Papa Francesco
Di seguito proponiamo una serie di interviste ed articoli sul nuovo Pontefice, Francesco, eletto il 13 marzo scorso.
Intervista a Carlo Casalone, Superiore dei gesuiti italiani
Come la Compagnia ha accolto la notizia del nuovo Papa Francesco?
Sicuramente con grande emozione e anche con stupore. Soprattutto perché da più di duecento anni non veniva aletto un Papa di un ordine religioso, e poi perché questo ordine religioso questa volta è la Compagnia di Gesù. Ci ha stupito con molto piacere anche il numero di persone che ci hanno manifestato la loro gioia ed entusiasmo collegando questa elezione alle nostre attività anche in Italia.
Perché non c’è mai stato un gesuita eletto Papa nella storia?
Il ruolo della Compagnia nella Chiesa è sempre stato più orientato a svolgere un compito di tipo formativo che non quello di ricevere incarichi diretti di governo all’interno della Chiesa. Possiamo citare come esempio la presenza nel conclave di più della metà dei cardinali che hanno studiato in una delle nostre istituzioni come la Gregoriana, il Pontificio Istituto Biblico e il Pontificio Istituto Orientale.
In che cosa consiste la formazione che offrite?
E’ tipico delle pedagogia ignaziana la centralità della persona e il tentativo di favorire al massimo l’espressione delle capacità e delle doti che ciascuno porta dentro di sé, centrandosi più sugli interrogativi che sono il motore della conoscenza piuttosto che sulle risposte.
Forse da qui viene la battuta che “un gesuita risponde a una domanda con un’altra domanda”.
Fino a pochi giorni fa il mondo sembrava non sapesse dell’esistenza dei gesuiti. Chi sono in realtà i gesuiti?
I gesuiti sono persone comuni che hanno fatto un’esperienza personale della salvezza di Dio e che hanno progressivamente imparato a riconoscerlo all’opera nella loro vita e storia a partire da quell’esperienza particolare che sono gli esercizi ignaziani che sono il fulcro della nostra spiritualità.
Quanti siete in Italia e cosa fate ?
In Italia siamo circa 500 e siamo impegnati in diversi ambiti di attività: quello più famoso, per cui la Compagnia è più nota, è l’attività intellettuale con dei centri universitari, delle riviste, dei centri culturali, ma siamo anche coinvolti nella formazione e nella educazione dei giovani, e con dei centri di azione sociale, che sono collegati in rete e svolgono sia degli interventi diretti a favore di situazioni di povertà di diversa natura, sia un lavoro di riflessione sui fenomeni della società.
Ignazio sintetizzava in una formula l’attività dei gesuiti nei termini di “aiutare le anime”. Per noi oggi questo significa porre un’attenzione privilegiata alla coscienza e alla sua maturazione, perché siamo convinti che solo attraverso una trasformazione interiore è possibile promuovere una qualità di relazioni interpersonali più matura e una convivenza sociale più armonica.
Possiamo sintetizzare il nostro modo di azione in tre verbi: partecipare, discernere, accompagnare.
Partecipare significa stare all’interno dei processi che si svolgono nella società e nella Chiesa. Discernere significa distinguere quello che lo Spirito sta già operando in queste situazioni e rispondere a quello che viene chiesto specificamente a noi, con le nostre caratteristiche e le nostre capacità.
Accompagnare significa favorire lo sviluppo di ciascuno a partire dal punto in cui si trova.
Sin dall’inizio, il Papa sta insistendo molto sulla povertà. Cosa significa per i gesuiti la povertà?
Povertà significa anzitutto un ben preciso stile di vita personale. Ignazio di Loyola insisteva nel dire che l’amore si manifesta nei gesti, nelle azioni, nei comportamenti che non nelle parole e nei discorsi. Inoltre la povertà è un modo per partecipare alla vita delle persone che si trovano in condizione di maggior fragilità assumendone anche il punto di vista, la prospettiva, sul mondo e sulla storia in modo tale da elaborare una comprensione della giustizia che sia situata. Infine la povertà è un vero e proprio luogo di esperienza di Dio, perché il Signore Gesù si è fatto povero per condividere fino in fondo la condizione degli uomini.
Quali tratti di ignazianità si intravvedono in Papa Francesco?
Il primo che ha colpito è stata la sua sensibilità per la contemplazione. Il fatto che abbia chiesto un momento di silenzio durante il primo indirizzo che ha rivolto alla folla, appena dopo la sua elezione, ha fatto vedere come è dal silenzio, dalla contemplazione che emerge ogni parola, ogni azione che abbia un significato profondo.
Il secondo è la centralità della figura di Gesù Cristo, che ha ripetuto nella omelia che ha fatto ai cardinali il giorno dopo le elezioni, la sua sensibilità, per il dialogo con la cultura e con le diverse confessioni religiose. Lo spunto su una nuova comprensione della universalità, che è una categoria fondamentale e stabile della Chiesa come anche della missione della Compagnia di Gesù, laddove si è definito un Papa che viene dai confini del mondo, sottolineando questo nuovo rapporto che si sta creando negli equilibri internazionali e nel nostro pianeta tra continenti emergenti e continenti che storicamente sono stati centrali per la Chiesa.
Come la provenienza ignaziana di Papa Francesco potrebbe contribuire al bene della Chiesa?
Innanzitutto favorendo un’attitudine al discernimento, come capacità di distinguere la voce dello Spirito all’interno delle molte voci che abitano la società, la chiesa e il cuore di ogni uomo. Secondo sollecitando la Chiesa a farsi più vicina alla vita vissuta della gente, ascoltando le domande che toccano ciascuno in concreto. Terzo evidenziando l’aspetto propositivo dell’etica come attuazione del bene e non un’etica fatta di proibizioni e di divieti.
a cura dell’ufficio comunicazione
della Provincia d’Italia della Compagnia di Gesù
Clicca qui per vedere la videointervista a Carlo Casalone SJ
Una telefonata inaspettata
Carissimi,
VISITA A PAPA FRANCESCO IL 17 MARZO 2013
Date: 20 marzo 2013 09:30
Questo il resoconto del P. Generale.
“Su invito personale di Papa Francesco alle 17,30 mi sono recato alla Casa Santa Marta, la residenza dove alloggiavano i cardinali presenti al conclave. Lui era all’ingresso e mi ha ricevuto con il consueto abbraccio in uso tra i gesuiti. Su sua richiesta sono state scattate alcune foto e alle mie scuse per non conoscere il protocollo ha insistito che tenessi con lui l’atteggiamento che ho con ogni altro gesuita, dandogli del “tu”, così da non preoccuparmi dei titoli di Santità o Santo Padre.
Gli ho offerto tutte le risorse di cui dispone la Compagnia, dato che nella sua nuova posizione avrà bisogno di consigli, idee, persone, ecc. Mi ha mostrato la sua gratitudine e all’invito a visitarci in Curia e pranzare con noi ha risposto che lo farà con piacere.
C’è stata piena comunione di intenti su parecchi dei temi discussi e sono convinto che lavoreremo molto bene insieme al servizio della Chiesa in nome del Vangelo.
L’incontro è stato caratterizzato da serenità, gioia e comprensione reciproca sul passato, il presente e il futuro. Ho lasciato Santa Marta con la convinzione che varrà la pena collaborare pienamente con Lui nella Vigna del Signore. Alla fine mi ha aiutato ad indossare il cappotto e mi ha accompagnato alla porta. Là ho ricevuto un paio di saluti supplementari dalle Guardie Svizzere. Di nuovo un abbraccio, un bel modo di incontrare e congedare un amico”.
Servizio Digitale d’Informazione SJ – Ufficio Stampa e Informazione
P. Giuseppe Bellucci SJ
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Cliccare qui per leggere il contributo di Giovanni Manzo: El Papa cuervo
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Di seguito la lettera del P. Generale a tutta la Compagnia: Con Papa Francesco all’inizio del Pontificato (2013-05)
Con Papa Francesco all’inizio del suo Pontificato
2013/05
A TUTTA LA COMPAGNIA
Cari fratelli in Cristo,
nella solennità di San Giuseppe ho avuto la possibilità di concelebrare la Santa Messa inaugurale di Papa Francesco insieme al Ministro Generale dei Francescani, che è anche Presidente dell’Unione dei Superiori Generali, unici due non-cardinali. Riflettendo su questa esperienza e sugli altri eventi di questi giorni, ho sentito il bisogno di scrivere nuovamente alla Compagnia. E lo faccio volentieri.
È evidente che tutta la Chiesa sta osservando e ascoltando le parole e le azioni del nuovo Papa con grande attesa. Un clima generale di speranza è percepito in maniera tangibile in tutto il mondo. C’è una perfetta corrispondenza tra questa speranza e il nome Francesco che il Papa ha scelto, come un annuncio di rinnovamento e di riforma che la Chiesa stessa desidera per tutti noi.
In due occasioni Papa Francesco ha preso l’iniziativa di chiamarmi personalmente al telefono e, con un vivo desiderio di comunione spirituale ed ecclesiale, ci siamo incontrati nel pomeriggio di domenica 17 marzo in clima fraterno e di grande cordialità.
Dovunque nel mondo sono numerosi i segni di affetto e di gratitudine verso i gesuiti. Quando alcuni Cardinali mi si sono avvicinati il 19 marzo per congratularsi con me per l’elezione, ho ricordato loro, per mettere una nota di umorismo e di leggerezza, che è stato il Collegio dei Cardinali, in ascolto della voce dello Spirito Santo, ad aver dato questo Papa alla Chiesa.
Papa Francesco si sente profondamente gesuita e lo ha manifestato in diverse occasioni in questi giorni. Troviamo un segno evidente di ciò nel suo stemma papale, così come nella risposta cordialissima del 16 marzo alla mia lettera del 14.
La Compagnia continua ad essere unita al Santo Padre nella persona di Papa Francesco che abbiamo come Superiore. Di fronte alle complesse questioni e ai problemi che egli dovrà affrontare, noi gesuiti, suoi fratelli, dobbiamo riaffermare il nostro sostegno al Santo Padre e offrirgli – senza condizioni – tutte le nostre risorse e il nostro aiuto, sia in campo teologico che scientifico, amministrativo o spirituale.
Siamo consapevoli che i nostri sforzi sono limitati e che noi tutti portiamo il peso di una storia di peccato che condividiamo con tutta l’umanità (CG 35, D. 1, n.15). Ma noi sperimentiamo anche la radicalità della chiamata di Dio che ci invita, come S. Ignazio a Manresa, a guardare al futuro e a vedere tutte le cose sotto una luce nuova. Questo è il momento di far nostre le parole di misericordia e di bontà che Papa Francesco ripete in maniera così convincente e di non lasciarci prendere dalle distrazioni del passato, che possono paralizzare i nostri cuori e portaci a interpretare la realtà a partire da valori che non si ispirano al Vangelo.
L’obbedienza al Romano Pontefice ci spinge ancora una volta ad ascoltare con apertura di cuore le sue indicazioni sulla nostra missione (CG 35, D. 1, n.1) in modo che, come lui stesso ha suggerito, possiamo essere testimonianza di una vita dedicata totalmente al servizio della Chiesa … e lievito evangelico nel mondo. Da parte nostra, sarebbe arrogante pretendere che il Papa debba confermare tutte le nostre opinioni, come se noi gesuiti non avessimo bisogno di conversione, correzione e rinnovamento spirituale. È solo partendo da un atteggiamento di umiltà che saremo in grado di cooperare nella costruzione di una Chiesa povera e per i poveri, che può crescere sempre di più ogni giorno, secondo il cuore di Dio e di suo figlio Gesù.
Senza alcun tipo di trionfalismo, rendiamo esplicita con rinnovato vigore e slancio la vicinanza della Compagnia al nostro fratello Francesco. Questo è il momento di rispondere alla sua richiesta: pregare con lui e per lui. Come amici nel Signore, ci proponiamo di accompagnarlo nel suo cammino di Croce e di Vita e, secondo la nostra spiritualità ecclesiale, ci mettiamo a sua disposizione con gli stessi sentimenti di gioia e di fiducia vissuti da tutta la Chiesa.
Mentre ci prepariamo alle feste pasquali, Dio Padre ci conceda la grazia di sentire la gioia della nostra vocazione ad essere minima Compagnia di Gesù.
Fraternamente in Cristo,
A. Nicolás S.J.
Superiore Generale
Roma, 24 marzo 2013
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http://www.zenit.org/it/articles/36509
Cosa significa avere un papa gesuita
Lo studioso gesuita è intervenuto stamattina in qualità di moderatore presso la sede di Civiltà cattolica, alla presentazione dei due istant book, Guarire dalla corruzione e Umiltà, strada verso Dio, editi da EMI, che raccolgono vari interventi ed omelie del cardinale Bergoglio, durante il suo ministero di arcivescovo di Buenos Aires.
Un gesuita che diventa papa, secondo Spadaro, è un fatto che può spiegarsi come segue: “Noi facciamo un voto speciale di obbedienza al Papa – ha detto il direttore di Civiltà Cattolica - perché lui ha una visione più universale della Chiesa e sa quali sono le frontiere sulle quali inviarci. Se uno di noi diventa Papa, questo fatto è da comprendersi come il più alto servizio alla Ecclesia universa”.
La visione della Chiesa di papa Bergoglio è “inclusiva”, ha proseguito Spadaro. Per usare le parole dell’allora arcivescovo di Buenos Aires, alla conferenza dei vescovi latino-americani di Aparecida del 2007, la Chiesa deve evitare la “malattia spirituale” dell’autoreferenzialità, che la fa rimanere chiusa in se stessa e invecchiare.
In quell’occasione il cardinale Bergoglio fu molto netto: «Tra una Chiesa accidentata che esce per strada e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima».
Nel libro Umiltà. La strada verso Dio, Bergoglio definisce l’autoreferenzialità «la muraglia di una ideologia difensiva»: l’atteggiamento opposto è dunque “quello di chi sa essere umile – ha commentato Spadaro – di chi non vede il mondo come un nemico ma «sa avvicinarsi agli altri»”. Nella sua capacità di avvicinarsi agli altri “Papa Francesco mi sembra un maestro”, ha aggiunto il direttore di Civiltà Cattolica.
L’altra mini-antologia, Guarire dalla corruzione, è stata definita da Spadaro “una vera bomba, specialmente ai nostri giorni”. In quest’ultima pubblicazione, il Papa spiega come l’ideologia e la presunzione di non farsi mettere in discussione, siano «il frutto di un cuore corrotto».
Si diventa corrotti, aggiunge Bergoglio, quando vi è «stanchezza della trascendenza» che porta alla «frivolezza», un atteggiamento molto più grave della lussuria o dell’avarizia, proprio perché appanna l’idea stessa di trascendenza e, quindi, di peccato.
Il corrotto è colui che “vive irretito dentro se stesso” e “non ha amici ma complici, «utili idioti»”, ha proseguito Spadaro, spiegando il pensiero del Papa.
Inoltre, quando Bergoglio parla di “povertà”, si riferisce alla “povertà gesuitica”, un concetto ben diverso dalla “ideologia della povertà” ed opposto alla «borghesia dello spirito» e al «clericalismo ipocrita». “Essere veramente poveri è essere veramente liberi – ha spiegato Spadaro -. Essere corrotti è essere imbrigliati in una trappola infernale”.
Un modo di pensare, per molti versi, in linea con quelli di un suo predecessore, il beato Giovanni XXIII, che nel 1960 aveva confidato all’allora direttore di Civiltà Cattolica, padre Roberto Tucci SJ (successivamente creato cardinale), che i rigidi protocolli del Vaticano lo mettevano a disagio e lo facevano sentire «come un detenuto». Papa Roncalli aspirava piuttosto ad essere un «bonus pastor per tutti, vicino al popolo».
Come il suo immediato predecessore Benedetto XVI, papa Francesco è in lotta “contro le radici della crisi dell’Occidente” e “contro la corruzione”. Entrambi i pontefici, pur così diversi, appaiono dei baluardi “contro la crisi della libertà al tempo della crisi dell’Occidente, che è anche economica ma non solo”.
Papa Francesco, ha proseguito Spadaro, non può quindi essere assimilato ad alcuna “categoria politica o sociologica” ma presenta una “profondità di contenuto che andrà tutta compresa”.
I suoi libri oggi presentati, inoltre, non sono di “pura devozione” e nemmeno di “pura denuncia”. L’impegno sociale che il Papa incoraggia, parte da “categorie spirituali” e la sua predicazione spinge in modo inequivocabile a una “riflessione su noi stessi”.
Papa Francesco, ha osservato Spadaro, a colloquio con ZENIT, va “dritto al cuore della gente” e unisce una “personalità di governo” con le “capacità pastorali” ma, al tempo stesso, è supportato da “contenuti molto forti”.
Non è un papa “intellettuale”, nel senso che non è “astratto”, tuttavia la sua riflessione nasce dalla “scienza dello spirito”. Egli attinge ad un metodo, quello della spiritualità ignaziana che implica “grande riflessione, anche sulle categorie culturali di comprensione”.
La sua virtù comunicativa, è la capacità di trasmettere messaggi senza le “barriere comunicative classiche dei discorsi intellettuali”. Il suo “ritmo” è quello tipico degli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio, quindi un “ritmo ternario” che aiuta la comprensione e la memorizzazione, attraverso le canoniche tre parole-chiave da estendere, ampliare e approfondire.
Papa Francesco, ha aggiunto Spadaro, sa utilizzare “immagini” e “metafore” molto forti che colpiscono l’immaginazione e che aiutano la memorizzazione. Ha inoltre una grande capacità di comunicare non verbalmente, usando la “mimica”, la “gestualità” e il “contatto fisico”.


