19/02/2014: Conferenza “Oltre la crisi della giustiza”
Mercoledì 19 febbraio alle ore 18.30, conferenza presso il Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, su: “Oltre la crisi della giustizia“, con il dottor Massimo Tomassini.
Il dottor Massimo Tomassini, giudice del Tribunale di Trieste, svilupperà il tema della crisi della giustizia, ambito ormai da decenni in grande evoluzione.
Sovraesposizione mediatica, lentezza dei processi, commistione con la politica: sono solo alcuni degli aspetti che contraddistinguono lo stato di affanno del sistema giudiziario in Italia. Ma non si tratta solo di questo: ci sono “frontiere” del diritto che occorre affrontare.
Abbiamo raggiunto il giudice Tomassini per qualche anticipazione sull’incontro di mercoledì 19 febbraio.
“Di crisi ce ne sono state molte – spiega Tomassini – non possiamo fare previsioni su quanto durerà quella che stiamo sperimentando. L’argomento non può avere una risposta precisa; bisognerebbe sapere che cosa c’è oltre ad un certo profilo temporale”.
Cosa comporta per la giustizia lo stato attuale di difficoltà? “Siamo in un momento di grande perturbazione economica e sociale. Questo ha portato ad uno stato di continua tensione sulla magistratura. È in discussione lo stesso ruolo del giudice nella società”.
Questo rimanda ad un dilemma in realtà molto antico: “Il giudice è un mero esecutore ed interprete letterale di una norma data da altri oppure può intervenire traducendo la legge in una maniera più vicina alla persona, facendosi carico della tutela e della garanzia per le fasce più colpite dalla crisi?”
Ci sono poi effetti sull’evoluzione stessa del diritto: “La crisi ha profondamente mutato l’assetto dei diritti e delle richieste portate davanti al giudice. Da una trentina d’anni a questa parte sono cambiate moltissime fattispecie giuridiche. Alcuni reati non esistevano né s’immaginavano: si pensi ad esempio al campo dell’informatica, a quello dell’Internet”.
“C’è una progressiva raffinatezza della giurisprudenza: da una parte si profilano “diritti” completamente nuovi, dall’altra riemergono condizioni che sembravano estinte, come la schiavitù: basti pensare ai recenti fatti di Prato”.
Di fronte alla velocità del cambiamento, quali gli “oltre” possibili? “Ci sono scenari più o meno promettenti. Da una parte il giudice è sempre più chiamato a dar conto della sua identità: “freddezza” di fronte alla legge o tutela dei diritti anche “oltre” la lettera della norma? Dall’altra esiste il rischio di un “panpenalismo”, la preoccupante tentazione di ricorrere alla penalizzazione di un’enorme quantità di comportamenti. Si tratta a mio avviso di un rimedio che è solo di facciata e che porta a disagi nel sistema giudiziario ed in quello carcerario”.
Relazione dell’incontro
Il 19 febbraio si è tenuto al Veritas il penultimo incontro sul tema dell’”Oltre le crisi”. Si è parlato di Giustizia con il magistrato Massimo Tomassini. L’”oltre” è stata la parola di speranza che p. Mario intendeva dare cercando di far intravedere qualcosa del dopo la crisi, ma il nostro relatore ha fugato subito questa possibilità. Troppo grave il momento e troppo gravi i contraccolpi sul sistema – giustizia di una legislazione sempre più orientata alla repressione, anziché alla promozione umana, sempre più volta a colpire i soggetti che “disturbano” l’ordine sociale, coloro che possono divenire il bersaglio del diffuso senso di insicurezza, invece di cercare di recuperarli per una maggiore coesione sociale. Siamo nel pieno di sconquassi e divaricazioni determinate anche dalla forte contrapposizione tra le forze politiche che la crisi ha esasperato.
La crisi si innesta su un sistema che aveva visto, nei primi trent’anni dalla guerra mondiale, un dilatarsi dei diritti sociali da una parte e dei diritti e delle pretese individuali dall’altro. Maggiori diritti e tutele del lavoro sembravano definitivamente acquisiti ed invece sono saltati. Maggiori pretese individuali, per esempio in materia di risarcimento del danno biologico e poi esistenziale, oggi possono sembrare il “lusso” di una società benestante che non è più tale.
Il diritto del lavoro ha conosciuto un cambiamento radicale rispetto alle forme contrattuali in vigore appena alla fine del secolo scorso. Si sono affermate forme flessibili, di de-standardizzazione dei lavori, come si dice, con un impatto molto forte su una società sempre più individualizzata davanti alle quali il giudice si trova passivo, perché non ha spazi di “inventiva” per far resuscitare i valori costituzionali di sicurezza e protezione sociale dei più deboli. Il lavoratore dovrà sempre di più badare a se stesso perché le tutele si stanno affievolendo e il riferimento statuale, come fonte di garanzie e sicurezza, non c’è più perché lo Stato pare avere rinunciato a priori, tagliando il welfare, a rimediare i guasti della crisi con interventi di carattere sociale. Ora c’è l’impresa con i suoi “valori” legati all’intraprendenza che aprono però anche la strada ad una prevaricazione continua del più forte rispetto a “colui che non ce la fa da solo”.
Una società individualizzata che alimenta un’insicurezza sociale generale di cui i sociologi hanno già sottolineato i rischi. Una società che ha sempre più paura, del futuro, dell’ignoto, e non perché sia veramente in aumento la criminalità. Se si osservano i dati in modo approfondito si nota che aumentano i reati contro il patrimonio, perciò connessi all’impoverimento, mentre quelli più gravi, come rapine e omicidi sono in calo. Si scopre però anche che sono i “piccoli” reati contro il patrimonio quelli che fanno più paura e alimentano nella gente il senso di insicurezza. Insicurezza è alimentata anche da alcune scelte dei consociati – come quella, ad esempio, di abbandonare quartieri che sembrano declinare in modo che, perdendo valore, gli appartamenti vengono lasciati alle fasce sempre più basse della popolazione o di aumentare a dismisura i sistemi di protezione e di allarme di modo che coloro che non se li possono permettere si sentono sempre più insicuri -. O addirittura di dotarsi di armi per la difesa personale.
L’insicurezza è alimentata da norme sempre più illiberali come quelle emanate in alcuni paesi dopo i grandi attentati dei primi anni duemila. Anche in Italia, molte norme degli ultimi anni – ad esempio la cd. ex-Cirielli – non avrebbero potuto essere emanate se non si fosse creato un clima di insicurezza e non fosse stato alimentato ad arte.
I dati statistici non sono tali da giustificare neppure la paura che il fenomeno dell’immigrazione ha generato, anche se non siamo in possesso di cifre che possano darci il rapporto preciso tra criminalità e immigrazione irregolare e/o clandestina. Nelle carceri la maggioranza della popolazione è straniera: per quale motivo? I dati sulla criminalità non lo spiegano. Certo è che lo straniero commette reati che suscitano un maggiore allarme, un maggiore disturbo, una maggiore inquietudine per la gente.
“La crisi è come il postino, suona sempre due volte e sempre alla stessa porta”: questa crisi non sarà l’ultima e, purtroppo, le crisi le pagano sempre gli stessi.
Come andare “oltre”? Solo ragionando contro-corrente rispetto alle idee dominanti negli ultimi 20-30 anni. Riscoprire valori condivisi, anzitutto quelli costituzionali ed essere intellettualmente onesti, così da fare e dire cose che hanno un riscontro fattuale. (Caterina Dolcher)