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22/04/2015 – Conferenza: “Dio, dopo Dio”

Mercoledì 22 aprile 2015 alle 18.30 conferenza su: “Dio, dopo Dio”, relatore p. Roberto Riccio S.I. professore di Teologia Dogmatica della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sezione San Luigi

Nel suo intervento sul tema “Dio, dopo Dio”, il padre Roberto Del Riccio S.I. si focalizzerà soprattutto sul metodo di fare teologia, cioè appunto di “tenere un discorso su Dio”. Il suo proposito è  presentare sinteticamente la situazione della teologia prima del Concilio Vaticano II, per poi affrontare la svolta compiuta dal Concilio ed infine passare alla ricezione delle istanze conciliari nella teologia attuale. Padre Del Riccio circoscriverà la sua riflessione alla teologia di area cattolica e alla teologia accademica, senza prendere direttamente in considerazione autori come, per esempio, Vito Mancuso o Kearney, non solo a causa della vastità del tema che si trova a dover affrontare, ma anche perché uno degli elementi determinanti nell’attuale contesto culturale è – a parere del nostro conferenziere – il confronto con la “pretesa” autoritativa delle religioni, che per lui emerge in modo esemplare in aerea accademico-cattolica, nella quale il teologo nel suo indagare il Mistero deve esplicitamente fare i conti con il Magistero. (Ruggero Marchetti)

Relazione dell’incontro

 Nel suo intervento sul tema della discontinuità teologica dal titolo  “Dio, dopo Dio”, il padre Roberto Del Riccio S.I., docente di Teologia Dogmatica della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, ha parlato del cambiamento del modo di fare teologia, e perciò del modo di parlare di Dio, con le conseguenze che questo ha anche sul nostro “pensare Dio”, determinato dalla svolta del Concilio Vaticano II.   

Ha perciò descritto sinteticamente la  situazione della teologia cattolica prima del Concilio, per poi affrontare la svolta conciliare, ed infine passare alla ricezione delle istanze conciliari nella teologia attuale. 

 A) Prima del Concilio. In una teologia dominata dal neotomismo, l’idea era quella di una teologia e una filosofia al servizio della teologia, ambedue caratterizzate dall’idea della perennità. Perciò teologia come formulazione di verità eterne ed immutabili, e un insegnamento di tipo dottrinale, che non ammette cambiamenti neanche nel linguaggio, perché – in questa impostazione come non mai – la forma è sostanza. Tutto questo caratterizzato da una netta distinzione fra dottrina e pratica, quest’ultima regolata dal diritto canonico e dalla pastorale.  

 B) Il Vaticano II cambia le carte in tavola: a) introduce un modo nuovo di rapportarsi alla verità e ai dogmi, determinato dal fatto che adesso la Rivelazione si comprende come dono di Dio nella storia, e non più come sistema di verità; b) ci si rende conto della formulazione storica dei dogmi, i quali hanno un linguaggio appunto legato alla storia e al contesto culturale in cui sono stati pensati e definiti, un linguaggio perciò relativo, che non si identifica più necessariamente con il contenuto del dogma, che è ciò che solo conta. Questo significa che adesso Dio si può esprimere sincronicamente nelle varie culture, lingue, categorie mentali; c) si riscopre l’autonomia degli ambiti del mondo, che viene vista teologicamente: è la Rivelazione stessa infatti, che ci dice che il mondo è autonomo. 

 C) Dopo il Concilio, viviamo oggi una situazione tutta nuova. Siamo nella postmodernità, caratterizzata dal distacco dell’oggi dalle epoche del passato prima invece considerate esemplari.  In questa congiuntura, i problemi che la teologia deve affrontare sono essenzialmente due: il suo voler essere scienza; il suo voler essere scienza confessante. Tre invece le sfide: nella realtà variegata di oggi, vincere la tentazione di occuparsi solo di chi è interno alla Chiesa; vincere anche l’ulteriore tentazione rappresentata dal fatto che questa posizione di chiusura è favorita dal laicismo di oggi che spinge per una privatizzazione della fede; sapere allora parlare di Dio e del mondo, in un atteggiamento di apertura, “da scienza”.

Quest’approccio aperto e scientifico deve poi andare lungo tre direttive: a) l’autorivelazione di Dio e l’autonomia delle creature: Dio si rivela nel mondo, che lascia libero di essere mondo, e allora ogni realtà del mondo ha qualcosa da dire su Dio e sull’essere umano; b) manifestare Dio favorendo un libero accesso alla fede cristiana: oggi non conta il maestro e la sua autorità, ma la testimonianza. Occorre confrontarsi con tutti sul bene comune e sulla trasformazione del reale, e lì si può porre la questione di Dio; c) ripensare la trasmissione di Dio nella storia: Dio noi lo riceviamo da una generazione che lo passa all’altra (c’è allora una spetto normativo, di fedeltà), ma poiché questo passaggio avviene nel tempo, anche la storia incide su di esso. Tutte le formulazioni teologiche e dogmatiche vanno allora viste alla luce della loro storicità.

Fin qui il padre Del  Riccio: un’esposizione densa, sistematica, chiara e coinvolgente, che ha stimolato nel momento di dibattito che come di consueto ha chiuso la serata, alcune domande (e relative risposte) molto interessanti per tutti i presenti.  

Ruggero Marchetti

                                                                            

 

 

 

 

 

 

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17/04/2015 – Seminario: “Il Buddismo tra Oriente e Occidente”

Il Centro Veritas, in collaborazione con il Centro Buddhista Tibetano organizza un seminario sul Buddhismo che avrà luogo al Centro Veritas (in via Monte Cengio 2/1 a- Trieste) nelle giornate di mercoledì 8 aprile; mercoledì 15 aprile e venerdì 17 aprile alle ore 18.30.

Il terzo incontro del seminario (venerdì 17 aprile), affronterà la discontinuità religiosa, con la conferenza dal titolo: “Il Buddismo tra Oriente e Occidente”, relatore Massimo Raveri, dell’Università di Venezia. Raveri ci condurrà nella conoscenza della dottrina della tradizione buddista a partire dalla sua comprensione nell’Europa del XVIII secolo, passando alla sua rielaborazione in terra d’Inghilterra e d’America per giungere alla restituzione  alla tradizione buddista d’Oriente. In questo percorso s’affaccia anche la New Age che ha curvato a proprio uso e consumo le idee e i principi del Buddismo trovando largo ascolto nelle nostre giovani generazioni.

Clicca qui per visualizzare: Locandina Seminario Buddismo 17 aprile

Relazione dell’incontro

Il ricordo dell’amico Mario Vit è stato il primo pensiero del prof. Raveri dando inizio alla conferenza sulla storia della scoperta del buddismo da parte della spiritualità e pensiero occidentale. Il problema dell’incontro dell’altro e la sua negazione sono la sottile linea rossa tracciata dal relatore nella sua narrazione. Per lo sguardo dell’antropologo, Buddha e Cristo si sono incontrati di recente: nel XVI secolo i missionari gesuiti, pur conoscendo la presenza del buddismo nei  paesi in cui arrivarono, non ne parlarono mai, mentre sono stati gli inglesi colonizzatori nel XVIII secolo i primi a tradurre i testi sacri dell’Oriente, con la finalità di meglio conoscere e comandare le popolazioni locali dell’India. Tuttavia, saranno testi induisti quelli tradotti dagli inglesi perché il buddismo aveva lasciato l’India da molti secoli per trasferirsi in Tibet, Cina, Giappone  e nel sud-est asiatico.

Nei primi decenni del XIX secolo si hanno le prime traduzioni dei testi del canone buddista da parte di un funzionario della corona inglese, tale Hodgson, il quale tradusse sì molti testi ma non volle immischiarsi con la vita dei buddisti che, ai suoi occhi, era puro folklore: è dal XX secolo che la cultura europea pensa al buddismo come un percorso di salvezza. Non è un caso che il cristiano protestante Hodgson riesca a vedere esclusivamente il buddismo theravāda dei monaci di Ceylon da lui conosciuti che vive di pochi riti e templi scarni, tradizione che ha tenuto immutati testi e dottrina dal VI secolo a.C.

Hodgson considera il buddismo Mahāyāna, quello più diffuso e inculturatosi tra le popolazioni asiatiche, quello che ha molti riti come per i cattolici, un buddismo degenerato come degenerato era per lui (e i protestanti del suo tempo) il cristianesimo dei cattolici: per Hodgson questo buddismo non è assimilabile per la propria cultura religiosa e per questo nega la sua esistenza negandogli dignità.

L’incontro della spiritualità occidentale con i testi buddisti non ha portato a questa la conoscenza di una esperienza di salvezza altra rispetto al cristianesimo, pur tuttavia interrogando l’Occidente: Max Muller conia per primo la definizione di “filosofia” per il buddismo perché non poteva concepire la possibilità di una religione senza Dio, dunque negando l’identità del buddismo. Nel 1893, alla prima seduta del  parlamento delle religioni tenutasi a Chicago, il presidente, cristiano riformato, affermava davanti a tutte le delegazioni convenute che la luce è Cristo e va portato a chi vive ancora nella penombra, che è nuovamente la negazione della dignità della scelta altrui. Ma in America, in quegli anni, la teosofia propugna una spiritualità sognante, razionale e mistica, che vede nell’Oriente lo scrigno di questo tesoro e il maestro Zen Suzuki, venuto a contatto con la teosofia, rilancia il buddismo Zen in quella stessa America che per altra via lo aveva disdegnato nel parlamento delle religioni. Suzuki vende al pubblico americano lo Zen con categorie teosofiche e fa successo, secondo quel movimento psicologico che riconosce l’alterità solo perché  preconfezionandola a sua misura. Anche alla bit generation e alla psicoanalisi piacerà molto questo Zen “fanciullesco” ma che non ha niente a che fare con l’ascesi interiore dei maestri buddisti. Questa particolare ricezione edulcorata della dottrina buddista sarà quello che poi passerà nella New Age la quale, grazie anche alla capillare diffusione di internet, renderà popolare una spiritualità che punta molto sull’io e la sua liberazione per cercare nuovi orizzonti e  poteri spirituali, aspettative che gonfiano quel sé che l’ascesi buddista vuole estinguere nella ricerca del Nirvana: ancora una volta un moto culturale di stravolgimento identitario per non incontrare l’altro nella sua autenticità, per rimanere nei confini sicuri del quietamente noto.

Vitaliano Raimo

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15/04/2015 – Seminario: “Il discepolo del Dharma in Occidente”

Il Centro Veritas, in collaborazione con il Centro Buddhista Tibetano organizza un seminario sul Buddhismo che avrà luogo al Centro Veritas (in via Monte Cengio 2/1 a- Trieste) nelle giornate di mercoledì 8 aprile; mercoledì 15 aprile e venerdì 17 aprile alle ore 18.30.

Il secondo incontro del seminario sul Buddhismo (mercoledì 15 aprile) avrà come tema: “Il discepolo del Dharma in Occidente”, relatore il Ven. Lama Gunna Tulku Kalsang Rinpoché, dottore in filosofia. Rinpoché è un titolo onorifico che viene dato a un Lama e significa “prezioso”.

Il Lama parlerà del Dharma (che significa religione, legge,  testi sacri), dell’insegnamento che viene impartito ai discepoli e delle modalità usate per l’apprendimento del Buddhismo in Occidente.

Clicca qui per visualizzare: Locandina Seminario Buddismo 15 aprile

Relazione dell’incontro

Buddismo religione di pace

Il 15 aprile si è svolto al Centro Culturale Veritas il secondo incontro del seminario su “Il discepolo del Dharma in Occidente” e ha visto la presenza del Lama Gunna Tulku Kalsang Rinpoché, dottore in filosofia, che si è soffermato sul tema della meditazione. Ha richiamato il fatto che esistono parallelismi tra buddhismo e cristianesimo per quanto riguarda questo aspetto e soprattutto che nessuna pratica religiosa personale è efficace se poi non si mettono in pratica gli insegnamenti dell’amore misericordioso nei confronti di tutti gli esseri senzienti.

Il Ven. Lama Kalsang Rinpoché ha poi rimarcato come l’insegnamento del Buddha sia rivolto “a tutti” senza distinzione, e che ciascuno è in grado di seguire le sue vie per giungere all’illuminazione. Ha quindi portato alcuni esempi molto semplici e pratici di come viene insegnata la meditazione.

Senza dubbio esistono delle differenze tra Oriente ed Occidente nell’approccio alla meditazione: Kalsang Rinpoché, sollecitato da una domanda di un ascoltatore, ha fatto l’esempio dell’uso della corona di grani, comune alle due tradizioni – la recita del Rosario per i cattolici e quella dei mantra nel buddhismo – : con una battuta, ha detto che per un occidentale “100 grani bastano”, mentre per un orientale un migliaio di ripetizioni sono la normalità.

Richiesto poi di una precisazione sulla definizione di “esseri senzienti”, Kalsang Rinpoché ha ricordato come nel buddhismo esistano sei ordini di esseri e che ciascun essere, anche tra quelli inferiori, può giungere all’illuminazione.

Tiziana Melloni

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8/04/2015 – Seminario: “Continuità e discontinuità dell’insegnamento del Buddismo tra discepoli orientali e occidentali”

Il Centro Veritas, in collaborazione con il Centro Buddhista Tibetano organizza un seminario sul Buddhismo che avrà luogo al Centro Veritas (in via Monte Cengio 2/1 a- Trieste) nelle giornate di mercoledì 8 aprile; mercoledì 15 aprile e venerdì 17 aprile alle ore 18.30.

Il primo incontro del seminario sul Buddhismo (mercoledì 8 aprile) verterà su: Continuità e discontinuità dell’insegnamento del Buddhismo tra discepoli orientali e occidentali, relatrice ani Sherab Choden (Malvina Savio), presidente del Centro Buddhista Tibetano Sakya e del Progetto India Onlus.  Ani Sherab si occupa sia della parte religiosa in quanto dichiarata dal Ven. Khenchen Sherab Gyaltsen Amipa Rinpoché come ministro di culto, sia, grazie al Progetto Indi Onlus, delle adozioni a distanza dei profughi tibetani in esilio in India, in modo particolare si dedica all’educazione dei bambini e dei ragazzi, sia monaci che laici. Per l’ordine dei Sakya, è l’unica persona religiosa a rappresentarla in Italia.

La relatrice introdurrà il tema facendo un breve cenno della storia tibetana  e poi passerà  ad informare sulle modalità di insegnamento del Buddhismo per i discepoli nel mondo orientale e quelli da noi in Occidente e per comprendere come si vive il Buddhismo in Asia e come è stato recepito in Occidente.

Clicca qui per visualizzare:Locandina Seminario Buddismo 8 aprile

Relazione dell’incontro

Buddismo religione di pace

L’8 aprile si è svolto al Centro Culturale Veritas il primo incontro del seminario su “Il discepolo del Dharma in Occidente”.

Ani Malvina Savio, presidente del Centro Buddhista Tibetano Sakya e del progetto India Onlus, in apertura del seminario, ha salutato i presenti con la formula tibetana: “Che la pace e la benedizione sia su di noi”.

Ani Malvina ha avviato la sua relazione citando le parole del principale maestro europeo del buddhismo, Gyalwa Shamarpa Rinpoché, scomparso lo scorso anno, che fu anche suo maestro. Il buddhismo è una religione di pace; per il maestro, ogni persona che desidera la pace dovrebbe intraprendere un cammino spirituale, perché è dallo spirito che dipende la pace. L’essenza dell’insegnamento del Buddha è la compassione piena di amore. Da essa si sviluppa la saggezza, l’illuminazione.

Ani Malvina ha quindi introdotto i presenti ai fondamenti della religione buddhista, iniziata con gli insegnamenti del Budda Shakyamuni nel 566 A.C. Dopo aver raccontato in sintesi la storia dello storico fondatore, ani Malvina ha tratteggiato i punti salienti del buddhismo. Buddha vuol dire “totalmente illuminato”; il Buddha storico, Siddharta Gautama Sakyamuni, dopo un percorso di ricerca personale, elaborò le “quattro nobili verità” necessarie per liberarsi dalle sofferenze e giungere all’illuminazione; in Occidente si direbbe “giungere alla santità”. Al termine delle sue meditazioni iniziò la sua predicazione, il “Dharma”.

I tre veleni che provocano sofferenza sono: ego, attaccamenti e ignoranza, intesa quest’ultima come non conoscenza. Occorre trovare un metodo per allontanarci da essi. Buddha ha lasciato 84mila insegnamenti. Ciò vuol dire che non c’è un metodo unico che funziona con tutti.

Ci sono tre vie o scuole principali del buddhismo: il piccolo carro, il grande carro (o via di mezzo) e la scuola di diamante, più alta, quella conservata nei monasteri tibetani.

Il buddhismo fu diffuso in Tibet nel 700 D.C. da un principe indiano, e fu recepito così bene in quei luoghi da trasformare i tibetani da guerrieri a monaci. Questo è il motivo per cui i monasteri tibetani hanno l’aspetto di fortezza: e sono effettivamente fortezze, poiché le caserme dei soldati furono trasformate in luoghi di preghiera.

Collegandosi al tema del progetto del Veritas “Continuità-Discontinuità”, ani Malvina ha ricordato come il buddhismo in Tibet abbia conosciuto fasi di cancellazione; l’ultima discontinuità è quella attuale, in cui il regime comunista cinese ha rimosso quasi del tutto la cultura buddhista ed anche la lingua tibetana, tanto che i monaci – che studiano in India – imparano anche il cinese per riportare, a rischio della loro vita, la tradizione in Tibet.

Un altro fenomeno storico di continuità e discontinuità nella diffusione del buddhismo è l’interessante storia delle sue relazioni con la Mongolia. Fu Kublai Khan ad introdurre il buddhismo nell’impero mongolo e per lunghi secoli vi fu una forte tradizione in tal senso. Anche qui però negli anni Trenta del secolo scorso vi fu una cesura, il buddhismo fu contrastato fino a farlo quasi sparire.

Sul caso della Mongolia, ani Malvina ha invitato a parlare dal tavolo dei relatori il prof. Aldo Colleoni, console di Mongolia in Italia (il consolato ha sede a Trieste), presente tra il pubblico. Il dr. Colleoni ha spiegato come attualmente vi sia una ripresa del monachesimo buddista nel vasto Paese delle steppe, ed anche come siano stati promossi e riavviati grazie alla sua mediazione i rapporti tra la Santa Sede e la Mongolia negli anni Novanta, tanto da portare i Gesuiti in quei luoghi con una propria università. Vi è un vescovo mongolo ed alcuni sacerdoti e suore.

Venendo al cuore del seminario, la continuità e discontinuità tra Oriente e Occidente, ani Malvina ha spiegato come la tradizione Kagugpa – una delle quattro scuole del buddhismo (le altre scuole sono: Samye, Nygmapa e Sakya) – sia giunta in Italia, tra gli anni Sessanta e Settanta.

L’incontro di due monaci buddhisti di tradizione tibetana Sakya con il mondo del disagio legato alla droga fece sì che un piccolo gruppo di italiani volle approfondire gli insegnamenti del buddhismo; a tal fine venne fondato un Centro di studi nel castello di Pomaia (PI). Questo è ancora oggi un centro molto importante dove sono presenti monaci e monache anche occidentali.

Il maestro di Ani Malvina, Shamarpa Rinpoché, giunse invece in Europa chiamato, assieme ad altri Lama, alla fine degli anni Sessanta per seguire i profughi tibetani che sempre più numerosi arrivavano in Svizzera grazie alla Croce Rossa. I Lama vissero per alcuni anni in grande povertà nel Paese elvetico, ospitati da famiglie, fino a quando non ricevettero in regalo un pezzo di bosc, dove sorse un Centro di buddhismo “ecumenico” in cui sono rappresentate scuole diverse.

Per comprendere il buddhismo in Occidente occorre tenere ben presente che nel buddhismo non si possono fare proseliti: questa è una regola che non può essere infranta. A tale proposito, il Dalai Lama ha scritto che “È meglio seguire la propria religione tradizionale” per non incorrere in difficoltà emotive e intellettuali. Per il Lama, ogni religione ha il potenziale per formare uomini spirituali, gentili, dotati di un cuore compassionevole.

L’adesione al buddhismo non è – per il Lama – da preferire alla propria religione d’origine, perché le radici sono importanti. Tuttavia, meglio aderire alla filosofia buddhista che non avere alcuna religione.

Ani Malvina ha concluso la prima parte del seminario citando ancora un testo del Dalai Lama sulla comprensione reciproca tra le religioni del mondo. Ha quindi ringraziato il Centro Veritas per l’ospitalità ed ha rivolto un pensiero di particolare gratitudine a padre Mario Vit, che con mente aperta ha fatto sì che le porte del Centro si aprissero a voci diverse.

Tiziana Melloni

 


feb
09

27/03/2015 – Quarto incontro di Lectio di Quaresima: Matteo 16, 21-26

Venerdì 27 marzo 2015 dalle 18.30 alle 19.30: Quarto incontro di Lectio di Quaresima su Continuità e discontinuità tra morte e resurrezione.

Matteo 16, 21-26. Via della croce. L’incontro è guidato da don Alessandro Cucuzza

Relazione della quarta lectio di quaresima di venerdì 27 marzo 2015

A cura di don ALESSANDRO CUCUZZA, Parroco della Parrocchia Beata Vergine Addolorata, sul testo di MATTEO 16, 21–27.

Matteo 16, 21-27.

 21Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». 23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». 24Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

   Il passo del vangelo di Matteo si colloca verso la fine del ministero itinerante di Gesù in Galilea. Era stato evangelista del Regno, guaritore, esorcista; aveva manifestato vicinanza, prossimità e misercicordia nei confronti dei poveri, degli esclusi, dei peccatori suscitando entusiasmo e speranza nei non rappresentati.

  Ora è prossimo il tempo di avviarsi verso Gerusalemme, dove Gerusalemme signifca la fine scandalosa e obbriosa della sua vicenda umana: la pena della croce era infatti infamante per il mondo greco-romano, addirittura maledizione divina per i Giudei del tempo. Nella narrazione dell’evangelista è prefigurato un/il tempo della spogliazione e dell’impotenza: nessuna risorsa su cui poter contare, nessuna via d’uscita: la persona di Gesù e la sua vita saranno interamente nelle mani di altri, che ne decideranno la morte.

  È una prospettiva quella prefigurata ai discepoli (Gesù cominciò a spiegare…) che suscita in loro sconcerto e ribellione e che si esplicita nell’affermazione decisa e perentoria di Pietro: non ti accadrà mai!  È lecito infatti pensare che in quell’anno di vita condivisa con Gesù i suoi discepoli si saranno pur fatta qualche idea su di lui, che presumibilmente era quella di un vincente, non certo quella di un perdente destinato a soccombere. Bastava anche solo pensare alle guarigioni compiute, certamente espressione di un “potere” che gli era riconosciuto: di liberazione, di perdono certo, ma pur sempre potere…

  La manifestata prospettiva di una sconfitta definitiva non poteva dunque non essere respinta dai discepoli. Ma i pensieri degli uomini non sono quelli di Dio… La logica che invera quel “dovere” (andare a Gerusalemme,soffrire, essere ucciso) è quella di chi si mette al servizio: è la logica che non contempla l’affermazione di sé, ma la pratica che favorisce e promuove la vita degli altri; quella che mette in conto anche di perdere la propria nello spendersi  per gli altri; quella che “trova” la propria vita nel promuovere la vita altrui. La sequela di Gesù, che i discepoli non avevano ancora capito, non contempla l’esercizio del potere ancorché libertante, ma la pratica della negazione di sé e l’accettazione della croce.

  Il passo evangelico ci pone interrogativi inquietanti, che siamo portati a eludere, allontanare, o addomesticare in qualche modo… Siamo davvero consapevoli di cosa comporta la “logica”, la sequela di Gesù? E noi da che parte ci collochiamo? Anche in merito all’esercizio del potere ce la caviamo pensando che in fondo la cosa non ci riguarda perché il potere sia esso politico, religioso, economico ci è estraneo, appartiene ad altri…? Ma non è anche vero che frammenti di potere appartengono anche a noi? Nella pratica del nostro agire quotidiano lo usiamo per soffocare gli altri o per favorire la loro umanità, per promuovere relazioni armoniose o per privilegiare il nostro tornaconto? 

 Concludendo, questo brano può essere assunto come cifra del tema continuità-discontinuità che ha fatto da filo conduttore nelle nostre lectio di quaresima: continuità con un’immagine di un Dio potente o discontinuità del Messia spogliato e sconfitto?

Franco Marangon

 

 

 

feb
08

20/03/2015 – Terzo incontro di Lectio di Quaresima: Matteo 27, 45-56

Venerdì 20 marzo 2015 dalle 18.30 alle 19.30: Terzo incontro di Lectio di Quaresima su Continuità e discontinuità tra morte e resurrezione.

Matteo 27, 45-56. La morte di Gesù e La croce: abbandono o epifania di Dio? L’incontro è guidato da don Alex Cogliati

 

Relazione della terza lectio di quaresima di venerdì 20 marzo 2015

A cura di don ALEX COGLIATI, parroco della Parrocchia di San Matteo Apostolo di Muggia, sul testo di MATTEO 27, 45 – 56

“Se due di voi uniranno la voce sulla terra per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli, la accorderà loro. Perché dove due o tre sono uniti nel mio nome, lì io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 19). Con questo spirito don Alex ci invita ad entrare nella preghiera, chiedendo il dono avuto dal centurione al cospetto della croce, di riconoscere cioè in Gesù il Messia.

Ci fa da sfondo il salmo 22, da cui l’evangelista Matteo riprende il clima, e ci aiutano alcuni autori che don Alex cita, Rinaldo Fabris, Santi Grasso, Bruno Maggioni e Carlo Molari. Il primo elemento che troviamo in questo testo è il buio, l’elemento delle tenebre, forse un’eclissi, anche se non esistono dati storici precisi. Le tenebre hanno un significato profondo, vedi il cap. 4, 16 di Isaia in cui si parla del “popolo che abitava nelle tenebre”. Rappresentano una condizione di sbandamento di un popolo che ha perso i suoi punti di riferimento e non riconosce il suo Messia, perché ha altre attese: trionfalismo, successo politico e straordinarietà.  In discontinuità invece, tutto il Vangelo di Matteo ci indirizza verso un messianismo fatto di debolezza e fallimento. Vediamo un Gesù perdente, in cui però i soldati e il centurione saranno capaci di riconoscere il Figlio di Dio. Le tenebre sono una dimensione cosmica, massima espressione del male umano che si abbatte su Dio e sull’uomo. La descrizione della spaccatura delle pietre e del tempio fanno parte dello stile apocalittico, che viene utilizzato per esprimere la vicinanza di Dio alla morte del Figlio. La domanda infatti è: epifania o abbandono di Dio? Tutto il racconto della passione ha come sfondo il capitolo 53 di Isaia, dal v. 3: “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia…”. È l’immagine del giusto sofferente perseguitato: il grido di colui che si rivolge a Dio come sua unica speranza. Il salmo 22, infatti, che si apre con un grido che fa pensare all’abbandono, si conclude con il fiorire della speranza:“(Dio) non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido di aiuto, lo ha esaudito”. Abbiamo la risposta salvifica di Dio. Secondo Maggioni, nessuna richiesta finisce senza risposta positiva di Dio. Il grido straziante non è disperazione, ma estrema interlocuzione a qualcuno che ascolta. Non c’è discontinuità in Gesù abbandonato, perché non pretende nulla. Gesù invoca compagnia, chiede presenza, non di risolvere problemi. Gesù è già stato abbandonato. Dall’alto della croce, il suo ‘perché’ di tanta sofferenza, espresso in quel “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” è la nostra richiesta di perché tanta violenza e dolore innocente nel mondo. È un atto di estrema solidarietà con l’umanità sofferente. Quale sarà la risposta a tanta ingiustizia? La resurrezione.

Nei versetti 47 e 48 viene citata la persona di Elia, figura biblica, che nella tradizione giudaica deve precedere il messia e soccorrere i morenti. Viene chiamato sulla scena della crocifissione a derisione di chi si è autoeletto messia. Gesù è veramente solo. La spugna intrisa di aceto, è un ulteriore segno di disprezzo nei confronti del morente (vedi il salmo 69, 22 “mi hanno messo veleno nel cibo e quando avevo sete mi hanno dato aceto”). Se il primo grido è forte, espresso chiaramente, nel secondo grido emette lo spirito ed è un grido inarticolato, di dolore intollerabile. Secondo Maggioni, anche in questo secondo grido Gesù richiede a Dio la sua presenza, pregando in un modo comune agli esseri umani e morendo come tutti coloro che si trovano ad affrontare indicibili sofferenze. Rispetto all’evangelista Marco, Matteo dice “consegnò lo spirito”. Per Santi Grasso l’azione esprime il contrario della nascita, (vedi Gen 2, 7), in cui Adamo riceve il soffio di vita ed Ez 37, 14 “farò entrare in voi il mio spirito”. Per Maggioni, Matteo introduce un elemento religioso in questa frase: Gesù “consegnò lo spirito avuto in dono”, per insegnare anche a noi come vivere, come aderire pienamente al progetto di Dio.

Nel versetti 51 – 53 per Matteo, Dio manifesta la sua presenza in senso teologico e simbolico con eventi straordinari e incomprensibili, il terremoto e soprattutto la lacerazione del velo del Tempio, il luogo sacro per eccellenza e luogo di incontro con Dio, per sottolineare che quella istituzione viene rinnovata e sostituita con l’incontro con il Figlio sulla croce. Qui si crea una fortissima discontinuità: il rapporto con il divino avverrà in altri luoghi e contesti, la sacralità di Dio non sarà più vissuta nel Tempio. Ciò che era prima viene distrutto perché appaia il nuovo. Israele non ha più l’esclusiva dell’incontro con Dio, ma la possibilità viene data a tutti. Ne sono un segno i sepolcri che si aprono e la risurrezione dei santi dormienti (cfr. v. 52) che anticipano la resurrezione di Gesù e già profetizzati in Ez 37, 13-14. È l’inizio del mondo nuovo. È stata sconfitta la morte e il male. Qui riconosciamo chi è il Signore e i primi a riconoscerlo e a fare la professione di fede sono proprio gli esecutori materiali di questo omicidio, i soldati romani e il centurione, che sono stranieri e pagani. Il Tempio che circoscriveva la realtà sacra è distrutto ed ora tutti sono in grado di riconoscere in quest’uomo morto il Figlio di Dio. C’è una continuità interna nel vangelo di Matteo data dall’ostinazione e il rifiuto dell’identità di Gesù da parte dei farisei e gli scribi e c’è discontinuità con il riconoscimento dei pagani. All’inizio dello stesso vangelo erano i magi a riconoscere in Gesù il messia, adesso sono i soldati e il centurione. Il grido di Gesù ha trovato una risposta nella rivelazione dei pagani: Egli non è stato abbandonato da Dio.

Nei versetti 55 e 56 notiamo un’altra discontinuità: i discepoli non sono presenti. Ci sono le donne e un centurione. Per quanto riguarda le donne, c’è continuità nel loro atteggiamento, che si conferma anche nel momento cruciale della morte. Le donne, quindi, una categoria all’epoca insignificante e i pagani rappresentano il nucleo iniziale dei credenti.

Don Alex conclude, mettendo in evidenza alcuni aspetti di continuità e discontinuità. Abbiamo continuità nella croce, come vita data in dono da Gesù, nella sua predicazione e nel suo stile.

Abbiamo discontinuità con la distruzione del Tempio e nell’interpretazione sui significati della croce: Gesù prende le distanze dal giudizio, dalla politica e si presenta come messia servo (cfr. Gv 12, 47). Il Figlio dell’Uomo è venuto per servire e non per essere servito. Il luogo sacro non è più il Tempio, ma la Croce. La croce non è sostituzione penale, come riparazione pretesa da Dio o prova da sopportare voluta da Dio in contrapposizione ai nostri desideri. Non è neanche un ostacolo creato appositamente da Dio. Nel caso di Gesù fu una situazione estrema, che Gesù affrontò con libera volontà di continuare a mostrare al di là di tutto fino a che punto può arrivare l’amore di Dio e umano, in continuità con il progetto di Dio. La croce non è percorso ad ostacoli nel cammino degli uomini, sadismo di Dio, ma vita in dono per Dio e per gli altri, secondo lo stile evangelico della fraternità.

Elisabetta Brandmayr

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25/03/2015 – Conferenza: “Sinodo 2014. Un nuovo linguaggio per raccontare la famiglia”

Mercoledì 25 marzo 2015 alle ore 18.30, conferenza: “Sinodo 2014. Un nuovo linguaggio per raccontare la famiglia. La discontinuità affettiva”, relatore p. Giacomo Costa S.I., direttore di Aggiornamenti Sociali.

“La famiglia tenuta come in un ideale abbraccio, tra il Sinodo straordinario dell’ottobre 2014 e il Sinodo generale del 2015. Un percorso originale che vede coinvolte e interpellate tutte le componenti ecclesiali e non solo. Nella scelta della famiglia, con le sue sfide inedite e le grandi risorse, la Chiesa respira a pieni polmoni, per se stessa e per tutta l’umanità.

Il vangelo sulla famiglia è la buona novella dell’amore divino che va proclamata a quanti vivono questa fondamentale esperienza umana personale, di coppia e di comunione aperta al dono dei figli, che è la comunità familiare. Il magistero della Chiesa sul matrimonio va presentato e offerto in modo comunicativo ed efficace, perché raggiunga i cuori e li trasformi secondo la volontà di Dio manifestata in Cristo Gesù”. (Pontificio Consiglio per la Famiglia)

Per approfondimenti consultare il sito del Pontificio Consiglio per la Famiglia:

http://www.familiam.org/famiglia_ita/chiesa/00005682_Sinodo_sulla_famiglia.html

Giacomo Costa, nato a Genova nel 1967. Dopo la laurea in DAMS-Musica all’università di Bologna e il servizio civile presso l’Associazione San Marcellino per i senza dimora entra, nel 1992, nella Compagnia di Gesù. Oltre agli studi in filosofia e teologia consegue un master in sociologia politica e morale con Luc Boltanski presso l’EHESS (Ecole d’Hautes Etudes en Sciences Sociales) di Parigi, vivendo e lavorando al tempo stesso nelle periferie della città, a Saint-Denis. Dal 2004 al 2006 è stato membro dell’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe di Palermo, nello staff del Master in “Governance e sviluppo territoriale”.

Dal 2005 entra a far parte della redazione di Aggiornamenti Sociali(www.aggiornamentisociali.it) di cui è successivamente Capo redattore (2007) e Direttore (2010), succedendo a p. Bartolomeo Sorge. Dal 2008 è anche Presidente della Fondazione Culturale San Fedele di Milano (www.sanfedele.net), istituzione impegnata dal dopoguerra nel dialogo con la cultura e la società, articolando fede e giustizia. Ha curato le ricerche La solidarietà frammentata. Le leggi regionali sul welfare a confronto (Bruno Mondadori 2009) e Diritti in costruzione. Presupposti per una definizione efficace dei livelli essenziali di assistenza sociale (Bruno Mondadori 2012).

Articolo

Il Sinodo sulla famiglia

Il 25 marzo si è svolta la conferenza sulla discontinuità affettiva: “Sinodo 2014. Un nuovo linguaggio per raccontare la famiglia”. Relatore il p. Giacomo Costa S.I., direttore di Aggiornamenti Sociali.

Padre Giacomo Costa S.I. ha affrontato il tema della discontinuità affettiva partendo dai lavori del Sinodo sulla Famiglia: un percorso, come ha tenuto a sottolineare, tuttora in svolgimento.
Il 9 dicembre 2014 sono stati pubblicati i “Lineamenta”. Essi costituiscono la base per la XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo, che si celebrerà dal 4 al 25 ottobre 2015, sul tema: “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”.

Qui il testo dei “Lineamenta: http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20141209_lineamenta-xiv-assembly_it.html

Padre Costa ha dedicato gran parte della sua relazione ad illustrare lo stile del Sinodo stesso, che si svolge a 33 anni di distanza dall’Enciclica “Familiaris Consortio” di Giovanni Paolo II. Ha sottolineato in particolare l’attenzione dedicata al linguaggio. Si tratta di un elemento fondamentale che definisce l’orizzonte della sfida lanciata dalla evoluzione in atto nelle relazioni familiari.

Con la scelta del linguaggio si decide il senso del messaggio che la Chiesa affida alla famiglia. Non si tratta di “mettersi d’accordo” sulle regole, mercanteggiando tra rigore e modernità, quanto piuttosto di attuare una ri-comprensione ed una ri-articolazione del complesso universo delle relazioni famigliari.

La scelta della sinodalità sottolinea la chiamata a “mettersi in cammino” di nuovo; in qualche modo – ha rimarcato Costa – dopo il Concilio Vaticano II si è verificato un blocco, un’impossibilità di parlare, stretti tra rigidità dottrinale e buonismo acritico. La Chiesa per non essere “fortino assediato” ha bisogno di ridiventare luogo di incontro, sia nel dibattito interno, sia nel porsi di fronte al mondo come punto di riferimento per chi è in ricerca di senso.

Nei 33 anni che ci separano dalla “Familiaris Consortio” – ha ricordato p. Giacomo Costa – l’orizzonte delle relazioni famigliari si è ulteriormente complicato. Alle tematiche della contraccezione e del divorzio si sono aggiunte quelle della procreazione assistita e delle coppie omosessuali. Tali sfide rischiano di essere affrontate in modo ideologico, ricadendo nella spirale della contrapposizione non solo tra la Chiesa ed il “mondo” ma anche allo stesso interno della Chiesa.

La questione della composizione armonica delle discussioni all’interno della Chiesa è cruciale nel comunicare al mondo la “Buona Notizia” sulla famiglia. Papa Bergoglio ha ribadito la fiducia nel “sensum Fidei” teologicamente inteso: quando la Chiesa è “insieme”, “non sbaglia”. Occorre quindi che ciascun battezzato si senta interpellato ad esprimersi, non individualisticamente ma come parte di un popolo in cammino, per discernere cosa vuole da noi, qui e ora, Dio dalla Chiesa.

Qui si vede molto bene la “Ignazianità” di papa Francesco, che parla di “consolazioni e desolazioni” sulla famiglia, che via via si presentano mentre è in corso il lavoro sinodale. Esso rappresenta un autentico “esercizio”, un momento di crescita.

Rispetto ai contenuti del documento, padre Costa ha evidenziato come i mutamenti delle relazioni familiari nella prima parte siano stati affrontati avendo bene in mente i cambiamenti nell’ordine sociale che essi stessi hanno innescato. Viene poi messa in luce la grande rilevanza delle relazioni nella vita degli uomini: esse stesse fanno parte di un orizzonte di senso che ciascuno ricerca, non credente o credente, di qualsiasi credo religioso.

Si vede quindi la centralità del tema delle relazioni nell’annuncio cristiano. Le relazioni, in particolare quelle famigliari, sono una modalità speciale attraverso la quale Cristo si comunica all’umanità.

Nel documento viene dato particolare risalto alla “gioia cristiana”. Nella gioia del vivere insieme degli sposi si rende visibile l’amore di Cristo per l’umanità. È a partire da tale luce che si dipana il messaggio della Chiesa sulla famiglia.

Le sfide poste dalla modernità vanno quindi affrontate con questo sguardo luminoso, per cogliere la fiammella della carità anche nelle situazioni più complesse. “Seguendo lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cf. Gv 1,9; Gaudium et Spes, 22) la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto, riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite dando loro il coraggio per compiere il bene, per prendersi cura con amore l’uno dell’altro ed essere a servizio della comunità nella quale vivono e lavorano” (Relatio Synodi n.25).

Il percorso è tutt’altro che definitivo. Il passo principale tuttavia è stato compiuto: l’aver riaperto il confronto per giungere ad un riconoscimento condiviso di un bene, a partire da qualsiasi condizione in cui si trovino le persone.

Tiziana Melloni

 

 

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13/03/2015 – Secondo incontro di Lectio di Quaresima: Giovanni 12, 20-28

Venerdì 13 marzo 2015, dalle 18.30 alle 19.30: Secondo incontro di Lectio di Quaresima su Continuità e discontinuità tra morte e resurrezione.

Giovanni 12, 20-28. L’incontro è guidato da don Sergio Frausin

Relazione della seconda lectio di quaresima di venerdì 13 marzo 2015

A cura di don SERGIO FRAUSIN, Vice-Rettore del Seminario interdiocesano e insegnante presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, sul testo di GIOVANNI 12, 20 – 28.

Siamo a Gerusalemme, durante le celebrazioni della Pasqua. Gesù è stato accolto trionfalmente. Qui si rivelerà re, ma in discontinuità con quello che ci si aspetta. Si è concluso il libro dei Segni ed entriamo nel libro dell’Ora, in cui si compie ciò che essi significano. Cosa succede in questa città? Ci troviamo in un clima propizio per Gesù, sono saliti anche alcuni greci per la Pasqua, ellenisti simpatizzanti del giudaismo. Cosa esprimono? Il desiderio di vedere Gesù. Anche i Giudei e i capi vogliono vederlo e conoscerlo dopo la resurrezione di Lazzaro (v. 9), ma i greci rappresentano un anticipo dell’universalità contenuta nella morte di Gesù, quando sarà innalzato sulla croce. Chiedono infatti di vedere e conoscere Gesù, che è Luce vera, dice Giovanni, esprimendo un desiderio universale. Essi, per Giovanni, rappresentano quei “tutti che attirerò a me” del versetto 32, in cui Gesù svelaqualcosa del valore universale della sua morte in croce, quella croce che è innalzamento e nello stesso tempo abbassamento e che rivela nell’obbrobrio l’amore e l’umiltà di Dio. Cosa significa vedere e conoscere Gesù? aderire, credere, andare oltre le apparenze, affrontando il rischio di non credere.

L’accesso a Gesù dei pagani avviene attraverso duediscepoli dal nome greco, Filippo e Andrea, che sono i primi a raccogliere questo desiderio universale.

Nel versetto 23 Gesù parla ai discepoli: quella discontinuità della sua morte, che sembra tradire le attese e le aspettative, custodisce una continuità importante: la glorificazione.

C’è una continuità nel senso della sua attrazione e della sua morte: la modalità del suo essere re e il luogo in cui si rivela. Qual è il senso della sua vita? E’ l’Ora, l’ora in cui avviene la sua glorificazione. Tutta la vita di Gesù va verso quest’ora e verso questa glorificazione sulla croce.

Ci sono ore e appuntamenti decisivi nella storia di ciascuno. La Gloria è il kavod, il peso, l’importanza di Dio, un altro modo per dire Dio, impotenza di amore, ora di discontinuità infinita dell’immagine che l’uomo si fa di Dio e il Dio che si rivela sulla croce nell’autodonazione di Gesù.  Egli non si sottrae al destino deciso dal Padre, ma entra con determinazione in quest’ora rivelando se stesso come chicco di grano caduto in terra e che muore: continuità e discontinuità. L’immagine del seme compare spesso nel Vangelo, è il seme di frumento, che si trasforma in pane, con cui Gesù si identifica. È seme di frumento e pane di Vita che cade in terra ed esplica la sua forza vitale proprio cadendo nella terra. Ad un seme di frumento nessuno chiede di scegliere. Gesù, chicco di frumento, parla del seme come un dono fecondo per la vita. Per divenire principio di mutamento l’unica via è accettare di cadere in terra. I semi caduti nei vari terreni sono i semi della Parola. Per Giovanni è la Parola stessa che va sotto terra, muore e quindi porta frutto. Qual è il frutto per Giovanni? La riunificazione dei dispersi, cambiare l’immagine di Dio. Il dare frutto è applicato anche al dare frutto dei discepoli. Se non muore, il chicco rimane solo. Giovanni scrive il suo Vangelo in anni posteriori alle lettere di S.Paolo che dice: come saranno i corpi dei risorti? Tutto ciò che è stato seminato in questa terra, fiorirà! Chi avrà disprezzato la propria vita, la ritroverà! Amare o odiare la propria vita: qui si gioca la vita di ciascuno. Gesù si esprime con il linguaggio del suo popolo. C’è un modo di amare per conservare se stessi, ma chi ama, perdendo la propria vita per causa di Gesù, la troverà!

Don Sergio ricorda una frase di Enzo Bianchi secondo il quale ciò che conta è avere qualcuno per cui vivere e morire. Chi non fa così sperimenta la morte, perché la vita è relazione e si realizza nel dono di sé. Si perde la vita per trovarla ad un altro livello. Significa far morire alcuni modi di vivere il mondo, certe espressioni di sé per trasmettere vita e nutrimento, pane!

“Se uno mi vuol servire, mi segua e dove sono io, sarà il mio servo”: c’è una prossimità di destino unica. Dove sarà il mio Signore, lì sarò anch’io in una sequela fedele e perseverante. Qui abbiamo la rivelazione della strada del discepolo, che è espressione concreta dell’amore, perché chi non ama è servo della morte. Si parla di servo non in senso hegeliano (servo e padrone), ma di un servo a cui viene conferita la stessa dignità di fratello e figlio del Padre. Il percorso va dalla conservazione di sé alla libertà di perdersi: donazione e servizio in cui si sta con Gesù.

Nel v. 27 – “Adesso l’anima mia è turbata. Che dirò? “– scopriamo un Gesù in crisi davanti all’ora che lo aspetta. Vive l’angoscia dell’odio su di sé, lo sconvolgimento dell’abbandono, in sintonia con il lamento del giusto del Salmo 6. Se Gesù non avesse vissuto questi momenti, noi ci troveremmo soli quando siamo angosciati. In Gesù la figliolanza diventa preghiera e supplica a Dio, che può salvarlo da morte. Dicendo “Che dirò?” egli è il figlio che accetta e supera la paura della morte, tenendosi unito al Padre.  Sulla croce crolla tutto, rimane una vita di figlio fino alla fine. Gesù non si oppone, ma attraversa quest’ora in una mutua glorificazione, fino in fondo ci si mette l’uno nelle mani dell’Altro, in un rapporto con il Padre in cui comunica il kavod, la Gloria, la potenza dell’amore di Dio fino all’esperienza estrema, che abbraccia in una continuità di figlio e nei figli, che saranno i suoi discepoli.

Don Sergio conclude la lectio chiedendoci di immaginare Gesù che parla ai suoi discepoli e di metterci nei panni di quei greci che chiedono di vedere Gesù e di conoscerlo nel mistero della sua gloria.

Elisabetta Brandmayr

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6/03/2015 – Primo incontro di Lectio di Quaresima: Matteo 21, 33-45

Venerdì 6 marzo 2015, dalle 18.30 alle 19.30: Primo incontro di Lectio di Quaresima su Continuità e discontinuità tra morte e resurrezione.

Matteo 21, 33-45. L’incontro è guidato da don Fabio Gollinucci

 

Relazione della prima lectio di quaresima di venerdì 6 marzo 2015

A cura di don FABIO GOLLINUCCI, parroco della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, sul testo di MATTEO 21, 33 – 45.

Il 6 marzo ha avuto luogo la prima delle lectio di Quaresima che quest’annosi confrontano col tema promosso dal Centro Culturale Veritas su“Continuità e discontinuità”. Don Fabio Gollinucci ha guidato la lectio approfondendo il Vangelo del giorno, la parabola della vigna e dei vignaioli malvagi. La Parola produce libertà – dice don Fabio – e ci aiuta a vivere. Questa è una parabola per i capi, il riferimento è agli scribi e ai farisei e si colloca al centro tra la parabola che racconta la storia dei due figli, di cui solo uno fa la volontà del padre, e la parabola del banchetto di nozze che si conclude con l’invito alla gente di strada: un’allegoria del popolo d’Israele che si allarga alla Chiesa e al popolo di Dio.

Gesù intende trasmettere il senso di ciò che è venuto a fare: è già entrato in Gerusalemme a dorso di un’asina, è venuto a servire in umiltà. E’ un’immagine in contrasto con la visione degli scribi, che è la visione di un Dio potente. Dio non è quello che noi pensiamo – discontinuità religiosa e culturale -. Lo sguardo di Dio sull’uomo è immagine, figlio, posto in un ambiente ideale, un giardino. Siamo fatti per la gioia e l’armonia. Il peccato viene a rovinare quest’armonia. Resta il desiderio di felicità, di pienezza, di senso del vivere! Caduto il suo riferimento che è Dio, l’uomo si ritrova perso, fuori dalla verità di figlio. La vita è fatta per essere vissuta in pienezza e diffonderla intorno a sé. Gesù è il Dio della storia. “Cosa significa dire: ‘Ho avuto una storia?’  – continua don Fabio – La storia c’è,quando uno si mette in gioco, è coinvolto pienamente!” Il cammino dell’uomo è la storia di un ritorno. La vigna è quel terreno delicato di cui Dio si prende teneramente cura, lo custodisce e lo porta in alto, ma l’uomo, il suo popolo, lo rifiuta e si ritrova nuovamente nel deserto, che è luogo di discontinuità. Solo qui l’uomo può ritrovarsi e incontra un Dio faticoso, perché sconosciuto, dal quale l’uomo schiavo cerca conforto, ma Dio non è questo! Dio vuole riconsegnare l’uomo alla sua piena dignità e libertà di figlio ed erede!

Gesù, legato al Padre da un’intesa infinita, ci indica il disegno di Dio sul suo popolo, la sua vigna, popolo scelto, curato, a cui l’uomo resiste: più Dio ama, più cresce la resistenza dell’uomo, che dapprima bastona i servi e poi li uccide. Ma Dio non si arrende: manda il figlio, il cui arrivo rivela infine la vera volontà dell’uomo: rubare a Dio ciò che Dio dona e appropriarsi della vigna. L’uccisione del figlio richiama l’uccisione di Gesù stesso che avverrà due giorni dopo. Ma anche uccidendo il Figlio, il dono arriverà all’umanità. Il Figlio smaschera la motivazione profonda dell’uomo, ma rivela l’amore totale di Dio. Come finirà la storia? La pietra scartata diventa la base su cui si costruisce il nuovo rapporto con Dio, un rapporto d’amore.

Dio non è geloso, il suo dono è per tutti. Fedele a se stesso, rinuncia a se stesso e si fa servo. Uccidendo la Vita, l’uomo si illude: Gesù, amando, fa morire la Morte. “Assorbe” il male e rompe la catena di violenza. Basta “occhio per occhio”! Nel sepolcro Gesù porta la vita, porta vita alla morte. Vita di Dio che non si presenta con potenza: Egli ci dà la vigna e se ne va! Noi possiamo farne ciò che vogliamo, è per noi, amando, noi possiamo farla fruttificare! Ma noi temiamo di essere servi, ci sentiamo servi (vedi il fratello maggiore della parabola del figliol prodigo). Invece siamo figli! Dio ci vuole figli! Dio non vuole sacrifici, vuole che entriamo nella realtà della vita. La provocazione che emerge allora è: dove sono i nostri frutti? Usiamo la nostra vita per la gioia nostra e degli altri? Abbiamo bisogno di surrogati per “tenerci su”? Gesù è esigente ma continua a fidarsi di noi. Egli ci invita ad uscire dalle regole verso l’incontro liberante con Dio. La pietra “scartata”, il Figlio crocifisso e risorto, è l’inciampo, ma è il fondamento del popolo che riuscirà a fruttificare per il regno di Dio. Il Regno di Dio avanza perché Dio è fedele. E noi come rispondiamo? Cosa ne facciamo di questo dono?

Elisabetta Brandmayr

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Gli incontri di Lectio Divina di Quaresima

GLI INCONTRI DI LECTIO DI QUARESIMA 2015 (Marzo 2015)

Il Direttore del Centro Veritas, il gesuita p. Mario Vit, venuto a mancare in dicembre 2013, aveva molto a cuore gli incontri di lectio divina ed è per questo motivo che la Commissione del Veritas, cioè il gruppo di persone che ha il compito specifico di programmare le iniziative culturali dell’associazione, ha deciso, seppure con qualche difficoltà, di continuare a proporre questi incontri con l’ausilio di sacerdoti diocesani.

Gli incontri di lectio venivano e vengono promossi nei periodi forti dell’anno liturgico, Avvento e Quaresima.

Forse ci si domanderà perché un centro culturale promuova la Lectio divina… la Bibbia è un grande libro di cultura, che ha ispirato e orientato la vita di interi popoli per secoli, e continua anche adesso.

Vediamo nel dettaglio che cos’è una lectio divina.

La lectio divina è un atto di lettura della Bibbia, lettura meditata e orante della Parola di Dio, chiamata appunto lectio divina da Origene (thèia anàgnosis) e indica l’applicazione quotidiana alla Scrittura per meditarla, pregarla e metterla in pratica.
Può essere una lettura individuale o comunitaria della Scrittura che si svolge comunque in quattro momenti: lectio, meditatio, oratio e contemplatio
(secondo la formulazione di Guigo il Certosino, del XII secolo).

Il primo momento della lectio divina è la lettura. Si legge la Bibbia nella fede che in essa Dio ci viene incontro ed entra in relazione con noi e non va confusa con un pio esercizio di lettura spirituale di un’opera edificante.
Occorre evitare il dilettantismo di chi sceglie soggettivamente i testi o la temerarietà di chi sceglie un brano a caso perché “mi dica qualcosa”. Criteri pratici di lettura sono: la lettura continua di un libro biblico oppure i testi (o il solo Vangelo) della liturgia del giorno.

Il secondo momento è la meditazione: la lectio divina cerca il volto del Signore liberando il credente da atteggiamenti autocentranti, di ascolto di se stesso. La meditazione è approfondimento del senso della pagina biblica, dunque «studio», sforzo per superare la distanza culturale che ci separa dal testo. Questo momento è importante per rispettare il testo e non «falsificare la Parola di Dio».
Nella meditazione si fa emergere – magari con l’aiuto delle note o di un buon dizionario biblico – la punta teologica del testo, il suo messaggio centrale, o comunque un suo aspetto che in quella concreta lectio divina si rivela «parlante», “ci dice qualcosa”.
Con la preghiera la parola uscita da Dio ritorna a Dio in forma di ringraziamento, lode, supplica, intercessione
: la lectio divina si apre al «colloquio tra Dio e l’uomo» e diviene familiare. È lo Spirito che guida questo momento, ma a ispirare la preghiera è anche la Parola di Dio ascoltata: la lectio educa a una preghiera non devozionale, ma biblica ed essenziale. «La Parola di Dio cresce con chi la legge», dice Gregorio Magno: se il testo biblico è immutabile, il lettore muta, cresce, e l’assiduità con la Scrittura gli fa vivere i passaggi della vita come relazione con il Signore. Analogamente all’amore, più lo si frequenta più arricchisce, si approfondisce.
E infine il quarto momento: la contemplazione
. Che non allude a «visioni» o a esperienze mistiche particolari, ma indica la progressiva conformazione dello sguardo dell’uomo a quello divino, il quotidiano allenamento ad assumere lo sguardo di Dio su di noi e sulla realtà, la purificazione dello sguardo del cuore che arriva a discernere la terra, il mondo e gli uomini come templum, dimora di Dio.

Il filo conduttore della Lectio al Veritas di quest’anno è  legato al tema scelto per il programma culturale  2014/2015: Continuità e discontinuità.

In particolare si cercherà di leggere morte e resurrezione come due poli alternativi, ma anche complementari di continuità e discontinuità  prendendo in considerazione alcuni versetti del Vangelo.

Di seguito il calendario degli incontri:

Per la prima lectio, venerdì 6 marzo, avremo come ospite don Fabio Gollinucci che guiderà l’incontro su Matteo 21, 33-45.

Il secondo incontro, venerdì 13 marzo, avremo con noi don Sergio Frausin che rifletterà su Giovanni 12, 20-28.

Nel terzo incontro, venerdì 20 marzo, don Alex Cogliati guiderà la lectio prendendo come spunto Matteo 27, 45-56 e porrà la seguente domanda: Croce: abbandono o epifania di Dio?

Nel quarto e ultimo incontro, venerdì 27 marzo, sarà con noi don Alessandro Cucuzza che approfondirà Matteo 16, 21-26 ponendo un particolare accento su: La Via della Croce

Gli incontri di lectio si svolgono tutti i venerdì di Quaresima dalle 18.30 per un’ora circa, presso il Centro Veritas, in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste.

Il Veritas mette a disposizione dei partecipanti la Bibbia e il libro dei vespri, infatti la lectio si svolge all’interno della preghiera del vespro.

Per facilitare la comprensione della “struttura de una lectio” clicca qui per visualizzare le immagini:

Schema Lectio

Spiegazione schema Lectio

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