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20/03/2015 – Terzo incontro di Lectio di Quaresima: Matteo 27, 45-56

Autore // veritas
Postato il // 08 feb 2015

Venerdì 20 marzo 2015 dalle 18.30 alle 19.30: Terzo incontro di Lectio di Quaresima su Continuità e discontinuità tra morte e resurrezione.

Matteo 27, 45-56. La morte di Gesù e La croce: abbandono o epifania di Dio? L’incontro è guidato da don Alex Cogliati

 

Relazione della terza lectio di quaresima di venerdì 20 marzo 2015

A cura di don ALEX COGLIATI, parroco della Parrocchia di San Matteo Apostolo di Muggia, sul testo di MATTEO 27, 45 – 56

“Se due di voi uniranno la voce sulla terra per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli, la accorderà loro. Perché dove due o tre sono uniti nel mio nome, lì io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 19). Con questo spirito don Alex ci invita ad entrare nella preghiera, chiedendo il dono avuto dal centurione al cospetto della croce, di riconoscere cioè in Gesù il Messia.

Ci fa da sfondo il salmo 22, da cui l’evangelista Matteo riprende il clima, e ci aiutano alcuni autori che don Alex cita, Rinaldo Fabris, Santi Grasso, Bruno Maggioni e Carlo Molari. Il primo elemento che troviamo in questo testo è il buio, l’elemento delle tenebre, forse un’eclissi, anche se non esistono dati storici precisi. Le tenebre hanno un significato profondo, vedi il cap. 4, 16 di Isaia in cui si parla del “popolo che abitava nelle tenebre”. Rappresentano una condizione di sbandamento di un popolo che ha perso i suoi punti di riferimento e non riconosce il suo Messia, perché ha altre attese: trionfalismo, successo politico e straordinarietà.  In discontinuità invece, tutto il Vangelo di Matteo ci indirizza verso un messianismo fatto di debolezza e fallimento. Vediamo un Gesù perdente, in cui però i soldati e il centurione saranno capaci di riconoscere il Figlio di Dio. Le tenebre sono una dimensione cosmica, massima espressione del male umano che si abbatte su Dio e sull’uomo. La descrizione della spaccatura delle pietre e del tempio fanno parte dello stile apocalittico, che viene utilizzato per esprimere la vicinanza di Dio alla morte del Figlio. La domanda infatti è: epifania o abbandono di Dio? Tutto il racconto della passione ha come sfondo il capitolo 53 di Isaia, dal v. 3: “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia…”. È l’immagine del giusto sofferente perseguitato: il grido di colui che si rivolge a Dio come sua unica speranza. Il salmo 22, infatti, che si apre con un grido che fa pensare all’abbandono, si conclude con il fiorire della speranza:“(Dio) non gli ha nascosto il suo volto, ma, al suo grido di aiuto, lo ha esaudito”. Abbiamo la risposta salvifica di Dio. Secondo Maggioni, nessuna richiesta finisce senza risposta positiva di Dio. Il grido straziante non è disperazione, ma estrema interlocuzione a qualcuno che ascolta. Non c’è discontinuità in Gesù abbandonato, perché non pretende nulla. Gesù invoca compagnia, chiede presenza, non di risolvere problemi. Gesù è già stato abbandonato. Dall’alto della croce, il suo ‘perché’ di tanta sofferenza, espresso in quel “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” è la nostra richiesta di perché tanta violenza e dolore innocente nel mondo. È un atto di estrema solidarietà con l’umanità sofferente. Quale sarà la risposta a tanta ingiustizia? La resurrezione.

Nei versetti 47 e 48 viene citata la persona di Elia, figura biblica, che nella tradizione giudaica deve precedere il messia e soccorrere i morenti. Viene chiamato sulla scena della crocifissione a derisione di chi si è autoeletto messia. Gesù è veramente solo. La spugna intrisa di aceto, è un ulteriore segno di disprezzo nei confronti del morente (vedi il salmo 69, 22 “mi hanno messo veleno nel cibo e quando avevo sete mi hanno dato aceto”). Se il primo grido è forte, espresso chiaramente, nel secondo grido emette lo spirito ed è un grido inarticolato, di dolore intollerabile. Secondo Maggioni, anche in questo secondo grido Gesù richiede a Dio la sua presenza, pregando in un modo comune agli esseri umani e morendo come tutti coloro che si trovano ad affrontare indicibili sofferenze. Rispetto all’evangelista Marco, Matteo dice “consegnò lo spirito”. Per Santi Grasso l’azione esprime il contrario della nascita, (vedi Gen 2, 7), in cui Adamo riceve il soffio di vita ed Ez 37, 14 “farò entrare in voi il mio spirito”. Per Maggioni, Matteo introduce un elemento religioso in questa frase: Gesù “consegnò lo spirito avuto in dono”, per insegnare anche a noi come vivere, come aderire pienamente al progetto di Dio.

Nel versetti 51 – 53 per Matteo, Dio manifesta la sua presenza in senso teologico e simbolico con eventi straordinari e incomprensibili, il terremoto e soprattutto la lacerazione del velo del Tempio, il luogo sacro per eccellenza e luogo di incontro con Dio, per sottolineare che quella istituzione viene rinnovata e sostituita con l’incontro con il Figlio sulla croce. Qui si crea una fortissima discontinuità: il rapporto con il divino avverrà in altri luoghi e contesti, la sacralità di Dio non sarà più vissuta nel Tempio. Ciò che era prima viene distrutto perché appaia il nuovo. Israele non ha più l’esclusiva dell’incontro con Dio, ma la possibilità viene data a tutti. Ne sono un segno i sepolcri che si aprono e la risurrezione dei santi dormienti (cfr. v. 52) che anticipano la resurrezione di Gesù e già profetizzati in Ez 37, 13-14. È l’inizio del mondo nuovo. È stata sconfitta la morte e il male. Qui riconosciamo chi è il Signore e i primi a riconoscerlo e a fare la professione di fede sono proprio gli esecutori materiali di questo omicidio, i soldati romani e il centurione, che sono stranieri e pagani. Il Tempio che circoscriveva la realtà sacra è distrutto ed ora tutti sono in grado di riconoscere in quest’uomo morto il Figlio di Dio. C’è una continuità interna nel vangelo di Matteo data dall’ostinazione e il rifiuto dell’identità di Gesù da parte dei farisei e gli scribi e c’è discontinuità con il riconoscimento dei pagani. All’inizio dello stesso vangelo erano i magi a riconoscere in Gesù il messia, adesso sono i soldati e il centurione. Il grido di Gesù ha trovato una risposta nella rivelazione dei pagani: Egli non è stato abbandonato da Dio.

Nei versetti 55 e 56 notiamo un’altra discontinuità: i discepoli non sono presenti. Ci sono le donne e un centurione. Per quanto riguarda le donne, c’è continuità nel loro atteggiamento, che si conferma anche nel momento cruciale della morte. Le donne, quindi, una categoria all’epoca insignificante e i pagani rappresentano il nucleo iniziale dei credenti.

Don Alex conclude, mettendo in evidenza alcuni aspetti di continuità e discontinuità. Abbiamo continuità nella croce, come vita data in dono da Gesù, nella sua predicazione e nel suo stile.

Abbiamo discontinuità con la distruzione del Tempio e nell’interpretazione sui significati della croce: Gesù prende le distanze dal giudizio, dalla politica e si presenta come messia servo (cfr. Gv 12, 47). Il Figlio dell’Uomo è venuto per servire e non per essere servito. Il luogo sacro non è più il Tempio, ma la Croce. La croce non è sostituzione penale, come riparazione pretesa da Dio o prova da sopportare voluta da Dio in contrapposizione ai nostri desideri. Non è neanche un ostacolo creato appositamente da Dio. Nel caso di Gesù fu una situazione estrema, che Gesù affrontò con libera volontà di continuare a mostrare al di là di tutto fino a che punto può arrivare l’amore di Dio e umano, in continuità con il progetto di Dio. La croce non è percorso ad ostacoli nel cammino degli uomini, sadismo di Dio, ma vita in dono per Dio e per gli altri, secondo lo stile evangelico della fraternità.

Elisabetta Brandmayr

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