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Ricordo di p. Mario Vit S.I.

Autore // veritas
Postato il // 19 dic 2013

Padre Mario Vit, sacerdote gesuita, direttore del Centro Culturale Veritas di Trieste, è morto nella tarda serata del 17 dicembre. Alla fine di novembre gli era stata diagnosticata una grave forma di tumore.

Aveva festeggiato da poco il decimo anniversario del “nuovo” Centro Veritas, in una celebrazione molto ricca e partecipata, che aveva visto la presenza a Trieste del padre provinciale per l’Italia della Compagnia, padre Carlo Casalone.

Personalità ricca e complessa, il Padre Vit è stato un gesuita sulle frontiere delle problematiche culturali, religiose e sociali, sempre in ricerca, e nella ricerca aiuto a tante donne ed uomini. Giungono al Centro Veritas in queste ore centinaia di testimonianze commosse di confratelli ed amici e messaggi di cordoglio da parte delle autorità religiose e civili.

Giovedì 19 dicembre alle 20.30 si svolgerà una veglia di preghiera nella chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Gesù in via del Ronco 12; sabato 21 alle 11 le esequie a Trieste, sempre presso la parrocchia del Sacro Cuore. Sarà possibile rivolgere l’estremo saluto a padre Mario presso il Cimitero di Sant’Anna, in via Costalunga, sabato 21 dicembre dalle 8 alle 9.30. Il feretro sarà quindi portato al Sacro Cuore, dove sarà esposto dalle 10.

A San Pietro al Natisone, le esequie saranno celebrate nella Chiesa parrocchiale il 22 dicembre alle 11. Con le Valli del Natisone padre Vit aveva un rapporto speciale, profondo, che lo metteva in sintonia con l’anima, la cultura, la religiosità delle genti del luogo. E proprio nelle Valli, nel cimitero di Calla, padre Mario Vit riposerà.

Mario Vit era nato a Portogruaro (Venezia) il 30 dicembre 1933 ed era entrato nella Compagnia a Lonigo il 21 novembre 1953. Nel 1955 era stato inviato a Gallarate per gli studi di filosofia, nel 1958 a Trieste per il magistero e nel 1961 a Chieri per la teologia. Qui venne ordinato presbitero, il 12 luglio 1964. Dopo un anno a Gorizia come ministro ed economo della comunità ed insegnante di religione nella scuola statale, nel 1966 venne inviato a Firenze per il Terz’anno di probazione; qui, durante l’alluvione, prestò servizio in soccorso della popolazione colpita dal disastro. Nel 1967 venne inviato a Palermo, per studiare psicologia presso l’Università statale: in questo periodo si spese per alleviare le sofferenze degli abitanti del Belice, dove il 14 gennaio 1968 si era verificato un disastroso terremoto.

Nel corso del 1968 Padre Vit fu destinato a Trento dove venne nominato Direttore del Centro universitario; qui completò gli studi di psicologia. Nel 1969 pronunciò gli Ultimi Voti.

Nel 1975 la destinazione è al Centro teologico di Torino dove studia Teologia pastorale, l’anno successivo a Grado (1976) quindi a Brischis di Pulfero nell’ottobre 1977 e nel 1978 a Gemona, per occuparsi dell’assistenza ai terremotati del Friuli.

Nel 1980-81 fu parroco della nascente parrocchia di S. Giuseppe Lavoratore a Ferrara. Nel 1981 Padre Vit venne inviato nuovamente a Gorizia, dove rimase per otto anni come operatore pastorale, aiuto direttore del “Centro Stella Matutina” e assistente dell’Associazione Scout Cattolici (Agesci).

Nel 1989 fu destinato a Padova dove rimase fino al 2002. La sua missione principale fu quella di collaboratore dell’”Osservatorio Socio-religioso del Triveneto”, cui affiancò quella di docente di religione nel Collegio Antonianum e di consigliere diocesano per l’ecumenismo (1996-2002). Nel 1993 fu nominato vicedirettore del Collegio e nel 1998 direttore.

Nel 2002 padre Mario Vit venne inviato a Trieste, ultima tappa della sua vita pastorale,  dove fu nominato Direttore del Centro Culturale “Veritas”, istituto riconosciuto di interesse regionale dalla regione autonoma Friuli Venezia Giulia. Dal 2010 aveva ripreso l’impegno nell’”Osservatorio Socio-religioso del Triveneto”, come membro del comitato scientifico. Sotto la sua direzione il Centro si è caratterizzato per la capacità di incontrare e dialogare con uomini e donne in ricerca di approfondimento spirituale, all’interno della Chiesa ed anche al di fuori di essa, sia in ambito laico che in quello di confessioni diverse. Padre Mario Vit aveva coinvolto nelle attività culturali del Centro autorevoli esponenti della comunità ortodossa, sia serba che greca, di quella evangelica e valdese, dell’ebraismo, dell’islam e del buddismo. Intellettuale lucido e raffinato, con grandi capacità relazionali, Padre Vit è stato autore di numerosi studi sociologici pubblicati in volumi e riviste specializzate.

 

19 dicembre 2013

Veglia di preghiera per p. Mario Vit S.I.

 

Canto di inizio: Mia forza e mio canto è (p. 38)

Saluto del celebrante – introduzione

Orazione:  MENTRE IL SILENZIO FASCIAVA LA TERRA 

Mentre il silenzio fasciava la terra

e la notte era a metà del suo corso,

tu sei disceso, o Verbo di Dio,

in solitudine e più alto silenzio. 

La creazione ti grida in silenzio,

la profezia da sempre ti annuncia,

ma il mistero ha ora una voce,

al tuo vagito il silenzio è più fondo.    E pure noi facciamo silenzio,

più che parole il silenzio lo canti,

il cuore ascolti quest’unico Verbo

che ora parla con voce di uomo.   

A te, Gesù, meraviglia del mondo,

Dio che vivi nel cuore dell’uomo,

Dio nascosto in carne mortale,

a te l’amore che canta in silenzio.

Momento di silenzio

Lettura (Is 42,1-7)        

Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento. Così dice il Signore Dio, che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita e l’alito a quanti camminano su di essa: “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”.

Salmo  Salmo 27

Rit., di Il Signore è mia luce e mia salvezza chi avrò paura

- Il Signore è mia luce e mia salvezza,

di chi avrò paura?

Il Signore è difesa della mia vita,

di chi avrò timore? Rit.

- Quando mi assalgono i malvagi

per straziarmi la carne,

sono essi, avversari e nemici,

a inciampare e cadere. Rit.

- Se contro di me si accampa un esercito,

il mio cuore non teme;

se contro di me divampa la battaglia,

anche allora ho fiducia. Rit.

- Una cosa ho chiesto al Signore,

questa sola io cerco:

abitare nella casa del Signore

tutti i giorni della mia vita,

per gustare la dolcezza del Signore

ed ammirare il suo santuario. Rit.

- Egli mi offre un luogo di rifugio

nel giorno della sventura.

Mi nasconde nel segreto della sua dimora,

mi solleva sulla rupe. Rit.

- E ora rialzo la testa

 sui nemici che mi circondano;

immolerò nella sua casa sacrifici d’esultanza,

inni di gioia canterò al Signore. Rit.

- Ascolta, Signore, la mia voce.

Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi. Rit.

- Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”;

il tuo volto, Signore, io cerco.

Non nascondermi il tuo volto,

non respingere con ira il tuo servo. Rit.

- Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,

non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.

Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato,

ma il Signore mi ha raccolto. Rit.

- Mostrami, Signore, la tua via,

guidami sul retto cammino,

a causa dei miei nemici. Rit.

- Non espormi alla brama dei miei avversari;

contro di me sono insorti falsi testimoni

che spirano violenza. Rit.

- Sono certo di contemplare la bontà del Signore

nella terra dei viventi.

 Spera nel Signore, sii forte,

si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore. Rit.

Canto:  Il Signore è la mia salvezza (p. 26)

Vangelo(per es Gv 3,1-8)

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Gli disse Nicodemo: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”.

Momento di silenzio/Riflessione sul Vangelo di chi presiede

Canto: Il Signore è il mio Pastore (p. 26)

Lettura:  Dalle Lettere di Hetty Hillesum, morta ad Auschwitz il 30 novembre 1943: Lettera a Johanna e Klaas Smelik e altri dal campo di Westerbork in Olanda – 3 luglio 1943.

Per p. Mario la Shoah era un luogo privilegiato di riflessione continua, quel buco nero nella storia dell’uomo lo interrogava continuamente e lo faceva soffrire assieme alle vittime.

« La miseria che regna qui è davvero indescrivibile. Nelle grandi baracche si vive come topi in una fogna. Si vedono languire molti bambini. Ma si vedono anche molti bambini sani. Una notte della settimana scorsa è transitato qui un convoglio di prigionieri. Visi diafani e pallidi come cera. Non ho mai visto tanta stanchezza e sfinimento su un volto. (…) Alla mattina presto sono stati ammassati in vagoni merci vuoti. Il loro treno è stato sigillato con tavole di legno…Poi tre giorni di viaggio a est…Mi chiedo quanti di loro arriveranno vivi. E i miei genitori si preparano a un viaggio simile… Poco tempo fa ho passeggiato un po’ con papà nel deserto sabbioso e polveroso, è infinitamente caro e ha una bella rassegnazione. Diceva con molta grazia e molta calma, quasi di sfuggita: “in fondo vorrei andare in Polonia il più presto possibile, così avrò finito prima e sarò morto in tre giorni, non ha più senso continuare questa esistenza disumana. E perché quel che tocca a migliaia di altri uomini non potrebbe toccare anche a me?” Più tardi abbiamo riso sul paesaggio intonato alla nostra situazione: a volte è proprio come un deserto, malgrado i fiori violetti dei lupini e delle corone e certi uccelli graziosi che somigliano a gabbiani. “Gli ebrei nel desertro: è un paesaggio che conosciamo bene”. (…)

Ma ho perso il filo. Volevo solo dire questo: la miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare – e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che vramo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire, ma non possiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima, ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch’io una piccola parolina.(…) La vita qui non consuma troppo le mie forze più profonde – fisicamente si va forse un po’ giù e spesso si è immensamente tristi, ma il nostro nucleo interiore diventa sempre più forte. Vorrei che fosse così anche per voi, per tutti i miei amici, è necessario, dobbiamo ancora condividere molte esperienze e molto lavoro tutti insieme. Perciò mi raccomando: rimanete al vostro posto di guardia se ne avete già uno dentro di voi, e per favore non rattristatevi né disperatevi per me, non c’è motivo.»

Silenzio

Testimonianze:

Caro Mario, quando la vita di un padre come te si consuma, la nostalgia (per un ritornare insieme nella memoria) della Terra Promessa, della storia condivisa, della passione per il popolo di Dio, è struggente. Vivo nell’attesa di ritrovarti, tuo confratello p. Stefano del Bove S.I.

Lo avevo incontrato un’ultima volta non più tardi di un mese fa… In questi anni avevo avuto modo di vederlo spesso e di apprezzare lo straordinario lavoro da lui promosso attraverso il Centro Veritas – una vera risorsa per la città di Trieste – come l’affettuosa amicizia e la stima di cui era circondato da suoi collaboratori e collaboratrici. Certo i suoi ultimi anni non sono stati vissuti nella solitudine che colpisce alle volte preti e religiosi sul finire della vita. Per quanto mi riguarda, il rapporto con lui, che datava dai tempi dell’università, era diventato qualcosa di più di una semplice collaborazione intellettuale. Ci mancherà. Mi mancherà. Alessandro Castegnaro

Si è spento padre Mario Vit. Mi pare impossibile. Provo dolore e tristezza per il distacco per quanto possa essere “necessario”. Mario. Uomo a cui devo molto. Uomo capace di valorizzare i talenti altrui e di mettere in connessione persone delle più diverse provenienze. Uomo del dialogo. Uomo di frontiera. Talvolta non compreso. Uomo che ha patito anche diverse amarezze. Uomo colto, ma che sapeva stare con i semplici. Grazie, Mario. Che tu sia nella pace, in compagnia di chi hai voluto bene. Manlio Rizzo

Mi giunge proprio ora la notizia della morte di padre Mario Vit. Che gran dolore che mi da! Lo avevo conosciuto in occasione della sua prima messa nella parrocchia dove anch’io l’anno dopo ho celebrato la mia prima messa. Mi aveva sempre colpito la sua apertura mentale, la sua libertà di opinione, la molteplicità dei suoi interessi, la passione per l’evangelizzazione in nuove forme e nuovi contesti. Mi aveva onorato anche l’anno scorso con l’invito al Centro Veritas a tenere un incontro sui nuovi desideri di spiritualità. Ed era stato molto gentile e fraterno nell’ospitalità. Conservo nel cuore un dolce ricordo della sua persona e della sua bontà. E lo raccomando al Signore, perché lo accolga nel suo regno di luce e di verità. Un fraterno saluto. P. Bruno Secondin ocarm.

Sono un padre gesuita che ha avuto il dono e l’onere di vivere per due anni accanto a padre Mario all’Antonianum di Padova. Tra tutti i gesuiti che ho avuto modo di conoscere in questi anni p. Vit mi ha insegnato delle cose senza saperlo, ma solo vivendo la sua semplice presenza, come testimonianza enigmatica ma sempre penetrante ed efficace, come il suo sguardo… La sua di testimonianza non veniva da lui mai cercata ma spesso evitata come esigenza puramente intellettuale, prima ancora di essere istanza morale, profilo alto di uomo il suo agire, sincero e schietto, diretto senza falsi perbenismi, provocatore nel bene, dal sorriso tagliente. Provocatore silenzioso, sacerdote pieno di se e di Dio, orgoglioso come Ignazio,universale nel suo sguardo al mondo, ebreo nel sangue, friulano nelle viscere, e così che sempre lo ho visto tra i giovani come tra i vecchi, nelle conferenze fiume come nelle improvvisate ed estemporanee visite nelle stanze del collegio, organizzatore di eventi de cuore e facilitatore di comprensione e cultura al Centro Veritas negli ultimi anni. Egli ha saputo essere, verso tutti, maestro di una  attenzione assai  spesso  mal celata da un fare freddo, burbero ma solo in apparenza, in quanto portatore di parole vere, senza ipocrisia. Padre Vit è l’unico gesuita a cui ho potuto rivolgermi senza timore di essere giudicato. Un giorno negò l’esistenza di Dio per chi non avesse mai baciato una donna, o pianto pensando alla propria madre: da lì capi il suo amore per Dio. p. Francesco Germano, S.I.

Testimonianze spontanee

Padre nostro

Benedizione

Canto finale: Quando busserò (p. 45)

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                    OMELIA AL FUNERALE DEL P. MARIO VIT

“Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto”(455).

“Il gesuita pensa sempre, in continuazione, guardando l’orizzonte verso il quale deve andare, avendo Cristo al centro. Questa è la sua vera forza. E questo spinge la Compagnia ad essere in ricerca, creativa, generosa” (456).

“Questa Chiesa con la quale dobbiamo ‘sentire’ è la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate: Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità” (460).

“La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio –in qualche modo partecipi di questo buio – senza perdersi…Invece di essere solo una Chiesa che accoglie  e che riceve tenendo le parte aperte –e a volte non siamo nemmeno questo –, cerchiamo pure di essere una chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se ne è andato o è indifferente…Ci vuole audacia, coraggio” (462).

Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la Buona Notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di feritaNella vita Dio accompagna le persone e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare  con misericordia” (463).

“Dio è reale se si manifesta nell’oggi…Dio sta da tutte le parti.. C’è infatti la tentazione di cercare Dio nel passato o nei futuribili. Dio è certamente nel passato, perché è nelle impronte che ha lasciato. Ed è anche nel futuro come promessa. Ma il Dio ‘concreto’, diciamo così, è oggi. Per questo le lamentele mai, mai ci aiutano a trovare Dio. Le lamentele di oggi su come va il mondo ‘barbaro’ finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa desideri di ordine inteso come pura conservazione, difesa. No: Dio va incontrato nell’oggi. Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi…Noi dobbiamo avviare processi…Dio è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove” (468).

Se dunque si tratta di un cammino che legge la storia, si possono anche commettere errori…”Sì, in questo cercare e trovare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Deve esserci. Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene…Se uno ha la risposta a tutte le domande, ecco che questa è la prova che Dio non è con lui….Le grandi guide del popolo di Dio, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare spazio al Signore, non alle nostre certezze; bisogna essere umili….Il rischio nel cercare e trovare Dio in tutte le cose è dunque la volontà…di dire con certezza umana e arroganza: Dio è qui. Troveremmo solo un dio a nostra misura. L’atteggiamento corretto è quello agostiniano: cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo sempre….La nostra vita non ci è data come un libretto d’opera in cui c’è tutto scritto, ma è andare, camminare, fare, cercare, vedere…Si deve entrare nell’avventura della ricerca dell’incontro e del lasciasi cercare e lasciarsi incontrare da Dio. Perché Dio sta prima…Dio lo si incontra camminando… E a questo punto qualcuno potrebbe dire che questo è relativismo.                                   Sì, se è inteso male…No, se è inteso in senso biblico, per cui Dio è sempre una sorpresa e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell’incontro con Lui.    Bisogna dunque discernere l’incontro. Per questo il discernimento èfondamentale. Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio…..Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni personaAnche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine e di erbacce, c’è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio” (468-470).

 

Ricevendo i Padri e i collaboratori della Civiltà Cattolica il Papa aveva scandito una triade di altre caratteristiche importanti per il lavoro culturale dei gesuiti…: dialogo, discernimento, frontiera. E aveva insistito particolarmente sull’ultimo punto, citandomi Paolo VI, che in un famoso discorso aveva detto dei gesuiti: ”Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti”.

 

“Quando insisto sulla frontiera, in maniera particolare mi riferisco alla necessità per l’uomo che fa cultura di essere inserito nel contesto nel quale opera e sul quale riflette. C’è sempre in agguato il pericolo di vivere in un laboratorio. La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. Io temo i laboratori, perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci” (473-474).

“La comprensione dell’uomo muta con il tempo e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio. Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione. Ci sono norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato. La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata….Quando una espressione del pensiero non è valida? Quando il pensiero perde di vista l’umano o quando addirittura ha paura dell’umano” (475-476).

 

Al P. Vit, a quest’uomo che ha studiato psicologia ma non faceva lo psicologo, sociologia ma non faceva il sociologo di professione, perché il suo fine era quello che S. Ignazio aveva dato alla Compagnia e cioè di “aiutare le anime”, cioè la verità più profonda nell’uomo, attraverso una ricerca spesso tormentata ma instancabile, a quest’uomo chiediamo di intercedere presso l’Uomo per eccellenza, cioè Gesù di Nazaret, perché Egli, con il suo amore da cui nulla ci può separare (come ci diceva S. Paolo nella II lettura), ci aiuti a crescere in umanità su tutte le frontiere, per gli uomini in mezzo ai quali siamo mandati a vivere e ad amare. (Gian Giacomo Rotelli – socio del provinciale d’Italia)

 

NB: tra virgolette le parole del Papa; le cifre tra parentesi corrispondono alle pagine della rivista Civiltà Cattolica su cui compare l’intervista rilasciata dal Papa; tra due trattini due miei inserimenti; altro testo senza virgolette è del Direttore della Civiltà Cattolica; l’ultima lunga frase è mia.

 

 

 

 

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