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febbraio – marzo – aprile: Cinque incontri di lectio di Quaresima

Autore // veritas
Postato il // 16 feb 2014

Le lectio di Quaresima sono un appuntamento che il Centro Veritas offre a quanti desiderano approfondire, in un’esperienza di fede e di ascolto della parola di Dio, la ricerca di orizzonti che, nella linea tematica del percorso proposto quest’anno, aiutino a traguardare la crisi che sembra ormai caratterizzare ogni prospettiva e situazione umane.

La lectio divina è un atto di lettura meditata e orante della Parola di Dio e indica l’applicazione alla Sacra Scrittura per meditarla, pregarla e metterla in pratica. Essa prevede quattro momenti: lectio, meditatio, oratio e contemplatio. Il primo momento è la lettura del passo biblico, accolto come presenza reale di Dio che viene ed entra in relazione con noi. Il secondo momento è la meditazione, nella quale si fa emergere il messaggio centrale del testo, o comunque un suo aspetto che in quel momento di preghiera si rivela “parlante”, “ci dice qualcosa”.

Con la preghiera, la parola uscita da Dio ritorna a Dio in forma di ringraziamento, lode, supplica, intercessione: la lectio divina si apre cioè al “colloquio tra Dio e l’uomo” e diviene familiare. È lo Spirito che guida questo momento, ma a ispirare la preghiera è anche la Parola di Dio ascoltata.

Il quarto momento, infine, è quello della contemplazione che indica la progressiva conformazione dello sguardo dell’uomo a quello divino, il quotidiano allenamento ad assumere lo sguardo di Dio su di noi e sulla realtà, la purificazione dello sguardo del cuore che arriva a discernere il mondo e gli uomini come dimora di Dio.

Oltre il Venerdì Santo: è questo il titolo scelto per il ciclo di lectio della prossima Quaresima. Un titolo che porta a contemplare contemporaneamente l’esperienza della Passione, del dolore, della sofferenza, della fragilità e quella della Resurrezione, che apre a nuovi scenari, a una vita diversa, abitata dalla forza del riscatto, della speranza, di nuove possibilità.

Il senso profondo di questo ciclo di lectio risiede nella possibilità di lasciare che la Parola di Dio educhi i cuori e le menti all’essere attenti ai segni della luce nel grembo del buio, del giorno nell’oscurità della notte, della Pasqua dentro la Quaresima, della risurrezione quando tutto parla di morte. Per scoprire che la Parola racconta la vita dell’uomo e la vita, anche la più fragile e ferita, incarna la Parola.

È in questa prospettiva che le meditazioni delle lectio che inizieranno nel prossimo marzo sono state affidate a chi, non solo a Trieste ma anche in tutte le altre province della nostra Regione, opera in centri di recupero del disagio sociale. Sono persone che giorno dopo giorno “fanno strada” e cercano di accompagnare fratelli e sorelle oltre la loro passione, versando sopra le loro ferite l’olio dell’attenzione, dell’ascolto, della promozione, dell’amore capace di farsi dono fino alla fine, come è stato per Gesù nella sua morte e resurrezione. È il racconto di vite e cammini che sono dei veri e propri “esodi” che si nutrono di cadute e di passi di nuova speranza, di lotta e abbandono fiducioso, di tentazione e misericordia e aprono a spiragli di resurrezione laddove la paura sembra dominare il coraggio, le catene la libertà dello Spirito, l’inquietudine la pace. Oggi come fu quasi 2000 anni fa per i discepoli di Gesù ai piedi della Croce.

Le lectio di Quaresima si svolgeranno di venerdì, dalle 18.30 alle 19.30, presso la sede del Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste e saranno inserite nella preghiera del vespro, secondo questo calendario

7 marzo:       Comunità S. Martino al Campo  – Trieste

14 marzo:    Cooperativa Oasi ex-detenuti - Pordenone

21 marzo:    Centro Solidarietà Giovani “Giovanni Micesio”  -  Reana d. Roiale – Udine

28 marzo:    Comunità “Arcobaleno” -  Gorizia

4 aprile:        Comunità minori disagiati “La Viarte” – S. Maria La Longa – Udine

Ultima tappa del cammino quaresimale sarà il ritiro pasquale guidato da Cristina Simonelli, coordinatrice delle teologhe italiane, docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (Milano), che grazie alla sua esperienza professionale e sensibilità personale, che l’ha portata a condividere la sua vita anche a fianco di comunità emarginate e socialmente stigmatizzate quali i Rom, ci accompagnerà a guardare oltre le crisi che abitano le nostre vite personali e collettive, per aprirci a Una vita diversa. Questo il titolo del ritiro che vivremo sabato 12 aprile dalle 16 alle 18 e domenica 13 aprile (Domenica delle Palme) dalle 10 alle 12.

 Relazione degli incontri:

La luce ci attende

Quest’anno, per la Quaresima 2014, si svolge un ciclo di cinque lectio dal titolo “Oltre il Venerdì Santo“.  Il titolo scelto si riallaccia al tema generale “Oltre le crisi“, che ci vede coinvolti nel tentativo, attraverso il percorso dei mercoledì del Veritas, di “recuperare il significato etimologico di crisi, come scelta e decisione rimessa alla responsabilità individuale e collettiva per ricostruire un tessuto sociale favorevole allo sviluppo di relazioni umane significative  e solidali”.

Il Venerdì Santo rappresenta la “crisi” per eccellenza e ci è parso consequenziale invitare a presenziare le cinque lectio alcune comunità che, in ambito regionale, da anni hanno scelto l’impegno e la responsabilità del recupero del disagio sociale e della ricerca di percorsi e modalità di ricostruzione del tessuto sociale più adatto ad accogliere i più deboli e fragili di noi, accompagnando quotidianamente di fratelli e sorelle oltre la loro passione, nelle cadute e nelle riprese, con tutte le sfumature dell’amore, in vista della risurrezione.

Venerdì 7 marzo

Commento di don Mario Vatta, fondatore della Comunità di San Martino al Campo

Questa prima lectio di Quaresima è stata dedicata alla lettura di un brano tratto dalla Lettera ai Romani di San Paolo (8, 31-39) commentato da don Mario Vatta, fondatore della Comunità di San Martino al Campo, che si occupa da quarant’anni di emarginazione. Dopo aver ricordato la lunga amicizia e la grande sintonia che lo univa a padre Mario Vit, il nostro direttore scomparso di recente, don Mario ha proposto un commento che gli viene non tanto dai libri letti quanto da quello che gli ha insegnato “la strada”, ovvero il contatto stretto ed annoso con “la sua gente”, come egli ama definire le tante persone che in questi anni sono venute in contatto con la comunità.

Il tema centrale, introdotto da San Paolo con ben otto domande retoriche, che hanno lo scopo di  sottolineare l’importanza della risposta che poi intende dare, rimanda alla misericordia infinita di Dio, che ci ha tanto amati da mandare il suo figlio a salvarci.

Dice papa Francesco che siamo tutti peccatori e tutti bisognosi della misericordia di Dio. Questa misericordia – continua San Paolo – è così grande che può coprire tutti i nostri peccati e se anche siamo come pecore al macello,  tra tutte le tribolazioni, le angosce, la spada, nulla può sconfiggerci, perché Gesù Cristo è sì morto per noi, ma “ANZI” è risorto. Questa piccola parola ANZI – spiega don Vatta – condensa i motivi per i quali possiamo andare oltre il Venerdì santo.

Solo la certezza della resurrezione può spingerci a penetrare nella realtà della croce. La verità infatti che noi siamo tenuti a testimoniare è una verità crocifissa. Ricorda a tal proposito don Mario un fatto per lui sorprendente: il secolo passato ha conosciuto il maggior numero di martiri della storia del Cristianesimo, fatto che conferma che la nostra è un verità crocifissa.

Ma se agli occhi del mondo la croce appare sconfitta e fallimento, con gli occhi della fede, che resta un dono di Dio, possiamo intuire che questa è la strada scelta da Lui per il suo progetto di salvezza. Possiamo sentirci teneramente avvolti e abbracciati dall’amore di Dio, perché la sua misericordia supera tutte le nostre fragilità.

Questa è la consapevolezza che dobbiamo fare nostra. Perché stentiamo a farla nostra?  Perché “resistiamo” a quella crescita che ci è richiesta, che è quella di farci sempre più piccoli e bisognosi. Questa resistenza ostacola la possibilità di vivere quella gioia che è necessaria per testimoniare. Spesso non siamo disposti a lasciarci convertire. E se accettiamo di diventare piccoli, siamo sempre noi a voler decidere come diventarlo. Non riusciamo a lasciar fare a Dio.

Venerdì 14 marzo

Commento di Alessandro Castellari, vice-presidente della cooperativa sociale “Oasi” di Pordenone che si occupa dell’accoglienza e del reinserimento lavorativo e sociale degli ex-detenuti.

Il brano scelto da Alessandro Castellari è stato il Salmo 118 “Mia forza e mio canto è il Signore“, versetto 22: La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.

Perché – gli chiediamo – la scelta di questo testo? E Alessandro ci racconta la sua storia, di quando da ragazzo, durante gli anni di studio, allo scopo di crearsi un’ulteriore possibilità occupazionale, aveva frequentato il corso per educatore sociale presso una scuola di Roma, l’unica che allora forniva un diploma di questo tipo.

Il  diploma era rimasto poi  in fondo al cassetto, inutilizzato. Chi avrebbe mai  pensato che un giorno sarebbe tornato utile?  Quel diploma preso “per caso” e scartato era il nocciolo dal quale un giorno sarebbe spuntato il germoglio del suo destino.

Lavorando presso l’amministrazione del comune di Pordenone, si avvicina al mondo del volontariato svolgendo con il CEDIS (Centro Diocesano di Solidarietà Pordenone) attività di sostegno di persone e gruppi particolarmente svantaggiati ed emarginati, in particolare lavora con i detenuti del carcere di Pordenone, sia all’interno del carcere che all’esterno, nelle attività dei detenuti soggetti a misure alternative.

Lentamente, nell’ottica di percorsi più adeguati e validi in favore dei detenuti, si crea nel 1993 la prima esperienza di formazione di 8 detenuti del carcere di Pordenone, i quali, in condizioni di semi-libertà, possono così frequentare per la prima volta un corso di formazione professionale.

L’esperienza positiva si ripete negli anni successivi e si rivela talmente coinvolgente, che Alessandro, raggiunta la pensione, si dedica ormai anima e corpo alla realizzazione di una cooperativa che offra lavoro continuativo a quelle ‘pietre scartate’ della società, i detenuti, diventati suoi fratelli, compagni di strada e di vita. In questa realtà viene coinvolta pienamente anche sua moglie e le sue figlie.

Nasce così nel 1995  la cooperativa sociale “Oasi” costituita da 30 soci tra volontari e detenuti ed ex detenuti. La cooperativa non si occupa solo del reinserimento lavorativo dei detenuti, ma in primo luogo, grazie al recupero di stalle e rustici, fornisce loro una casa, una ‘dimora’, che permetta loro di ritrovare la dimensione di persona, oltre che un riparo per la notte e un pasto caldo.

Oggi, questa cooperativa ha 16 anni di vita e tra grandi difficoltà e sfide, ma con l’aiuto della provvidenza, è riuscita ad ospitare nel tempo più di  170 detenuti ed ex detenuti, che qui hanno trovato una solidarietà concreta, tutti i giorni dell’anno, fatta di accoglienza, vitto e alloggio, formazione professionale e inserimento lavorativo. Gran parte di queste persone sono riuscite ad inserirsi nella vita sociale.

“I detenuti sono persone come noi – dice Castellari -  che hanno fatto degli errori, ma se messe  nelle condizioni giuste, possono venir recuperate ad una vita normale e dignitosa. Il più grande ostacolo è dato dai pregiudizi e la diffidenza della società civile. Le pietre scartate possono essere pietre angolari”.

La vita di tanti volontari è stata forgiata da questa fiducia e la realtà della cooperativa “Oasi” ne è una dimostrazione.

Venerdì 21 marzo

Commento di don Davide Larice, Presidente del Centro Solidarietà Giovani “Giovanni Micesio” ONLUS di Udine.

Il testo scelto da don Larice è tratto da San Paolo, lettera ai Romani, cap. 5, 3 – 5 e il tema  proposto quello della speranza. Dice don Larice: “Lo scrittore Charles Péguy fa dire a Dio: La fede che preferisco è la speranza. Si parla tanto di amore, di carità, di condivisione, ma dovremmo, specie con i giovani, coltivare la speranza senza la quale, come scriveva Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi, “non possiamo affrontare il nostro presente. Il presente, anche quello faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta, una meta così grande da giustificare la fatica del cammino”.

“Infatti” – continua don Larice – “sperare significa desiderare qualcosa di molto importante e implica innanzitutto una forte e sincera relazione con quello che si è e si desidera di essere”.

Egli porta l’esempio di Davide, un ragazzo tossicodipendente, che, prendendo coscienza degli errori commessi, che l’avevano portato al disprezzo di sé e alla chiusura dal mondo, si decide per un cambiamento interiore radicale e sceglie il percorso terapeutico.

Il compito degli educatori, sacerdoti e operatori del sociale e genitori è quello di richiedere ai giovani di pensare in grande, di impegnarsi per qualcosa di inusuale, di coltivare forti speranze.

Si può dire che la speranza si pone in linea con la pedagogia del cambiamento, della maturazione, della crescita. Solo attraverso la speranza si colma il vuoto, si supera l’insignificanza, si coltivano e si realizzano i grandi progetti. Scrive Wolfgang Goethe: “Se noi vediamo l’uomo così com’è, lo rendiamo certamente peggiore di quello che è. Se lo vediamo invece come potrebbe essere, sicuramente lo rendiamo migliore”.

“Perché insisto sulla speranza? – continua don Larice, che da tanti anni vive a contatto con i giovani disagiati. – Perché il giovane vive un eterno presente, non ha riferimenti col passato e fatica a proiettarsi nel futuro che si presenta, specialmente oggi, vago, nebuloso e poco attraente. Non c’è più il sogno, l’attesa, il desiderio. Il lungo termine è faticoso per i giovani abituati al tutto e subito. Così sorgono i problemi, quali scarsa autostima, mancanza di identità causa l’imperante omologazione, la perdita del senso di appartenenza. Si ritrovano senza radici, senza terra e senza storia”.

Don Larice riprende un pensiero di Padre Maria Turoldo che, dal suo letto di ospedale nel 1992, si rivolge all’amico giornalista Giorgio Lago, dicendo: “I figli, che siamo tentati di definire come mostri, non sono forse i figli più logici, più coerenti di un sistema di cui noi stessi siamo stati creatori, attori protagonisti?”

Cos’è che predichiamo? Cosa pratichiamo? Cos’è oggi che non sia mercificato, venalizzato? E qui il discorso non vale tanto per i “corpi separati”, della famiglia separata dalla scuola e questa separata dalla famiglia e della società separata da quella. Qui tutto fa massa, cioè, siamo  tutti coinvolti.

Papa Benedetto dice che la speranza non è individualistica. “Per questo – conclude don Larice – definisco la speranza un’utopia ragionata, che parte dal cuore, attraversa la mente e trasforma la persona. E coraggio, allora, perché dice Paul Valéry: “Non esiste mai un cuore così duro in cui non si possa seminare un sogno!” e secondo il poeta Danilo Dolci “Ciascuno cresce solo se sognato!”.

Venerdì 28 marzo

Commento di don Alberto De Nadai, responsabile della Comunità “Arcobaleno” di Gorizia e garante del carcere di Gorizia, del Cara e del Cie di Gradisca

Il tema trattato trae lo spunto da due letture del 25 marzo 2014,  IV domenica di quaresima, 1Sam 16, 1b. 4.6-7.10-13  e  Gv 9, 1-41.

Don Alberto ci ringrazia per l’occasione offertagli con la lectio di  pregare comunitariamente. Questo lo incoraggia nella sua testimonianza e inizia la lectio, ricordando il 24 marzo scorso, in cui, nella giornata  della memoria dei missionari martiri, istituita in questo giorno in ricordo dell’assassinio di Monsignor Oscar A. Romero, Vescovo di San Salvador, avvenuto il 24 marzo 1980papa Francesco, indossando la stola di p. Giuseppe Diana, ucciso dalla camorra, ha preso per mano un don Ciotti commosso per aver trovato nel papa non solo un padre, ma anche un fratello. “Don Ciotti” – racconta don Alberto – “ha fatto una denuncia seria: ‘C’è tanta luce e positività sì, ma non sempre la Chiesa ha mostrato attenzione, troppi silenzi, sottovalutazioni, troppa prudenza’: non si può essere cristiani a intermittenza!”

Rifacendosi al testo di Samuele, la scelta e l’unzione di Davide a re d’Israele, spiega come la nostra educazione guardi all’apparenza, all’uomo “grande” e come lo stesso concetto di Dio ci venga proposto in questa versione: grande, potente e temibile.

Il bambino introietta questa visione, ma poi, da adolescente, la rifiuta, perché ha solo imparato ad obbedire e la sente oppressiva. Nella nostra cultura non si ammette l’evoluzione, mentre il passaggio dalla sottomissione all’autonomia, alla libertà del Vangelo, è una crescita necessaria.

Si parla molto di conversione, ma una conversione vera porta alla pratica, all’impegno concreto, in cui si affida la propria fede alla propria coscienza. E’ una conversione dal Dio che castiga al Dio Amore, che si manifesta con l’amore per chi soffre.

Conversione continua, che esige un continuo discernimento: Dio infatti non pensa come noi, sceglie il più piccolo, Davide, che viene scelto perché la sapienza di Dio supera i nostri pensieri. In quanti modi è stata annunciata questa sapienza di Dio? Tanti, ma nessuno è vicino a come la vede Dio, che preferisce le pietre scartate.

I farisei non si occupano dei ciechi nati, dei poveri, ciò che conta è il mantenimento dell’ordine  e che le cose funzionino in un certo modo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono (salmo 134, 16). Perché sono ciechi? Perché non amano e non si mettono mai in discussione.

Nel mondo c’è una distribuzione di compiti, dove il povero deve sempre stare “con il cappello in mano”, ad ascoltare, mentre avrebbe tante cose da insegnare (Gv 9, 30-34). In chiesa si predica, ma ciò che conta sono i fatti.

Don Alberto racconta delle sue vane ripetute richieste alla Curia e alla parrocchia del Duomo di Gorizia di coinvolgersi in alcune iniziative a favore del carcere, di cui egli stesso è il garante, oltre che del Cara e del Cie di Gradisca, ma le sue richieste sono rimaste inascoltate. La stampa stessa ha parlato di ‘polemica tra sacerdoti’ ma nessuno si è posto la domanda più importante: chi sono e come vivono i 29 detenuti  nel carcere? Questa sarebbe “incarnazione”.

“Vi lascio con tre cose importanti sulle quali riflettere” – conclude don Alberto  – “la prima, diventare capaci di sentire le ferite che le strettoie producono nella vita delle persone; la seconda, gridare il dolore, cioè denunciare ad alta voce le situazioni che opprimono e offendono l’umanità; la terza, fare rete con quanti esprimono soluzioni alternative, portando il nostro contributo specifico alla costruzione di un mondo più grande di noi. Solo così può crescere la coscienza del cambiamento e non si perdono gli appuntamenti che la storia ci offre per trovare strade dentro a “questo oggi”.

 Venerdì 4 aprile

Nonostante l’impossibilità di don Vincenzo Salerno a presiedere l’ultima lectio quaresimale del 2014, come previsto dal programma, per motivi legati alla sua attività di responsabile della comunità per minori disagiati “La Viarte” di Santa Maria La Longa (Udine), la lectio ha avuto luogo egualmente sul testo del Vangelo del giorno (Gv 7, 1-2. 10. 25-30) a cura di alcuni volontari del Centro Veritas.

Lasciandoci accompagnare dal commento di Silvano Fausti Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, ci ritroviamo a seguire Gesù che sale a Gerusalemme, alla prima delle tre grandi feste che comportano un pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme, la festa di Sukkot o delle Capanne.

Si celebra tra settembre e ottobre, dura sette giorni e si costruiscono capanne, dove ci si intrattiene in ricordo dei 40 anni trascorsi nel deserto, si celebra la fine dell’esodo con la lettura della legge, si rinnova l’alleanza e si canta la regalità di Dio, ravvivando le attese messianiche.

È una festa gioiosa, che precede l’inverno, di ringraziamento dei doni sia materiali che spirituali. Gesù, non seguendo le provocazioni dei suoi fratelli, che, nella loro incredulità, lo esortano a “manifestarsi al mondo”, ci va da solo e “quasi di nascosto”.

Queste due parole dicono molto di Gesù e si innestano su di un percorso evidenziato al tempo delle tentazioni nel deserto: il suo pensiero non segue il mondo e chi lo vorrebbe potente e uomo di successo, egli obbedisce solo alla volontà del Padre, che ancora una volta gli suggerisce un atteggiamento di sobrietà, quasi di debolezza, di mitezza e umiltà unita alla sapienza di chi sa che la sua ora non è ancora giunta, e quando giungerà, sarà una manifestazione del tutto diversa dalle aspettative mondane di chi lo circonda.

Sale a Gerusalemme a compiere in sé l’opera della solennità che si celebra: è con lui che si conclude l’esodo, si rinnova l’alleanza e si realizza il regno messianico. Il segno che egli dà è ancora la Parola, con la quale spiega le sue opere e rivela il mistero della sua persona. Il centro della questione  è infatti questa: chi è Gesù?

Gli interrogativi degli abitanti di Gerusalemme sulla sua origine e sulla sua identità sono in realtà i nostri interrogativi e quella degli uomini di qualunque epoca che ascoltino questa Parola. Come può un uomo dire parole che vengono da Dio e mettersi al di sopra della legge?

Ma non sarà che solo chi è mandato da Dio e quindi lo conosce, può dire parole di verità e di libertà  e compiere la legge nel suo  significato originario? Ancora una volta il Vangelo si chiude con il vano tentativo da parte dei Giudei di arrestare Gesù e l’impossibilità di farlo perché quella che Giovanni chiama l’Ora, l’ora della Glorificazione, viene decisa dal Padre e non dagli uomini.

Ma perché i Giudei volevano uccidere Gesù? Cosa c’era nella sua predicazione di così sovversivo, inaccettabile? Ciò che Giovanni vuole mettere in evidenza è la lotta mortale tra luce e tenebre. O si accoglie la luce, per vivere in essa, oppure si vuole ucciderla.

Solo accogliendo Gesù, usciamo dalla schiavitù della menzogna per entrare nella libertà della verità. Per conoscere Gesù e quindi poterlo accogliere bisogna avere una iniziale fiducia in lui. Fede e conoscenza procedono sempre assieme: principio della conoscenza è la fede, fine della conoscenza è una fiducia confermata.( Lisl Brandmayr)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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