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4/02/2015 – Conferenza: “Di nuovo nomadi?”

Autore // veritas
Postato il // 05 gen 2015

Mercoledì 4 febbraio, alle ore 18.30 conferenza: “Di nuovo nomadi? La discontinuità associativa”, con Gabriella Burba, sociologa e Anna Maria Rondini, docente di antropologia e insegnante di religione.

“Nella modernità liquida, caratterizzata da innovazione continua, instabilità, insicurezza e competizione individualistica, anche le associazioni manifestano evidenti segnali di discontinuità rispetto a un passato recente, discontinuità che può essere letta tramite due criteri complementari:

  • cambiamento delle forme e modalità associative, con ricadute anche sulla disciplina giuridica
  • cambiamento della partecipazione associativa con appartenenze plurime, parziali e spesso precarie (nomadismo associativo).Secondo Pierpaolo Donati: “Associarsi diventa un’arte o una tecnologia delle possibili combinazioni, una forma della comunicazione libera da presupposti… Il codice simbolico emergente dell’associazionismo non è più quello della ‘rappresentanza’ (come nel corporativismo medievale o nelle forme a esso ispirate), e neppure quello della ‘partecipazione’, che ha a lungo incarnato il senso dell’associazionismo nella modernità. Nelle società cosiddette postmoderne, a elevata complessità, le associazioni seguono un nuovo codice simbolico: quello della produzione o costruzione sociale di nuove autonomie sociali.”I sintomi del cambiamento nelle forme di partecipazione erano già stati individuati negli anni ’80, quando p. Mario Vit scriveva, a proposito dell’associazionismo cattolico, “…caratteristica preminente di questo periodo viene senz’altro considerata la tendenza alla privatizzazione, che emerge come risposta alla crisi della dimensione collettiva e dell’associazionismo istituzionale. Venuta meno la forza dei gruppi di opposizione, esaurita la carica innovativa della contestazione, si punta alla riscoperta del piccolo gruppo, della relazione personale, rivalutando istanze della soggettività prima neglette, quali la spontaneità, la gratuità, la creatività…”Giancarlo Milanesi, analizzando le caratteristiche dei giovani nella società complessa, metteva in evidenza la perdita di obiettivi comuni, le appartenenze plurime “a identificazione ridotta o parziale”, la non definitività delle scelte associative.

    Valutazioni molto simili emergono negli studi successivi, dai Rapporti Iard agli atti di convegni Caritas in cui si cita il neologismo  vogliantariato: “Faccio volontariato quando voglio”.

    Ulteriori elementi di discontinuità derivano oggi dall’evoluzione verso forme di partecipazione virtuale tramite i social network: nel sito “nomadi digitali” si propone Un Nuovo Tipo di Uomo e di Lavoratore, Indipendente, Mobile, in Giro per il Mondo, Costantemente Connesso alla Rete.

    La pubblicazione ISTAT 2014 sulle relazioni sociali fa supporre che la crisi economica abbia influito negativamente sulla disponibilità a offrire gratuitamente il proprio tempo all’interno delle associazioni: “Nel 2013, il 22,5% della popolazione ha svolto attività di partecipazione sociale (escluso il volontariato). Si tratta soprattutto di partecipazione in associazioni di tipo ricreativo, sportivo, culturale e civico; l’associazionismo politico, invece, presenta una partecipazione bassa in tutte le ripartizioni. Dopo il picco registrato nel 2010 (26,9%), gli ultimi 3 anni sono stati caratterizzati da una riduzione costante del coinvolgimento della popolazione in attività di partecipazione sociale di tipo organizzato. Si arresta, inoltre, la leggera crescita del volontariato registrata tra il 2005 e il 2012. Nel 2013, infatti, la percentuale di popolazione che dichiara di aver svolto attività gratuita per associazioni o gruppi di volontariato è pari al 9,4%, ed è stabile rispetto al 2012.”

    Renato Frisanco, responsabile del settore studi e ricerche della Fivol ha rilevato i rischi di istituzionalizzazione e professionalizzazione, con confini sempre più incerti fra volontariato e impresa sociale. Non a caso in un Codice di autoregolamentazione fra associazioni di promozione sociale si stabilisce “l’impegno a valorizzare lo strumento associativo nel migliore dei modi, chiarendo nettamente i criteri a cui le rispettive basi associative dovranno attenersi per il rispetto delle normative e per marcare la differenza con le altre attività commerciali, evitando in tutti i modi episodi di concorrenza sleale o fenomeni di ‘nomadismo associativo’, ovvero, impedendo a chi non rispetta le regole di passare da una associazione all’altra, magari meno rigorosa nel concedere l’affiliazione.”

    La discontinuità, intesa come cambiamento, non va letta ovviamente soltanto in modo negativo. Come tutti i fenomeni sociali, è piuttosto ambivalente, presentando contemporaneamente opportunità e rischi. Si tratta allora di trovare un equilibrio fra innovazione e conservazione, fra appartenenze plurime e identità, fra coerenza e flessibilità, fra passato e futuro, riscoprendo, come affermano le ACLI, “la generatività, momento di discontinuità nella continuità… perché la generatività, non agendo su ciò che già è ma su quello che potenzialmente sarà, ricostruisce quotidianamente le condizioni della fiducia e della fraternità.” (Gabriella Burba)

Articolo

Mercoledì 4 febbraio la sociologa Gabriella Burba e la docente di antropologia Annamaria Rondini hanno affrontato al Veritas il tema della discontinuità associativa.

Gabriella Burba ha ricordato che dal punto di vista sociologico l’associazionismo persegue benessere sociale e sviluppa beni relazionali, soprattutto all’interno dell’odierno sistema di welfare mix.

La discontinuità associativa si può leggere in due modi diversi e complementari. Dal punto di vista delle organizzazioni, essa costituisce il cambiamento cui le organizzazioni vanno soggette nel tempo. Invece dal punto di vista dei soggetti, si registra la possibilità di appartenenze diverse, discontinue e precarie. Questi cambiamenti si inquadrano in un contesto più generale del contesto sociale, che è stato descritto da Baumann con i termini di “società liquida” e globalizzazione, caratterizzato dalla perdita del centro e da innovazione continua, da comportamenti di competizione, piuttosto che di solidarietà.

Il cambiamento dei modelli associativi è stato invece analizzato da Donati contrapponendo l’acquisività all’ascrittività dei ruoli sociali. È caratteristica della modernità la possibilità di acquisire sempre nuove identità sociali, mentre nelle società tradizionali gli stati di vita erano prestabiliti dalle appartenenze di classe, di casta o di corporazione.

Un’altra caratteristica del nuovo associazionismo, sempre secondo Donati, è una vocazione più particolarista che universalista. Le associazioni si propongono sempre più scopi e target specifici e mirati e sempre meno hanno di vista la promozione complessiva del bene sociale.

Così anche la relazione associativa rischia di essere, come molte relazioni postmoderne, una relazione volta unicamente alla soddisfazione di un desiderio. Una volta soddisfatto il desiderio si interrompe anche la relazione, per cercarne di più soddisfacenti. 

Ciò determina spesso un approccio piuttosto strumentale: sorgono associazioni più orientate ai bisogni del sé, piuttosto che ai bisogni della società. Infine, certamente pesa anche che oggi la parola d’ordine dell’identità sia flessibilità, non più, come un tempo, coerenza.

Quindi l’associazionismo non è più il luogo della rappresentanza, non quello della partecipazione ma il luogo della costruzione delle nuove autonomie sociali, al posto del progressivo venir meno delle reti spontanee e naturali dei rapporti di vicinato, familiari.

Dal ricco excursus svolto da Gabriella Burba emerge come tra una totale continuità, chiusa  e opprimente, e una totale discontinuità, liquida ed evanescente, dei rapporti associativi è difficile trovare un equilibrio. Certamente un criterio di discernimento può essere individuato nella generatività, che cerca di produrre continuità nella discontinuità. Oggi abbiamo sempre più bisogno di rapporti associativi generativi, capaci cioè di rigenerare legami positivi tra le persone e  tra le persone e il loro ambiente di vita.

Anna Maria Rondini ha proposto invece un percorso antropologico attraverso cinque immagini, che possono guidarci all’interno della comprensione del nomadismo contemporaneo, dovuto alla repulsione della postmodernità nei confronti dei ruoli e degli spazi prefissati.

La prima immagine di mobilità proposta è quella del marinaio, che ha la caratteristica di aver bisogno di tracciare una rotta e dei compagni di viaggio, per muoversi nella complessità e nella liquidità del mare.

La seconda è stata quella del turista, che è un viaggiatore che cerca di uscire dalla normalità quotidiana e di immergersi nella diversità. Però ricerca un estraneo addomesticato, non destrutturante e rischioso. Il movimento è quello del consumo e della simulazione, piuttosto che della scoperta e della sorpresa.

Un altro viaggiatore suggestivo è il vagabondo, che ha delle caratteristiche che lo rendono inquietante: è ozioso, non produttivo, non è prevedibile  nei suoi movimenti, è sempre estraneo e privo di responsabilità verso terzi. C’è da chiedersi se, nella repulsione postmoderna per la stanzialità, non sia questa la figura che meglio descrive la condizione della maggioranza delle persone.  

La quarta figura analizzata da Rondini è stata quella del pellegrino, che è segnato all’interno della sua identità dalla distanza e dalla trascendenza, perché il suo viaggio è sempre metafora di qualcos’altro, che orienta il suo cammino e i suoi passi frammentari. È la meta che dà forma al suo viaggio, che trasforma il passo contingente di ogni giorno, rendendolo un destino dotato di senso e un  percorso leggibile.

Infine l’ultima figura è stata quella del nomade. Oggi il nomadismo è ritenuto una dimensione strutturale della natura umana. Esso non è mai assoluto, ma sempre regionale, legato ad una economia di migrazione, all’interno di un percorso conosciuto. Le culture nomadi ci lanciano oggi dei segnali interessanti per leggere i nostri cambiamenti culturali, con il riemergere del matriarcato rispetto al patriarcato, delle culture orali rispetto a quelle scritte, della poligamia rispetto alla monogamia, del politeismo verso il monoteismo, dei confini rispetto allo sconfinamento.

I tre grossi elementi strutturali che accomunano queste cinque figure, sono il silenzio, come momento fondamentale di riflessione per ritrovare il senso della vita comune, il secondo è il deserto, quale ambiente affascinante, ma anche difficile e ostile,  che spinge ad associarsi,  il terzo è quello del camminare, perché diventare esseri umani che vivono bene assieme è un percorso, non un dato scontato. (Dario Grison)

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