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16 giugno 2013: Seconda giornata di preparazione al viaggio a Terezin e ad Auschwitz

Autore // veritas
Postato il // 01 giu 2013

Seconda giornata di preparazione al viaggio a Terezin e ad Auschwitz: domenica 16 giugno 2013

La Risiera

La seconda  giornata di preparazione al viaggio si è svolta alla Risiera di San Sabba di Trieste il 16 giugno scorso.  La  dr. Dunja Nanut ci ha accompagnati nel percorso di approfondimento attraverso la visita della Risiera, la visita della Mostra del processo ai crimini, perpetrati all’interno della Risiera, che ha avuto luogo nel 1976 e la testimonianza di un ex-deportato politico, il Sig. Riccardo Goruppi.

Punto di ritrovo è stato l’ingresso della Risiera, dove i 34 partecipanti sono stati accolti da Francesco Fait, curatore del Civico Museo della Risiera, che sul piazzale, davanti al sito che evidenzia il perimetro in cui sorgeva l’edificio del forno crematorio, ci ha raccontato la storia della Risiera.

Questa,  come dice il nome stesso, era stata costruita  nel 1913,  come stabilimento per la pilatura del riso nel rione triestino di San Sabba: era un complesso di costruzioni molto vasto che si estendeva verso il mare con  una ciminiera alta più di 40 metri collegata sotterraneamente  al forno di essicazione del riso.

Dopo l’8 settembre 1943 il complesso  venne adibito inizialmente a campo di prigionia provvisorio  per  soldati italiani con il nome di Stalag 339. Nell’ottobre dello stesso anno diviene un Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), in realtà un campo “misto” utilizzato, da un lato, come campo di detenzione e polizia per l’imprigionamento, la tortura, l’eliminazione di esponenti della Resistenza, quindi di partigiani , ma anche di ostaggi civili e, dall’altro, come centro di raccolta e di transito di ebrei in attesa di essere deportati verso la Germania e la Polonia, oltre che come deposito dei beni razziati e sequestrati ai deportati ed ai condannati a morte.

Fu soprattutto per la prima finalità che dal 1944 l’impianto di essicazione del riso venne trasformato in forno crematorio per l’incenerimento dei cadaveri delle vittime, secondo un progetto realizzato da un esperto delle SS, che aveva lavorato in precedenza alla costruzione delle camere a gas di vari campi di sterminio e collaborato all’operazione “eutanasia”, nota sotto il nome di copertura T4, che prevedeva lo sterminio dei disabili tedeschi e che è stato efficacemente definito come il preludio al genocidio degli ebrei.

L’ammontare complessivo delle vittime della Risiera è tuttora oggetto di discussione. Esistono stime diverse che vanno da un minimo di duemila fino ad un massimo improbabile di cinquemila. La cifra resta difficile da quantificare, perché, se una parte di prigionieri arrivava alla Risiera dalle carceri del Coroneo e dalle celle di piazza Oberdan, sede della Gestapo, la maggior parte veniva da luoghi diversi, catturati, trasportati in Risiera e subito uccisi. Tra questi molti partigiani e ostaggi, prevalentemente sloveni e croati, esponenti della resistenza italiana, un limitato numero di ebrei che non vennero deportati e per varie ragioni uccisi in Risiera nonché persone catturate durante i rastrellamenti o in altro modo in città. Ricordiamo anche che vi furono imprigionati oltre 1450 ebrei, provenienti dalla Regione, dal Veneto e dalla Croazia, diretti verso Auschwitz o altri campi del Reich. La  spoliazione dei beni degli ebrei fu particolarmente meticolosa, le operazioni di rapina da parte delle SS furono brutali e sommarie.

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945 il forno crematorio con la sua ciminiera vennero fatti saltare in aria dalle SS, prima di fuggire all’arrivo dell’esercito di liberazione jugoslavo. Lo scopo era quello di cancellare le tracce più evidenti dei crimini commessi.

Alla fine della guerra – conclude Francesco Fait – la Risiera venne destinata  ad accogliere, come campo profughi – esuli provenienti da tutte le cosiddette democrazie popolari, Serbi, Croati, Rumeni,  Bulgari, Albanesi …

Il 15 aprile 1965 per decreto dell’allora presidente  Giuseppe  Saragat, la Risiera di San Sabba diventa monumento  nazionale, quale unico esempio di “lager nazista in Italia”.

L’architetto Romano Boico, triestino, vinse la gara nel 1975 per la trasformazione e l’allestimento di una parte della Risiera in  luogo della memoria come Civico  Museo.  Al posto del sito del forno venne collocata un’enorme lastra di metallo, alla base della quale sono conservate le ceneri e i resti umani ritrovati. Al posto della ciminiera, un’insieme di profilati  metallici  di diversa lunghezza, che svettano verso il cielo, ricordano il fumo della ciminiera e lo squallore di quella struttura. Tutt’intorno un muro di cemento alto 11 metri, a dirci che lì si entrava per non uscire più, quasi un tempio laico con il cielo per tetto.  L’autorimessa, dov’erano alloggiate le nere camionette delle SS e vennero uccisi tramite il gas dei tubi di scarico molte persone, è stata trasformata in luogo di culto, senza simboli religiosi, per rispetto di tutte le fedi, a cui appartenevano le vittime di questo luogo. Il pianterreno della caserma delle SS, dove si trovavano  le cucine e le mense,  è stato trasformato in museo.

Si possono visitare le micro-celle in ciascuna delle quali venivano ristretti fino a sei prigionieri. Le prime due venivano usate a fini di tortura o di raccolta di materiale sequestrato ai prigionieri, come i  documenti d’identità, trovati a migliaia e che sono attualmente conservati a Ljubljana, presso l’Archivio della Repubblica di Slovenia. Queste celle erano riservate particolarmente ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all’esecuzione a distanza di giorni, talora settimane. Le porte e le pareti di queste prigioni erano ricoperte di graffiti e scritte dei condannati, con nomi, date, saluti a ricordo straziante, ma in gran parte sono sparite, cancellate dal tempo e dall’incuria umana. Restano i cameroni in cui venivano rinchiuse le persone destinate ai campi di deportazione soprattutto a Dachau, Auschwitz e Mauthausen, ebrei e prigionieri civili e militari, uomini donne  di tutte le età e bambini anche di pochi mesi.

Il gruppo del Centro Veritas ha poi visitato la mostra  “Testimoni Giudici Spettatori: il processo della Risiera di San Sabba, Trieste 1976″, allestita all’interno della Risiera, che è stata curata dalla stessa Dunja Nanut con Franco Cecotti.

La dr. Nanut ci ha guidati attraverso un percorso composto da una lunga serie di pannelli  concentrici, che ricostruisce la vicenda del processo contro i crimini compiuti all’interno della Risiera di San Sabba celebrato al tribunale di Trieste tra febbraio e aprile 1976, processo che ebbe molta  risonanza sia  nazionale che  internazionale in un momento storico di lungo silenzio giudiziario sui crimini nazisti in Italia.

Abbiamo visto i volti delle vittime e dei loro parenti che, con coraggio ed enorme sforzo emotivo, hanno rievocato esperienze molto dolorose, i volti dei  giudici, di cui si ricorda il coraggio e l’azione civile, degli storici che si batterono per ottenere l’apertura di questo processo, degli assassini condannati  in contumacia e  dei collaborazionisti.  La celebrazione del processo incontrò molte difficoltà e resistenze e mise in luce la complessità e gli intrecci delle vicende storiche degli anni della guerra in una terra di confine. Anche se le pene non vennero mai scontate e fu un processo che lasciò sospesi e aprì molti interrogativi, resta di positivo il fatto che  è servito  ad incrinare la coltre di silenzio  scesa per oltre trent’anni sul lager di San Sabba. A conclusione della visita della mostra con le  tante domande da parte dei presenti, siamo saliti al primo piano del corpo centrale della Risiera ad ascoltare la testimonianza del Sig. Riccardo Goruppi, che per un’ora, con voce piana, ha rievocato la sua storia personale di deportato politico.

A questo proposito, lascio la penna alle risonanze di Patrizia Sorrentino, una partecipante all’incontro, che riporta con precisione ed empatia questa tragica esperienza:

Le solite cose

“Senza nessuna importanza. Perché non importa a nessuno. Se solo importasse a qualcuno allora, forse, potrebbe essere diverso. Potrebbe essere stato diverso.

E il carro bestiame sarebbe stato solo un incubo.

Ma di un giovane partigiano di diciotto anni? A chi importa?

Forse a sua madre, a suo padre, magari c’è un fratello, parenti, amici, un amore, dei conoscenti, il maestro di scuola, il prete, l’oste, il farmacista,  i compagni di classe, le donne, davanti alla chiesa, con i fazzoletti annodati, gli uomini che tornano stanchi, le tre ragazze che lo denunciano. A loro importa.

Salendo sul treno il giovane partigiano vede il sergente della Milizia italiana, in piedi, accanto all’ufficiale delle SS.

“Avvisa i miei che mi portano via”, dice sommesso.

“Oh, non ha nessuna importanza”, risponde l’altro distratto. “Tanto da qui non si torna più.”

Qui è Dachau.

ARBEIT MACHT FREI diventa le solite cose.

Doccia/barbiere/vestiti. Pronti.

Nudi, a decine, presto e non sanno ancora delle docce!

Tutti uguali, eppure diversi e non sanno ancora che quella striscia di capelli, rasati al  centro della testa completamente liscia, vuol dire traditori.

Giacca, calzoni, zoccoli, berretto. Un numero da cucire e una lettera dentro un triangolo. Dove è andato Dio?

ECCE HOMO: un numero fra i numeri.

STUECK SCHEISSE.

Le baracche avevano 120 metri di lato ed erano divise in quattro camerate e in ogni camerata c’era un guardiano, un kapò. Erano tedeschi, polacchi, delinquenti comuni presi dalle carceri, che facevano del loro meglio per essere all’altezza del compito e dormivano all’entrata della baracca, dietro un separè fatto con le coperte.  Al centro della baracca, su  un blocco di cemento, c’era posto per trenta prigionieri, ma si contavano sessanta corpi ammucchiati. Di notte, quando uno si alzava per fare i bisogni, non trovava più posto al ritorno: il formicaio si agitava finché non interveniva il kapò che, a bastonate, riportava la pace.

Si mangiava un boccone di pane nero e un cucchiaino di melassa una volta al giorno e, come da regolamento, un litro di minestra. Il mestolo misurava precisamente un litro, ma la ripartizione dipendeva dal kapò, dalla misura della sua attenzione nel travasare dalla pentola alla gamella. Una ciotola nera, un tempo sicuramente smaltata. Una minestra rossa, di rape e patate. Anche gli studenti si abituavano presto, perché ci si abitua a tutto.

Chiamavamo campo libero l’interno della nostra baracca.

Fino al giorno in cui,  all’appello, ci hanno fatto la visita medica per smistarci. Dopo, ci hanno chiesto ‘cosa sai fare’, ci hanno assegnato un nuovo numero e ci hanno trasferiti in un campo di lavoro vicino a Stoccarda.

Turni di dodici ore senza giorno di riposo e capivi che era sabato solo perché ne lavoravi sedici, sempre dentro un tunnel,  dove facevamo le ali dell’aereo segreto di Hitler e a fine turno mangiavamo.

In fila per cinque eravamo scortati al lavoro e sorvegliati dalle SS, che si mettevano di sentinella alle estremità del tunnel e lo percorrevano avanti e indietro per un tratto. I posti più disgraziati erano quelli dove passavano le sentinelle, perché ci toccava ogni volta, al loro passaggio, togliere il berretto e velocemente rimetterlo per non interrompere il lavoro. Su e giù, a intervalli cadenzati dai loro passi. Su e giù per dodici o sedici ore. Per il rispetto dovuto dal regolamento.

Con l’evacuazione ci hanno fatti tornare a Dachau. I più fortunati si sono fatti duecento chilometri a piedi, ma io avevo il tifo e mi hanno messo con gli altri malati su un vagone bestiame. Eravamo troppi per poter stare seduti, ma quando hanno sparato in aria ci siamo seduti e quelli che sono rimasti sotto, li abbiamo rotolati fuori all’arrivo.  Rotolati con i piedi, perché non avevamo la forza di scaricarli a braccia.

La paura vince anche la fame, ma nel sottocampo di Dachau, dove in una metà stavano i malati e nell’altra le donne con i bambini, le baracche erano sotto terra e sul tetto cresceva l’erba. Il giorno dopo che siamo arrivati noi, non c’era più niente.  Abbiamo mangiato anche le radici. Lo spettro del cannibalismo era lì, con noi, a tenerci compagnia e intanto il  boccone di pane era diviso in sedici.

Fino al giorno che all’appello ci hanno assegnato un compito, a noi e agli ebrei del campo 11. Tutti fuori a fare da scudo a un treno blindato che sparava sul fronte.

Eravamo scudo umano sui vagoni aperti quando sono arrivati gli aerei alleati e hanno cominciato a mitragliare dall’alto. Io sono caduto su un mucchio di morti, che si staccavano dai vagoni come frutta matura, ma non avevo la forza di scappare. Quelli che sono scappati verso il bosco, li hanno mitragliati anche le SS. Poi più niente.

Passata la paura, è tornata la fame.

Dopo un’eternità, io e altri tre abbiamo cominciato a muoverci in cerca del vagone con il cibo per le SS. Doveva esserci un vagone così.

Ci siamo arrivati dopo un’eternità di silenzio, ma di nuovo gli aerei hanno cominciato a mitragliare. Nel vagone abbiamo trovato le casse con il cibo e un mucchio di materassi. Ci siamo nascosti lì dietro, fin dentro il buio. Poi sono cominciate le urla. Erano i nostri compagni, quelli rimasti vivi. La vaporiera era esplosa e il vapore gli era arrivato addosso. Urlavano, semplicemente urlavano e hanno continuato così fino alla fine. E poi c’è stato di nuovo un grande silenzio – il paradiso, se c’è, deve essere quel silenzio – e dopo un’altra eternità ci siamo trascinati fuori e davanti ai nostri occhi è comparsa la canna di un fucile e dietro, la mano e il corpo e la divisa di un nero. Abbiamo cominciato a piangere proprio quando pensavamo di non avere più neanche  lacrime. Piangevamo abbracciati.

Ci ha salvato lui. Un nero, arrivato lì con un camion, magari per vedere se c’era rimasto qualcosa da prendere. Ma ci ha salvato e ci ha portato all’ospedale prima, ma non c’era posto, e in un monastero requisito, dopo.

Hanno provato a darci da mangiare, per vedere come reagiva l’intestino. Se non reagiva si moriva.

Sono tornato a casa dopo tre mesi e pesavo trentacinque chili. Il corpo è guarito solo nel 1955.

Sono voluto tornare in quel posto e ho chiesto. Un prete mi ha detto che mi hanno messo la flebo e che mi tenevano seduto, perché a star disteso, magro com’ero diventato, mi cadevano gli occhi nelle orbite.

Sono voluto andare anche al campo. Mio padre è morto lì. Era con me, hanno preso anche lui e continuava a dirmi che uno di noi due doveva farcela a ritornare a casa per raccontare. Mi sono seduto lì in mezzo al campo per un’eternità di tempo e ho rivisto tutti quanti. È stato allora che ho cominciato a guarire.

Sono maturato quando sono ritornato lì e ho voluto tornare per capire perché ci odiavano tanto. Se noi, tutti noi, avessimo preso solo una piccola parte di quell’odio, saremmo diventati dei delinquenti.

Anni fa, dei giovani architetti tedeschi, che facevano una ricerca, si sono imbattuti nella storia di quei posti e del tunnel, dove lavoravamo a costruire l’aereo segreto di Hitler. Non hanno ascoltato chi diceva loro di lasciar perdere e hanno cercato i pochi testimoni viventi: io ero fra loro e hanno raccolto anche la mia testimonianza.

Quei giovani architetti tedeschi hanno voluto costruire un monumento lungo come il tunnel e l’hanno ricoperto di piastre di metallo: su ognuna era scritto col laser un nome. Ero presente, con gli altri, all’inaugurazione del monumento.  Hanno stracciato i nostri numeri di deportati  scritti su un foglio e ci hanno consegnato la piastra con il nostro nome.

Non avere più un nome è come non esserci più: è quando ti tolgono il nome che cominci a morire. Questo è quello che io racconto ai giovani e credo che mi capiscano. Proprio perché sono giovani, come io ero giovane, mi importa che capiscano.” (Lisl Brandmayr)

Vi invitiamo a guardare la galleria fotografica:

                                                                                                                                                                                                        

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