set
05

7.09.2013: appuntamenti di preghiera e digiuno per la pace

In seguito all’appello del Papa, informiamo di alcuni appuntamenti di preghiera e digiuno per la pace specialmente in Siria di sabato 7 settembre:

ad ore 18.30 a San Luca

alle 21.00 a San Antonio Nuovo: incontro ecumenico e interreligioso

tutta la notte (veglia di adorazione) ai Santi Pietro e Paolo

Cordiali saluti

Mario Vit S.I.

Riportiamo qui di seguito l’ appello del Papa:PACE. PAPA FRANCESCO

 

giu
07

Comunicazione sul viaggio a Terezin e ad Auschwitz

Il Centro Veritas comunica che  il viaggio a Terezin e ad Auschwitz della fine di agosto 2013 non avrà luogo per mancanza del numero minimo di partecipanti.

giu
06

26 – 31 agosto 2013: viaggio a Theresienstadt e ad Auschwitz

Trieste, aprile 2013

 

Cari amici,

il Centro Veritas organizza – d’intesa con la comunità elvetica, valdese e metodista e con il rabbino Ariel Haddad – un viaggio a Theresienstadt e ad Auschwitz per mettere ulteriormente a fuoco le cause dei genocidi e delle violenze che vengono consumate in ogni tempo e in ogni luogo, quotidianamente.

Il  viaggio si farà dal lunedì 26 al sabato 31 agosto 2013.

Sono previsti due incontri di preparazione a Trieste: il 26 maggio e il 16 giugno, tutto il giorno e un giorno di feed back dopo il viaggio.

Il 1° incontro del 26 maggio ha avuto come centro  “Il contesto storico, culturale e politico della Shoah” e sarà tenuto da Dunja Nanut, presidente dell’ANED di Trieste.

Il 2° incontro del 16 giugno comprenderà la visita in Risiera, la testimonianza di un ex deportato e informazioni logistiche dell’Agenzia.

 

Per le iscrizioni potete rivolgervi al Veritas 040.569205 (al mattino, dal lunedì al venerdì); oppure: centroveritas@gesuiti.it

Responsabile: Lisl Brandmayr  349.0982612; e.brandmayr@gmail.com

 

Vi invitiamo a leggere il programma cliccando qui: Key Tre Viaggi Programma

giu
02

6 luglio 2013: Convegno: “Scienza e fede”

Sabato 6 luglio 2013 – dalle ore 10.00 alle 13.00, presso la Sala consiliare del comune di San Pietro al Natisone, il Centro Veritas, in collaborazione con la Forania di S. Pietro al Natisone e l’Associazione “don Eugenio Blanchini” di Cividale del Friuli, propone a tutti gli interessati il convegno sul tema: “Ha la scienza sostituito la religione nel mondo contemporaneo?” con p. Gaetano Piccolo S.I., direttore dell’Istituto filosofico “Aloisianum” di Padova.

Eppure c’è un’altra via per comprendere la relazione rìtra scienza e religione: un dialogo che crei coesistenza e cooperazione tra le due sfere.

Moderatore: Simone Bordon, direttore del Consiglio pastorale foraniale.

Locandina: Locandina Convegno Veritas

Riportiamo qui di seguito il testo preparato dal relatore:

Saggio Finale-Gaetano Piccolo|1

HA  LA SCIENZA SOSTITUITO LA  RELIGIONE NEL MONDO MODERNO?

Introduzione

Dopo le critiche di Feuerbach, Marx e Freud e partendo dal rigetto della Metafisica da parte del Neopositivismo1, la religione ha perso la sua influenza nel mondo moderno. Come indica l’attuale grande interesse per le teorie di Darwin, la conoscenza scientifica sembra rappresentare l’unica via per costruire il futuro del genere umano.

Senza dubbio, scienza e religione hanno scopi diversi: la scienza è interessata alla natura e mira a conoscere la natura allo scopo di migliorare la condizione umana; la religione invece è interessata al senso della vita e tenta di rispondere alle domande dell’essere umano. Alcune questioni si collocano ai confini ( o la soglia) tra scienza e religione (ad esempio le questioni etiche).

       Questo saggio intende sostenere che c’è un’altra possibile via per comprendere la relazione tra scienza e religione: un dialogo che crei coesistenza e cooperazione tra scienza e religione è possibile.

Un dialogo ha sempre bisogno di riconoscimento reciproco (Davidson 1984). In questo caso  deve essere riconosciuta  nella religione una forma di razionalità; se questo è possibile, la domanda “ha la scienza sostituito la religione nel mondo moderno?” perderà il suo senso e la sua importanza.

Questo saggio tenta innanzitutto di dare una definizione di religione. In secondo luogo, tratterà il rifiuto della religione come privo di significato o non-scientifico. Infine,  proporrà alcuni argomenti in favore di una forma di razionalità nella religione.

__________________________________

1 Il Neo positivismo è un movimento scientifico e filosofico nato all’inizio del XX secolo con il Circolo di Vienna

 

Saggio finale- Gaetano Piccolo|   2

 

1. Verso una definizione di religione

Poiché l’argomento principale di questo saggio verte sul riconoscimento di una forma di razionalità anche nella religione, sarà utile tentare una definizione di religione. Questo è il primo problema, poiché alcuni autori ritengono sia impossibile trovare l’essenza della religione. Secondo questi autori, noi possiamo studiare solamente le condizioni o gli effetti di un particolare tipo di comportamento sociale, in questo caso, comportamento religioso. Ad esempio, questa è l’idea di Max  Weber (cfr. ALDRIDGE: 20072 , 30). Formulando una teoria analoga, anche Emile Durkheim considera la religione un insieme di credenze, cosicché  coloro che accettano queste credenze e queste pratiche formano una comunità morale (cfr. ALDRIDGE: 20072 , 32).

Comunque, sarebbe meglio riconoscere che è inutile cercare “un insieme di fattori comuni che tutte le religioni devono possedere” (ALDRIDGE: 20072 , 40).  Possiamo infatti seguire Wittgenstein e applicare anche all’idea di religione il suo concetto di “somiglianza di famiglie” (WITTGENSTEIN: 1958, §§ 65-71):  considerando i membri di una famiglia, possiamo scoprire alcune caratteristiche simili, anche se ogni membro della famiglia possiede in più caratteristiche fisiche sue proprie. Allo stesso modo, le religioni presentano alcuni elementi comuni, ma anche differenze e non tutte le religioni condividono gli stessi elementi comuni e le stesse differenze, esattamente come i membri di una stessa famiglia.

Il credere sembra essere una delle caratteristiche comuni delle religioni. Quindi si tratta di capire se il credere sia qualcosa di razionale.

A partire infatti dal secolo scorso, la scienza è stata considerata la pietra di paragone della razionalità (cfr. STANMARK:  1995, 13). Ancora oggi gli  scienziati sfidano i credenti a provare la razionalità della fede.

Saggio finale- Gaetano Piccolo|       3

 

2. Rigetto della religione in favore della scienza

Il conflitto tra scienza e religione non è  un problema recente, poiché, almeno nel mondo occidentale, filosofi e scienziati hanno  riflettuto fondamentalmente sempre,  su questa relazione, partendo dai loro diversi punti di vista.

Dal Medio Evo al XX secolo la questione su Dio è stata dibattuta in modi diversi dal Razionalismo e l’Empirismo, l’Idealismo e il Realismo (cfr. MCGRATH: 1999, 58-66). Secondo il Razionalismo, tutte le idee, e quindi anche l’idea di Dio, derivano dal pensiero (cfr. Tommaso d’ Aquino, Descartes, Hegel).  Secondo gli empiristi, Dio non ha provvisto l’essere umano di idee innate, ma gli ha dato facoltà empiriche per cogliere le idee (un esempio è l’Essayconcerning Human Understanding di Locke, scritto nel 1690).

L’Idealismo, in particolare nella Critica della Ragion Pura di Kant (1781), afferma che noi possiamo conoscere solo le cose che ci appaiono e non le cose come sono  in se stesse. A causa dei limiti della ragione, non possiamo giammai conoscere Dio. L’idea di Dio, infatti, non può essere conosciuta dalla nostra ragione, perché questa idea è fuori dallo spazio e dal tempo. Al contrario, secondo il Realismo, l’esistenza del mondo oggettivo non dipende dalla nostra mente. Anche in questo caso, però, non possiamo sapere se Dio è un oggetto che esiste fuori dalla nostra mente.

Comunque, il primo duro  attacco alla religione potrebbe trovarsi in Feuerbach, nella teoria della religione come proiezione dei desideri umani (cfr. MCGRATH: 1999, 194). Secondo il suo punto di vista, l’idea di Dio sorge dall’esperienza umana. Seguendo questa traccia, Freud sostiene che, se nella Bibbia si dice che Dio creò gli esseri umani a sua immagine, in realtà gli esseri umani crearono Dio a loro immagine (cfr. MCGRATH: 1999, 194).

Tuttavia, possiamo trovare una messa in discussione specifica della razionalità delle credenze religiose nel rifiuto, teorizzato dal Circolo di Vienna, di ogni tipo di metafisica. Il Circolo di Vienna comprende un gruppo di intellettuali che propose una  visione scientifica del mondo nel primo quarto del XX secolo (cfr. MCGRATH: 1999, 73).  Il dibattito tra razionalità e religione è, in questo caso, collegato al principio di verificabilità: una affermazione ha significato se può essere verificata empiricamente.

saggio finale-Gaetano Piccolo|     Quindi formulazioni metafisiche, etiche e religiose sono semplicemente senza senso.

 

Se il Circolo di Vienna espresse il principio di verificabilità, nello stesso periodo K. Popper propose il principio di falsificabilità (cfr. MCGRATH: 1999, 78). Secondo Popper, una formulazione è scientifica se può essere falsificata. Si noti che Popper dice “scientifico” non “significativo”. Infatti egli non è interessato al significato, ma alla demarcazione tra scienza e non- scienza (cfr. STENMARK: 1995, 63). Le credenze religiose non possono essere falsificate; quindi non possono mai essere relazionate ad una teoria scientifica.

Seguendo la teoria della falsificabilità di Popper, Flew offre un buon esempio: due esploratori giungono in una radura nella giungla; uno dei due ritiene che ci sia un giardiniere invisibile che si occupa della radura; l’altro non crede nell’esistenza del giardiniere e quindi decidono di verificare la presenza di un giardiniere invisibile. Poiché non ci sono tracce del giardiniere, il primo esploratore, che crede nella sua esistenza, considera  il giardiniere abile nell’occultare la sua presenza. Secondo Flew, le asserzioni religiose sono come proposizioni che mirano a dimostrare l’esistenza del giardiniere invisibile (cit. in MCGRATH: 1999, 78).

Le teorie che ho  illustrato sono solo esempi del rigetto della religione nel mondo moderno. Alcuni autori hanno tentato di sintetizzare queste diverse idee definendo una  messa in discussione scientifica del credo religioso (cfr. STENMARK: 1995, 13):  (1) se le credenze religiose reclamano di essere considerate razionali, devono soddisfare gli stessi standards di razionalità delle credenze scientifiche; (2) ma le credenze religiose non sembrano soddisfare questi standards di razionalità; (3) quindi la religione deve essere considerata irrazionale.

Per concludere, un altro tipo di obiezione alla significatività delle affermazioni religiose fa riferimento ai limiti del linguaggio. Wittgenstein, e molti filosofi dopo di lui,  sostiene che il nostro linguaggio può sottolineare o semplicemente descrivere i fatti che si verificano nel nostro mondo. Quindi egli si chiede se sia veramente possibile per la teologia parlare di Dio: “se le parole umane sono incapaci di descrivere l’aroma caratteristico del caffè, come può essa far fronte a qualcosa di così impalpabile come Dio?” (cit. in MCGRATH 1999, 149-150).

Saggio finale-Gaetano Piccolo  |        5

 

3. La dimensione razionale della religione

I membri della Scuola di Francoforte hanno in linea generale criticato le credenze religiose ed accettato solitamente  la teoria della proiezione di Feuerbach.  Comunque, uno di essi, Habermas, ha aperto recentemente un dialogo con la Chiesa Cattolica. All’interno di questo dialogo, dice Habermas, i credenti da un lato devono cercare di tradurre le loro parole in espressioni comprensibili allo scopo di evitare di  essere dogmatici. D’altra parte, i non credenti devono rinunciare alla convinzione che la religione non sia razionale (cfr. ALDRIDGE: 20072 ,221).

Questo significa che un possibile dialogo tra scienza e religione può iniziare solo all’interno del principio di carità. Questo principio è stato proposto da Davidson ed è la condizione indispensabile per iniziare un dialogo autentico: noi dobbiamo assumere che le affermazioni della persona con la quale stiamo parlando potrebbero  essere razionali (DAVIDSON: 1984, 210).

Tuttavia, alcune teorie avverse alla religione, come la teoria della religione come  proiezione del desiderio umano di Feuerbach, presentano alcuni limiti. Ad esempio, possiamo notare che non tutte le cose,  che sono oggetti del nostro desiderio, proprio per questa ragione non esistano. In altre parole, a livello di logica, il desiderio per un oggetto non implica che l’oggetto non esiste (cfr.MCGRATH: 1999, 195).

Rispondere alle obiezioni del Neo-positivismo (Circolo di Vienna, Popper…) è molto più difficile. Come illustrato più sopra, queste obiezioni possono venir raccolte sotto il nome di sfida scientifica al credo religioso. In generale, questi pensatori mostrano di possedere una concezione riduttiva della razionalità (cfr. STENMARK: 1995, 76).

Per questa ragione potremmo  rispondere affermando che le credenze religiose presentano un altro tipo di razionalità (cfr. STENMARK 1995, 82). Wittgenstein (1966), ad esempio, ritiene che il significato delle credenze sia diverso se parliamo di credenze religiose, di credenze nella scienza o di credenze nella vita ordinaria. I credenti religiosi infatti non si rapportano alle loro credenze con una  convinzione proporzionata all’evidenza, a differenza di ciò che avviene con le credenze scientifiche.

 

Saggio finale-Gaetano Piccolo|         6

 

 Inoltre, in una delle sue ultime opere, The PhilosophicalInvestigations ,  Wittgenstein ci fornisce una risposta possibile al Circolo di Vienna. Ciò è importante perché il Circolo di Vienna  concepiva  che il principio di verificabilità derivasse dalla lettura del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein. Nel testo di PhilosophicalInvestigations (1958, §19; §23),  egli scriveche una affermazione è significativa se appartiene ad un gioco linguistico, cioè un linguaggio comune e compreso da un gruppo sociale. La descrizione di Wittgenstein di un gioco linguistico ci permette di definire anche il discorso religioso come un gioco linguistico. Di conseguenza, anche le affermazioni religiose sono significative.

Pertanto,  il fatto è che scienza e religione hanno obbiettivi differenti, ma ciò non implica una diversa natura della razionalità (STENMARK: 1995, 269). In altre parole,  la stessa razionalità dovrebbe essere vista in relazione con pratiche diverse (l’uso della razionalità nella scienza e l’uso della razionalità nella religione).

Un altro tipo di obiezione, dicevamo, si riferisce ai limiti del nostro linguaggio, che sarebbe inadeguato a  parlare di Dio. Già nel  Medio Evo  teologi come Tommaso d’ Aquino proposero di usare l’analogia per parlare di Dio. Specificamente un modo per parlare di Dio è, per esempio, la metafora. Infatti, secondo  Aristotele, la metafora è  “l’uso di attribuire ad un termine un predicato che appartiene propriamente a qualcos’altro” (cfr. MCGRATH: 1999, 154). Per questa ragione possiamo utilizzare parole  che si riferiscono generalmente a oggetti del  nostro mondo per dire qualcosa, più o meno vera,  su Dio.

In conclusione, potremmo descrivere alcuni esempi di dialogo tra scienza e religione.

Il primo esempio è l’applicazione di una teoria scientifica alle credenze religiose. Riprendendo un’idea di Duhem, un fisico francese, Quine spiegò  che un fisico non può mai sottoporre una singola ipotesi ad una verifica sperimentale (cfr. MCGRATH:  1999, 67). Infatti, quando una teoria (cioè un insieme di ipotesi) fallisce, noi non sappiamo se il fallimento dipende da un’ipotesi centrale (nel qual caso

 

Saggio finale-Gaetano Piccolo|         7

 

dobbiamo abbandonare la teoria) o se invece dipende da un’ipotesi sussidiaria (nel qual caso la teoria deve essere modificata).

Questa teoria potrebbe essere applicata anche ad una questione teologica: l’esperienza della sofferenza è spesso proposta come una ragione per affermare che Dio non esiste. Dio infatti è amore, quindi non può desiderare la nostra sofferenza, ma, poiché noi soffriamo, ciò significa che Dio non esiste. Utilizzando la tesi Duhem-Quine, possiamo riconoscere un errore in questo sillogismo. L’esperienza della sofferenza umana ci richiede di modificare la nostra teoria su Dio, non necessariamente di abbandonarla. Ad esempio, dovremmo  semplicemente rivedere la nostra idea sull’onnipotenza di Dio.

Un altro suggerimento per pensare una relazione tra scienza e religione ci viene da H. Gadamer (1999, 126).  Egli ritiene che l’opposizione fede-conoscenza dovrebbe ricordarci  la  polarità greca mythos-logos .  Mito e logos sembrano infatti compatibili tra loro, così da poter essere definiti complementari. Gadamer sostiene che c’è la stessa relazione tra fede e conoscenza e tra religione e scienza.

Un’altra idea, più complessa, di una relazione complementare tra scienza e religione è stata proposta daTeilhard de Chardin. Egli considera il mondo un’unica entità in evoluzione.  Egli era convinto che non ci sono discontinuità all’interno del processo di evoluzione (cfr. MCGRATH: 1999, 222). Quindi egli sostiene che la materia è, dal primo momento, qualcosa di razionale e consapevole, “una coscienza rudimentale”.

In questo contesto, Teilhardde Chardin si chiede come Dio sia coinvolto nell’evoluzione. Quindi Teilhardde Chardin è un esempio di uno sforzo di trovare una relazione  tra scienza e religione. Nel suo articolo  “Cosa credo” (cit. in MCGRATH 1999, 222), egli scrive che l’universo è in evoluzione e che l’evoluzione procede verso lo spirituale. Ma per lui lo scopo di questa evoluzione è il Cristo universale.

Saggio finale- Gaetano Piccolo|       8

Conclusione

L’intenzione di questo saggio era di rilevare che la scienza non ha bisogno di sostituire la religione, poiché  scienza e religione rispondono alle domande degli esseri umani in modo differente. Di conseguenza si potrebbe suggerire una possibile coesistenza e cooperazione, cercando di rispondere alla teoria di Feuerbach e all’attacco del Circolo di Vienna alla religione: il desiderio di un oggetto non implica  che l’oggetto non esiste, inoltre ci sono tipi differenti di razionalità, poiché ci sono usi e pratiche differenti della razionalità.

A partire poi dalle proposte di Wittgenstein, questo saggio ha dimostrato che le  affermazioni religiose potrebbero essere significative perché appartengono ad un  gioco linguistico. Ciò significa anche che è possibile parlare di Dio utilizzando forme differenti del linguaggio come l’analogia e la metafora.

Infine, sono stati descritti alcuni esempi pratici di cooperazione tra scienza e religione.

Per concludere,  sebbene ci sia nel mondo moderno una tendenza a voler sostituire la religione con la scienza, ciò non sarebbe un guadagno per l’essere umano.  Gli usi della razionalità non sono fortunatamente limitati a quello scientifico. Se noi rinunciamo all’uso della razionalità in tutte le sue forme,  rinunciamo alla ricchezza della nostra mente.

BIBIOGRAFIA

Aldridge, A. (20072): Religion in the Contemporary World. A Sociological Introduction. Cambridge: Polity.

Davidson, D. (1984): Inquiries into Truth and Interpretation. Oxford: Clarendon Press.

Gadamer, H. (1999): Hermeneutics, Religion, and Ethics. New Haven: Yale University Press.

 

SAGGIO FINALE-GAETANO PICCOLO|                     9

 

Habermas, J. (1987): The Theory of Communicative Action. Cambridge: Polity.

Ikeda, D. (1965): Science and Religion. Tokyo: The Sokagakkai.

McGrath, A. E. (1999): Science and Religion. An introduction. Malden: Blackwell.

Ott, M. R. (2007): The Future of Religion: Toward a Reconciled Society. Leiden-Boston: Brill.

Richardson, J. – Leiter, B. (2001): Nietzsche. Oxford: Oxford University Press.

Ricoeur, P. (1974): The Conflict of Interpretations. Essays in Hermeneutics. Evanston: Northwestern University Press.

Russell, B. (1957): Why I Am Not a Christian: and other essays on religion and related subjects. London: Unwin Paperbacks.

Smart, N. (19982): The world’s Religions. Cambridge: Cambridge University Press.

Stenmark, M. (1995): Rationality in Science, Religion, and Everyday life. A Critical Evaluation of Four Models of Rationality. Notre Dame (Indiana): University of Notre Dame Press.

Wittgenstein, L. (1966): Lectures and Conversations on Aesthetics, Psychology and Religious Belief. Oxford: Basil Blackwell.

Wittgenstein, L. (1958): Philosophical Investigation. Oxford: Basil Blackwell.

 Riportiamo di seguito l’articolo di Ilaria Banchig apparso su DOM il 15 luglio 2013

Scienza e religione «sono espressione non di forme diverse di razionalità, ma di uso diverso della razionalità. Scienza e fede hanno, infatti, scopi diversi, per questo applicano la realtà in modi diversi». Il dialogo tra questi due concetti è importante come dialogo tra dimensioni diverse dell’umano. Scienza e fede dovrebbero confrontarsi e dialogare secondo il «principio di carità», cioè secondo un presupposto positivo della razionalità dell’interlocutore, un rispetto per le domande e la ricerca dell’altro.

Lo ha evidenziato p. Gaetano Piccolo, direttore dell’Istituto filosofico «Aloisianum» di Padova, nel convegno «Ha la scienza sostituito la religione nel mondo contemporaneo?» che si è tenuto sabato 6 luglio nella sala consiliare di S. Pietro al Natisone. L’ha organizzato dal Centro Culturale «Veritas» di Trieste, in collaborazione con la Forania di S. Pietro al Natisone e l’associazione «Don Eugenio Blanchini» di Cividale del Friuli. Hanno salutato i presenti il sindaco di San Pietro al Natisone, Tiziano Manzini, il presidente del «Blanchini», Giorgio Banchig, e il direttore del consiglio pastorale foraniale, Simone Bordon, che ha moderato l’incontro.

Il perché di questa iniziativa è stato illustrato dal direttore del centro «Veritas», p. Mario Vit. «I sacramenti sono ormai diventati un rito di socializzazione mondana, dove prima ancora di essere un fatto religioso, l’appuntamento diventa una festa, quando non si prescinde addirittura dai riti di iniziazione cristiana e si crescono i figli senza i sacramenti», ha detto. In questo contesto, il prete diventa funzionario di riti svuotati del loro significato religioso. «Non si tratta, però – ha proseguito –, di un’opposizione teoretica tra scienza e fede, bensì di un atteggiamento ‘pratico’ gregario. Più che di opposizione si tratta di indifferenza, di ateismo pratico».

Praticità e fede, non sono, però, incompatibili, ma sono due aspetti fondamentali dell’essere umano.

«Non va negato – ha affermato p. Piccolo all’inizio della sua relazione – che, se la teologia cristiana non entra in contatto con la scienza, si trova su un binario morto». L’attenzione della Chiesa per la scienza è iniziata durante il pontificato di Giovanni Paolo II che ha dedicato al problema fede/scienza l’enciclica «Fides et ratio». Qui il pontefice afferma che la conoscenza ha un’unica fonte, pertanto la verità della fede e quella cui giunge la ragione non possono essere in contraddizione.

Nel suo intervento, il direttore dell’«Aloisianum» si concentrato in particolar modo sull’importanza che la conoscenza scientifica può avere per la fede. «Secono lo scienziato gesuita p. Teilhard de Chardin – ha affermato – Dio è presente in tutte le cose. La relazione tra scienza e fede va affrontata alla luce del fatto che “niente è profano, quaggiù, per chi sa vedere. Anzi tutto è sacro».

Il divario tra scienza e fede si acuisce nel primo quarto del XX secolo con il neopositivismo logico del Circolo di Vienna secondo cui ha senso solo ciò che è verificabile.

«Quando mettiamo a confronto religione e scienza – ha detto p. Piccolo – dobbiamo tenere conto dei diversi metodi che vengono applicati. Se la scienza usa come metodo la dimostrazione, la religione usa, invece, l’argomentazione che può essere più o meno persuasiva, ma per definizione mai definitiva». Questa struttura impone al credente l’apertura, l’umiltà, il beneficio del dubbio e l’ascolto rispettoso delle argomentazioni altrui. A partire dalla realtà sperimentabile, la fede cerca un senso ulteriore, più profondo.

Alla relazione di p. Piccolo è seguito un ampio dibattito.

 

 

giu
01

16 giugno 2013: Seconda giornata di preparazione al viaggio a Terezin e ad Auschwitz

Seconda giornata di preparazione al viaggio a Terezin e ad Auschwitz: domenica 16 giugno 2013

La Risiera

La seconda  giornata di preparazione al viaggio si è svolta alla Risiera di San Sabba di Trieste il 16 giugno scorso.  La  dr. Dunja Nanut ci ha accompagnati nel percorso di approfondimento attraverso la visita della Risiera, la visita della Mostra del processo ai crimini, perpetrati all’interno della Risiera, che ha avuto luogo nel 1976 e la testimonianza di un ex-deportato politico, il Sig. Riccardo Goruppi.

Punto di ritrovo è stato l’ingresso della Risiera, dove i 34 partecipanti sono stati accolti da Francesco Fait, curatore del Civico Museo della Risiera, che sul piazzale, davanti al sito che evidenzia il perimetro in cui sorgeva l’edificio del forno crematorio, ci ha raccontato la storia della Risiera.

Questa,  come dice il nome stesso, era stata costruita  nel 1913,  come stabilimento per la pilatura del riso nel rione triestino di San Sabba: era un complesso di costruzioni molto vasto che si estendeva verso il mare con  una ciminiera alta più di 40 metri collegata sotterraneamente  al forno di essicazione del riso.

Dopo l’8 settembre 1943 il complesso  venne adibito inizialmente a campo di prigionia provvisorio  per  soldati italiani con il nome di Stalag 339. Nell’ottobre dello stesso anno diviene un Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), in realtà un campo “misto” utilizzato, da un lato, come campo di detenzione e polizia per l’imprigionamento, la tortura, l’eliminazione di esponenti della Resistenza, quindi di partigiani , ma anche di ostaggi civili e, dall’altro, come centro di raccolta e di transito di ebrei in attesa di essere deportati verso la Germania e la Polonia, oltre che come deposito dei beni razziati e sequestrati ai deportati ed ai condannati a morte.

Fu soprattutto per la prima finalità che dal 1944 l’impianto di essicazione del riso venne trasformato in forno crematorio per l’incenerimento dei cadaveri delle vittime, secondo un progetto realizzato da un esperto delle SS, che aveva lavorato in precedenza alla costruzione delle camere a gas di vari campi di sterminio e collaborato all’operazione “eutanasia”, nota sotto il nome di copertura T4, che prevedeva lo sterminio dei disabili tedeschi e che è stato efficacemente definito come il preludio al genocidio degli ebrei.

L’ammontare complessivo delle vittime della Risiera è tuttora oggetto di discussione. Esistono stime diverse che vanno da un minimo di duemila fino ad un massimo improbabile di cinquemila. La cifra resta difficile da quantificare, perché, se una parte di prigionieri arrivava alla Risiera dalle carceri del Coroneo e dalle celle di piazza Oberdan, sede della Gestapo, la maggior parte veniva da luoghi diversi, catturati, trasportati in Risiera e subito uccisi. Tra questi molti partigiani e ostaggi, prevalentemente sloveni e croati, esponenti della resistenza italiana, un limitato numero di ebrei che non vennero deportati e per varie ragioni uccisi in Risiera nonché persone catturate durante i rastrellamenti o in altro modo in città. Ricordiamo anche che vi furono imprigionati oltre 1450 ebrei, provenienti dalla Regione, dal Veneto e dalla Croazia, diretti verso Auschwitz o altri campi del Reich. La  spoliazione dei beni degli ebrei fu particolarmente meticolosa, le operazioni di rapina da parte delle SS furono brutali e sommarie.

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945 il forno crematorio con la sua ciminiera vennero fatti saltare in aria dalle SS, prima di fuggire all’arrivo dell’esercito di liberazione jugoslavo. Lo scopo era quello di cancellare le tracce più evidenti dei crimini commessi.

Alla fine della guerra – conclude Francesco Fait – la Risiera venne destinata  ad accogliere, come campo profughi – esuli provenienti da tutte le cosiddette democrazie popolari, Serbi, Croati, Rumeni,  Bulgari, Albanesi …

Il 15 aprile 1965 per decreto dell’allora presidente  Giuseppe  Saragat, la Risiera di San Sabba diventa monumento  nazionale, quale unico esempio di “lager nazista in Italia”.

L’architetto Romano Boico, triestino, vinse la gara nel 1975 per la trasformazione e l’allestimento di una parte della Risiera in  luogo della memoria come Civico  Museo.  Al posto del sito del forno venne collocata un’enorme lastra di metallo, alla base della quale sono conservate le ceneri e i resti umani ritrovati. Al posto della ciminiera, un’insieme di profilati  metallici  di diversa lunghezza, che svettano verso il cielo, ricordano il fumo della ciminiera e lo squallore di quella struttura. Tutt’intorno un muro di cemento alto 11 metri, a dirci che lì si entrava per non uscire più, quasi un tempio laico con il cielo per tetto.  L’autorimessa, dov’erano alloggiate le nere camionette delle SS e vennero uccisi tramite il gas dei tubi di scarico molte persone, è stata trasformata in luogo di culto, senza simboli religiosi, per rispetto di tutte le fedi, a cui appartenevano le vittime di questo luogo. Il pianterreno della caserma delle SS, dove si trovavano  le cucine e le mense,  è stato trasformato in museo.

Si possono visitare le micro-celle in ciascuna delle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri. Le prime due venivano usate a fini di tortura o di raccolta di materiale sequestrato ai prigionieri, come i  documenti d’identità, trovati a migliaia e che sono attualmente conservati a Ljubljana, presso l’Archivio della Repubblica di Slovenia. Queste celle erano riservate particolarmente ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all’esecuzione a distanza di giorni, talora settimane. Le porte e le pareti di queste prigioni erano ricoperte di graffiti e scritte dei condannati, con nomi, date, saluti a ricordo straziante, ma in gran parte sono sparite, cancellate dal tempo e dall’incuria umana. Restano i cameroni in cui venivano rinchiuse le persone destinate ai campi di deportazione soprattutto a Dachau, Auschwitz e Mauthausen, ebrei e prigionieri civili e militari, uomini donne  di tutte le età e bambini anche di pochi mesi.

Il gruppo del Centro Veritas ha poi visitato la mostra  “Testimoni Giudici Spettatori: il processo della Risiera di San Sabba, Trieste 1976″, allestita all’interno della Risiera, che è stata curata dalla stessa Dunja Nanut con Franco Cecotti.

La dr. Nanut ci ha guidati attraverso un percorso composto da una lunga serie di pannelli  concentrici, che ricostruisce la vicenda del processo contro i crimini compiuti all’interno della Risiera di San Sabba celebrato al tribunale di Trieste tra febbraio e aprile 1976, processo che ebbe molta  risonanza sia  nazionale che  internazionale in un momento storico di lungo silenzio giudiziario sui crimini nazisti in Italia.

Abbiamo visto i volti delle vittime e dei loro parenti che, con coraggio ed enorme sforzo emotivo, hanno rievocato esperienze molto dolorose, i volti dei  giudici, di cui si ricorda il coraggio e l’azione civile, degli storici che si batterono per ottenere l’apertura di questo processo, degli assassini condannati  in contumacia e  dei collaborazionisti.  La celebrazione del processo incontrò molte difficoltà e resistenze e mise in luce la complessità e gli intrecci delle vicende storiche degli anni della guerra in una terra di confine. Anche se le pene non vennero mai scontate e fu un processo che lasciò sospesi e aprì molti interrogativi, resta di positivo il fatto che  è servito  ad incrinare la coltre di silenzio  scesa per oltre trent’anni sul lager di San Sabba. A conclusione della visita della mostra con le  tante domande da parte dei presenti, siamo saliti al primo piano del corpo centrale della Risiera ad ascoltare la testimonianza del Sig. Riccardo Goruppi, che per un’ora, con voce piana, ha rievocato la sua storia personale di deportato politico.

A questo proposito, lascio la penna alle risonanze di Patrizia Sorrentino, una partecipante all’incontro, che riporta con precisione ed empatia questa tragica esperienza:

Le solite cose

“Senza nessuna importanza. Perché non importa a nessuno. Se solo importasse a qualcuno allora, forse, potrebbe essere diverso. Potrebbe essere stato diverso.

E il carro bestiame sarebbe stato solo un incubo.

Ma di un giovane partigiano di diciotto anni? A chi importa?

Forse a sua madre, a suo padre, magari c’è un fratello, parenti, amici, un amore, dei conoscenti, il maestro di scuola, il prete, l’oste, il farmacista,  i compagni di classe, le donne, davanti alla chiesa, con i fazzoletti annodati, gli uomini che tornano stanchi, le tre ragazze che lo denunciano. A loro importa.

Salendo sul treno il giovane partigiano vede il sergente della Milizia italiana, in piedi, accanto all’ufficiale delle SS.

“Avvisa i miei che mi portano via”, dice sommesso.

“Oh, non ha nessuna importanza”, risponde l’altro distratto. “Tanto da qui non si torna più.”

Qui è Dachau.

ARBEIT MACHT FREI diventa le solite cose.

Doccia/barbiere/vestiti. Pronti.

Nudi, a decine, presto e non sanno ancora delle docce!

Tutti uguali, eppure diversi e non sanno ancora che quella striscia di capelli, rasati al  centro della testa completamente liscia, vuol dire traditori.

Giacca, calzoni, zoccoli, berretto. Un numero da cucire e una lettera dentro un triangolo. Dove è andato Dio?

ECCE HOMO: un numero fra i numeri.

STUECK SCHEISSE.

Le baracche avevano 120 metri di lato ed erano divise in quattro camerate e in ogni camerata c’era un guardiano, un kapò. Erano tedeschi, polacchi, delinquenti comuni presi dalle carceri, che facevano del loro meglio per essere all’altezza del compito e dormivano all’entrata della baracca, dietro un separè fatto con le coperte.  Al centro della baracca, su  un blocco di cemento, c’era posto per trenta prigionieri, ma si contavano sessanta corpi ammucchiati. Di notte, quando uno si alzava per fare i bisogni, non trovava più posto al ritorno: il formicaio si agitava finché non interveniva il kapò che, a bastonate, riportava la pace.

Si mangiava un boccone di pane nero e un cucchiaino di melassa una volta al giorno e, come da regolamento, un litro di minestra. Il mestolo misurava precisamente un litro, ma la ripartizione dipendeva dal kapò, dalla misura della sua attenzione nel travasare dalla pentola alla gamella. Una ciotola nera, un tempo sicuramente smaltata. Una minestra rossa, di rape e patate. Anche gli studenti si abituavano presto, perché ci si abitua a tutto.

Chiamavamo campo libero l’interno della nostra baracca.

Fino al giorno in cui,  all’appello, ci hanno fatto la visita medica per smistarci. Dopo, ci hanno chiesto ‘cosa sai fare’, ci hanno assegnato un nuovo numero e ci hanno trasferiti in un campo di lavoro vicino a Stoccarda.

Turni di dodici ore senza giorno di riposo e capivi che era sabato solo perché ne lavoravi sedici, sempre dentro un tunnel,  dove facevamo le ali dell’aereo segreto di Hitler e a fine turno mangiavamo.

In fila per cinque eravamo scortati al lavoro e sorvegliati dalle SS, che si mettevano di sentinella alle estremità del tunnel e lo percorrevano avanti e indietro per un tratto. I posti più disgraziati erano quelli dove passavano le sentinelle, perché ci toccava ogni volta, al loro passaggio, togliere il berretto e velocemente rimetterlo per non interrompere il lavoro. Su e giù, a intervalli cadenzati dai loro passi. Su e giù per dodici o sedici ore. Per il rispetto dovuto dal regolamento.

Con l’evacuazione ci hanno fatti tornare a Dachau. I più fortunati si sono fatti duecento chilometri a piedi, ma io avevo il tifo e mi hanno messo con gli altri malati su un vagone bestiame. Eravamo troppi per poter stare seduti, ma quando hanno sparato in aria ci siamo seduti e quelli che sono rimasti sotto, li abbiamo rotolati fuori all’arrivo.  Rotolati con i piedi, perché non avevamo la forza di scaricarli a braccia.

La paura vince anche la fame, ma nel sottocampo di Dachau, dove in una metà stavano i malati e nell’altra le donne con i bambini, le baracche erano sotto terra e sul tetto cresceva l’erba. Il giorno dopo che siamo arrivati noi, non c’era più niente.  Abbiamo mangiato anche le radici. Lo spettro del cannibalismo era lì, con noi, a tenerci compagnia e intanto il  boccone di pane era diviso in sedici.

Fino al giorno che all’appello ci hanno assegnato un compito, a noi e agli ebrei del campo 11. Tutti fuori a fare da scudo a un treno blindato che sparava sul fronte.

Eravamo scudo umano sui vagoni aperti quando sono arrivati gli aerei alleati e hanno cominciato a mitragliare dall’alto. Io sono caduto su un mucchio di morti, che si staccavano dai vagoni come frutta matura, ma non avevo la forza di scappare. Quelli che sono scappati verso il bosco, li hanno mitragliati anche le SS. Poi più niente.

Passata la paura, è tornata la fame.

Dopo un’eternità, io e altri tre abbiamo cominciato a muoverci in cerca del vagone con il cibo per le SS. Doveva esserci un vagone così.

Ci siamo arrivati dopo un’eternità di silenzio, ma di nuovo gli aerei hanno cominciato a mitragliare. Nel vagone abbiamo trovato le casse con il cibo e un mucchio di materassi. Ci siamo nascosti lì dietro, fin dentro il buio. Poi sono cominciate le urla. Erano i nostri compagni, quelli rimasti vivi. La vaporiera era esplosa e il vapore gli era arrivato addosso. Urlavano, semplicemente urlavano e hanno continuato così fino alla fine. E poi c’è stato di nuovo un grande silenzio – il paradiso, se c’è, deve essere quel silenzio – e dopo un’altra eternità ci siamo trascinati fuori e davanti ai nostri occhi è comparsa la canna di un fucile e dietro, la mano e il corpo e la divisa di un nero. Abbiamo cominciato a piangere proprio quando pensavamo di non avere più neanche  lacrime. Piangevamo abbracciati.

Ci ha salvato lui. Un nero, arrivato lì con un camion, magari per vedere se c’era rimasto qualcosa da prendere. Ma ci ha salvato e ci ha portato all’ospedale prima, ma non c’era posto, e in un monastero requisito, dopo.

Hanno provato a darci da mangiare, per vedere come reagiva l’intestino. Se non reagiva si moriva.

Sono tornato a casa dopo tre mesi e pesavo trentacinque chili. Il corpo è guarito solo nel 1955.

Sono voluto tornare in quel posto e ho chiesto. Un prete mi ha detto che mi hanno messo la flebo e che mi tenevano seduto, perché a star disteso, magro com’ero diventato, mi cadevano gli occhi nelle orbite.

Sono voluto andare anche al campo. Mio padre è morto lì. Era con me, hanno preso anche lui e continuava a dirmi che uno di noi due doveva farcela a ritornare a casa per raccontare. Mi sono seduto lì in mezzo al campo per un’eternità di tempo e ho rivisto tutti quanti. È stato allora che ho cominciato a guarire.

Sono maturato quando sono ritornato lì e ho voluto tornare per capire perché ci odiavano tanto. Se noi, tutti noi, avessimo preso solo una piccola parte di quell’odio, saremmo diventati dei delinquenti.

Anni fa, dei giovani architetti tedeschi, che facevano una ricerca, si sono imbattuti nella storia di quei posti e del tunnel, dove lavoravamo a costruire l’aereo segreto di Hitler. Non hanno ascoltato chi diceva loro di lasciar perdere e hanno cercato i pochi testimoni viventi: io ero fra loro e hanno raccolto anche la mia testimonianza.

Quei giovani architetti tedeschi hanno voluto costruire un monumento lungo come il tunnel e l’hanno ricoperto di piastre di metallo: su ognuna era scritto col laser un nome. Ero presente, con gli altri, all’inaugurazione del monumento.  Hanno stracciato i nostri numeri di deportati  scritti su un foglio e ci hanno consegnato la piastra con il nostro nome.

Non avere più un nome è come non esserci più: è quando ti tolgono il nome che cominci a morire. Questo è quello che io racconto ai giovani e credo che mi capiscano. Proprio perché sono giovani, come io ero giovane, mi importa che capiscano.” (Lisl Brandmayr)

Vi invitiamo a guardare la galleria fotografica:

                                                                                                                                                                                                        

mag
30

7 giugno 2013: Ora di adorazione

Vi ricordiamo che il Centro Veritas guiderà l’ora di adorazione nella chiesa del Sacro Cuore in via del Ronco venerdì 7 giugno 2013 dalle ore 16.30 alle ore 17.30.

Qui di seguito il testo:

E SIATE RICONOSCENTI!

(Ora di adorazione – 7 giugno 2013 – ore 16.30-17.30)

Canto: Cantiamo Te

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi (3,15-16)

E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali.

Per accogliere in noi la fede, la pace, la Parola occorre un profondissimo silenzio: è una esperienza di estrema povertà, in pura perdita e senza nulla di nostro, davanti al Signore. La fede è ricerca. Chi cerca ha fede. La fede più che possedere è un essere posseduti, un essere incontrati dal Mistero Infinito, nel Mistero Pasquale. In quest’ora di adorazione vogliamo chiedere gli uni per gli altri il dono di questa esperienza di incontro e ri-conoscenza.

Canone: Ubi caritas et amor (pag. 68)

Ri-conoscere: tra incontro e non possesso

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,16-17)

Gesù le disse: “Maria!”. Essa allora, voltatasi verso di Lui, gli disse in ebraico: “Rabbuni!” che significa: Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere!”

Pausa di interiorizzazione della Parola

Un nome, una parola, un suono: “Maria!” Un incontro che nasce dal riconoscimento della voce amica che la interpella personalmente. Un riconoscimento che nasce dal cuore e supera l’aspetto esteriore dell’uomo che lei ha di fronte proprio mediante uno sguardo che trascende la realtà superandola. Tale riconoscimento può apparire distaccato da ciò che è tangibile perché costituisce una nuova chiave di lettura della realtà stessa, che non si sostituisce ma la completa. Il riconoscimento racchiude in sé l’esperienza precedente della conoscenza. Questa conoscenza è insita dentro di noi come un’impronta mnemonica che richiede solo di essere richiamata, risvegliata e mantenuta. E forse solo l’ascolto della Parola di Dio permette di iniziare questa “altalena di incontri”; è la Parola a iniziare una serie di risonanze che ci coinvolgono in una sorta di turbinio che forse potrà piano piano ritrovare l’eco di questi incontri e riconoscimenti anche nei nostri comportamenti. È un conoscere-incontrare-riconoscere che si coniuga con gratuità e libertà. L’incontro biblico è solo incontro e non possesso: ci indica l’atteggiamento di gratuità profonda che dobbiamo imparare con Dio, con tutte le persone, con tutte le cose, con tutti gli avvenimenti. Incontrare non ha niente a che vedere con il possedere, neanche la verità. La risposta nell’Incontro è: “Non mi trattenere”.

Pausa di riflessione personale

Canone: Nada te turbe  (p. 68)

Riconoscere i doni di Dio

Dagli Atti degli Apostoli

[Nel giorno di Pentecoste] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

Pausa di interiorizzazione della Parola

In ogni istante la persona è il risultato del suo passato: le esperienze compiute, gli errori commessi, le gioie vissute. Il passato si è concentrato nella carne, si è fissato nelle connessioni cerebrali, nelle emozioni, nei meccanismi istintivi. Incontrare Dio attraverso il passato significa riconoscere i doni ricevuti per svilupparli e gli errori per redimerli. Purificare il passato significa accogliere ora il dono di Dio non riconosciuto e interiorizzato a suo tempo: ora è possibile accoglierlo, perché se Dio è fedele nel tempo, quel dono allora non interiorizzato è ancora a disposizione. Riconoscere il “Dio che era”, perciò, significa rendersi conto che ora possiamo accogliere i doni che allora sono stati offerti ma per ignoranza, per superficialità, per pigrizia non sono stati accolti. Di fronte a Dio è possibile recuperare continuamente il passato.

Pausa di riflessione personale

 

Canone: Misericordias Domini  (p. 68)

Riconoscere la fraternità universale

Dal libro del profeta Malachia (2,10)

Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro profanando l’alleanza dei nostri padri?

Dal Vangelo secondo Luca (10, 36-37)

Gesù disse: “Chi di questi ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”.

Dal Vangelo secondo Matteo (25, 37-40)

Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Pausa di interiorizzazione della Parola

La condizione comune di figli (almeno per chi ripete da anni il Padre Nostro) rende ineluttabile affrontare il tema della fraternità come risorsa possibile all’interno della relazione tra le persone e tra i popoli. È sacro ciò che è fraterno: la Chiesa ha questa strada obbligata. Riscoprire il valore di questa sacralità ci fa riscoprire la laicità di Dio e il suo immettersi “clandestino” nel mondo (venne senza visto). Dio si è talmente immerso nella vicenda umana che la fede è diventata gesto profondamente umano; egli non sopporta di essere messo in isolamento; questo si rompe solo con l’irruzione della fraternità. Anche i servizi offerti ai poveri possono mettere Dio in isolamento, se esprimono il potere di servire e non la carica sovversiva insita in ogni guarigione di Gesù: poter ascoltare, parlare, vedere, servire, seguire, dividere il pane. Allora anche la Chiesa o è fraternità o non è Chiesa. Chiesa di Dio, Chiesa del mondo sei davvero uno spazio in cui siamo tutti fratelli? Ognuno diverso dall’altro, ma tutti uguali in dignità? Tutti uguali in forza della vocazione e del battesimo? Tutti uguali perché condividiamo quel che abbiamo, fino ad essere una koinonìa, una comunione di fratelli e di sorelle? L’ospitalità è, infatti, la cultura stessa e non un’etica fra le altre. Dal momento che essa tocca l’ethos, che è come dire la dimora, la propria casa, il luogo di soggiorno familiare e la maniera di starci, il modo di rapportarsi a se stessi e agli altri, agli altri come propri simili o come stranieri, l’etica è l’ospitalità.

Pausa di riflessione personale

Canto: Credo in Te (pag. 13)

Gli spunti di riflessione sono stati tratti dal calendario 2013 “E siate riconoscenti” dei missionari clarettiani; da “Le radici evangeliche della fraternità” (intervento di E. Bianchi all’OFS – Padova, 28 maggio 2010) e da J. Derrida, “Sull’ospitalità” – selezione a cura di Arianna Ius, Rossella Crevatin  e  Ilaria Arcidiacono. 

mag
06

26 maggio 2013: primo incontro di preparazione al viaggio a Theresienstadt e ad Auschwitz

Prima giornata di preparazione al viaggio a Terezin e ad Auschwitz: domenica 26 maggio 2013

La prima giornata si è svolta al Centro Veritas il 26 maggio scorso con la partecipazione della dr. Dunja Nanut, insegnante e storica, presidentessa dell’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) che ci ha parlato su “Il contesto storico, politico e culturale della Shoah”, davanti ad un pubblico interessato ed attento.  Nel pomeriggio la sig.ra  Susanna Prata dell’agenzia Key Tre Viaggi aveva illustrato dettagliatamente l’itinerario, le sistemazioni logistiche e le tappe  storico-culturali del viaggio.

Riportiamo qui di seguito la trascrizione, non rivista dall’Autrice, degli appunti su:

Il contesto storico, politico, culturale della Shoah

Lo storico Georges Bensoussan (Marocco 1952) evidenzia la nostra illusione di appartenere ad una cultura “protettrice”. Sostiene che abbiamo sottovalutato la potenza dell’irrazionale che nell’ambito della Shoah ha coniugato irrazionalità e tecnologia della modernità. Vede le radici (non le cause, perché la Shoah non doveva necessariamente accadere) nel colonialismo e nella prima guerra mondiale che ha alzato il limite della tolleranza riguardo alla violenza sprigionata, che ha brutalizzato i rapporti tra essere umani e che ha ridotto l’umano al suo elemento biologico da usare, sfruttare e annientare. La guerra e ancor prima il colonialismo – le teorie del darwinismo sociale, della selezione naturale – hanno contribuito a guardare all’essere umano nella sua dimensione economica, ovvero dei profitti che può generare e dei costi che fa pesare.

Durante la guerra (1915) si compie il genocidio degli Armeni.

La guerra sottolinea l’estrema violenza dei combattimenti, ma anche nei confronti di prigionieri e civili. Perdite di vite enormi e spesso inutili: la vita non conta nulla. Accettazione di una soglia di barbarie che prima sarebbe stata considerata inconcepibile: corpi dilaniati, bombardamento delle retrovie e di città non strategiche, uccisione dei soccorritori,  uso di gas tossici; nelle zone occupate ricatti contro gli ostaggi, esecuzioni di civili, lavori forzati, deportazioni, sottoalimentazione pianificata.

La Grande Guerra non inventa i campi di raccolta né il concetto di deportazione, ma pone le principali basi del mondo concentrazionario.  Si esaltano la virtù dei caduti, si erigono monumenti, sacrari, anche perché gli Stati non hanno corpi da restituire.

La Grande Guerra è un modello formativo alla violenza; il ventennio tra le due guerre viene percepito come un periodo unico, come periodo di guerra combattuta con altri mezzi.

La continuità tra la Grande Guerra e il periodo nazista si rintraccia anche nel discorso del giovane storico tedesco Siegfried Engel: «Sebbene dalla guerra dei Trent’anni siano trascorsi trecento anni – dichiara nel gennaio 1942 – i problemi politici e gli scopi dei nostri nemici sono rimasti gli stessi: la spartizione definitiva della Germania e l’annientamento del Reich. A posteriori si può descrivere la guerra dei Trent’anni come la prima guerra dei Trent’anni [...]. L’epoca dal 1789 al 1815 rappresenta la seconda guerra dei Trent’anni [...] La terza guerra dei Trent’anni è cominciata nel 1914. La prima guerra mondiale non ha conseguito nessun risultato decisivo. Il periodo di apparente silenzio delle armi tra il 1919 e il 1939 è stato una continuazione della guerra con altri mezzi: un conflitto politico. In quel periodo si aggiunsero lotte aperte del Reich, a est contro i polacchi e a ovest contro la Francia nella Ruhr. Oggi, nel 1942, siamo entrati nell’ultimo stadio di questa terza guerra dei Trent’anni. La pace a venire che concluderà vittoriosamente questa guerra e, con essa, il conflitto trisecolare per l’unità tedesca, porterà definitivamente al superamento della pace di Vestfalia del 1648 e questa volta – lo sappiamo tutti – non ci saranno mezze misure».

La percezione della continuazione della guerra, e quindi di pericolo che continua, dà spazio all’esigenza di affermazione di uno Stato che dia garanzia di protezione interna ed esterna.

Quella di Hitler è una risposta all’età dei diritti: la paranoia e l’ossessione per la purezza, la salute e l’igiene. Per renderla efficace Hitler conia un nuovo linguaggio, il nazideutsch che parla alla irrazionalità non al logos.

La visione del mondo di Hitler si basa su un evidente darwinismo sociale (lotta per l’esistenza) e prevede l’esistenza di razze  superiori ed inferiori e il dominio della razza ariana e su tutta la terra.

Per Hitler il vero, autentico problema storico è quello della presenza occulta dell’ebraismo internazionale che è l’elemento corruttore del popolo tedesco.

Hitler promuove la sterilizzazione obbligatoria delle persone considerate socialmente indesiderabili – epilettici, autori di reati sessuali, ospiti di manicomi, individui con basso quoziente di intelligenza ecc. Diffusa è l’opinione che i molteplici problemi economico-sociali siano dovuti alla degenerazione genetica.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale questa ideologia fa un salto di qualità e si trasforma in un progetto di uccisione di massa per i “pesi morti” della società.

La dittatura si insedia in Germania in meno di sei mesi.

Il partito comunista è bandito, 4000 capi comunisti vengono arrestati e internati alla fine di marzo 1933 a Dachau, il primo campo di concentramento.

L’antisemitismo di Hitler è lo specchio che ingrandisce una malattia sociale che ha toccato una buona parte della società europea all’inizio del secolo.

Il contesto europeo è largamente xenofobo, se non antisemita.

 Il silenzio del mondo: chi sapeva?

-        gli inglesi avevano decriptato i telegrammi tedeschi: il 17 agosto 1941 un telegramma di Bach Zelewski: 30.000 esecuzioni sul territorio di mia giurisdizione;

-        governo di Vichy (novembre 1941). La retata del Vel d’Hiv, quasi concomitante con le prima deportazioni dal ghetto di Varsavia (16, 17 luglio 1942);

-        le comunità ebraiche polacche nel 1942;

-        documento fondamentale: telegramma di Gerhardt Riegner, rappresentante del Congresso mondiale in Svizzera, inviato al Foeign Office a Londra e Consolato americano a Ginevra (informazioni di un industriale tedesco, Eduard Schulte in luglio);

-        estate 1942: i giornali ebraici in Palestina pubblicano notizie di massacri;

-       gli alleati: diffida del 17 dicembre 1942;

-       nel 1942 per due volte Jan Karski entra nel Ghetto, nel 1943 fa resoconto prima a Londra poi Washington. Nessuna reazione;

-         dal giugno 1942 il governo americano dispone di conoscenza perfetta del genocidio;

-         prime fotografie scattate 4 aprile 1944 ad Auschwitz; Rudolf Vrba e Alfred Wetzler evasi il 7 aprile 1944, Rosin e Mordowicz il 27 maggio 1944: le loro testimonianze conosciute come i Protocolli di Auschwitz;

-         Croce Rossa internazionale

-         Paesi neutrali

-         Vaticano

Mario Vit

apr
03

17 aprile 2013: Chiesa e Impero

Ultima conferenza del ciclo di incontri dedicato al tema de: “L’inculturazione del cristianesimo e le domende della post-modernità”:

Mercoledì 17 aprile 2013

Conferenza: «Chiesa e Impero. La permanente tentazione del potere», con Franco Cardini

Chiesa e impero. La permanente tentazione del potere. E’ questo il titolo della conferenza che il prof. Franco Cardini, docente di Storia medievale all’Istituto Italiano di Scienze umane di Firenze, terrà presso il Centro Veritas a Trieste mercoledì 17 aprile a partire dalle ore 18,30. Tema complesso quello che il prof. Cardini affronterà, in evidenza particolare quest’anno nel quale ricorre il diciassettesimo centenario dell’Editto di Milano emanato nel 313 da Costantino e Licinio. La riflessione storica mette in evidenza il difficile e contraddittorio rapporto del cristianesimo con il Vangelo, fin a partire dal primo secolo dopo Cristo, quando la religione cristiana entra in contatto con il mondo ellenistico-romano e ne eredita le istituzioni e le strutture. A seguire nel corso della storia il cristianesimo diviene sempre più istituzione, sorgente dichiarata del potere spirituale, ma spesso compromessa con i poteri politici e le istituzioni terrene. La Chiesa ne guadagna in visibilità e presenza temporale, assumendo un’identità sociale di primo piano, perdendo però il sale del Vangelo. La storia contemporanea dimostra che il rischio di una compromissione con i poteri terreni, da parte del cristianesimo nelle sue componenti istituzionali è sempre presente e che il mandato evangelico di salvezza eterna agli uomini va vieppiù riaffermato come impegno basilare dell’insieme della Chiesa. (Carlo Beraldo).

Vi invitiamo a leggere il testo di Franco Cardini qui di seguito: Contributo di Franco Cardini. Chiesa e Impero

mar
17

23 e 24 marzo 2013: Il Simbolo apostolico – Ritiro pasquale

Ritiro pasquale al Veritas su: “Il Simbolo apostolico”, sabato 23 marzo (16.00-18.00) e domenica 24 marzo (10.00-12.00), guidato da Giovanni Catapano.

Nel Motu Proprio Porta fidei, Benedetto XVI ha ricordato come nei primi secoli i cristiani fossero tenuti a imparare a memoria il Credo. Le parole della professione di fede servivano loro «come preghiera quotidiana per non dimenticare l’impegno assunto con il Battesimo» (PF 9). Tenendo ben presenti sia l’unità profonda tra la fede come atto (la fides qua creditur) e la fede come contenuto (la fides quae creditur) sia il nesso tra professione, celebrazione, testimonianza e preghiera, Benedetto XVI ha quindi indicato il Catechismo della Chiesa Cattolica come un sussidio privilegiato per accedere a una conoscenza sistematica dei contenuti della fede nella prospettiva del Concilio Vaticano II, di cui il CCC è definito come «uno dei frutti più importanti» (PF 11).

Il Ritiro pasquale al Veritas nel 2013, anno della fede, intende raccogliere il duplice suggerimento formulato in Porta Fidei di riscoprire il valore del Credo e di utilizzare il CCC come «vero strumento a sostegno della fede, soprattutto per quanti hanno a cuore la formazione dei cristiani, così determinante nel nostro contesto culturale» (PF 12). La prima parte del CCC, dedicata alla professione della fede, si divide in due sezioni: una sull’atto della fede nella sua natura personale e comunitaria e nei suoi fondamenti antropologici e teologici («“Io credo” – “Noi crediamo”», 27-184); l’altra, molto più ampia, sui contenuti della fede esposti seguendo il Simbolo degli Apostoli integrato dal Simbolo di Nicea-Costantinopoli («La professione della fede cristiana», 65-1065). Nel Ritiro assumeremo questa seconda sezione come guida per meditare i dodici articoli del Simbolo degli Apostoli. Una particolare attenzione sarà dedicata agli articoli 4 e 5, concernenti il mistero pasquale di Cristo. La meditazione sull’intero Credo sarà tuttavia un’occasione per riflettere sui nessi tra il mistero pasquale e gli altri misteri della fede: dalla Trinità alla creazione, dall’Incarnazione alla Chiesa. Alcuni passaggi scelti dal testo del CCC saranno messi a disposizione dei partecipanti. (Giovanni Catapano)

Il testo integrale è disponibile on-line all’indirizzo http://www.vatican.va/archive/ITA0014/_INDEX.HTM.

Cliccare qui per leggere il testo integrale di Giovanni Catapano: Simbolo_Veritas

Giovanni Catapano

mar
16

Papa Francesco

Di seguito proponiamo una serie di interviste ed articoli sul nuovo Pontefice, Francesco, eletto il 13 marzo scorso.

Papa Bergoglio

Papa Bergoglio

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