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26 maggio 2013: primo incontro di preparazione al viaggio a Theresienstadt e ad Auschwitz

Autore // veritas
Postato il // 06 mag 2013

Prima giornata di preparazione al viaggio a Terezin e ad Auschwitz: domenica 26 maggio 2013

La prima giornata si è svolta al Centro Veritas il 26 maggio scorso con la partecipazione della dr. Dunja Nanut, insegnante e storica, presidentessa dell’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati) che ci ha parlato su “Il contesto storico, politico e culturale della Shoah”, davanti ad un pubblico interessato ed attento.  Nel pomeriggio la sig.ra  Susanna Prata dell’agenzia Key Tre Viaggi aveva illustrato dettagliatamente l’itinerario, le sistemazioni logistiche e le tappe  storico-culturali del viaggio.

Riportiamo qui di seguito la trascrizione, non rivista dall’Autrice, degli appunti su:

Il contesto storico, politico, culturale della Shoah

Lo storico Georges Bensoussan (Marocco 1952) evidenzia la nostra illusione di appartenere ad una cultura “protettrice”. Sostiene che abbiamo sottovalutato la potenza dell’irrazionale che nell’ambito della Shoah ha coniugato irrazionalità e tecnologia della modernità. Vede le radici (non le cause, perché la Shoah non doveva necessariamente accadere) nel colonialismo e nella prima guerra mondiale che ha alzato il limite della tolleranza riguardo alla violenza sprigionata, che ha brutalizzato i rapporti tra essere umani e che ha ridotto l’umano al suo elemento biologico da usare, sfruttare e annientare. La guerra e ancor prima il colonialismo – le teorie del darwinismo sociale, della selezione naturale – hanno contribuito a guardare all’essere umano nella sua dimensione economica, ovvero dei profitti che può generare e dei costi che fa pesare.

Durante la guerra (1915) si compie il genocidio degli Armeni.

La guerra sottolinea l’estrema violenza dei combattimenti, ma anche nei confronti di prigionieri e civili. Perdite di vite enormi e spesso inutili: la vita non conta nulla. Accettazione di una soglia di barbarie che prima sarebbe stata considerata inconcepibile: corpi dilaniati, bombardamento delle retrovie e di città non strategiche, uccisione dei soccorritori,  uso di gas tossici; nelle zone occupate ricatti contro gli ostaggi, esecuzioni di civili, lavori forzati, deportazioni, sottoalimentazione pianificata.

La Grande Guerra non inventa i campi di raccolta né il concetto di deportazione, ma pone le principali basi del mondo concentrazionario.  Si esaltano la virtù dei caduti, si erigono monumenti, sacrari, anche perché gli Stati non hanno corpi da restituire.

La Grande Guerra è un modello formativo alla violenza; il ventennio tra le due guerre viene percepito come un periodo unico, come periodo di guerra combattuta con altri mezzi.

La continuità tra la Grande Guerra e il periodo nazista si rintraccia anche nel discorso del giovane storico tedesco Siegfried Engel: «Sebbene dalla guerra dei Trent’anni siano trascorsi trecento anni – dichiara nel gennaio 1942 – i problemi politici e gli scopi dei nostri nemici sono rimasti gli stessi: la spartizione definitiva della Germania e l’annientamento del Reich. A posteriori si può descrivere la guerra dei Trent’anni come la prima guerra dei Trent’anni [...]. L’epoca dal 1789 al 1815 rappresenta la seconda guerra dei Trent’anni [...] La terza guerra dei Trent’anni è cominciata nel 1914. La prima guerra mondiale non ha conseguito nessun risultato decisivo. Il periodo di apparente silenzio delle armi tra il 1919 e il 1939 è stato una continuazione della guerra con altri mezzi: un conflitto politico. In quel periodo si aggiunsero lotte aperte del Reich, a est contro i polacchi e a ovest contro la Francia nella Ruhr. Oggi, nel 1942, siamo entrati nell’ultimo stadio di questa terza guerra dei Trent’anni. La pace a venire che concluderà vittoriosamente questa guerra e, con essa, il conflitto trisecolare per l’unità tedesca, porterà definitivamente al superamento della pace di Vestfalia del 1648 e questa volta – lo sappiamo tutti – non ci saranno mezze misure».

La percezione della continuazione della guerra, e quindi di pericolo che continua, dà spazio all’esigenza di affermazione di uno Stato che dia garanzia di protezione interna ed esterna.

Quella di Hitler è una risposta all’età dei diritti: la paranoia e l’ossessione per la purezza, la salute e l’igiene. Per renderla efficace Hitler conia un nuovo linguaggio, il nazideutsch che parla alla irrazionalità non al logos.

La visione del mondo di Hitler si basa su un evidente darwinismo sociale (lotta per l’esistenza) e prevede l’esistenza di razze  superiori ed inferiori e il dominio della razza ariana e su tutta la terra.

Per Hitler il vero, autentico problema storico è quello della presenza occulta dell’ebraismo internazionale che è l’elemento corruttore del popolo tedesco.

Hitler promuove la sterilizzazione obbligatoria delle persone considerate socialmente indesiderabili – epilettici, autori di reati sessuali, ospiti di manicomi, individui con basso quoziente di intelligenza ecc. Diffusa è l’opinione che i molteplici problemi economico-sociali siano dovuti alla degenerazione genetica.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale questa ideologia fa un salto di qualità e si trasforma in un progetto di uccisione di massa per i “pesi morti” della società.

La dittatura si insedia in Germania in meno di sei mesi.

Il partito comunista è bandito, 4000 capi comunisti vengono arrestati e internati alla fine di marzo 1933 a Dachau, il primo campo di concentramento.

L’antisemitismo di Hitler è lo specchio che ingrandisce una malattia sociale che ha toccato una buona parte della società europea all’inizio del secolo.

Il contesto europeo è largamente xenofobo, se non antisemita.

 Il silenzio del mondo: chi sapeva?

-        gli inglesi avevano decriptato i telegrammi tedeschi: il 17 agosto 1941 un telegramma di Bach Zelewski: 30.000 esecuzioni sul territorio di mia giurisdizione;

-        governo di Vichy (novembre 1941). La retata del Vel d’Hiv, quasi concomitante con le prima deportazioni dal ghetto di Varsavia (16, 17 luglio 1942);

-        le comunità ebraiche polacche nel 1942;

-        documento fondamentale: telegramma di Gerhardt Riegner, rappresentante del Congresso mondiale in Svizzera, inviato al Foeign Office a Londra e Consolato americano a Ginevra (informazioni di un industriale tedesco, Eduard Schulte in luglio);

-        estate 1942: i giornali ebraici in Palestina pubblicano notizie di massacri;

-       gli alleati: diffida del 17 dicembre 1942;

-       nel 1942 per due volte Jan Karski entra nel Ghetto, nel 1943 fa resoconto prima a Londra poi Washington. Nessuna reazione;

-         dal giugno 1942 il governo americano dispone di conoscenza perfetta del genocidio;

-         prime fotografie scattate 4 aprile 1944 ad Auschwitz; Rudolf Vrba e Alfred Wetzler evasi il 7 aprile 1944, Rosin e Mordowicz il 27 maggio 1944: le loro testimonianze conosciute come i Protocolli di Auschwitz;

-         Croce Rossa internazionale

-         Paesi neutrali

-         Vaticano

Mario Vit

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