11/12/2013: Conferenza “Oltre la crisi dei sistemi educativi”
La conferenza programmata per il 12 marzo 2014 su: “Oltre la crisi dei sistemi educativi” con Elisabetta Madriz, pedagogista – Università di Trieste, è stata anticipata a mercoledì 11 dicembre 2013 alle ore 18.30.
“Da sempre l’umanità è impegnata nei processi educativi. Poiché gran parte del successo, anche biologico, della specie umana dipende non dal suo patrimonio genetico, ma dalla costruzione e trasmissione di un patrimonio culturale che le consente di adattarsi all’ambiente e di trasformalo a suo vantaggio. L’indeterminatezza, debolezza e dipendenza dei cuccioli d’uomo richiede di approntare cure per la loro protezione, ma anche per trasmettere loro l’insieme di conoscenze, valori, riti, miti, credenze, comportamenti e tecniche del gruppo umano al quale appartengono. Perciò ogni società si è sempre dotata di sistemi educativi per integrare al proprio interno i suoi nuovi membri. Un salto di qualità decisivo si ha però quando oltre al problema dell’integrazione ci si pone il problema di sviluppare le potenzialità dei nuovi arrivati. Allora non si guarderà più loro semplicemente come a soggetti da adattare al gruppo, ma anche per il contributo originale che ciascuno di essi, crescendo e maturando, potrà portare a beneficio di sé e degli altri. Una delle caratteristiche dei moderni sistemi educativi è l’acquisizione di tale consapevolezza e lo sforzo renderla operativa al proprio interno.
“Che vi sia oggi forse in Italia con più evidenza che altrove, una questione educativa non può certo essere negato. Ma bisognerebbe anche chiedersi … quale modello interpretativo operi nel senso comune… L’impressione è che i processi di trasmissione della cultura vi siano rappresentati come una sorta di clessidra, se la metafora può essere utile. In alto troviamo i valori delle generazioni adulte, in basso un vuoto che si appresta ad essere riempito da quegli stessi valori. Entro questo schema mentale i problemi nascono dal fatto che qualcosa si è guastato nel ristretto condotto attraverso cui i granelli di sabbia, e cioè i valori culturali, passano per giungere alle nuove generazioni. Lì ci sono degli ostacoli, dei freni, delle vischiosità, si è persa l’arte, la volontà, la convinzione, l’autorità, eccetera, e ciò comporta una carenza, nella parte bassa, che si esprime in varie forme: caos culturale, assenza di direttive per l’azione, relativismo eccetera.
Ma naturalmente dovremmo chiederci che cosa realmente vi sia nella parte alta della clessidra. Se anche là non vi sia disordine, scompiglio, relativismo e quant’altro. Perché, se così fosse, la faccenda sarebbe ovviamente più complessa. La questione non può evitare di porsi le domande “chi educa chi?”, “chi trasmette cosa?” (Castegnaro, Dal Piaz, Biemmi, Fuori dal recinto, Giovani, fede, chiesa: uno sguardo diverso, Àncora, 2013).
La lunga citazione, tratta da un libro recentemente presentato al Veritas, appare quanto mai opportuna per introdurre l’incontro di mercoledì 11 dicembre, “Oltre la crisi dei sistemi educativi”. Ne parleremo al Veritas (via Monte Cengio 2/1 a – Trieste) con Elisabetta Madriz, pedagogista e docente presso l’Università degli Studi di Trieste e l’Istituto di Scienze Religiose della Diocesi locale, che dalla scienza pedagogica è capace di estrarre cose antiche e nuove”. (Dario Grison)
Sintesi della conferenza a cura di Dario Grison
Si è svolta in anticipo la prevista conferenza del ciclo dei mercoledì dal titolo “Oltre crisi dei sistemi educativi”. Invece che nella prevista data del 12 marzo 2014 l’incontro si è tenuto l’11 dicembre dello scorso anno. Il tema era affidato alla competenza e all’energia di Elisabetta Madriz, pedagogista e docente presso l’Università degli Studi di Trieste e l’Istituto di Scienze Religiose della Diocesi locale.
La relatrice è partita dall’assunzione della proposta del Veritas di recuperare il significato etimologico del termine “crisi”, come scelta e decisione, per operare una riconversione in termini educativi della “fecondità” del tempo di crisi. Ha poi precisato chi e che cosa sono i sistemi educativi, individuandoli in tre categorie fondamentali: quelli formali (istituzioni riconosciute formalmente scolastiche), quelli non formali (attività educative organizzate, enti associazioni) ed infine quelli informali (famiglia, contesto sociale, mass media…).
Secondo un modello proposto da Frabboni negli anni ‘ 70, un sistema educativo integrato è perciò composto da un quadrilatero formativo, costituito da scuola, famiglia, enti locali, associazionismo, che si raccordano tra di loro avendo stipulato un patto pedagogico.
Tuttavia le politiche della scuola intraprese nell’ultimo ventennio hanno perseguito modelli efficientisti, affermano una scuola specchio della società, delle sue richieste, delle sue attese soprattutto di sviluppo e benessere economico e lavorativo, nella quale il senso della conoscenza risiede soprattutto nell’essere risorsa dell’economia, bene strumentale ad essa, perdendo la dimensione disinteressata, curiosa e contemplativa del sapere.
Si è sviluppata così una scuola tecnicista, tendente ad un pericoloso relativismo anche valoriale. Una scuola intesa come educatrice di consumatori e fruitori dei prodotti, anche del prodotto istruzione. Alla base si rileva anche un’idea di educazione, che presuppone una libertà assoluta dell’individuo di determinare in totale autonomia il proprio cammino, di rielaborare una propria identità, senza tener conto della sua “situazionalità” e finitezza, dei suoi presupposti storico culturali.
Accanto a ciò abbiamo assistito negli anni alla “pluralizzazione” della famiglia, con lo sviluppo di una “variegata modellistica delle situazioni di convivenza” (Pati, 2013), che ha aperto il problema di come supportare gli adulti nella loro funzione genitoriale. Ad esempio, una fragilità frequentemente riscontrata nelle nuove coppie, consiste nella volontà di prendere le distanze dai modelli educativi ricevuti, attuando modalità di intervento incoerenti, quali l’evitazione di ogni autorità perché percepita come negazione della libertà del soggetto in crescita.
Il trascendimento di queste impasse consiste nel recupero dell’idea di educazione quale percorso di realizzazione massimale della persona sulla base delle sue disposizioni (Dalle Fratte, 1986) in vista della sua formazione, intesa come tendenza all’acquisizione di forma propria singola, all’interno della dimensione comunitaria.
Per la scuola ciò si traduce nel compito di formare la coscienza della persona, recuperando il concetto di “verità” in educazione e proponendo il compito della conoscenza piuttosto che della costruzione della realtà. Va riscoperta la figura dell’insegnante come maestro che esercita auctoritas, nel senso autentico del termine per cui l’auctor è fonte di vita, capace di ascolto, responsabile nel rendere ragione delle sue decisioni.
Nella famiglia ad esempio va recuperata la nozione di disciplina, kantianamente intesa come una necessità in prospettiva educativa, poiché mira allo sviluppo dell’umanità degli educandi, ai quali occorre fare capire che essa è in funzione della loro libertà. La costrizione che le è propria è a loro beneficio; tende infatti a renderli autonomi, cioè a non «dipendere dalla tutela di alcuno».
Una parola antica quale “ordine” può allora tornare a risuonare come nuova. “Nell’adulto l’ordine si radica nella profondità della coscienza, mentre nel minore si apprende nell’infanzia per essere poi interiorizzato nell’adolescenza e nella giovinezza. Esso tende a manifestarsi anche all’esterno, in famiglia ad esempio, suscitando un’atmosfera che prediliga certe direttive a cui conformarsi, atte a governare la spontaneità mediante indicazioni con le quali ci si prepara ai compiti della vita adulta. L’ordine così concepito informa di sé anche gli ambienti di vita nei quali si vive ed esige che essi ne portino, anche esteriormente, il segno.” (N. Galli, Riscoperta delle regole e saggezza educativa, in La Famiglia, 2013)
Tutti gli adulti che esercitano un ruolo educativo (e si potrebbe dire che ogni adulto è un potenziale educatore delle nuove generazioni) devono essere responsabili della propria presenza e correre il rischio di esporsi valorialmente, proponendosi quale esempio, e non modello, ed evitando agnosticismi educativi.