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17/04/2015 – Seminario: “Il Buddismo tra Oriente e Occidente”

Autore // veritas
Postato il // 12 mar 2015

Il Centro Veritas, in collaborazione con il Centro Buddhista Tibetano organizza un seminario sul Buddhismo che avrà luogo al Centro Veritas (in via Monte Cengio 2/1 a- Trieste) nelle giornate di mercoledì 8 aprile; mercoledì 15 aprile e venerdì 17 aprile alle ore 18.30.

Il terzo incontro del seminario (venerdì 17 aprile), affronterà la discontinuità religiosa, con la conferenza dal titolo: “Il Buddismo tra Oriente e Occidente”, relatore Massimo Raveri, dell’Università di Venezia. Raveri ci condurrà nella conoscenza della dottrina della tradizione buddista a partire dalla sua comprensione nell’Europa del XVIII secolo, passando alla sua rielaborazione in terra d’Inghilterra e d’America per giungere alla restituzione  alla tradizione buddista d’Oriente. In questo percorso s’affaccia anche la New Age che ha curvato a proprio uso e consumo le idee e i principi del Buddismo trovando largo ascolto nelle nostre giovani generazioni.

Clicca qui per visualizzare: Locandina Seminario Buddismo 17 aprile

Relazione dell’incontro

Il ricordo dell’amico Mario Vit è stato il primo pensiero del prof. Raveri dando inizio alla conferenza sulla storia della scoperta del buddismo da parte della spiritualità e pensiero occidentale. Il problema dell’incontro dell’altro e la sua negazione sono la sottile linea rossa tracciata dal relatore nella sua narrazione. Per lo sguardo dell’antropologo, Buddha e Cristo si sono incontrati di recente: nel XVI secolo i missionari gesuiti, pur conoscendo la presenza del buddismo nei  paesi in cui arrivarono, non ne parlarono mai, mentre sono stati gli inglesi colonizzatori nel XVIII secolo i primi a tradurre i testi sacri dell’Oriente, con la finalità di meglio conoscere e comandare le popolazioni locali dell’India. Tuttavia, saranno testi induisti quelli tradotti dagli inglesi perché il buddismo aveva lasciato l’India da molti secoli per trasferirsi in Tibet, Cina, Giappone  e nel sud-est asiatico.

Nei primi decenni del XIX secolo si hanno le prime traduzioni dei testi del canone buddista da parte di un funzionario della corona inglese, tale Hodgson, il quale tradusse sì molti testi ma non volle immischiarsi con la vita dei buddisti che, ai suoi occhi, era puro folklore: è dal XX secolo che la cultura europea pensa al buddismo come un percorso di salvezza. Non è un caso che il cristiano protestante Hodgson riesca a vedere esclusivamente il buddismo theravāda dei monaci di Ceylon da lui conosciuti che vive di pochi riti e templi scarni, tradizione che ha tenuto immutati testi e dottrina dal VI secolo a.C.

Hodgson considera il buddismo Mahāyāna, quello più diffuso e inculturatosi tra le popolazioni asiatiche, quello che ha molti riti come per i cattolici, un buddismo degenerato come degenerato era per lui (e i protestanti del suo tempo) il cristianesimo dei cattolici: per Hodgson questo buddismo non è assimilabile per la propria cultura religiosa e per questo nega la sua esistenza negandogli dignità.

L’incontro della spiritualità occidentale con i testi buddisti non ha portato a questa la conoscenza di una esperienza di salvezza altra rispetto al cristianesimo, pur tuttavia interrogando l’Occidente: Max Muller conia per primo la definizione di “filosofia” per il buddismo perché non poteva concepire la possibilità di una religione senza Dio, dunque negando l’identità del buddismo. Nel 1893, alla prima seduta del  parlamento delle religioni tenutasi a Chicago, il presidente, cristiano riformato, affermava davanti a tutte le delegazioni convenute che la luce è Cristo e va portato a chi vive ancora nella penombra, che è nuovamente la negazione della dignità della scelta altrui. Ma in America, in quegli anni, la teosofia propugna una spiritualità sognante, razionale e mistica, che vede nell’Oriente lo scrigno di questo tesoro e il maestro Zen Suzuki, venuto a contatto con la teosofia, rilancia il buddismo Zen in quella stessa America che per altra via lo aveva disdegnato nel parlamento delle religioni. Suzuki vende al pubblico americano lo Zen con categorie teosofiche e fa successo, secondo quel movimento psicologico che riconosce l’alterità solo perché  preconfezionandola a sua misura. Anche alla bit generation e alla psicoanalisi piacerà molto questo Zen “fanciullesco” ma che non ha niente a che fare con l’ascesi interiore dei maestri buddisti. Questa particolare ricezione edulcorata della dottrina buddista sarà quello che poi passerà nella New Age la quale, grazie anche alla capillare diffusione di internet, renderà popolare una spiritualità che punta molto sull’io e la sua liberazione per cercare nuovi orizzonti e  poteri spirituali, aspettative che gonfiano quel sé che l’ascesi buddista vuole estinguere nella ricerca del Nirvana: ancora una volta un moto culturale di stravolgimento identitario per non incontrare l’altro nella sua autenticità, per rimanere nei confini sicuri del quietamente noto.

Vitaliano Raimo

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