4/03/2015 – Conferenza: “Lavoro che cambia, lavoro che manca. L’identità lavorativa nel tempo della precarizzazione”
Mercoledì 4 marzo alle ore 18.30 conferenza presso il Centro Veritas (via Monte Cengio 2/1 a – Trieste) sulla discontinuità occupazionale: “Lavoro che cambia, lavoro che manca. L’identità lavorativa nel tempo della precarizzazione. “. Relatore Maurizio Ambrosini, sociologo dell’Università di Milano.
L’incontro con il sociologo Maurizio Ambrosini, professore ordinario di sociologia all’Università statale di Milano, ha l’obiettivo di approfondire i significati del lavoro e della mancanza di questo nei vissuti delle persone e nella società più in generale. Quali i soggetti più a rischio di inoccupabilità, quale futuro lavorativo è possibile per chi il lavoro l’ha perso a causa della crisi economica, delle cessazioni di attività e delle ristrutturazioni aziendali in atto; quale rapporto tra processi formativi e dinamiche professionali e lavorative; quali scenari sono prevedibili in relazione alle recenti scelte governative. Sono questi i quesiti che ci si propone di affrontare nell’incontro con il professor Ambrosini.
Relazione dell’incontro
Come previsto dal programma de “I Mercoledì del Veritas”, il 4 marzo scorso il professor Maurizio Ambrosini, docente di sociologia all’Università statale di Milano, ha relazionato su un tema di grande attualità dal lato sociale soffermandosi sugli effetti della crisi economico-occupazionale sulla popolazione e in particolare affrontando i vissuti delle persone che hanno perso il lavoro.
L’esperienza della perdita del lavoro e della difficoltà di ritrovarlo é l’aspetto più drammatico della lunga recessione in cui il nostro Paese ancora versa, eppure, ha sottolineato il relatore, si sa poco di come vivono i disoccupati e delle modalità con cui fronteggiano la propria situazione di deprivazione. La recessione ha colpito lavoratori di vari livelli e la diversa dotazione di risorse personali e sociali discrimina profondamente la popolazione dei disoccupati.
Un tentativo di risposta a questi quesiti è ricavabile dai risultati di una recente ricerca effettuata in area lombarda e condotta da un gruppo di ricercatori coordinati dallo stesso Ambrosini, risultati che sono stati illustrati nel corso della conferenza.
I soggetti che avendo perso il lavoro risultano maggiormente coinvolti in situazioni di povertà e di grave difficoltà nel far quadrare il bilancio mensile sono persone con bassi titoli di studio, con figli a carico, divorziate, con età matura e comunque prive di una efficace rete parentale di aiuto; gli stranieri sono particolarmente coinvolti. Le situazioni personali e familiari vengono ad aggravarsi a fronte di mutui attivi, di debiti in corso, di bollette per utenze onerose.
In molti casi la disoccupazione non è un’esclusione permanente dal mercato del lavoro, ma un’accentuata difficoltà a rientrarvi in maniera sufficientemente stabile e duratura.
La popolazione disoccupata é formata spesso da figure miste, che vivono tra lavori precari, grigi, neri, e periodi di vera e propria mancanza di lavoro. Molti intervistati, ha sottolineato il relatore, hanno infatti sperimentato carriere lavorative segmentate, segnate da uscite e rientri nell’occupazione.
Componenti particolarmente svantaggiate nella perdita del lavoro risultano le donne e gli immigrati. Le prime in conseguenza dell’impedimento all’espressione dell’investimento identitario ed economico che da tempo ormai motiva l’accesso al lavoro di parte femminile, i secondi per la carenza di risorse di riserva, quando è presente l’obbligo morale ed economico di inviare rimesse ai congiunti in patria e comunque perché le reti di riferimento dei migranti in tempi di crisi si rivelano assai fragili. Il relatore ha evidenziato come gran parte degli immigrati avvicinati non abbiano espresso la scelta di tornare definitivamente nel paese di origine rappresentando tale opzione una sconfitta esistenziale difficilmente giustificabile in patria; la conseguenza è la ricerca di nuovi lavori pur precari e a molto bassa professionalità.
La ricerca di un nuovo lavoro ha visto maggiormente protagonisti i giovani istruiti e gli stranieri. Le maggiori risorse conoscitive a disposizione spiegano il maggiore attivismo nel
primo caso, ma é la necessità a spingere a moltiplicare le azioni di ricerca, arrivando addirittura ad annullare lo svantaggio derivante da minori livelli di istruzione nel secondo caso. Significativa è la scelta per molte donne e pure per parecchi maschi (immigrati e non) dopo momenti di formazione messi in campo da molte Regioni, di impegnarsi nell’ambito dei servizi sociosanitari, specie in quelli domiciliari.
I disoccupati, ha sottolineato il relatore, alla ricerca di un lavoro, si attivano in vario modo, spesso ricorrendo a diversi canali: di tipo informale (amici, parenti e conoscenti) o rivolgendosi direttamente al mercato (i soggetti più istruiti, mediante risposta a inserzioni o l’invio di curriculum alle aziende) o principalmente mediante il ricorso ai servizi per l’impiego. Sono gli stranieri e le persone più mature che si affidano principalmente alle reti informali con risultati però altalenanti.
L’attivazione per la ricerca di un lavoro non é comunque un processo lineare e gli esiti appaiono spesso deludenti, ed è per questo che risulta necessario, in molte situazioni, un accompagnamento adeguato da parte di appositi servizi, anche mediante interventi compensativi delle difficoltà e delle debolezze soggettive: questo rimanda a una più incisiva responsabilità e a un maggior impegno da parte delle risorse pubbliche investite dalla problematica. Specie verso i Centri per l’impiego i disoccupati maggiormente in difficoltà riversano grandi aspettative a trovare autonomamente un’occupazione.
Nella parte conclusiva dell’intervento il relatore ha sottolineato che solo un insieme di risposte tra loro coerenti può concretamente invertire una situazione che oggettivamente è lesiva di diritti personali e sociali fondamentali. Alcune di queste possibili risorse sono state elencate dal relatore: maggior investimento sul sistema dei servizi all’impiego, un’adeguata riforma degli ammortizzatori sociali che comprenda anche un miglior uso della cassa integrazione guadagni, maggiori investimenti formativi sui lavoratori in servizio e su quelli che il lavoro l’hanno perso, maggiore responsabilizzazione delle imprese intenzionate a rescindere i contratti dei dipendenti considerati in esubero e invece riconoscimento per gli operatori economici che realizzano con successo il ricollocamento di chi non lavora.
Da ultimo Ambrosini ha sottolineato come la recessione con la connessa disoccupazione ha determinato una massa di tempo disponibile per un gran numero di persone private di un ruolo sociale e di occasioni di socialità. A tale problema, ha suggerito il relatore, serve una coraggiosa immaginazione sociale che costruisca occasioni nuove di valorizzazione di risorse e professionalità che non debbono rimanere inattive; attività socialmente utili sul territorio, formazione di nuove competenze e di nuovi interessi sono esempi di iniziative che possono costruire o ricostruire legami sociali e favorire possibili ricollocazioni lavorative.
Molto intenso il dibattito successivo alla relazione che ha arricchito e ampliato molti dei temi oggetto della serata. (Carlo Beraldo)