro di Marco Politi: “Francesco tra i lupi“. Sarà presente l’autore.

Dalla seconda di copertina del volume:

“Ha spezzato l’immagine di una Chiesa matrigna, ha rifiutato la pompa imperiale, non conosce barriere tra credenti e non credenti, nessun pontefice europeo ha vissuto come lui la miseria degli emarginati, è vicino alle angosce di uomini e donne di ogni credo. È immerso nella modernità, pratica la tenerezza e la compassione.

Ma in Vaticano crescono le resistenze ai suoi audaci programmi di rifondazione della Chiesa come la partecipazione dei vescovi al governo ecclesiale, l’inserimento di donne ai vertici decisionali, l’approccio nuovo ai divorziati e omosessuali.

Ripulire lo Ior e le finanze vaticane è una fatica immane. L’episcopato italiano è un problema per il papa argentino.

La rivoluzione è agli inizi: l’esito è incerto e il tempo non è molto.

Francesco tra i lupi è la storia, mai raccontata prima, delle sfide nascoste alla rivoluzione di Bergoglio e dell’opposizione al papa più popolare dei nostri tempi, con particolari inediti sulla sua elezione”.

Articolo sull’incontro

Mercoledì 3 dicembre è stato presentato al Veritas il libro Francesco tra i lupi, direttamente dall’autore, Marco Politi. Politi è un giornalista che più volte ha fatto visita al nostro Centro ed è un vaticanista di lunga carriera. 

Perché scrivere un libro su papa Francesco quando già molti altri hanno riempito le librerie di volumi su Bergoglio? Perché c’era l’urgenza di esporre un’analisi che mettesse in luce non tanto la figura carismatica del pontefice quanto il conseguente impulso riformatore che direttamente e indirettamente tocca un miliardo di persone. 

Ma questa riforma, secondo Politi, è arginata da un forte movimento di opposizione sia dentro il Vaticano che anche fuori. Il Papa è in minoranza anche perché finora ha cambiato molto poco in termini di nomine e strutture. 

Sta succedendo la stessa cosa che era successa con Giovanni XIII. La sua base elettorale è disorientata dai suoi modi. 

Gli elettori di Francesco infatti non volevano un italiano né un curiale. Ma cosa volevano? Pulizia negli affari finanziari, un papa pastorale e un papa che avesse maggiori rapporti con i vescovi.

Francesco è andato al di là. L’intervista con Scalfari ne è un esempio. Si tratta di un puro pretesto per dialogare con il mondo al di là dei contenuti e delle polemiche che erano seguite. 

Un altro aspetto è la creazione del Consiglio degli 8 cardinali. Innovatore è sicuramente il fatto che il Papa non sceglie persone esclusivamente che la pensano come lui. È una logica inclusiva. Tutti sono chiamati a partecipare collegialmente al governo della chiesa. Questa collegialità sinodale è uno dei leit-motiv del pontificato di Bergoglio.

A questo proposito trasforma radicalmente il sinodo. I sinodi, secondo la descrizione di Marco Politi, erano diventati dei simposi universitari. I vescovi dicevano la loro ma l’esortazione apostolica la faceva il Papa.Adesso i vescovi possono fare proposte singole. Viene interpellato anche il popolo (categoria cara a Bergoglio) al quale viene rivolto un sondaggio di domande.Naturalmente, siccome questa impostazione porta a un serio dibattito, la stessa si può rivelare un boomerang. L’ultimo sinodo è la prova di questo. C’è in atto un processo di delegittimazione da parte di molti giornalisti. Ma per il Papa è importante mantenere in modo questo processo. 

Un altro modo di opporsi all’impulso riformatore di Francesco è la passività. Applaudire il papa senza muovere un dito. Secondo Politi molti episcopati non si stanno impegnando per sostenere i temi di Papa Francesco. Per esempio, nessuna conferenza episcopale sta includendo le donne, oppure si percepisce una certa inerzia nella lotta agli abusi sessuali. Eppure fare pulizia non suscita terremoti, ma sana ferite e assicura giustizia. 

In prospettiva? Forse anche questo papa si dimetterà. La presenza di un papa emerito non è un fatto straordinario e diventerà sempre più normale. Il Papa deve essere operativo. Per abituarci a questo, Francesco invita Benedetto in occasioni pubbliche, proprio a mostrare ancora una volta la collegialità come cardine della vita della Chiesa. Questo papato a termine rende la situazione più difficile, perché può far crescere le pressioni di opposizione per spingere alle dimissioni. 

Infine Politi si è chiesto come maii movimenti laicali non scendano in campo per difendere il papa? Forse anche in questi ambienti laicali è necessario sviluppare un maggiore senso di corresponsabilità. Forse la sfida più grande che ha davanti Francesco. (Francesco Crosilla)

 

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28/11/2014 – Prima meditazione: Luca 1, 5-25

Venerdì 28 novembre, dalle 18.30 alle 19.30 prima meditazione: Luca 1, 5-25 - L’annuncio a Zaccaria, guidata dal pastore valdese Ruggero Marchetti.

Clicca qui per leggere lo scritto sulla prima meditazione: Luca 1, 5-25. Prima meditazione Veritas. Avvento 2014

Ruggero Marchetti

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28/11/2014 – Calendario Lectio di Avvento 2014

Gli incontri di Lectio di Avvento 2014 sono guidate dal pastore valdese Ruggero Marchetti secondo il seguente calendario:

venerdì 28 novembre. Prima meditazione: Luca 1, 5-25

venerdì 5 dicembre. Seconda meditazione: Luca 1, 26-38

venerdì 12 dicembre. Terza meditazione: Luca 1, 39-56

venerdì 19 dicembre. Quarta meditazione: Luca 1, 57-80

Le quattro meditazioni su Luca 1 si svolgono al Centro Veritas, in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, di venerdì, dalle 18.30 alle 19.30

 

Abbiamo intervistato il pastore Marchetti sulle motivazioni della scelta dei brani su cui farà la meditazione:  

  

    1. Perché questa scelta, forse un po’ scontata, del primo capitolo  “vangelo dell’infanzia” in Luca?          L’Avvento è il tempo dell’attesa e proprio il cosiddetto “vangelo dell’infanzia” in Luca è quello che forse più dell’omologo “vangelo dell’infanzia” di Matteo mette bene in evidenza la dimensione dell’attesa: basti pensare che in Luca 1,21, noi troviamo questa frase: “Il popolo intanto era in attesa”, che certo lì si riferisce all’attesa specifica di Zaccaria nel tempio, ma il cui significato possiamo benissimo allargare all’attesa della redenzione che si focalizzava nella figura del Messia; e che poi in 2,25,dopo il racconto della nascita di Gesù a Betlemme, del vecchio Simeone si dice che “aspettava la consolazione di Israele”. Chi aspetta, spera. E poiché oggi la speranza è la grande assente nelle nostre esistenze e nella nostra società, mi è sembrato importante riprendere in mano dei testi che traboccano di speranza.C’è però anche da dire che in queste pagine non mancano l’inatteso e la sorpresa dell’inatteso. Ho accennato a Zaccaria nel tempio. Se c’era un luogo deputato a vedere il compimento dell’attesa di Israele era proprio il tempio: il luogo per eccellenza della preghiera del popolo e della presenza di Dio. Ebbene, Luca ci dice che, “quando gli apparve un angelo del Signore, in piedi alla destra dell’altare dei profumi, Zaccaria li vide e fu turbato e preso da spavento”: l’apparizione dell’inviato del Signore proprio nel cuore del tempio suscita il terrore in un uomo pio e giusto come era Zaccaria!Questo significa che in realtà, siamo sempre impreparati e spiazzati davanti all’agire di Dio, o meglio, che Dio agisce in maniera da spiazzarci e così ci ricorda che non possiamo mai pensare di padroneggiarlo in alcun modo coi nostri riti e la nostra pietà.Di più, in maniera implicita ma chiara, qui c’è l’idea che il tempio è superato, che l’opera di salvezza che sta per avvenire andrà ben la di là dei suoi cortili e di tutto il suo apparato. Non è un caso se, subito dopo, l’angelo del Signore si recherà a Nazareth, da una piccola fanciulla di un’oscura cittadina della periferica Galilea: è lì, come e dove nessuno poteva neanche lontanamente immaginare che tutto avrà inizio. 
    2.             2.   C’è la storia dell’Avvento e ci sono i suoi protagonisti. Cos’è che la colpisce in                   queste prime figure del vangelo?       La loro semplicità, e forse – pensando alla società dell’epoca – la loro condizione di irrilevanza e addirittura di emarginazione. Zaccaria è uno dei tanti sacerdoti del tempio (non è certo di quelli che contavano, della cerchia del Sommo Sacerdote!), e sua moglie Elisabetta è una povera donna sterile, e per questo irrealizzata e infelice, e tutti e due sono anziani “avanti nei loro anni” (fra l’altro, se pensiamo a come il vangelo dell’infanzia si chiuda con le figure degli ancora più anziani Simeone e Anna, è bello vedere che Luca ci presenta i vecchi come quelli a cui è dato di cogliere, prima e più dei giovani, il “nuovo” che Dio ha iniziato a operare). Se poi continuiamo nella elencazione dei protagonisti della nostra vicenda, Maria è una povera piccola fanciulla dell’assoluta periferia della terra di Israele, e più precisamente di quella Nazareth da cui – si era convinti – “non poteva venire nulla di buono” (cfr Giovanni 1,46), e anche Giuseppe non è certo un personaggio particolarmente in vista… e pensiamo poi alla mangiatoia di Betlemme, pensiamo ai pastori, i primi che gli angeli chiamano ad andare dal bambino appena nato… Insomma anche nelle persone che chiama a preparare e a vivere direttamente l’evento della nascita del proprio figlio, il Signore si conferma il Dio che sta dalla parte dei poveri, degli umili. 
      1. C’è qualche altra cosa, qualche altro elemento del racconto di Luca che la colpisce?         Sì, la gioia che pervade questi testi dall’inizio alla fine e che si esprime soprattutto nelle preghiere che li caratterizzano e arricchiscono:  la benedizione di Elisabetta, il cantico di Maria, il cantico di Zaccaria. E poi verranno il canto degli angeli del Natale e il cantico di Simeone. Sono appunto, preghiere e sono però insieme e soprattutto dei canti di riconoscenza e gratitudine a Dio, espressioni semplici e sublimi di un’infinita gioia. Non a caso alcuni di questi testi sono diventati l’espressione della preghiera quotidiana di generazioni e generazioni di credenti.Oggi la preghiera è in crisi. Per me è in crisi perché ne abbiamo fatto soprattutto una preghiera quasi esclusivamente di richiesta, e anzi l’ultima risorsa nelle nostre crisi esistenziali. Riprendere in mano questi cantici pur così conosciuti, e riprenderli in mano reinseriti nel contesto del racconto evangelico, ci può forse aiutare a riscoprirli nella dimensione che è loro propria della gratuità: qui c’è solo la grazia sorprendente del Signore e la spontaneità di una risposta che vuole essere soltanto lode, e basta. Ma proprio perché è soltanto pura lode, si fa testimonianza, proclamazione delle grandi opere di Dio, della sua grande opera in Gesù.   
ott
29

19/11/2014 – Conferenza: “Quando la chiesa e la sinagoga si sono distinte?”

Mercoledì 19 novembre, alle ore 18.30 si terrà al Centro Veritas, in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, il terzo appuntamento dei Mercoledì. Nostro ospite sarà padre Cesare Geroldi, gesuita. Geroldi, biblista e con una lunga esperienza di vita in Terra Santa tratterà il tema La discontinuità giudaico-cristiana: quando la chiesa e la sinagoga si sono distinte?

Un percorso affascinante e non facile, nella ricerca di cosa distingue i giudei seguaci del rabbi Gesù di Nazareth dal resto del popolo di Israele. Una questione complessa (le prime generazioni di cristiani provenienti dal mondo giudaico si mantenevano fedeli alla loro tradizione religiosa di origine) che causò non poche incomprensioni, come succede sempre quando si delinea una nuova identità.

Con Cesare Geroldi cercheremo di approfondire questa dinamica continuo-discontinua, chiedendoci se si è trattato di una cesura netta, se si possa parlare di un giudaismo-cristiano o se forse non si possa parlare di continuità trasfigurata.

ARTICOLO

Il tema della discontinuità giudaico-cristiana si è sviluppato partendo dalla definizione di giudaismo che molto spesso viene considerato una categoria uniforme nella dottrina, nella prassi, nell’origine etnica. L’analisi di quelli che sono gli elementi che caratterizzano il giudaismo (quali l’etnia, l’osservanza del culto del tempio, la pratica della Torah, ed altri) propone una nuova prospettiva dove l’entità conosciuta come giudaismo consiste in una costruzione concettuale realizzata per tracciare frontiere tra pratiche e credenze diverse e connotare positivamente o negativamente gli insiemi di fenomeni delimitati come pure quelli esterni al giudaismo stesso. Il concetto astratto di giudaismo sottende una realtà multiforme e complessa caratterizzata da innumerevoli gruppi ebraici che vivono altrettanti diversi giudaismi. Gli elementi caratterizzanti il giudaismo vengono declinati da ogni gruppo ebraico in modo proprio creando diverse identità con la medesima radice. I giudaismi dell’epoca convivevano nella diversità mantenendo come elemento comune molto spesso la sola frequentazione del tempio.

Dopo l’evento catastrofico della distruzione del tempio di Gerusalemme avvenuta nell’anno 70 d.C. i diversi gruppi che appartenevano al mondo giudaico hanno dovuto ripensare la propria identità. Di questi resteranno due appartenenze principali: il giudaismo secondo la lettura rabbinica e il giudeocristianesimo. La molteplicità dei giudaismi, tra cui il giudeocristianesimo nelle sue varie forme, convivevano pacificamente nei primi secoli, quindi la nascita del cristianesimo, inteso nella ampia connotazione di “discepoli di Gesù”, è un processo lungo e complicato con ritmi e tempi diversi nelle diverse aree geografiche. Per comprendere questo processo caratterizzato dalla pluralità religiosa descritta, è in atto un imponente lavoro di analisi storico-critica delle fonti in nostro possesso relative ai diversi gruppi religiosi inscritti ognuno nella proprio epoca e orizzonte geografico.

In conclusione, la discontinuità giudaico-cristiana, intesa come scisma tra giudaismo e cristianesimo, si sviluppa in un cammino lento e lungo quattro secoli, e si concretizza solo con l’imperatore Costantino che sancisce il cristianesimo come religione di Stato. Arianna Ius

 

ott
29

5/11/2014 – Conferenza: “Il Concilio Vaticano II: letture contrastanti”

Nell’ambito del ciclo di incontri dedicati al tema della continuità e discontinuità vi ricordo la conferenza di mercoledì 5 novembre, alle ore 18.30 presso il Centro Veritas (via Monte Cengio 2/1 a – Trieste) su: “Il Concilio Vaticano II: letture contrastanti“. Interviene don Carlo Molari, teologo

Il tema continuità/discontinuità sarà declinato da don Carlo Molari rispetto all’evento fondamentale per la Chiesa che è stato il Concilio Vaticano II.

E’ noto come, rispetto al Concilio, si siamo formate due correnti interpretative, due ermeneutiche, che lo vogliono l’una all’insegna della continuità rispetto alla Tradizione; l’altra all’insegna di una discontinuità forte specie in relazione ad alcuni temi.

Già papa Paolo VI nel 1966, ad un anno dalla chiusura del Concilio, evidenziò due tendenze interpretative considerate errate: « E [...] sembra a Noi doversi evitare due possibili errori: primo quello di supporre che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo rappresenti una rottura con la tradizione dottrinale e disciplinare che lo precede, quasi ch’esso sia tale novità da doversi paragonare ad una sconvolgente scoperta,  [...] E altro errore, contrario alla fedeltà che dobbiamo al Concilio, sarebbe quello di disconoscere l’immensa ricchezza di insegnamenti e la provvidenziale fecondità rinnovatrice che dal Concilio stesso ci viene».

Don Carlo Molari, che avremo il piacere di avere di nuovo ospite del Centro Veritas, illustrerà anzitutto

1. come la discussione sulla discontinuità del Concilio rispetto alla tradizione abbia consentito lo sviluppo di altre nozioni fondamentali, quali: rivelazione, fede e dottrina, possibilità di formulazioni dogmatiche.

2. Tratterà poi di alcune riflessioni sui punti caldi della discussione sulla discontinuità conciliare: 2.1. ecumenismo 2.2. dialogo interreligioso 2.3. Libertà di coscienza.

3. Infine, come conclusione, tratterà del soggetto e delle condizioni della continuità nel cammino ecclesiale.

Don Carlo Molari, nato a Cesena nel 1928, diventato sacerdote nel 1952 e laureato in teologia dogmatica e in utroque iure nella Pontificia Università Lateranense, ha insegnato, fin dal 1955, teologia dogmatica nella medesima università e in seguito nella Facoltà teologica della Università Urbaniana di Propaganda Fide e nell’Istituto di scienze religiose dell’Università Gregoriana. Consigliere dell’Associazione Teologica Italiana, ne è stato segretario dal 1970 al 1978. È stato membro del comitato di consultazione della sezione dogma della rivista internazionale Concilium. È stato aiutante di studio della Congregazione per la dottrina della fede dal 1961 al 1968 e come tale ha lavorato alla segreteria della commissione dottrinale del Concilio Vaticano II. Per un sessennio è stato membro del Comitato di consultazione della sezione dogma della rivista internazionale Concilium. Svolge tuttora un’intensa attività pastorale.

I suoi interessi sono rivolti soprattutto alla ricerca di modelli teologici che rispondano alle necessità spirituali delle persone di oggi, all’incidenza della svolta linguistica della cultura sulla formulazione della dottrina della fede e ai rapporti tra teologia e scienza.

(estratto da http://www.oreundici.org/carlo_molari/carlo_molari_biografia.shtml)

ARTICOLO

Continuità e discontinuità sono due categorie formali di interpretazione di una determinata realtà. Ogni fatto, o insieme di fatti (come il Concilio che ha dato luogo a tante discussioni e a tanti documenti, spesso frutto di difficili mediazioni) può trovare interpretazione mediante uno dei due criteri o anche di entrambi, quando se ne vogliano cogliere i diversi aspetti. Sia che si tratti di fatti storico-sociali che di fatti biografici. Certo, l’interpretazione il più delle volte non è “innocente” e spesso chi ne sposa una sola lo fa per utilizzare quel determinato fatto, evento, per comprovare la propria visione del reale, per dimostrare un assunto che intende portare avanti. Così, chi interpreta il Concilio alla luce di una lettura di continuità lo fa per contrastare quelle che paiono fughe in avanti di tipo socio-politico o dottrinario. Viceversa chi lo interpreta solo alla luce di una lettura di discontinuità può volerne evidenziare solo gli elementi di rottura con la tradizione.

Proprio sugli aspetti dottrinari del Concilio ci ha parlato al Veritas il 5 novembre scorso don Carlo Molari, teologo ben conosciuto ai frequentatori del Veritas perché nostro caro amico. Al Concilio egli partecipò lavorando alla segreteria della commissione dottrinale nella sua veste di aiutante di studio della Congregazione per la dottrina della fede, incarico che ricoprì dal 1961 al 1968.

Da subito ha dichiarato di voler mostrare come di fatto il Vaticano II ha realizzato quella che oggi viene considerata in ambito cattolico la necessità di coniugare insieme continuità e discontinuità con la propria tradizione. Il suo perciò è un approccio che coglie gli aspetti del Concilio appartenenti ad entrambe le suddette categorie formali e li coglie nei loro profili problematici. Infatti, – dice – «il problema è complicato – ma per un altro verso illuminato – dal fatto che nel frattempo – dal Concilio ad oggi – il problema della continuità e della rottura ha cambiato statuto. La teologia ha infatti appurato che ogni formulazione contiene una variabile culturale che non può essere individuata se non attraverso il cammino storico della conoscenza umana».

Lo schema del suo intervento è stato il seguente:

1) La discussione sulla discontinuità del Concilio rispetto alla tradizione si è sviluppato in un nuovo contesto socioculturale e filosofico che ha modificato i presupposti stessi della discussione e in parte ha contribuito allo sviluppo di altre nozioni fondamentali come: la Chiesa come popolo di Dio in cammino e soggetto della fede; il conseguente rapporto fede e dottrina; l’ermeneutica come interpretazione necessaria; la possibilità stessa di formulazioni dogmatiche.

2) Alcune riflessioni sui punti caldi della discussione sulla discontinuità conciliare: l’ecumenismo; il dialogo interreligioso e la libertà di coscienza.

3) Conclusione: soggetto e condizioni della continuità nel cammino ecclesiale.

Caterina Dolcher

Clicca qui per leggere la  Relazione di Carlo Molari Veritas 2014

 

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9/10/2014 – Prima lezione del corso: “200 anni della Ricostituzione della Compagnia di Gesù (1814-2014)”

Giovedì 9 ottobre alle ore 18.30 presso la sede del Centro Veritas, in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, prima lezione del corso: “200 anni della Ricostituzione della Compagnia di Gesù”, tenuto dagli storici Antonio Trampus e Giovanni Miccoli.

In particolare, il prof. Antonio Trampus si occuperà del periodo che va dalla soppressione della Compagnia di Gesù alla sua ricostituzione, mentre il prof. Giovanni Miccoli si occuperà del periodo che va dalla ricostituzione della Compagnia di Gesù ad opera di Pio VII e i suoi primi decenni fino alle rivoluzioni del 1848.

Il corso si articola in 6 lezioni, a cadenza settimanale, il giovedì, secondo il seguente calendario:

09 – 16 – 23 – 30  ottobre

Dalla soppressione della Compagnia di Gesù alla sua ricostituzione          

Antonio Trampus, storico

06 – 13 novembre     

La ricostituzione della Compagnia di Gesù ad opera di Pio VII e i suoi primi decenni fino alle rivoluzioni del 1848   

Giovanni Miccoli, storico

Per iscrizioni: inviare la domanda di iscrizione debitamente compilata a: centroveritas@gesuiti.it oppure telefonare al numero: 040.569205 (da lunedì a venerdì 8.30-12.30)

Clicca qui per visualizzare la domanda di iscrizione: DOMANDA ISCRIZIONE CORSI

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8/10/2014 – Conferenza: “Continuo e discreto. Introduzione teorica”

Mercoledì 8 ottobre, alle ore 18.30 presso il Centro Veritas (via Monte Cengio 2/1 a – Trieste) conferenza che apre il ciclo di incontri dedicati al tema della continuità e discontinuità: “Continuo e discreto: introduzione teorica“. Intervengono: p. Gaetano Piccolo S.I., filosofo e teologo, responsabile dell’apostolato culturale della Compagnia di Gesù e Giuseppe O. Longo, informatico e scrittore

Pubblichiamo di seguito la relazione di p. Gaetano Piccolo S.I.

Esiste un’identità personale o è solo un’illusione?

L’apostolato intellettuale della Compagnia di Gesù in Italia si sta organizzando intorno a tre nuclei:

  • Recuperare il valore della ricerca, nei centri accademici, nei centri culturali, nelle riviste.
  • Mettere in relazione ricerca e mediazione culturale. Come tradurre le acquisizioni della ricerca in un linguaggio accessibile. Questo significa in particolare interazione con il mondo dell’apostolato universitario.
  • Fare cultura è anche fare opinione. Ciò vuol dire stare in quelle frontiere dove si fa opinione, non disprezzare questi luoghi solo per una velleità puritana, che spesso ci ha fatto guardare gli altri dall’alto in basso, ma anche riprendere il senso del servizio alla Chiesa, interrogarci su quello che i Vescovi ci chiedono e interagire con i progetti culturali della CEI: non è molto utile fermarsi solo a criticare, ma forse ha più senso cercare di dare un apporto.

Sullo fondo di queste prospettive, stiamo cercando di curare la formazione intellettuale dei giovani gesuiti, non solo con la cura dei loro percorsi di studi, ma anche di renderli partecipi nell’elaborazione delle prospettive dell’apostolato intellettuale.

L’estate scorsa ci siamo incontrati per riflettere su come organizzare le conoscenze via via apprese nel percorso di studi: non semplicemente come archiviare il materiale, ma anche come metterlo in relazione, cioè come trasformare l’informazione in conoscenza.

Questo tema si è incontrato con il modo in cui costruiamo il nostro , la nostra identità. Le nostre conoscenze vengono a far parte di noi, ci danno un’identità, e in particolare attraverso la presenza sul web siamo percepiti in un certo modo.

Vorrei partire da questo tema dell’identità perché l’ho trovato pienamente in sintonia con la domanda di fondo del programma del Veritas su continuità e discontinuità. Lo faccio prendendo qualche suggestione dall’ambito delle neuroscienze e da quello della psicologia cognitiva.

Il problema dell’identità prende nomi diversi sui quali occorre fare chiarezza: si parla di IO, ma anche di sé, o in una tradizione più antica si parla di anima o di persona.

Per Platone per esempio l’Io è l’anima, dal momento che il corpo è uno strumento utilizzato dall’anima (cfAlcibiade). E se talvolta l’anima sembra cedere davanti alle pulsioni del corpo, ciò è dovuto alla presenza nell’anima stessa di una componente concupiscibile.

Se Aristotele e poi Tommaso hanno recuperato l’unità di corpo e anima, nella filosofia moderna si è fatta avanti l’idea della soggettività come metafora (per es. Hume),persona sarebbe un nome che fondamentalmente mi serve per tenere insieme il riferimento alle azioni di qualcuno. Locke per esempio considera la persona come una nozione giuridica, che mi serve per indicare colui che è titolare di diritti.

Non a caso nella filosofia più recente, queste posizioni sono state riprese in chiave scettica: Putnam per esempio ci propone di immaginare di essere cervelli in una vasca collegati mediante elettrodi ad un grande computer che ci trasmette stimoli adeguati per immaginare la realtà che ci sembra di percepire. Se fossimo in questa situazione, avremmo la possibilità di rendercene conto?

Al vocabolario variegato che abbiamo introdotto circa la questione dell’identità, le neuroscienze hanno aggiunto un’ulteriore distinzione: quella tra mente e cervello. M. Gazzaniga dice “La mente è quello che il cervello fa”. La mente è intesa come il livello di consapevolezza che giunge però successivamente. Avvengono delle stimolazioni a livello cerebrale, indipendenti dalla nostra volontà, di cui poi diventiamo consapevoli. Ovviamente questa visione riduzionista compromette l’impostazione tradizionale dell’idea di libertà e di volontà libera: “la mente è l’ultima a sapere”, dice sempre Gazzaniga.

Uno degli autori più influenti in questo settore è D. Dennett, che ha proposto l’immagine della coscienza (altro termine molto utilizzato per indicare l’identità personale) come dolce illusione.

Secondo Dennett, non vi è alcun soggetto unitario titolare delle diverse esperienze vissute in prima persona (qualia). Le diverse agenzie neuronali sub-personali lavorano in parallelo senza che vi sia qualcosa come un Grande Boss.

L’io è reale, ma ha una consistenza diversa da quella che la tradizione ha attribuito a questo concetto. È uno stratagemma adattivo, che favorisce l’autopercezione del corpo come entità unitaria e padrone di sé.

Sempre su questa linea, Hanlon scrive «Non siamo ciò che pensiamo di essere. La nostra vita è un insieme di esperienze collegate, ma al centro non c’è una singola entità che ha realmente queste esperienze».La continuità dell’esperienza è un’illusione.

E Metzinger: Il sé è un’autorappresentazione. Una simulazione. «Siamo macchine dell’io, ma non abbiamo un sé» o, detto altrimenti, non siamo persone, ma abbiamo buone ragioni per illuderci di esserlo.

Quali contro-argomenti potremmo portare a questa visione radicale che mette in questione l’esistenza di un IO, di un sé, di una coscienza, quindi di un’identità personale?

A mio avviso potremmo partire proprio dal contributo di un altro neuroscienziato che è A. Damasio.

Mi sembra importante infatti la distinzione operata da Damasio tra emozioni e sentimenti: Damasio colloca le emozioni nello spazio del cervello, cioè uno spazio pubblico perché verificabile non solo attraverso la somatizzazione, ma anche attraverso i metodi di indagine diagnostica, possiamo cioè verificare quello che è accaduto a livello cerebrale.

I sentimenti sono collocati invece nello spazio privato della mente e sono il risultato di pensieri che interpretano gli stimoli emotivi. Si parla anche di un passaggio dal neurostato allo psicostato, passaggio rispetto al quale, mi sembra, le neuroscienze non siano ancora in grado di dire una parola definitiva.

Secondo Damasiol’importanza dei sentimenti emerge proprio nelle decisioni più complesse, dove non agiamo sulla spinta dell’impulso emotivo (cervello-azione), ma sulla base di una dinamica più complessa (cervello – pensiero interpretante – azione).

Il ruolo dei sentimenti nelle decisioni più complesse viene analizzato da Damasio anche in relazione al famoso caso di Phineas Gage, l’operaio edile che nel 1848 fu vittima di un incidente nel quale una sbarra di ferro gli attraversò il cervello. Gage non rimase ucciso, anzi ebbe una sorprendente ripresa. Le sue capacità cognitive e percettive rimasero inalterate, ma la sua vita affettiva subì un brusco cambiamento. Sembrava un bambino senza alcun senso definito di ciò che era importante e di ciò che non lo era. Era agitato e agiva in modo osceno, incontrollato. Era incapace di prendere delle decisioni e di mantenere relazioni con le persone che lo circondavano. Parte del sistema di valori era rimasta, ma era sconnessa dalla realtà.

Damasio ha scoperto un moderno Gage, un certo Elliot, affetto da un tumore benigno al cervello. Elliot presentava lo stesso distacco dalla realtà. Molte funzioni cognitive erano rimaste, per i calcoli e per la memoria.

Dopo l’intervento, nel quale fu asportata anche parte del lobo frontale danneggiato, Elliot era ancor meno capace di prendersi cura delle cose e di avere un ordine di priorità. D’altra parte poteva invece concentrarsi ossessivamente su un compito specifico e portarlo a compimento bene.

Sottoposto al test di intelligenza Elliot mostrò di non aver subito danni. Il QI era superiore alla media.

Ciò che era alterato erano le emozioni e la capacità di avere delle priorità e prendere delle decisioni

Elliot mancava della capacità di cogliere che negli eventi c’era in gioco qualcosa di lui. Era capace di descrivere quegli stessi eventi con freddezza e distacco. Era come uno spettatore non coinvolto.

Per dirla con Nussbaum, Elliot mancava della componente eudaimonistica delle valutazioni, cioè del senso dei progetti vitali, del suo essere personalmente coinvolto.[1]

La psicologia cognitiva ci aiuta a comprendere proprio cosa avviene nella valutazione delle nostre emozioni. E questo può aiutarci a capire come interpretare la continuità del sé: il soggetto che permane è il soggetto interpretante sulla base di una storia.

Una celebre espressione di Epitteto è spesso considerata il motto della psicologia cognitiva: «non sono le cose in sé che ci danno fastidio, ma l’opinione che ci facciamo di esse».

A questo punto possiamo definire il come la sintesi dinamica dell’Io che agisce ed esperisce e il Me come risultato del riconoscere e auto-riferirsi l’esperienza immediata in corso. È il Me che si osserva e valuta.

Il Sé è il tentativo costante di dare significato al mondo e quindi di tenere insieme in maniera coerente le esperienze che si susseguono nel rapporto tra l’Io e la realtà.

Questa definizione del Sé mi sembra alla base di una delle teorie più importanti della psicologia cognitiva, la Rational Emotive Therapy elaborata da Ellis. Lo slogan potrebbeessere«As you think, so you shall feel…».

Ritorniamo all’espressione di Epitteto: “non sono le cose in sé che ci danno fastidio, ma l’opinione che ci facciamo di esse”.

Ellis ha formulato la sua teoria attraverso il cosiddetto modello ABC.

A sta per activatingevent, cioè gli eventi, i fatti, ma anche talvolta i pensieri stessi, che provocano in noi un’emozione.

Nel modello di Ellis le emozioni sono indicate dalla lettera C: conseguenze.

L’intuizione di Ellis è che eventi attivanti ed emozioni non sono in relazione immediata, perché tra A e C ci sono le nostre credenze, beliefs, i pensieri, l’interpretazione che ci diamo degli eventi.

Per es.: incontro una persona nuova e provo fastidio. È ovvio che non è la persona in sé che suscita in me questa emozione, ma il pensiero che in maniera forse non consapevole si è frapposto fra lo stimolo e l’emozione.

Es. 2: quando siamo nel traffico non reagiamo tutti allo stesso modo e non sempre allo stesso modo, dipende dall’interpretazione che diamo di quella situazione.

Es. 3: davanti ad una frase di una persona proviamo un’emozione gradevole o sgradevole molto spesso indipendentemente dalla reale intenzione di chi ha pronunciato quella frase. Non è dunque la frase che ha suscitato in noi l’emozione, ma l’interpretazione che in quel contesto ci siamo dati di quella frase.

Quando parliamo di credenze parliamo di atteggiamenti verso il mondo che sono radicati dentro di noi e che si sono formati abbastanza presto nella nostra vita, molto spesso sono modi di vedere le cose che i nostri genitori e le figure autorevoli della nostra infanzia ci hanno trasmesso. Tutto questo fa parte del nostro sé, ed è a partire da tutto questo che diamo significato al mondo.

A volte però queste credenze non sono ragionevoli o meglio non sono funzionali al nostro benessere. Per esempio a volte si radicano in noi credenze del tipo: “devo essere sempre il migliore”, “devo sempre fare bella figura”, “non devo piangere”, “devo sempre fare contenti gli altri”…

Per Ellis infatti le credenze disfunzionali hanno in genere la forma di doverizzazioni.

Proprio perché il nostro Sé è dinamico è possibile ristrutturarlo. Ciò vuol dire individuare le nostre credenze disfunzionali e pian piano soppiantarle con credenze funzionali che ci aiutano a vivere in modo più sereno.

Ciò vuol dire che il nostro passato è una radice, ma non è il destino. Un giorno qualcuno ci ha messo dentro quelle convinzioni, ma siamo noi oggi che eventualmente ce le ripetiamo. È il nostro Sé che sceglie di interpretarsi in un certo modo.

Il dinamismo è quindi la categoria che meglio definisce il nostro sé e che ci restituisce una storia, un’identità, ma anche una responsabilità rispetto alle nostre azioni.

 


[1] M. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna 2004, 151.

 

set
12

6/10/2014 – Prima lezione del corso: “L’Apocalisse. Il libro profetico del Nuovo Testamento (II anno)”

Lunedì 6 ottobre alle ore 18.30 presso la sede del Centro Veritas, in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, prima lezione del corso: L’Apocalisse. Il libro profetico del Nuovo Testamento (II anno)”, docente Ruggero Marchetti, pastore valdese.

Il corso si articola in 12 lezioni, a cadenza settimanale, il lunedì, secondo il seguente calendario:

Ottobre             06 – 13 – 20 – 27     

Novembre          03 – 10 – 17 – 24   

Dicembre            01 – 15 – 22

Gennaio              12

“Il corso sull’Apocalisse di quest’anno è la diretta continuazione di quello dello scorso anno: inizieremo infatti con la lettura e il commento del capitolo 8, ripartendo esattamente da dove eravamo arrivati un anno fa. 

Il fine del corso è quello di una lettura esegetica del testo, versetto per versetto, chiaramente non specialistica e però attenta a dare alcune chiavi di lettura che consentano di cogliere le tecniche di costruzione dei singoli brani, le fonti bibliche e quelle presenti nel contesto del suo tempo a cui l’autore ha attinto, la sapienza struttura complessiva del libro e la sua presentazione di Cristo come colui nel quale si coglie l’autentica rivelazione divina. 

La presentazione frontale della materia, sarà sempre regolarmente intervallata da momenti di discussione e di confronto, in cui sarà dato spazio alle domande e alle osservazioni dei partecipanti al corso. 

Confido che, dopo aver percorso insieme le pagine dell’Apocalisse, ci si renderà conto che si tratta di un’opera molto meno strana e molto meno “apocalittica” di quanto non siamo abituati a pensare, e invece di una profonda riflessione sul senso della storia alla luce della fede e della speranza cristiane. Tra l’altro, poiché molta parte dell’Apocalisse è preghiera, e preghiera comunitaria, vivremo anche, nel pieno rispetto della coscienza di ciascuno, una esperienza di spiritualità e di fraternità. Dopo aver meditato insieme sull’Apocalisse, ci ritroveremo anche legati in maniera tutta particolare fra di noi, come chi ha fatto insieme un lungo affascinante viaggio lungo rotte inesplorate”. (Ruggero Marchetti)

 

Per iscrizioni: inviare la domanda di iscrizione debitamente compilata a: centroveritas@gesuiti.it oppure telefonare al numero: 040.569205 (da lunedì a venerdì 8.30-12.30)

 

Clicca qui per visualizzare la domanda di iscrizione: DOMANDA ISCRIZIONE CORSI

 

giu
18

13/07/2014 – 50° Anniversario di Ordinazione Sacerdotale di p. Mario Vit

I cinquant’anni di consacrazione sacerdotale di Padre Mario Vit S.I. (Chieri il 12 luglio 1964) saranno commemorati dai familiari, dai confratelli Padri Gesuiti di Trieste e di Trento, dal Centro Veritas e dalle Comunità delle Valli, con una solenne celebrazione eucaristica presieduta da p. Alberto Remondini S. I. assieme ai concelebranti don Mario Qualizza, don Davide Larice, don Sandro Piussi,

 Domenica 13 luglio alle ore 11.00

nella Chiesa parrocchiale

di Sant’Andrea Apostolo in Erbezzo di Pulfero

 

La santa messa sarà accompagnata dal coro “Cantori delle Valli”.

Dopo la celebrazione ci si recherà in processione alla tomba di P. Mario

 

 

 

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