28/01/2015 – Conferenza: “La restituzione”
Mercoledì 28 gennaio 2015, alle ore 18.30 conferenza su: “La restituzione. La discontinuità delle generazioni”, con il relatore Francesco Stoppa, psicanalista (membro della Scuola di psicoanalisi del Campo lacaniano).
“Qualcosa si è interrotto nel rapporto tra le generazioni. Oggi gli anziani e gli adulti vogliono prolungare indefinitamente la loro illusione di perenne giovinezza e faticano a far spazio ai giovani. Pressato dalle esigenze dei conti pubblici, lo Stato stesso asseconda questa tendenza, posticipando quanto più possibile la quiescenza dei lavoratori. Gli adulti appaiono smarriti e incerti, incapaci di passare ai figli un’eredità di passioni, senso e valori capace di motivare l’esistenza e riavviare il ciclo della rigenerazione della vita.
Ma davvero tutti siamo rassegnati a questa sconfortante analisi? Ci sono movimenti, percorsi, magari poco visibili e marginali, che cercano di rivitalizzare il mondo e di ravviare i processi di restituzione dell’eredità ricevuta?
Ne parleremo mercoledì 28 gennaio alle ore 18.30 con Francesco Stoppa, psicanalista lacaniano, che lavora presso il Dipartimento di Salute Mentale di Pordenone, dove coordina il progetto di comunità “Genius Loci: prove di dialogo intergenerazionale” e autore nel 2011 per Feltrinelli del volume “La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni”, senza trascurare gli sviluppi più recenti del suo lavoro, che riguardano le modalità di riannodare relazioni vivificanti tra istituzioni e comunità.” (Dario Grison)
Articolo sull’incontro
Mercoledì 28 gennaio si è svolto l’incontro “La restituzione. La discontinuità delle generazioni”, con Francesco Stoppa, psicanalista (membro della Scuola di psicoanalisi del Campo lacaniano), che lavora presso il Dipartimento di Salute Mentale di Pordenone, dove coordina il progetto di comunità “Genius Loci: prove di dialogo intergenerazionale”. Stoppa è autore nel 2011 per Feltrinelli del volume “La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni”.
Stoppa ha esordito definendo l’oggetto del passaggio di consegne tra generazioni, che non è niente di meno che la civiltà stessa, l’umanizzazione del mondo. Tale valore tuttavia, se vuol essere un lievito, deve restare vivo. Quindi nella trasmissione bisogna prevedere momenti di crisi; è proprio nella messa in discussione che si trova la linfa vitale.
Uno dei difetti dell’organizzazione umana è la cronicità del suo funzionamento, che porta ad una devitalizzazione dei rapporti. La discontinuità generazionale è dunque necessaria per rileggere le cose imparate e dar loro un timbro nuovo. C’è però una componente di rischio in questo processo dialettico; un’incognita che si esita ad affrontare.
La nostra epoca difatti è molto particolare: nessuno vuol dichiararsi vecchio. E dato che la gioventù è irrinunciabile, le differenze intergenerazionali sfumano. I giovani invece, da che mondo è mondo, sloggiano i vecchi, che da parte loro consegnano il testimone. La discontinuità è garanzia che la continuità non sia mortifera.
Oggi invece – rimarca Francesco Stoppa – siamo molto deresponsabilizzati; la società globale, il sistema della finanza, le istituzioni sempre più lontane dal cittadino, fanno sì che ci si senta impotenti nel processo di edificazione dell’umanità. A noi è chiesto sostanzialmente di essere buoni consumatori. Invece occorre sempre chiedersi il senso della propria esistenza.
La generazione della contestazione ha prodotto una forte discontinuità, ha letto e riletto le esperienze del passato, le ha messe in crisi, rovesciate. Poi le ha riprese e rielaborate. Gli anni Settanta sono stati molto critici, molto difficili, hanno segnato una discontinuità netta nei rapporti tra generazioni ed anche tra i sessi. Oggi, non è più così: c’è una tacita intesa tra “vecchi” e “giovani”: “non facciamoci del male”.
La discontinuità infatti ha sempre un prezzo da pagare; esiste una componente di rischio quando i giovani entrano a far parte del gioco. Nelle società del passato i riti di iniziazione costituivano degli argini a questa iniezione selvaggia di energie che metteva a dura prova la polis.
Il pregio ed il privilegio dell’adolescente è quello di saper dire un “no” energico all’esistente, all’eredità del passato. È il suo modo di riceverla: non passivamente ma attraverso una rivisitazione che può essere anche spietata.
Tale evento drammatico nel Vangelo è ben raccontato nella parabola del figliol prodigo. La storia, letta in chiave antropologica, mostra un padre che sa attraversare col figlio il momento critico del passaggio. È davvero “figlio” colui che lascia la certezza dell’eredità e torna a mani vuote; ma è lui il vero erede, laddove l’accettazione dell’eredità è una scelta. Bisogna aver detto di no per dire un sì convinto.
Qual è la vera restituzione? L’autentica contropartita non consiste in un passaggio materiale di beni in cui il figlio ri-dà qualcosa al padre come in un rapporto servo-padrone. L’incontro tra i due avviene a mani vuote. Ciò che si trasmette è il proprio essere, che a sua volta è una apertura al di là di sé. Il figlio, a sua volta, dovrà dare ad un terzo. Come avviene tra anelli di una catena. Il passaggio dunque è rivolto verso il futuro.
Questo avviene su un terreno accidentato, spesso fatto da reciproca incomprensione. Il genitore vuole conoscere il figlio; a volte, anche, pretende di sapere già di che stoffa è fatto. Il giovane ha invece bisogno di non scoprire tutto di sé; ha bisogno di celare qualcosa. Nel dono che ci si scambia c’è qualcosa di drammatico. Per un genitore si tratta di lasciare al figlio uno spazio, “al buio”, per far sì che il figlio riceva in termini creativi l’eredità che gli è data. Egli da parte sua riconsegnerà ad altri questo fuoco vivente, andando avanti. Non si tratta però di una trasmissione meramente biologica, ma della condivisione della stessa civiltà umana.
Il filosofo tedesco di origine ebrea Walter Benjamin (1892-1940) ha descritto il passaggio tra generazioni come un “appuntamento misterioso”, un momento che può arrivare anche quando i genitori non ci sono più. È quella rivelazione che fa dire al figlio “ecco cosa mi ha insegnato mio padre”.
Quello coi genitori è un rapporto dinamico, dura per sempre ed anche oltre la morte. Nell’appuntamento si celebra un patto che permette all’umanità di andare avanti. Da parte sua il genitore deve dichiarare la sua fiducia al figlio; questo dovrà a sua volta dare a lui l’onore delle armi; riconoscere che il padre ha rischiato per lui, che è rimasto al suo posto.
Il passaggio tra generazioni non dev’essere un evento confinato alla sfera familiare, ma un processo condiviso dalla comunità perché sia garantita la sua sopravvivenza. Il figlio deve diventare un cittadino. Tra famiglia e società c’è – o meglio c’era, come si dirà più avanti – la comunità, una entità intermedia, un serbatoio affettivo e di relazioni umane, un luogo sociale dove imparare ad essere responsabili gli uni degli altri.
La chiusura del figlio tra i genitori e le quattro mura crea giovani senza responsabilità. L’ossessione di proteggere i figli è una patologia dell’adulto di oggi, che non vuole invecchiare e quindi tiene il figlio sempre bambino, sostenuto anche da una società che non permette al giovane di andare a lavorare.
In qualche modo, per Stoppa, questo atteggiamento è comprensibile: la famiglia sente che al di fuori di lei non c’è più quel tessuto sociale ricco di valori ed affetti diffusi, dove il figlio possa muovere i primi passi nella responsabilità: la comunità del vicinato, del paese, della città.
No: al di là del portone di casa c’è subito il mercato, dove vige la legge del più scaltro. Il messaggio che i genitori avvertono dietro alla promessa del facile successo che sta in questa società basata sui commerci è quello del “si salvi chi può” .
Svanisce il senso di appartenenza, di partecipazione, di identità sociale: l’idea stessa di città è cambiata, si è perso il senso della città come luogo di incontro. Di fronte a questo squallido scenario i genitori di oggi tendono a pensare che il mondo finirà con loro. Il ragionamento della attuale generazione di padri è allora: “Se noi non siamo stati capaci di sconfiggere il capitalismo, allora neanche i nostri figli saranno in grado di prendersi cura del mondo”.
Questo tipo di ragionamento interessa ai nostri figli? Se glielo chiediamo non ce lo dicono. Allora cerchiamo di intuirlo.
Dai segnali che percepiamo, i giovani di oggi non hanno bisogno, come noi, di appoggiarsi a grandi visioni del mondo, a delle ideologie; non hanno bisogno di mettere la firma a tutte le conquiste; non sono così narcisisti come lo siamo stati noi. Si ingaggiano in reti relazionali più concrete ed intime, dove i legami sono autentici. Insomma a quanto pare hanno miglior fiuto di noi. E forse in questo modo sono maggiormente in grado di resistere alle sirene della retorica delle “magnifiche sorti e progressive” di uno sviluppo trainato dalla tecnologia e dalla finanza. (Tiziana Melloni)