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13/03/2015 – Secondo incontro di Lectio di Quaresima: Giovanni 12, 20-28

Autore // veritas
Postato il // 10 gen 2015

Venerdì 13 marzo 2015, dalle 18.30 alle 19.30: Secondo incontro di Lectio di Quaresima su Continuità e discontinuità tra morte e resurrezione.

Giovanni 12, 20-28. L’incontro è guidato da don Sergio Frausin

Relazione della seconda lectio di quaresima di venerdì 13 marzo 2015

A cura di don SERGIO FRAUSIN, Vice-Rettore del Seminario interdiocesano e insegnante presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, sul testo di GIOVANNI 12, 20 – 28.

Siamo a Gerusalemme, durante le celebrazioni della Pasqua. Gesù è stato accolto trionfalmente. Qui si rivelerà re, ma in discontinuità con quello che ci si aspetta. Si è concluso il libro dei Segni ed entriamo nel libro dell’Ora, in cui si compie ciò che essi significano. Cosa succede in questa città? Ci troviamo in un clima propizio per Gesù, sono saliti anche alcuni greci per la Pasqua, ellenisti simpatizzanti del giudaismo. Cosa esprimono? Il desiderio di vedere Gesù. Anche i Giudei e i capi vogliono vederlo e conoscerlo dopo la resurrezione di Lazzaro (v. 9), ma i greci rappresentano un anticipo dell’universalità contenuta nella morte di Gesù, quando sarà innalzato sulla croce. Chiedono infatti di vedere e conoscere Gesù, che è Luce vera, dice Giovanni, esprimendo un desiderio universale. Essi, per Giovanni, rappresentano quei “tutti che attirerò a me” del versetto 32, in cui Gesù svelaqualcosa del valore universale della sua morte in croce, quella croce che è innalzamento e nello stesso tempo abbassamento e che rivela nell’obbrobrio l’amore e l’umiltà di Dio. Cosa significa vedere e conoscere Gesù? aderire, credere, andare oltre le apparenze, affrontando il rischio di non credere.

L’accesso a Gesù dei pagani avviene attraverso duediscepoli dal nome greco, Filippo e Andrea, che sono i primi a raccogliere questo desiderio universale.

Nel versetto 23 Gesù parla ai discepoli: quella discontinuità della sua morte, che sembra tradire le attese e le aspettative, custodisce una continuità importante: la glorificazione.

C’è una continuità nel senso della sua attrazione e della sua morte: la modalità del suo essere re e il luogo in cui si rivela. Qual è il senso della sua vita? E’ l’Ora, l’ora in cui avviene la sua glorificazione. Tutta la vita di Gesù va verso quest’ora e verso questa glorificazione sulla croce.

Ci sono ore e appuntamenti decisivi nella storia di ciascuno. La Gloria è il kavod, il peso, l’importanza di Dio, un altro modo per dire Dio, impotenza di amore, ora di discontinuità infinita dell’immagine che l’uomo si fa di Dio e il Dio che si rivela sulla croce nell’autodonazione di Gesù.  Egli non si sottrae al destino deciso dal Padre, ma entra con determinazione in quest’ora rivelando se stesso come chicco di grano caduto in terra e che muore: continuità e discontinuità. L’immagine del seme compare spesso nel Vangelo, è il seme di frumento, che si trasforma in pane, con cui Gesù si identifica. È seme di frumento e pane di Vita che cade in terra ed esplica la sua forza vitale proprio cadendo nella terra. Ad un seme di frumento nessuno chiede di scegliere. Gesù, chicco di frumento, parla del seme come un dono fecondo per la vita. Per divenire principio di mutamento l’unica via è accettare di cadere in terra. I semi caduti nei vari terreni sono i semi della Parola. Per Giovanni è la Parola stessa che va sotto terra, muore e quindi porta frutto. Qual è il frutto per Giovanni? La riunificazione dei dispersi, cambiare l’immagine di Dio. Il dare frutto è applicato anche al dare frutto dei discepoli. Se non muore, il chicco rimane solo. Giovanni scrive il suo Vangelo in anni posteriori alle lettere di S.Paolo che dice: come saranno i corpi dei risorti? Tutto ciò che è stato seminato in questa terra, fiorirà! Chi avrà disprezzato la propria vita, la ritroverà! Amare o odiare la propria vita: qui si gioca la vita di ciascuno. Gesù si esprime con il linguaggio del suo popolo. C’è un modo di amare per conservare se stessi, ma chi ama, perdendo la propria vita per causa di Gesù, la troverà!

Don Sergio ricorda una frase di Enzo Bianchi secondo il quale ciò che conta è avere qualcuno per cui vivere e morire. Chi non fa così sperimenta la morte, perché la vita è relazione e si realizza nel dono di sé. Si perde la vita per trovarla ad un altro livello. Significa far morire alcuni modi di vivere il mondo, certe espressioni di sé per trasmettere vita e nutrimento, pane!

“Se uno mi vuol servire, mi segua e dove sono io, sarà il mio servo”: c’è una prossimità di destino unica. Dove sarà il mio Signore, lì sarò anch’io in una sequela fedele e perseverante. Qui abbiamo la rivelazione della strada del discepolo, che è espressione concreta dell’amore, perché chi non ama è servo della morte. Si parla di servo non in senso hegeliano (servo e padrone), ma di un servo a cui viene conferita la stessa dignità di fratello e figlio del Padre. Il percorso va dalla conservazione di sé alla libertà di perdersi: donazione e servizio in cui si sta con Gesù.

Nel v. 27 – “Adesso l’anima mia è turbata. Che dirò? “– scopriamo un Gesù in crisi davanti all’ora che lo aspetta. Vive l’angoscia dell’odio su di sé, lo sconvolgimento dell’abbandono, in sintonia con il lamento del giusto del Salmo 6. Se Gesù non avesse vissuto questi momenti, noi ci troveremmo soli quando siamo angosciati. In Gesù la figliolanza diventa preghiera e supplica a Dio, che può salvarlo da morte. Dicendo “Che dirò?” egli è il figlio che accetta e supera la paura della morte, tenendosi unito al Padre.  Sulla croce crolla tutto, rimane una vita di figlio fino alla fine. Gesù non si oppone, ma attraversa quest’ora in una mutua glorificazione, fino in fondo ci si mette l’uno nelle mani dell’Altro, in un rapporto con il Padre in cui comunica il kavod, la Gloria, la potenza dell’amore di Dio fino all’esperienza estrema, che abbraccia in una continuità di figlio e nei figli, che saranno i suoi discepoli.

Don Sergio conclude la lectio chiedendoci di immaginare Gesù che parla ai suoi discepoli e di metterci nei panni di quei greci che chiedono di vedere Gesù e di conoscerlo nel mistero della sua gloria.

Elisabetta Brandmayr

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