20.11.2013: conferenza “Oltre la crisi della famiglia”
Mercoledì 20 novembre 2013, alle ore 18.30 presso la sede del Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, alla conferenza: “Oltre la crisi della famiglia“, relatrice Antonella Deponte, consulente familiare – Università di Trieste.
“Oltre – crisi – famiglia: tre parole che ci danno una chiave di lettura per la complicata realtà che stiamo vivendo. La famiglia è in crisi, si mette in discussione persino la definizione di famiglia, quindi c’è un lavorio a livello concettuale e teorico che da una parte vuole distruggere, dall’altra probabilmente ci è utile per ridefinire, chiarire prima di tutto a noi stessi quale famiglia vogliamo e che cosa “fa famiglia”.
La famiglia è condizionata e schiacciata da politiche inadeguate o assenti, da dinamiche di economia globale assolutamente ostili, da pressioni culturali delle direzioni più varie.
Ma c’è un “oltre”: ci sono famiglie che non si arrendono, famiglie che fanno comunità, perché l’unione fa la forza, famiglie che vivono nel privato ma si donano nel pubblico, perché il bene di uno diventi il bene di tutti…
C’è speranza, ci deve essere, e c’è lavoro da fare per tutti gli uomini e le donne di buona volontà”. (Antonella Deponte)
Articolo sull’incontro
Il 20 novembre nuovo incontro al Veritas sul tema dell’”Oltre le crisi”. Si è parlato di famiglia con la psicologa e psicoterapeuta Antonella Deponte. La Deponte ha introdotto con un’indicazione sul concetto di crisi in psicologia: se il termine “crisi” ha in sé un elemento di rottura con il passato e di apertura al futuro, in psicologia è usato proprio con questa accezione di “passaggio”, in termini di evoluzione e di crescita se la crisi è gestita bene, altrimenti in termini di stagnazione o regressione. Il tema della crisi della famiglia è molto vasto perché le implicazioni vanno ben al di là della psicologia e hanno radici nell’economia, nella politica e nella sociologia. A volerlo considerare “solo” dal punto di vista delle dinamiche relazionali, è complesso per la ricchezza e la profondità delle relazioni presenti nella famiglia.
Tutte le sofferenze che le famiglie oggi vivono, secondo la Deponte, hanno origine da problemi di identità e di appartenenza. Alcuni tratti uniscono le varie “crisi” - del concetto stesso di famiglia, dei rapporti di coppia, dei rapporti tra genitori e figli, dei i ruoli genitoriali, dei rapporti intergenerazionali – ed uno di essi è la mancanza del senso della storia. La persone si raccontano attraverso storie e, in particolare, gli adolescenti costruiscono la loro identità raccontando più volte varie storie, fino a trovare quella che più li soddisfa. Anche gli adulti ri-raccontano la loro storia per adattarla ai nuovi eventi, per integrare nella propria identità gli altri che incontrano, le cose che succedono. Così i bambini, che imparano chi sono dalle storie che sentono raccontare su di loro, in famiglia prima di tutto. La storia di un Paese ne costruisce l’identità e viceversa l’identità che un Paese vuol darsi modifica la lettura della Storia.
Ma oggi la famiglia manca di storia, vuoi per la frequente lontananza dalle famiglie di origine, vuoi per la vita frenetica, vuoi per la centratura sul sé piuttosto che sugli altri (e sulla famiglia nel suo insieme), vuoi per l’affermarsi della famiglia mononucleare. Manca la prospettiva che ci fa riconoscere da dove veniamo, che cosa ciascuno ha costruito fin qui, che cosa vogliamo costruire insieme e la consapevolezza che siamo figli dei nostri genitori e dei nostri avi e che pure i nostri figli avranno questa eredità, figli di una cultura, di tradizioni e di storie. Se manca questa consapevolezza, come preparo me stesso e i miei figli al futuro? Si resta incastrati in un eterno presente. Se è la storia che dà significato e lega gli eventi, se non ho storia non ho significato, sono un puzzle di cose che ci/mi sono capitate, di persone che ad un certo punto si trovano sotto lo stesso tetto e, nello stesso tempo, a questa situazione viene dato un certo carattere di eternità: si fatica a pensare che ogni tempo è un tempo che non tornerà e che quindi va vissuto bene, in pienezza.
Alla fine la Deponte ci confida che mentre preparava la conferenza, cercando una sintesi intellettualmente onesta tra studi e letture, esperienza professionale e umana, dati e statistiche, ad un certo punto ha sentito due brevissimi interventi del Papa dal recente pellegrinaggio delle Famiglie: disarmante! «Tre parole ha usato, e in quelle tre parole sono condensate pagine e pagine di psicologia. Un parametro ha dato, ed è la sintesi di strumenti e metodi indagati da generazioni di studiosi. Tre parole: permesso, grazie. scusa» (Caterina Dolcher)
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14.11.2013: Presentazione del libro “Fuori dal recinto. Giovani, fede, Chiesa: uno sguardo diverso”
Giovedì 14 novembre 2013, alle ore 18.30, presso la sede del Centro Veritas, in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, ci sarà la presentazione del libro: “Fuori dal recinto. Giovani, fede, Chiesa: uno sguardo diverso”, edito da Ancora. É un libro appassionato, fondato su ricerche quantitative e qualitative condotte sui giovani dai sociologi dell’Osservatorio Socio-Religioso Triveneto, è un testo destinato a chi opera nel campo dell’educazione, con alcune concrete ipotesi di lavoro, ma anche a quanti vogliono comprendere, attraverso gli occhi delle nuove generazioni, come sta cambiando il sentimento religioso degli italiani. La tesi è che i rapporti tra larga parte del mondo giovanile e Chiesa cattolica sono vicini al punto di rottura, anche in Italia. Tuttavia, ciò non significa che i giovani siano ormai indifferenti alla dimensione spirituale o non interessati al sacro. L’impressione infatti è che i giudizi, quasi unanimemente negativi, sui valori e sulla religiosità dei giovani, si basino troppo spesso su conoscenze incerte e antichi pregiudizi che le generazioni più anziane nutrono nei confronti delle nuove.
“Fuori dal recinto”: un invito all’apertura. Non da parte dei giovani a tornare nella Chiesa, ma da parte della Chiesa a tornare tra i giovani, dando loro la parola e lasciando spazio al loro protagonismo in modo che non siano “una generazione priva di prerogative”, e che possano vivere, almeno per qualche istante, “l’isola che non c’è”, ma “che viene”.
Il saggio, oltre che da Alessandro Castegnaro, è stato firmato da Giovanni Dal Piaz, monaco camaldolese, docente presso lo Studio teologico S. Bernardino, e da Enzo Biemmi, religioso della Congregazione dei Fratelli della Sacra Famiglia, docente presso vari istituti accademici.
Sarà presente Alessandro Castegnaro, presidente dell’Osservatorio Socio-Religioso del Triveneto.
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6.11.2013: Conferenza “Oltre la crisi delle religioni”
Mercoledì 6 novembre 2013, alle ore 18.30, presso la sede del Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, conferenza “Oltre la crisi delle religioni” con il padre gesuita Felice Scalia S.I. e il pastore valdese Giovanni Genre.
“Il gesuita p. Felice Scalia e il pastore valdese Gianni Genre: due uomini di chiesa, certo molto diversi fra di loro, così come sono diverse le loro chiese, eppure, mi sembra, tutti e due ugualmente in grado di guardare “dall’interno” la crisi economica e politica che il nostro modo occidentale sta vivendo e di coglierne con lucidità le radici morali, culturali, di ingiustizia sociale. E tutti e due, ugualmente pronti ad essere autocritici: a cogliere cioè l’importante responsabilità delle chiese cristiane in tutto questo. Uno dei due, e sarà il p. Scalia, si porrà e ci porrà, definendola lecita, la domanda se se la religione dell’“Occidente cristiano” sia poi cristiana. Perché oltre a dubbie alleanze con regimi assassini, liberticidi e con il neoliberismo, essa sembra indulgere ad una mentalità diffusa per cui il nostro mondo, di cui pure si dice sia un “villaggio globale”, si divide di fatto in uomini e sotto-uomini, ed è tenuto insieme da “virtù” l’obbedienza e la rassegnazione.
Non possiamo limitarci però a piangerci addosso e nemmeno a un mero esame di coscienza: la nostra crisi, per tanti aspetti di ordine etico e spirituale, ci dirà il pastore Genre, non può non interrogarci come “aspiranti credenti” (per usare l’espressione di Kierkegaard), sapendo che le crisi possono essere salutari. Dal punto di vista etimologico “crisi” indica il momento difficile, faticoso, della decisione, della scelta che deve essere fatta. È un pericolo ed insieme un’ opportunità che non si può evitare.
Ma quale potrà essere la risposta all’interrogazione che la crisi ci pone?
Ancora per il p. Scalia, la soluzione non consiste, come qualcuno, anche fra i cristiani, pensa un po’ troppo sbrigativamente, nel fare a meno delle religioni o delle “chiese”, ma nel riportarle a quel nucleo originario di fede che scaturisce dai fatti fondativi di ogni religione. C’è insomma una religione da “conservare” e da portare al suo fine perfetto. È quella che è sorgente di fede sempre rinnovata ed esultante, e non tomba di essa. Oggi il compito di ogni uomo religioso (o di chiesa) è – per dirla con Etty Hillesum – “disseppellire Dio dalle macerie che lo soffocano” nel nostro cuore e nella stessa società. Rinfocolare e custodire la fede nella sua sorgiva ricchezza.
Sulla stessa linea, mi sembra si muova anche il pastore Genre, il quale con la sensibilità scritturistica che è propria della tradizione riformata, identifica nella Bibbia la “sorgente” della fede sempre rinnovata a cui tornare. Così, nella “crisi” dell’esilio in Babilonia si è formata la Bibbia ebraica e la confessione di fede ha preso forma; e nella “crisi” suprema della croce si è nascosto il senso della nostra salvezza e delle nostre vite. Forse allora è sufficiente ripercorrere alcune delle crisi di cui ci parla la Scrittura per ritrovare la via che ci permetterà di andare oltre le crisi”. (Ruggero Marchetti)
Articolo sull’incontro
È stato un incontro interessante, quello di mercoledì 6 novembre sul tema “Oltre la crisi delle religioni”. Davanti ad un uditorio numeroso e attento, il gesuita p. Felice Scalia e il pastore valdese Gianni Genre hanno tenuto due interventi molto diversi, ma proprio per questo complementari.
Il p. Felice Scalia è partito da questi interrogativi: “Se per vari motivi (cambio di cultura, scoperte scientifiche, contro testimonianze, estraneità ai problemi del tempo…) le religioni entrano in crisi, tramonta per ciò stesso anche la fede? O la crisi della religione può portare ad un affinamento della stessa fede?”, per affermare poi che anche se oggi la religione fosse al suo massimo splendore, c’è comunque una “religione” da non conservare. È quella che fa da copertura ad ideologie assassine, a sete di potere, che diventa una giustificazione di vere e proprie “rapine” e che “separa”, disgrega gli uomini a vantaggio di legami di sangue o nazionalità. Di una tale religione che è poi una forma più o meno larvata di idolatria, si può fare, e anzi è bene fare a meno. In questa linea di riflessione, p. Scalia ha poi continuato dicendo che è lecito domandarsi se la religione dell’“Occidente cristiano” sia cristiana. Oltre alleanze dubbie o scandalose con regimi assassini, liberticidi e con il neoliberismo, essa sembra infatti indulgere ad una diffusa mentalità “sacrificale” che sfocia in una antropologia dicotomica ed in una sociologia piramidale. A vario livello il mondo si divide in uomini e sotto-uomini. Per tenere unito un mondo simile la virtù principe deve essere l’obbedienza e la rassegnazione. Davanti a tutto questo – si è poi chiesto – qual è la soluzione? Non consiste nel fare a meno delle religioni o delle “chiese” (resterebbero insoluti problemi, interrogativi, che hanno dato origine alla ricerca religiosa) ma nel riportarle a quel nucleo originario di fede che scaturisce dai fatti fondativi di ogni religione. Insomma, c’è una religione da “conservare” e da portare al suo “telos”, al suo fine perfetto. È quella che è sorgente di fede sempre rinnovata ed esultante, e non tomba della fede. Esempi di questa fede li troviamo nell’esperienza di Pietro, del Discepolo che Gesù amava, della vedova di Luca 18,1-8, del padre del ragazzo epilettico di Marco9,24. Radicalmente nella “fede di Cristo”. La conclusione di quest’intervento davvero appassionato e appassionante è stata questa: all’origine di ogni religione dovrebbe esserci la fede. Ma conservare e nutrire la fede è anche il fine della religione. Oggi il compito di ogni uomo religioso (o di chiesa) è – per dirla con Etty Hillesum – “disseppellire Dio dalle macerie che lo soffocano” nel nostro cuore e nella società. Rinfocolare e custodire la fede nella sua sorgiva ricchezza. Nel nostro caso parliamo di una fede cristiana che diventa fatica, impegno personale ed ecclesiale perché questo mondo sia trasformato da mondo dei figli di Caino, in Regno di Dio e dei suoi figli.
Di tutt’altro taglio l’intervento del pastore Genre, che è invece ha preso le mosse dall’analisi del filoso francese Jacques Attali sui meccanismi che garantiscono l’attuale strapotere del mercato e delle sue leggi per parlare dell’attuale drammatica crisi che sta “succhiando” la speranza a tanti uomini e donne, soprattutto giovani della nostra società. Di fronte a questa crisi e alle sue devastanti conseguenze sociali, tutte le chiese sono state troppo divise e troppo timide: non hanno saputo levare insieme la loro voce a denunziare l’avidità e l’egoismo sfrenato di pochi che hanno gettato moltissimi nella miseria, e le ingiustizie del neo-liberismo. Forse, ha osservato il pastore Genre, la vera frontiera dell’ecumenismo oggi va ricercata qui. Ma forse le parole, anche alte e forti, non sono sufficienti. Oggi ci sono richiesti dei gesti profetici come quello di Geremia che, quando Gerusalemme era già circondata dagli eserciti di Babilonia e tutto era sul punto di crollare, si è recato nel suo paese di origine di Anatot ed ha comprato un campo, manifestando così la sua fiducia nel futuro di Dio (Geremia 32,6 ss.). Se sapremo imitare il profeta, allora forse anche questa durissima crisi potrà essere salutare, sapendo che dal punto di vista etimologico “crisi” indica il momento difficile, faticoso, della decisione, della scelta che deve essere fatta. E che allora è insieme un pericolo e un’opportunità per una nuova etica da costruire tutti quanti insieme. E per accorgersi che la crisi può davvero essere anche un’opportunità è sufficiente per noi credenti ripensare che è nella crisi dell’esilio in Babilonia che si è formata la Bibbia ebraica e che la confessione di fede ha preso forma; e è nella “crisi” suprema della croce che si è nascosto il senso della nostra salvezza e delle nostre vite. Forse allora è sufficiente ripercorrere la Scrittura per ritrovare la via che ci permetterà di andare oltre le crisi.
Al termine dei due interventi, ambedue molto articolati, non è rimasto molto spazio per le domande. Ma per una volta è andata bene anche così. A sentire i commenti delle persone che lasciavano la sala del Veritas, tutti sono stati più che soddisfatti di aver preso parte ad un appuntamento stimolante, che ha fatto dono a ognuno di tanto a cui pensare. (Ruggero Marchetti)
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Intervento di p. Gaetano Piccolo al 10° anniversario del Veritas
Quale presenza in rete
per l’apostolato culturale
dei gesuiti in Italia
Condivido una riflessione non personale, ma fatta insieme ad un gruppo di giovani gesuiti. L’occasione era un laboratorio per preparare il sito dedicato all’attività culturale dei gesuiti in Italia.
1. Auto-percezione
A cosa pensano dei giovani gesuiti quando provano ad immaginare un evento in occasione dell’anniversario della ricostituzione della Compagnia?
Attraverso questa domanda abbiamo cercato di far emergere la percezione che abbiamo di noi stessi, degli obiettivi e dell’efficacia del nostro apostolato.
Sono emerse alcune immagini:
- La provincia d’Italia come un bambino che ha bisogno di una cura ricostituente (cfricostituzione) per tornare a crescere.
- Percepiamo il rischio di diventare amministratori piuttosto che discepoli che sanno amministrare i beni.
- Percepiamo un corpo malato o morto che ha bisogno di risurrezione.
- L’immagine della crisi accompagna la percezione della nostra situazione interna, ma forse proprio per questo diventa anche una risorsa per comprendere empaticamente la crisi della gente (nelle sue molteplici forme) e così diventare persone che sanno accompagnare.
- Sentiamo di dare a noi stessi e alla gente un messaggio positivo di risurrezione, una possibilità di rinascita.
- Sentiamo un bisogno di relazione filiale in cui concretizzare la nostra obbedienza.
- Percepiamo l’individualismo come ostacolo e desideriamo aprirci maggiormente ad una dimensione collettiva.
A partire da come ci percepiamo, abbiamo provato a capire quale contributo possiamo offrire in ambito culturale attraverso la rete.
L’idea di fondo che ci ha mosso è stata la valorizzazione di quanto già esiste: le nostre opere fanno spesso un lavoro di grande qualità, ma questo lavoro non gode di adeguata visibilità, rimane frammentario, e non sempre si interroga sull’ignazianità di quanto viene proposto.
Il desiderio che ci muove è la rimotivazione: provare a ridare slancio, un segnale di speranza proprio in occasione dell’anniversario della ricostituzione.
2. Percezione dell’altro
In questa seconda fase abbiamo provato ad ascoltare due intellettuali per conoscere meglio il nostro interlocutore. Ci siamo lasciati accompagnare da Z. Bauman[1] e G. Agamben[2].
Attraverso Bauman ci siamo confrontati con alcune immagini della società post-moderna:
- L’incompiutezza:
- Il progetto della modernità non è solo incompiuto, ma costitutivamente incompiuto. L’incompiutezza è l’essenza dell’era moderna. L’uomo post-moderno ha tradito Aristotele e non vive più in vista di un fine, né sente le proprie azioni come momenti di un percorso che portano ad un unico punto finale da sempre desiderato. I desideri sono finia se stessi o circoscritti, hanno orizzonti limitati. È una prospettiva rassicurante che permette di godere senza fare ricorso alla speranza.
- Lo sradicamento senza radicamento:
- La post-modernità (ossia la modernità nella sua fase liquida) è l’epoca dello sradicamento senza radicamento. Tutte le impalcature che vengono costruite hanno lo scopo di fungere da veicoli per tenerci in movimento fino alla prossima locanda, non da case in cui riposare alla fine del cammino.
- L’epoca post-moderna (Bauman preferisce dire “l’epoca della modernità liquida”) è suddivisa in episodi che non seguono alcun ordine logico coerente, ma sembrano soggetti a ogni tipo di rimescolamento. La loro successione non è preordinata in alcun modo, come sarebbe invece nella disposizione delle perline su un pezzo di filo.
- Nella cinematografia italiana quest’idea può essere rinvenuta nel film di P. Sorrentino, La grande bellezza, in cui lo spettatore vede passare davanti a sé una lunga serie di fotogrammi senza una reale connessione. Una chiave interpretativa del film è che questa è esattamente l’immagine dell’esistenza attuale.
- La giostra:
- Procediamo ormai per progetti a termine. E ciascuno progetto viene portato avanti per dimostrare che si è capaci di portare a termine un progetto. La vita assomiglia perciò più a una giostra che a una maratona. La vita assomiglia a una serie di giri, una sequenza di nuovi inizi, spesso in luoghi e ambienti slegati tra loro.
- Il confessionale:
- L’individualismo moderno sembra lasciare il posto all’autoaffermazione. Ci si autoafferma rivelando se stessi in una sede pubblica. Il pubblico viene identificato con la comunità. Si tratta però di una comunità senza relazioni forti: la comunità diventa solo uno spazio per garantire l’esistenza del singolo. Non è più necessario chiedere il permesso di comunicare un proprio segreto, né ci si preoccupa che quel segreto potrebbe risultare noioso o disgustoso per chi è costretto ad ascoltarlo.
- Il casinò:
- La ‘cultura da casinò’ è il famoso soprannome dato da George Steiner allo stile di vita tipico del mercato consumistico, una vita felice è una vita percepita come una perpetuità di nuovi inizi. Il giocatore d’azzardo non conserva la memoria delle sue giocate: ogni puntata è una nuova possibilità. Rilanciare la posta può essere tutto sommato un buon antidepressivo, senza nulla togliere ai numerosi effetti collaterali.
La riflessione di Agamben in Homo sacer ha prodotto una svolta nell’ambito della filosofia politica: la tesi centrale è che il ‘campo’, inteso come luogo circoscritto in cui saltano le regole del rispetto della vita, è la metafora che rende meglio la società contemporanea, e non la città, la polis, il luogo cioè con cui tradizionalmente le società democratiche si sono identificate.
Ma il testo di Agamben ci provoca anche in merito all’idea stessa di vita sacra. Agamben parte dalla definizione data da Festo, al lemma sacermons del suo trattato sul Significato delle parole, in cui Festo si riferisce ad una figura del diritto romano arcaico dove la sacralità viene messa per la prima volta in relazione con la vita umana: “uomo sacro è, però, colui che il popolo ha giudicato per un delitto; e non è lecito sacrificarlo, ma chi lo uccide, non sarà condannato per omicidio”. La vita sacra è quindi la vita uccidibile e nel contempo non sacrificabile.
Proseguendo il ragionamento di Agamben potremmo arrivare a dire che la vita sacra è originariamente la vita di quei poveri cristi di cui si può fare qualunque cosa senza che alcuno abbia nulla da ridire.
Nel corso del Novecento il luogo per antonomasia in cui le regole sono saltate e la vita è diventata sacra nel senso di non valere più niente è stato il campo di concentramento. Ma il campo oggi si concretizza anche nei CIE (Centri di identificazione ed espulsione), nello stadio di Bari dove furono ammassati gli albanesi nel corso dei primi sbarchi degli anni Novanta, il campo sono le periferie dove la vita non vale più nulla e si può morire nell’anonimato anche per mano di chi dovrebbe tutelare l’ordine pubblico.
Il potere che riafferma questo diritto di vita o morte sulla vita si arroga il diritto che nella società romana spettava al pater familias: nel momento in cui il pater familias solleva da terra il neonato, riconoscendolo come suo, acquisisce simultaneamente il diritto di vita e di morte su di lui (vitae necisquepotestas).
Un caso particolarmente esemplare di questa dinamica nei nostri tempi è quello dei rifugiati:
«Se i rifugiati rappresentano, nell’ordinamento dello Stato-nazione moderno, un elemento così inquietante, è innanzitutto perché, spezzando la continuità fra uomo e cittadino, fra natività e nazionalità, essi mettono in crisi la finzione originaria della sovranità moderna. Esibendo alla luce lo scarto fra nascita e nazione, il rifugiato fa apparire per un attimo sulla scena politica quella nuda vita che ne costituisce il segreto presupposto. In questo senso, egli è veramente, come suggerisce H. Arendt, “l’uomo dei diritti”, la sua prima e unica apparizione reale al di fuori della maschera del cittadino che costantemente lo ricopre. Ma, proprio per questo, la sua figura è così difficile da definire politicamente».[3]
3. L’incontro con l’altro
Come mettere in relazione l’A.I. dei gesuiti con questo mondo, con gli uomini e le donne di questo mondo.
Rovesciare la domanda: Dove quest’uomo può incontrarci? Dove ci lasciamo incontrare? Presupponiamo infatti che ci siano persone in ricerca. O suscitiamo noi la ricerca: li mettiamo in cammino, sì, e poi cosa trovano, dove trovano?
Al nostro interlocutore sembra mancare un centro, cioè un modo per connettere le informazioni. Manca l’occasione di essere accompagnato nella riflessione sulle cose, in altre parole manca di un pensare critico o riflessivo, di un pensare che si pone domande e cerca connessioni tra i saperi. Questa modalità di apprendimento e di pensare è esattamente ciò che, come gesuiti, siamo in grado di offrire.
Pensiamo al nostro interlocutore come un soggetto che cerca contenuti seri, che cerca profondità nelle riflessioni. Al nostro interlocutore possiamo proporre un viaggio che spazia dalla filosofia alla teologia, dai temi sociali all’arte, dalle scienze e dalle tecnologie alla vita della Chiesa. Il mondo gesuitico ha il vantaggio di essere trasversale ai campi del sapere: è la tradizione che può rappresentare la novità.
4. Conclusione
Ritornando al progetto di una presenza sul web e assumendola oggi come modello per parlare del nostro A.I.:
Vorremmo proporre al nostro interlocutore una piazza da cui partire, una piazza in cui presentargli diverse possibilità per esplorare i contenuti. Vorremmo proporre anche delle piazzole di sosta, in cui è possibile fermarsi a ripensare e rielaborare ciò che ha conosciuto. Vorremmo proporre degli autogrill letterari, in cui porre domande su ciò che ha appreso per approfondire o per appropriarsi ulteriormente dei contenuti.
Centro e connessioni sono probabilmente le parole che maggiormente vorremmo ci guidassero nell’elaborazione della presenza dell’apostolato culturale (e non più intellettuale) sul web e non solo.
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26.10.2013: 10° Anniversario del Nuovo Centro Veritas
Il Centro Veritas celebra quest’anno i primi 10 anni di vita: abbiamo infatti iniziato l’attività il 25 ottobre 2003.
Ci troveremo sabato 26 ottobre prossimo per fare un po’ di festa.
Abbiamo pensato di ricordare questo tempo con un libro (che raccoglie le voci critiche e favorevoli, di uomini e di donne, credenti delle varie confessioni, di Trieste e di fuori; rappresentanti dei Mercoledì, delle Lectio, dei corsi…) e un DVD narrativo (un mini documentario di immagini e musica) che ricorda l’attività del Centro in questi 10 anni.
Il programma della festa inizierà alle ore 16.00
Programma:
Concerto del soprano Emma Martellini e del pianista m° Ennio Silvestri
Spettacolo teatrale a cura di: Compagnia dell’Arpa a 10 Corde, Accademia della Follia, Danza 10, Oltre Quella Sedia
Proiezione del dvd: “Muretti e ponticelli. Una storia a più voci” a cura della Commissione culturale
Interventi di: p. Gaetano Piccolo (delegato nazionale per la cultura dei Gesuiti) e di p. Carlo Casalone (provinciale dei Gesuiti d’Italia)
Ore 18.00: Celebrazione eucaristica
Ore 19.30: Rinfresco
Non mancate; la vostra presenza rinsalda la nostra amicizia
Invito: INVITO DECIMO ANNIVERSARIO
Interventi: Intervento di P. Gaetano Piccolo S.I.
Galleria fotografica della giornata:
- Accademia della Follia 1
- Compagnia dell’Arpa 1
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23.10.2013 Conferenza: “Oltre la crisi demografica”
Mercoledì 23 ottobre 2013, con inizio alle ore 18.30 conferenza su: “Oltre la crisi demografica”, con Nidia Batic, docente di Statistica sociale all’Università di Padova.
“La questione demografica nazionale si colloca all’interno di uno scenario demografico mondiale che si profila, per il prossimo futuro, a due marce: da un lato nei Paesi più sviluppati si assisterà ad una progressiva diminuzione della popolazione residente (ed il calo sarà ancora più marcato se si dovessero arrestare i flussi migratori) mentre i Paesi meno sviluppati continueranno a crescere.
Il problema principale non è dato “solo” dall’aspetto dimensionale ma soprattutto dalle conseguenze che questo comporterà a livello di sistema economico e sociale, e quindi politico. È importante dunque avviare una riflessione sul futuro della nostra società,a cominciare dalle trasformazioni in atto nella composizione e distribuzione della popolazione italiana.
L’intervento sul tema “Oltre la crisi demografica” si propone di presentare una serie di dati e previsioni a supporto di tale riflessione e si articolerà in due parti.
Nella prima parte si presenteranno le stime fornite dall’ONU a livello internazionale e quelle dell’ISTAT per quanto riguarda l’Italia.In particolare si presenteranno alcune interessanti proiezioni della popolazione italiana per genere ed età e si analizzeranno alcuni indici demografici che permetteranno di capire quale sarà la ricaduta, sul sistema economico e sociale italiano, del previsto trend demografico.
Nella seconda parte si focalizzerà l’attenzione sulla realtà territoriale del nord-est, presentando i risultati di un’indagine effettuata nel Friuli Venezia Giulia e nel Veneto, su coppie con o senza figli, alle quali è stato chiesto il loro progetto di fecondità e le ragioni per cui, eventualmente, non vorrebbero avere dei figli“. (Nidia Batic)
Nidia Batic è professore associato di Statistica sociale a Udine. Nell’ambito del ciclo “Oltre le crisi” è stato chiesto alla Batic come andare oltre la crisi demografica, ma al tema proposto la medesima ha posto un punto interrogativo, più che mai opportuno in base ai dati che ha dovuto presentare.
Lo scenario mondiale, secondo le previsioni dell’ONU, prevede che alla fine del secolo la popolazione mondiale passi dagli attuali 7 miliardi di persone a circa 11 miliardi, con un modestissimo incremento di ca 30 milioni nei paesi sviluppati (considerando come tali Europa, Nord America, Australia, Nuova Zelanda e Giappone) e una crescita molto forte della popolazione dell’Asia fino al 2050 e poi, quando in Asia la crescita di arresterà, un’impennata della crescita della popolazione africana. La Nigeria, presa come Paese campione del continente, a fine secolo quadruplicherà la popolazione a fronte di una diminuzione di circa 100 milioni di abitanti in Europa ed una diminuzione della popolazione, rispetto al 2012, della popolazione in Cina, Brasile e India. Solo negli Stati Uniti la popolazione dovrebbe aumentare di circa 150 milioni di abitanti. Il dato che più ci impressiona è il calo demografico molto forte che si avrà in Europa, calo che porta la cd. piramide demografica (perché fino al 1900 fa era effettivamente tale con una base larga della popolazione più giovane che si restringeva via via salendo con le età) a rappresentare oggi una forma a salvadanaio, con una base piuttosto stretta nelle fasce di età 1-30 anni e una pancia, cioè un forte allargamento della figura, nella fascia 35-45 che si restringe molto gradualmente fino agli 85 anni. Nel 2050 la rappresentazione grafica dei dati per l’Italia ci mostra addirittura una specie di trapezio con la base più corta nella parte bassa (la popolazione giovane) e la base più lunga negli anni della vecchiaia. Questo porta in Italia ad un indice di dipendenza (che è il rapporto tra la popolazione attiva ovvero in età da lavoro e quella non attiva, tra 1 e 14 anni e dai 65 anni in su) a percentuali insostenibili: nel 2030 sarà del 63,2% e nel 2065 addirittura del’82,8. Il ché vuol dire che nel 2100 per ogni 100 persone in età lavorativa ce ne saranno altrettante fuori dal mercato del lavoro.
Gli italiani hanno da tempo smesso di fare in media almeno 2 figli per coppia, che è il minimo per assicurare il ricambio generazionale. Oggi le coppie generano 1,26 figli e neppure le coppie straniere aiutano più di tanto perché si stanno adeguando ai nostri stili di vita con in media meno di 2 figli a coppia (1,98). L’età media dei parti da madri italiane è molto alta (32 anni) e piuttosto alta è anche quella delle straniere (28,3). Trieste vede dati ancora peggiori, anche se di poco.
La prof. Batic ha presentato una ricerca che ha indagato quali siano le intenzioni delle coppie sul numero di figli ideale. La maggioranza delle persone (44,9%) ha risposto che il numero ideale è due, il 4,3% non ne vuole, solo il 3% ritiene che l’ideale siano 4 e più figli e ben il 18% afferma di non saper dare una risposta perché non ci ha mai pensato o non vuole programmarlo.
Tra coloro che non desiderano figli, la ricerca ha indagato le loro motivazioni. Ciascuno, maschi e femmine, è stato intervistato separatamente. L’indagine ha dato un risultato davvero sconfortante: la risposta più significativa è stata “stiamo bene così”, con una forte prevalenza di risposte, per così dire, egoistiche, cioè legate solo alle proprie esigenze e preferenze. I motivi economici, invece, sono assai meno significativi. Altre motivazioni proposte sono legate alla salute, ai timori del parto o al sentimento di impreparazione e inadeguatezza o alla mancanza di sostegni alla coppia.
Alla domanda, poi, sul motivo per cui le persone hanno meno figli rispetto ai loro desideri, la motivazione “poco supporto alle famiglie da parte dello Stato” non si è rivelata significativa per il campione intervistato.
Ha stupito i ricercatori di quanto le risposte non si differenzino tra le donne e gli uomini, con scostamenti minimi dei risultati tra i due sessi.
I risultati dicono allora che le misure economiche che lo Stato dovrebbe mettere in atto porterebbero a scarsi risultati per convincere gli italiani a fare figli ed invertire realmente la tendenza. Appare quindi ragionevole ricondurre il discorso a fattori di matrice culturale: la popolazione occidentale ha diminuito la fecondità per motivi che non sono economici, bensì legati agli stili di vita, ai valori di riferimento, alle proprie scelte autoreferenziali. Pare che non si sia portati neppure a farsi domande sul domani, né delle future generazioni né su quello proprio: chi si prenderà cura di noi quando arriverà il tempo della non autosufficienza? Perché i governi sono costretti ad alzare l’età per il collocamento a riposo e a diminuire l’importo delle pensioni? L’autoreferenzialità, oltre a evidenziare l’insignificanza per molti di valori spirituali e di solidarietà, porta a non farsi domande sul proprio domani, neppure di stampo utilitarista. “Stiamo bene così (oggi)”.
La prof. Batic ha concluso indicando solo in una politica di maggiore accoglienza nei confronti degli immigrati una possibile via che ci consenta di reggere un futuro che si presenta davvero denso di interrogativi. (Caterina Dolcher)
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9.10.2013: Conferenza “Oltre la crisi antropologica”
Riprende il ciclo di conferenze denominato i “Mercoledì del Veritas”. Quest’anno il filo conduttore degli incontri è “Oltre le crisi”.
La prima conferenza, mercoledì 9 ottobre, alle ore 18.30 affronterà la tematica: “Oltre la crisi antropologica“, relatore Giovanni Grandi, docente di Antropologia applicata all’Università di Padova.
“La consapevolezza che la società occidentale stia attraversando un tempo di crisi è ormai largamente diffusa. Risulta più complesso individuare le ragioni profonde della crisi e, di conseguenza, riflettere sulla possibilità di superarla. La crisi può assumere del resto molti volti ed essere esaminata da diversi punti di vista: qual è il contributo di una prospettiva di analisi antropologica? Lungo la parabola di vita di ciascuno si susseguono molte transizioni, ciascuna di esse impegna energie e conduce a dei cambiamenti; tuttavia la transizione più significativa è quella che ordinariamente riconosciamo come la «crisi della mezza età». Andare oltre questa crisi – una crisi antropologica – significa procedere lungo un percorso di maturazione ancora ricco di sfide. Non superarla significa smettere di crescere e, talvolta, persino regredire. Ma cosa accade quando gli adulti di una società per lo più non affrontano o non superano la «crisi della mezza età»? È possibile che la crisi sociale sia anche un riverbero del mancato superamento della crisi antropologica da parte di una parte consistente della generazione adulta? Quali sintomi segnalano l’avvicinarsi del tempo della crisi antropologica? Come disporsi per oltrepassarla continuando a maturare come persone? Perché il superamento della crisi antropologica costituisce una risorsa anche in senso sociale?” (Giovanni Grandi)
Età della vita
Interessante e stimolante la sollecitazione di Giovanni Grandi, che ha letto la crisi contemporanea a partire dalla crisi dell’uomo. La vita umana è un percorso che può essere rappresentato da una parabola: c’è un’ascesa, una fase di picco, una discesa. La fase di mezzo costituisce una crisi, in cui vanno affrontate le domande principali. Se si guarda la parabola, c’è un tempo di preparazione, poi il momento della della crisi e quindi una via di uscita.
Secondo il relatore, l’attuale crisi non è solo economica, ma riflette crisi antropologiche non superate o affrontate in modo improprio. Si può infatti anche restare ingabbiati nella crisi. In alcune storie di vita le crisi possono essere molto acute, ma un momento della verità arriva anche nelle vite più tranquille. Importante è riconoscerlo e, appunto, oltrepassarlo realizzando una crescita personale, che si ripercuote a livello sociale. Se non ci sono maturazioni personali, la società tutta resta accartocciata in un vicolo cieco. L’aspetto forte della crisi dei tempi presenti è l’immaturità personale di molti adulti.
Parlare di “parabola della vita” vuol dire attribuire alla vita stessa varie fasi. Una interpretazione tradizionale sancisce il passaggio dalla giovinezza all’età adulta quando si realizzano alcuni eventi: fine degli studi, entrata nel mondo del lavoro, formazione di una famiglia, nascita del primo figlio.
Giovanni Grandi ha invece portato all’attenzione dei presenti un percorso di tipo più interiore, che è quello tracciato dalla tradizione del monachesimo antico. Le età della vita sono caratterizzate dai “vizi”, intesi qui come caratteristiche – imprescindibili – della vita umana, ma con le quali occorre sviluppare una relazione equilibrata e serena. Eccoli, secondo la sequenza di Evagrio Pontico (Ebora, 345 – Egitto, 399) che fu monaco, asceta e scrittore cristiano: 1. ingordigia; 2. fornicazione; 3. avarizia; 4. tristezza; 5. ira; 6. accidia; 7. vanagloria; 8. superbia (Antirrhetikos. Gli otto spiriti malvagi, ed. Qiqaion, 2005). Affrontare tali aspetti della vita costituisce il cammino di ascesi del monaco ma anche lo sviluppo armonioso della vita umana. I primi tre aspetti fanno parte dell’infanzia e della fanciullezza: sono il rapporto col cibo, con la sessualità, con i beni. Tristezza ed ira attengono a quel momento in cui si fanno progetti: tristezza è lo stato d’animo di colui che non accetta più il presente ma guarda sia al passato – una fase beata che non c’è più – sia al futuro ed al modo in cui può agire sul futuro stesso. Al momento in cui il progetto è elaborato, l’ira si abbatte su coloro che si mettono frammezzo. Gestire il conflitto tra il proprio progetto e quello degli altri comporta l’apertura alla riflessione, alla vita interiore, in cui chiedersi come lasciare spazio anche agli altri.
È l’accidia lo snodo decisivo, che, per citare Dante, si manifesta “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Lì il poeta si trova “in una selva oscura” dove la via dritta è smarrita, e può diventare preda delle fiere. In questa fase, l’uomo si trova in un tempo in cui va in crisi quello che aveva fatto finora. Come sulla cima di una collina, riesce a concepire la sua vita come un insieme e comincia a fare dei conti sui progetti che aveva iniziato. È una crisi della ripetitività: sarà capace di ripetere le stesse cose restando fedele al suo progetto? Sorge il dubbio di saper realizzare il progetto fino alla fine. Queste sono le grandi domande, che si possono fare solo ad un particolare punto della vita.
Lasciamo al lettore alcune sollecitazioni: si può uscire dalla crisi passando alle fasi successive, oppure non se ne esce e si regredisce alle fasi precedenti, come nel gioco dell’oca.
Progredire vuol dire affrontare la sfida del “lasciare”: accettare di passare il testimone ad altri, rinunciare al proprio ruolo – andare in pensione, vedere i figli andar via di casa – affidare via via la propria vita non più al proprio progetto ma ad un “altro”. Qui si può realizzare infine il massimo dell’ascesi del monaco e/o la serenità di vita di colui che, semplice uomo saggio, ha compiuto fino in fondo la sua parabola. (Tiziana Melloni)
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Iscrizione ai corsi di cultura del primo semestre a.a. 2013/2014
Sono ancora aperte le iscrizioni ai corsi di cultura organizzati dal Centro Veritas:
Introduzione alla conoscenza dell’ebraismo, con Davide Casali (aiuto rabbino di Venezia).
Causa impegni del docente, le lezioni non si terranno di lunedì, ma di domenica, con orario che si concorderà di volta in volta. In particolare, la prima lezione sarà domenica 6 ottobre dalle 20.00 alle 21.30. Inoltre, per chi desiderasse parteciparvi, il docente ha proposto un viaggio culturale a Praga e a Terezin, il cui programma è in via di definizione.
L’Apocalisse. Il Libro profetico del Nuovo Testamento, con Ruggero Marchetti (pastore valdese).
Le lezioni si terranno di martedì, dalle 18.30 alle 20.00 secondo il seguente prospetto:
Ottobre 01 – 08 – 15 – 22 – 29
Novembre 05 – 12 – 19 – 26
Dicembre 03 – 10 – 17
… Io vorrei. Per una politica dei desideri. Seminario di pratiche filosofiche, con Alessandro Di Grazia (filosofo).
Le lezioni si terranno di giovedì, dalle 18.30 alle 20.00 secondo il seguente prospetto
Ottobre 03 – 10 – 17 – 24 – 31
Novembre 07 – 14 – 21 – 28
Dicembre 05 – 12 – 19
I corsi sono gratuiti, sono a numero programmato, è richiesta l’ iscrizione tramite compilazione di un modulo (vedi allegato) ed anche la massima puntualità nella frequentazione dello/degli stesso/i.
Gli studenti universitari che frequentano i corsi e il ciclo di incontri su “Oltre le crisi” possono beneficiare dei crediti formativi assegnati dalle Facoltà agli Enti convenzionati con l’Università di Trieste.
Per ulteriori informazioni potete telefonare a questo numero: 040.569205 o scrivere a: centroveritas@gesuiti.it
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23.09.2013: Presentazione corsi di cultura del primo semestre
Lunedì 23 settembre 2013, alle ore 18.30 presentazione dei corsi di cultura del primo semestre:
Introduzione alla conoscenza dell’ebraismo, con Davide Casali (aiuto rabbino di Venezia);
L’Apocalisse. Il Libro profetico del Nuovo Testamento, con Ruggero Marchetti (pastore valdese);
… Io vorrei. Per una politica dei desideri. Seminario di pratiche filosofiche, con Alessandro Di Grazia (filosofo)
I corsi sono gratuiti, sono a numero programmato, è richiesta l’ iscrizione tramite compilazione di un modulo: DOMANDA ISCRIZIONE CORSI ed anche la massima puntualità nella frequentazione dello/degli stesso/i.
Gli studenti universitari che frequentano i corsi e il ciclo di incontri su “Oltre le crisi” possono beneficiare dei crediti formativi assegnati dalle Facoltà agli Enti convenzionati con l’Università di Trieste.
Per ulteriori informazioni potete telefonare a questo numero: 040.569205 o scrivere a: centroveritas@gesuiti.it
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18.09.2013: Presentazione di: “Il flauto invece del bastone”
Mercoledì 18 settembre 2013, alle ore 18.30, in collaborazione con l’ACCRI, ci sarà la presentazione del libro: “Il flauto invece del bastone. Vita di mons. Franco Masserdotti” di Giovanni Munari e Francesco Pierli.
Interverrà Marco Giovannini, presidente dell’associazione “Franco Masserdotti” – Trento.
“Quando fui consacrato vescovo, una mia amica pittrice mi regalò un quadro del Buon Pastore. Bellissimo.
Il pastore non aveva in mano un bastone, segno di autorità e forza, quasi a dimostrare il bisogno di avere qualcosa in mano per allontanare i lupi. No, aveva in mano un flauto. Il flauto non allontana le persone ma le mette insieme. Ha un suono soave e gradevole. Fa capire che il pastore deve amare la bellezza, conoscere la tenerezza, deve far prevalere l’affetto sul ragionamento“. Dom Franco Masserdotti
Locandina: Locandina libro Il flauto invece del bastone
Presentazione del libro sulla vita di dom Franco Masserdotti
“Quando fui consacrato vescovo, una mia amica pittrice mi regalò un quadro del Buon Pastore. Bellissimo. Il pastore non aveva in mano un bastone, segno di autorità e forza, quasi a dimostrare il bisogno di … allontanare i lupi. No, aveva in mano un flauto. Il flauto non allontana le persone ma le mette insieme … Fa capire che il pastore deve amare la bellezza, conoscere la tenerezza, deve far prevalere l’affetto sul ragionamento”.
Queste parole di dom Franco Masserdotti, vescovo di Balsas in Brasile, morto tragicamente proprio otto anni fa, il 17 settembre 2006, sono le stesse che il Veritas può dire del suo stile, del suo modo di operare. Per questo ha voluto presentare il libro “Il flauto invece del bastone” proprio all’inizio dell’anno, quasi a ribadire la sua identità. Analogamente alla “cetra” che nel libro di Bruna Costacurta sull’ascesa al trono del profeta Davide, oppone il dolce strumento alla “fionda”, e analogamente all’ultimo numero di Esodo sulle riflessioni sulla pace intitolato: “Il pugno e la carezza”.
Dom Franco, ha detto il relatore Marco Giovannini di Trento, fa fatto dell’amabilità il tratto distintivo del suo operare: per questo fin dall’alluvione degli Anni ’60 ha saputo aggregare intorno a sé un gruppo di giovani che gli sono stati fedeli nel periodo universitario e che si sono uniti poi in Associazione di sostegno quando mons. Masserdotti è diventato vescovo. Non solo dolcezza, ma solida spiritualità essenziale e passione operativa e sociale hanno caratterizzato la sua azione pastorale. Insegnava al popolo che non doveva accontentarsi di mangiare il pesce, ma lo istruiva a pescare e ancor più a tenere pulito il fiume. Per questa sua azione sociale (che attualizzava gli studi fatti a Sociologia di Trento) è stato più volte fermato dalla polizia e imprigionato.
Ha trovato la morte misteriosamente ma coerentemente. Il pastore evangelico che l’ha investito non poteva sapere che quell’uomo in bici era il vescovo cattolico della diocesi; men che meno poteva immaginare che quell’uomo che si concedeva poveramente un attimo di sosta e di libertà per sé non si concedeva nulla.
La presentazione del libro su dom Franco è stata fatta in collaborazione con l’Accri, segno di comunione ecclesiale, ed è stata fatta proprio il 18 settembre, una giornata inquietante per i triestini: proprio 75 anni fa infatti, nel ’38, Mussolini promulgava da piazza Unità le leggi razziali; quelle leggi che hanno privilegiato il bastone invece del flauto, la fionda invece della cetra, il pugno al posto della carezza. Da quella scelta derivarono all’Italia e al mondo morti, distruzioni, lutti. (Mario Vit)
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