23.10.2013 Conferenza: “Oltre la crisi demografica”
Mercoledì 23 ottobre 2013, con inizio alle ore 18.30 conferenza su: “Oltre la crisi demografica”, con Nidia Batic, docente di Statistica sociale all’Università di Padova.
“La questione demografica nazionale si colloca all’interno di uno scenario demografico mondiale che si profila, per il prossimo futuro, a due marce: da un lato nei Paesi più sviluppati si assisterà ad una progressiva diminuzione della popolazione residente (ed il calo sarà ancora più marcato se si dovessero arrestare i flussi migratori) mentre i Paesi meno sviluppati continueranno a crescere.
Il problema principale non è dato “solo” dall’aspetto dimensionale ma soprattutto dalle conseguenze che questo comporterà a livello di sistema economico e sociale, e quindi politico. È importante dunque avviare una riflessione sul futuro della nostra società,a cominciare dalle trasformazioni in atto nella composizione e distribuzione della popolazione italiana.
L’intervento sul tema “Oltre la crisi demografica” si propone di presentare una serie di dati e previsioni a supporto di tale riflessione e si articolerà in due parti.
Nella prima parte si presenteranno le stime fornite dall’ONU a livello internazionale e quelle dell’ISTAT per quanto riguarda l’Italia.In particolare si presenteranno alcune interessanti proiezioni della popolazione italiana per genere ed età e si analizzeranno alcuni indici demografici che permetteranno di capire quale sarà la ricaduta, sul sistema economico e sociale italiano, del previsto trend demografico.
Nella seconda parte si focalizzerà l’attenzione sulla realtà territoriale del nord-est, presentando i risultati di un’indagine effettuata nel Friuli Venezia Giulia e nel Veneto, su coppie con o senza figli, alle quali è stato chiesto il loro progetto di fecondità e le ragioni per cui, eventualmente, non vorrebbero avere dei figli“. (Nidia Batic)
Nidia Batic è professore associato di Statistica sociale a Udine. Nell’ambito del ciclo “Oltre le crisi” è stato chiesto alla Batic come andare oltre la crisi demografica, ma al tema proposto la medesima ha posto un punto interrogativo, più che mai opportuno in base ai dati che ha dovuto presentare.
Lo scenario mondiale, secondo le previsioni dell’ONU, prevede che alla fine del secolo la popolazione mondiale passi dagli attuali 7 miliardi di persone a circa 11 miliardi, con un modestissimo incremento di ca 30 milioni nei paesi sviluppati (considerando come tali Europa, Nord America, Australia, Nuova Zelanda e Giappone) e una crescita molto forte della popolazione dell’Asia fino al 2050 e poi, quando in Asia la crescita di arresterà, un’impennata della crescita della popolazione africana. La Nigeria, presa come Paese campione del continente, a fine secolo quadruplicherà la popolazione a fronte di una diminuzione di circa 100 milioni di abitanti in Europa ed una diminuzione della popolazione, rispetto al 2012, della popolazione in Cina, Brasile e India. Solo negli Stati Uniti la popolazione dovrebbe aumentare di circa 150 milioni di abitanti. Il dato che più ci impressiona è il calo demografico molto forte che si avrà in Europa, calo che porta la cd. piramide demografica (perché fino al 1900 fa era effettivamente tale con una base larga della popolazione più giovane che si restringeva via via salendo con le età) a rappresentare oggi una forma a salvadanaio, con una base piuttosto stretta nelle fasce di età 1-30 anni e una pancia, cioè un forte allargamento della figura, nella fascia 35-45 che si restringe molto gradualmente fino agli 85 anni. Nel 2050 la rappresentazione grafica dei dati per l’Italia ci mostra addirittura una specie di trapezio con la base più corta nella parte bassa (la popolazione giovane) e la base più lunga negli anni della vecchiaia. Questo porta in Italia ad un indice di dipendenza (che è il rapporto tra la popolazione attiva ovvero in età da lavoro e quella non attiva, tra 1 e 14 anni e dai 65 anni in su) a percentuali insostenibili: nel 2030 sarà del 63,2% e nel 2065 addirittura del’82,8. Il ché vuol dire che nel 2100 per ogni 100 persone in età lavorativa ce ne saranno altrettante fuori dal mercato del lavoro.
Gli italiani hanno da tempo smesso di fare in media almeno 2 figli per coppia, che è il minimo per assicurare il ricambio generazionale. Oggi le coppie generano 1,26 figli e neppure le coppie straniere aiutano più di tanto perché si stanno adeguando ai nostri stili di vita con in media meno di 2 figli a coppia (1,98). L’età media dei parti da madri italiane è molto alta (32 anni) e piuttosto alta è anche quella delle straniere (28,3). Trieste vede dati ancora peggiori, anche se di poco.
La prof. Batic ha presentato una ricerca che ha indagato quali siano le intenzioni delle coppie sul numero di figli ideale. La maggioranza delle persone (44,9%) ha risposto che il numero ideale è due, il 4,3% non ne vuole, solo il 3% ritiene che l’ideale siano 4 e più figli e ben il 18% afferma di non saper dare una risposta perché non ci ha mai pensato o non vuole programmarlo.
Tra coloro che non desiderano figli, la ricerca ha indagato le loro motivazioni. Ciascuno, maschi e femmine, è stato intervistato separatamente. L’indagine ha dato un risultato davvero sconfortante: la risposta più significativa è stata “stiamo bene così”, con una forte prevalenza di risposte, per così dire, egoistiche, cioè legate solo alle proprie esigenze e preferenze. I motivi economici, invece, sono assai meno significativi. Altre motivazioni proposte sono legate alla salute, ai timori del parto o al sentimento di impreparazione e inadeguatezza o alla mancanza di sostegni alla coppia.
Alla domanda, poi, sul motivo per cui le persone hanno meno figli rispetto ai loro desideri, la motivazione “poco supporto alle famiglie da parte dello Stato” non si è rivelata significativa per il campione intervistato.
Ha stupito i ricercatori di quanto le risposte non si differenzino tra le donne e gli uomini, con scostamenti minimi dei risultati tra i due sessi.
I risultati dicono allora che le misure economiche che lo Stato dovrebbe mettere in atto porterebbero a scarsi risultati per convincere gli italiani a fare figli ed invertire realmente la tendenza. Appare quindi ragionevole ricondurre il discorso a fattori di matrice culturale: la popolazione occidentale ha diminuito la fecondità per motivi che non sono economici, bensì legati agli stili di vita, ai valori di riferimento, alle proprie scelte autoreferenziali. Pare che non si sia portati neppure a farsi domande sul domani, né delle future generazioni né su quello proprio: chi si prenderà cura di noi quando arriverà il tempo della non autosufficienza? Perché i governi sono costretti ad alzare l’età per il collocamento a riposo e a diminuire l’importo delle pensioni? L’autoreferenzialità, oltre a evidenziare l’insignificanza per molti di valori spirituali e di solidarietà, porta a non farsi domande sul proprio domani, neppure di stampo utilitarista. “Stiamo bene così (oggi)”.
La prof. Batic ha concluso indicando solo in una politica di maggiore accoglienza nei confronti degli immigrati una possibile via che ci consenta di reggere un futuro che si presenta davvero denso di interrogativi. (Caterina Dolcher)