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8/10/2014 – Conferenza: “Continuo e discreto. Introduzione teorica”

Autore // veritas
Postato il // 12 set 2014

Mercoledì 8 ottobre, alle ore 18.30 presso il Centro Veritas (via Monte Cengio 2/1 a – Trieste) conferenza che apre il ciclo di incontri dedicati al tema della continuità e discontinuità: “Continuo e discreto: introduzione teorica“. Intervengono: p. Gaetano Piccolo S.I., filosofo e teologo, responsabile dell’apostolato culturale della Compagnia di Gesù e Giuseppe O. Longo, informatico e scrittore

Pubblichiamo di seguito la relazione di p. Gaetano Piccolo S.I.

Esiste un’identità personale o è solo un’illusione?

L’apostolato intellettuale della Compagnia di Gesù in Italia si sta organizzando intorno a tre nuclei:

  • Recuperare il valore della ricerca, nei centri accademici, nei centri culturali, nelle riviste.
  • Mettere in relazione ricerca e mediazione culturale. Come tradurre le acquisizioni della ricerca in un linguaggio accessibile. Questo significa in particolare interazione con il mondo dell’apostolato universitario.
  • Fare cultura è anche fare opinione. Ciò vuol dire stare in quelle frontiere dove si fa opinione, non disprezzare questi luoghi solo per una velleità puritana, che spesso ci ha fatto guardare gli altri dall’alto in basso, ma anche riprendere il senso del servizio alla Chiesa, interrogarci su quello che i Vescovi ci chiedono e interagire con i progetti culturali della CEI: non è molto utile fermarsi solo a criticare, ma forse ha più senso cercare di dare un apporto.

Sullo fondo di queste prospettive, stiamo cercando di curare la formazione intellettuale dei giovani gesuiti, non solo con la cura dei loro percorsi di studi, ma anche di renderli partecipi nell’elaborazione delle prospettive dell’apostolato intellettuale.

L’estate scorsa ci siamo incontrati per riflettere su come organizzare le conoscenze via via apprese nel percorso di studi: non semplicemente come archiviare il materiale, ma anche come metterlo in relazione, cioè come trasformare l’informazione in conoscenza.

Questo tema si è incontrato con il modo in cui costruiamo il nostro , la nostra identità. Le nostre conoscenze vengono a far parte di noi, ci danno un’identità, e in particolare attraverso la presenza sul web siamo percepiti in un certo modo.

Vorrei partire da questo tema dell’identità perché l’ho trovato pienamente in sintonia con la domanda di fondo del programma del Veritas su continuità e discontinuità. Lo faccio prendendo qualche suggestione dall’ambito delle neuroscienze e da quello della psicologia cognitiva.

Il problema dell’identità prende nomi diversi sui quali occorre fare chiarezza: si parla di IO, ma anche di sé, o in una tradizione più antica si parla di anima o di persona.

Per Platone per esempio l’Io è l’anima, dal momento che il corpo è uno strumento utilizzato dall’anima (cfAlcibiade). E se talvolta l’anima sembra cedere davanti alle pulsioni del corpo, ciò è dovuto alla presenza nell’anima stessa di una componente concupiscibile.

Se Aristotele e poi Tommaso hanno recuperato l’unità di corpo e anima, nella filosofia moderna si è fatta avanti l’idea della soggettività come metafora (per es. Hume),persona sarebbe un nome che fondamentalmente mi serve per tenere insieme il riferimento alle azioni di qualcuno. Locke per esempio considera la persona come una nozione giuridica, che mi serve per indicare colui che è titolare di diritti.

Non a caso nella filosofia più recente, queste posizioni sono state riprese in chiave scettica: Putnam per esempio ci propone di immaginare di essere cervelli in una vasca collegati mediante elettrodi ad un grande computer che ci trasmette stimoli adeguati per immaginare la realtà che ci sembra di percepire. Se fossimo in questa situazione, avremmo la possibilità di rendercene conto?

Al vocabolario variegato che abbiamo introdotto circa la questione dell’identità, le neuroscienze hanno aggiunto un’ulteriore distinzione: quella tra mente e cervello. M. Gazzaniga dice “La mente è quello che il cervello fa”. La mente è intesa come il livello di consapevolezza che giunge però successivamente. Avvengono delle stimolazioni a livello cerebrale, indipendenti dalla nostra volontà, di cui poi diventiamo consapevoli. Ovviamente questa visione riduzionista compromette l’impostazione tradizionale dell’idea di libertà e di volontà libera: “la mente è l’ultima a sapere”, dice sempre Gazzaniga.

Uno degli autori più influenti in questo settore è D. Dennett, che ha proposto l’immagine della coscienza (altro termine molto utilizzato per indicare l’identità personale) come dolce illusione.

Secondo Dennett, non vi è alcun soggetto unitario titolare delle diverse esperienze vissute in prima persona (qualia). Le diverse agenzie neuronali sub-personali lavorano in parallelo senza che vi sia qualcosa come un Grande Boss.

L’io è reale, ma ha una consistenza diversa da quella che la tradizione ha attribuito a questo concetto. È uno stratagemma adattivo, che favorisce l’autopercezione del corpo come entità unitaria e padrone di sé.

Sempre su questa linea, Hanlon scrive «Non siamo ciò che pensiamo di essere. La nostra vita è un insieme di esperienze collegate, ma al centro non c’è una singola entità che ha realmente queste esperienze».La continuità dell’esperienza è un’illusione.

E Metzinger: Il sé è un’autorappresentazione. Una simulazione. «Siamo macchine dell’io, ma non abbiamo un sé» o, detto altrimenti, non siamo persone, ma abbiamo buone ragioni per illuderci di esserlo.

Quali contro-argomenti potremmo portare a questa visione radicale che mette in questione l’esistenza di un IO, di un sé, di una coscienza, quindi di un’identità personale?

A mio avviso potremmo partire proprio dal contributo di un altro neuroscienziato che è A. Damasio.

Mi sembra importante infatti la distinzione operata da Damasio tra emozioni e sentimenti: Damasio colloca le emozioni nello spazio del cervello, cioè uno spazio pubblico perché verificabile non solo attraverso la somatizzazione, ma anche attraverso i metodi di indagine diagnostica, possiamo cioè verificare quello che è accaduto a livello cerebrale.

I sentimenti sono collocati invece nello spazio privato della mente e sono il risultato di pensieri che interpretano gli stimoli emotivi. Si parla anche di un passaggio dal neurostato allo psicostato, passaggio rispetto al quale, mi sembra, le neuroscienze non siano ancora in grado di dire una parola definitiva.

Secondo Damasiol’importanza dei sentimenti emerge proprio nelle decisioni più complesse, dove non agiamo sulla spinta dell’impulso emotivo (cervello-azione), ma sulla base di una dinamica più complessa (cervello – pensiero interpretante – azione).

Il ruolo dei sentimenti nelle decisioni più complesse viene analizzato da Damasio anche in relazione al famoso caso di Phineas Gage, l’operaio edile che nel 1848 fu vittima di un incidente nel quale una sbarra di ferro gli attraversò il cervello. Gage non rimase ucciso, anzi ebbe una sorprendente ripresa. Le sue capacità cognitive e percettive rimasero inalterate, ma la sua vita affettiva subì un brusco cambiamento. Sembrava un bambino senza alcun senso definito di ciò che era importante e di ciò che non lo era. Era agitato e agiva in modo osceno, incontrollato. Era incapace di prendere delle decisioni e di mantenere relazioni con le persone che lo circondavano. Parte del sistema di valori era rimasta, ma era sconnessa dalla realtà.

Damasio ha scoperto un moderno Gage, un certo Elliot, affetto da un tumore benigno al cervello. Elliot presentava lo stesso distacco dalla realtà. Molte funzioni cognitive erano rimaste, per i calcoli e per la memoria.

Dopo l’intervento, nel quale fu asportata anche parte del lobo frontale danneggiato, Elliot era ancor meno capace di prendersi cura delle cose e di avere un ordine di priorità. D’altra parte poteva invece concentrarsi ossessivamente su un compito specifico e portarlo a compimento bene.

Sottoposto al test di intelligenza Elliot mostrò di non aver subito danni. Il QI era superiore alla media.

Ciò che era alterato erano le emozioni e la capacità di avere delle priorità e prendere delle decisioni

Elliot mancava della capacità di cogliere che negli eventi c’era in gioco qualcosa di lui. Era capace di descrivere quegli stessi eventi con freddezza e distacco. Era come uno spettatore non coinvolto.

Per dirla con Nussbaum, Elliot mancava della componente eudaimonistica delle valutazioni, cioè del senso dei progetti vitali, del suo essere personalmente coinvolto.[1]

La psicologia cognitiva ci aiuta a comprendere proprio cosa avviene nella valutazione delle nostre emozioni. E questo può aiutarci a capire come interpretare la continuità del sé: il soggetto che permane è il soggetto interpretante sulla base di una storia.

Una celebre espressione di Epitteto è spesso considerata il motto della psicologia cognitiva: «non sono le cose in sé che ci danno fastidio, ma l’opinione che ci facciamo di esse».

A questo punto possiamo definire il come la sintesi dinamica dell’Io che agisce ed esperisce e il Me come risultato del riconoscere e auto-riferirsi l’esperienza immediata in corso. È il Me che si osserva e valuta.

Il Sé è il tentativo costante di dare significato al mondo e quindi di tenere insieme in maniera coerente le esperienze che si susseguono nel rapporto tra l’Io e la realtà.

Questa definizione del Sé mi sembra alla base di una delle teorie più importanti della psicologia cognitiva, la Rational Emotive Therapy elaborata da Ellis. Lo slogan potrebbeessere«As you think, so you shall feel…».

Ritorniamo all’espressione di Epitteto: “non sono le cose in sé che ci danno fastidio, ma l’opinione che ci facciamo di esse”.

Ellis ha formulato la sua teoria attraverso il cosiddetto modello ABC.

A sta per activatingevent, cioè gli eventi, i fatti, ma anche talvolta i pensieri stessi, che provocano in noi un’emozione.

Nel modello di Ellis le emozioni sono indicate dalla lettera C: conseguenze.

L’intuizione di Ellis è che eventi attivanti ed emozioni non sono in relazione immediata, perché tra A e C ci sono le nostre credenze, beliefs, i pensieri, l’interpretazione che ci diamo degli eventi.

Per es.: incontro una persona nuova e provo fastidio. È ovvio che non è la persona in sé che suscita in me questa emozione, ma il pensiero che in maniera forse non consapevole si è frapposto fra lo stimolo e l’emozione.

Es. 2: quando siamo nel traffico non reagiamo tutti allo stesso modo e non sempre allo stesso modo, dipende dall’interpretazione che diamo di quella situazione.

Es. 3: davanti ad una frase di una persona proviamo un’emozione gradevole o sgradevole molto spesso indipendentemente dalla reale intenzione di chi ha pronunciato quella frase. Non è dunque la frase che ha suscitato in noi l’emozione, ma l’interpretazione che in quel contesto ci siamo dati di quella frase.

Quando parliamo di credenze parliamo di atteggiamenti verso il mondo che sono radicati dentro di noi e che si sono formati abbastanza presto nella nostra vita, molto spesso sono modi di vedere le cose che i nostri genitori e le figure autorevoli della nostra infanzia ci hanno trasmesso. Tutto questo fa parte del nostro sé, ed è a partire da tutto questo che diamo significato al mondo.

A volte però queste credenze non sono ragionevoli o meglio non sono funzionali al nostro benessere. Per esempio a volte si radicano in noi credenze del tipo: “devo essere sempre il migliore”, “devo sempre fare bella figura”, “non devo piangere”, “devo sempre fare contenti gli altri”…

Per Ellis infatti le credenze disfunzionali hanno in genere la forma di doverizzazioni.

Proprio perché il nostro Sé è dinamico è possibile ristrutturarlo. Ciò vuol dire individuare le nostre credenze disfunzionali e pian piano soppiantarle con credenze funzionali che ci aiutano a vivere in modo più sereno.

Ciò vuol dire che il nostro passato è una radice, ma non è il destino. Un giorno qualcuno ci ha messo dentro quelle convinzioni, ma siamo noi oggi che eventualmente ce le ripetiamo. È il nostro Sé che sceglie di interpretarsi in un certo modo.

Il dinamismo è quindi la categoria che meglio definisce il nostro sé e che ci restituisce una storia, un’identità, ma anche una responsabilità rispetto alle nostre azioni.

 


[1] M. Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna 2004, 151.

 

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