10/12/2014 – Conferenza: “Fine delle ideologie e oscillazioni del consenso”
Nell’ambito del ciclo di incontri dedicati al tema della continuità e discontinuità vi ricordo la conferenza di mercoledì 10 dicembre, alle ore 18.30 presso il Centro Veritas (via Monte Cengio 2/1 a – Trieste) su: “Fine delle ideologie e oscillazioni del consenso. La discontinuità ideologica politica“. Interviene Umberto Curi, filosofo.
Nel febbraio 2014, intervenendo sul tema “Oltre la crisi della politica”, Umberto Curi, filosofo già noto ai frequentatori del Veritas, aveva messo in luce le contraddizioni insite nel concetto di democrazia, rintracciabili fin dalla sua nascita nel pensiero greco e sempre più presenti e laceranti nell’attuale scenario della globalizzazione.
Nell’impossibilità di dare risposte esaurienti, nel breve tempo a disposizione, alle molteplici questioni sollevate nel dibattito, il prof. Curi aveva dichiarato la sua disponibilità a ritornare al Veritas per approfondire l’argomento. La Commissione Culturale ha colto con gratitudine tale opportunità, chiedendogli di affrontare il tema della discontinuità ideologica politica, di cui il prof. Curi si è occupato in vari testi, evidenziando anzitutto i numerosi e diversi significati attribuiti al termine ideologia, fra le accezioni contrapposte di “falsa coscienza” e di “weltanschauung”.
Ora che le grandi ideologie, in cui “le scelte di carattere politico erano scelte in realtà religiose”, sembrano tramontate e la politica oscilla fra i due estremi della soluzione tecnica e della democrazia elettronica dei cittadini, Umberto Curi afferma: “Difficile essere ottimisti. Forse bisognerebbe avere il coraggio, con molto realismo e prudenza, di prevedere un’uscita dalla crisi andando oltre la forma democratica” .
Nello scenario post-ideologico, come rivelano le ultime tornate elettorali, le scelte dei cittadini evidenziano andamenti oscillanti e suscettibili di rapidi cambiamenti. Mentre i politici hanno nel loro DNA la ricerca del consenso ad ogni costo, secondo Curi: “Se non sembrasse un paradosso (ma, riflettendo bene, si scopre che un paradosso non è), si potrebbe giungere ad affermare che un indizio infallibile della buona condotta di chi abbia responsabilità di governo non è il consenso, ma il dissenso dei governati. Perché in questo caso risulterebbe evidente che si sono assunti determinati provvedimenti non per tutelare la propria poltrona, ma perché si è attenti a salvaguardare gli interessi veri della propria comunità.”
La relazione del prof. Curi certamente ci provocherà, suscitando interrogativi al di là degli stereotipi, dei luoghi comuni e anche dell’illusione che la politica possa essere una panacea per tutti i problemi.
Desumiamo dalla sua citazione di Marx (“Mi rifiuto di fornire ricette per le osterie dell’avvenire”) che l’obiettivo di Umberto Curi non sarà quello di proporci profezie sul futuro politico dell’Italia e del mondo, ma piuttosto di richiamarci alla lezione kantiana sull’esigenza di diventare “uno che pensa con la propria testa” senza delegare ad altri questa “fastidiosa occupazione”.
Articolo sull’incontro
Il prof. Umberto Curi ha iniziato il suo intervento con un sintetico riepilogo della trattazione, proposta nel febbraio del ciclo precedente, sulla crisi della democrazia, ricordando che la stessa nozione di democrazia era stata criticata fin dalla sua origine sia da Platone che da Aristotele. In tempi moderni persino Rousseau aveva ritenuto che la democrazia, intesa nella sua forma diretta di autogoverno dei cittadini, fosse possibile solo in realtà di piccole dimensioni. Marx aveva poi sottoposto il concetto di democrazia borghese, interessata alla sola forma senza sostanza, a una critica serrata.
Oggi assistiamo a una sorta di paradosso per cui tutti ritengono la democrazia superiore a ogni altra forma di governo, mentre le concrete realtà democratiche evidenziano defaillance interne, progressivamente crescenti dopo il 1989: il crollo del socialismo reale ha determinato una mancanza di alternative al sistema democratico, sottoponendolo a rischio di implosione.
Nell’ultimo ventennio, a partire dagli anni ’90, la crisi della democrazia occidentale, con particolare riguardo al nostro Paese, si è dimostrata sempre più grave, a causa di almeno tre contraddizioni interne:
- Da un lato, in modo coerente con il concetto stesso di democrazia, si è verificato un allargamento di soggetti individuali e collettivi nel processo di decisione politica; dall’altro, però, il modello di funzionamento economico, che ha determinato la vittoria dell’occidente sul comunismo, sempre più richiede competenze tecniche dei decisori, entrando in collisione con l’obiettivo di democrazia partecipata dei cittadini. I due corni del dilemma sono stati rappresentati nelle vicende politiche italiane recenti dall’alternativa fra governo dei tecnici privo di legittimazione democratica (emblematico il governo Monti) e il tentativo del M5S di rendere protagonisti i cittadini tramite la democrazia elettronica.
- Le forme politiche ereditate dal processo di costruzione dello Stato nazionale appaiono sempre più arcaiche rispetto a strutture tecno-economiche che hanno subito radicali trasformazioni nel mondo globalizzato. Il più gigantesco processo di ristrutturazione complessiva del sistema capitalistico, che noi avvertiamo nei suoi aspetti di crisi economico-finanziaria, si sta realizzando al di fuori di ogni decisione politica.
- I luoghi formali della democrazia hanno continuamente perso di importanza nelle concrete decisioni politiche: le scelte legislative sono effettuate dal potere esecutivo, che, a sua volta, ratifica decisioni maturate nei partiti politici di appartenenza.Dopo aver inquadrato i fattori che stanno alla base della crisi della democrazia, il prof. Curi ha analizzato l’emergenza degli attuali scandali politici italiani, evidenziandone le differenze con la stagione di tangentopoli e Mani pulite e criticando la diffusa tendenza a interpretare il problema con il paradigma berlingueriano della questione morale. Diversamente dalla corruzione emersa nei primi anni ’90, che coinvolgeva singole parti politiche, oggi ci troviamo di fronte a un sistema strutturalmente corrotto, nell’intreccio fra Pubblica Amministrazione, politica, mafia, imprese. Per quanto la dimensione morale non possa essere sottovalutata, confinare il fenomeno al campo dell’etica individuale è una via che sposta l’attenzione dal piano strutturale delle regole di funzionamento del sistema ai modelli di comportamento soggettivi. Servono invece interventi di modifica delle regole, con previa analisi dei modi in cui si crea l’intreccio perverso fra P.A., reclutamento della classe politica e malaffare.Il riferimento a Machiavelli (ma anche a Gramsci, che ne ha ripreso il concetto) e alla sua netta distinzione fra morale e politica è stato uno degli aspetti considerati più controversi nel successivo dibattito.
Quali soluzioni possibili di fronte a una situazione che rischia di indurci tutti a un rassegnato, per quanto indignato, pessimismo?
Anche in questo caso, con lo stile logico e consequenziale che lo caratterizza, il prof. Curi ha prospettato tre ipotesi, le prime due emergenti dalla “pancia” di una società spesso incline a confondere cause ed effetti e a reagire con minacce giustizialiste di breve durata, l’ultima invece l’unica, a suo avviso, in grado di dare una risposta globale e duratura:
- La reazione del “metterli tutti in galera e buttar via le chiavi”, diffusa in un’opinione pubblica sconcertata e alimentata da forze politiche che traggono consensi dal clima di paura e insicurezza, determina, com’è già successo, il grave rischio di un accrescimento smisurato del potere giudiziario, a danno degli altri poteri dello Stato, con una compromissione dello stesso principio su cui, fin da Montesquieu, si fonda lo Stato di diritto. La Magistratura non può essere chiamata a bonificare l’intero sistema politico.
- La proposta di cancellare tutte le grandi opere, oggetto inevitabile delle brame del malaffare e della corruzione politica, significherebbe la resa e il fallimento dello Stato.
- L’alternativa, proposta fin dal ’92 da gruppi minoritari, è quella di aprire una fase costituente, finalizzata a rifondare l’architettura dello Stato con un nuovo sistema di regole e controlli, ma la politica, nel suo insieme, non sembra ancora aver preso atto della fase preagonica del sistema istituzionale.Molte domande e osservazioni sono emerse nel dibattito conclusivo, tanto che il prof. Curi ha osservato sorridendo che si sarebbe reso necessario un ulteriore incontro: difficoltà di avviare una fase costituente con il personale politico attuale; crisi dei partiti incapaci di fare da cerniera fra istituzioni e società, ma necessari per il processo democratico; peculiarità della democrazia italiana che, diversamente da altri Paesi, non ha saputo rigenerarsi; aspetti antropologico-culturali del fenomeno italiano della corruzione, condivisa a tutti i livelli; sistema politico comunque peggiore della società che è chiamato a rappresentare; ruolo e rischi della tecnocrazia; complesso rapporto fra etica e politica. (Gabriella Burba)