Intervento di p. Gaetano Piccolo al 10° anniversario del Veritas
Quale presenza in rete
per l’apostolato culturale
dei gesuiti in Italia
Condivido una riflessione non personale, ma fatta insieme ad un gruppo di giovani gesuiti. L’occasione era un laboratorio per preparare il sito dedicato all’attività culturale dei gesuiti in Italia.
1. Auto-percezione
A cosa pensano dei giovani gesuiti quando provano ad immaginare un evento in occasione dell’anniversario della ricostituzione della Compagnia?
Attraverso questa domanda abbiamo cercato di far emergere la percezione che abbiamo di noi stessi, degli obiettivi e dell’efficacia del nostro apostolato.
Sono emerse alcune immagini:
- La provincia d’Italia come un bambino che ha bisogno di una cura ricostituente (cfricostituzione) per tornare a crescere.
- Percepiamo il rischio di diventare amministratori piuttosto che discepoli che sanno amministrare i beni.
- Percepiamo un corpo malato o morto che ha bisogno di risurrezione.
- L’immagine della crisi accompagna la percezione della nostra situazione interna, ma forse proprio per questo diventa anche una risorsa per comprendere empaticamente la crisi della gente (nelle sue molteplici forme) e così diventare persone che sanno accompagnare.
- Sentiamo di dare a noi stessi e alla gente un messaggio positivo di risurrezione, una possibilità di rinascita.
- Sentiamo un bisogno di relazione filiale in cui concretizzare la nostra obbedienza.
- Percepiamo l’individualismo come ostacolo e desideriamo aprirci maggiormente ad una dimensione collettiva.
A partire da come ci percepiamo, abbiamo provato a capire quale contributo possiamo offrire in ambito culturale attraverso la rete.
L’idea di fondo che ci ha mosso è stata la valorizzazione di quanto già esiste: le nostre opere fanno spesso un lavoro di grande qualità, ma questo lavoro non gode di adeguata visibilità, rimane frammentario, e non sempre si interroga sull’ignazianità di quanto viene proposto.
Il desiderio che ci muove è la rimotivazione: provare a ridare slancio, un segnale di speranza proprio in occasione dell’anniversario della ricostituzione.
2. Percezione dell’altro
In questa seconda fase abbiamo provato ad ascoltare due intellettuali per conoscere meglio il nostro interlocutore. Ci siamo lasciati accompagnare da Z. Bauman[1] e G. Agamben[2].
Attraverso Bauman ci siamo confrontati con alcune immagini della società post-moderna:
- L’incompiutezza:
- Il progetto della modernità non è solo incompiuto, ma costitutivamente incompiuto. L’incompiutezza è l’essenza dell’era moderna. L’uomo post-moderno ha tradito Aristotele e non vive più in vista di un fine, né sente le proprie azioni come momenti di un percorso che portano ad un unico punto finale da sempre desiderato. I desideri sono finia se stessi o circoscritti, hanno orizzonti limitati. È una prospettiva rassicurante che permette di godere senza fare ricorso alla speranza.
- Lo sradicamento senza radicamento:
- La post-modernità (ossia la modernità nella sua fase liquida) è l’epoca dello sradicamento senza radicamento. Tutte le impalcature che vengono costruite hanno lo scopo di fungere da veicoli per tenerci in movimento fino alla prossima locanda, non da case in cui riposare alla fine del cammino.
- L’epoca post-moderna (Bauman preferisce dire “l’epoca della modernità liquida”) è suddivisa in episodi che non seguono alcun ordine logico coerente, ma sembrano soggetti a ogni tipo di rimescolamento. La loro successione non è preordinata in alcun modo, come sarebbe invece nella disposizione delle perline su un pezzo di filo.
- Nella cinematografia italiana quest’idea può essere rinvenuta nel film di P. Sorrentino, La grande bellezza, in cui lo spettatore vede passare davanti a sé una lunga serie di fotogrammi senza una reale connessione. Una chiave interpretativa del film è che questa è esattamente l’immagine dell’esistenza attuale.
- La giostra:
- Procediamo ormai per progetti a termine. E ciascuno progetto viene portato avanti per dimostrare che si è capaci di portare a termine un progetto. La vita assomiglia perciò più a una giostra che a una maratona. La vita assomiglia a una serie di giri, una sequenza di nuovi inizi, spesso in luoghi e ambienti slegati tra loro.
- Il confessionale:
- L’individualismo moderno sembra lasciare il posto all’autoaffermazione. Ci si autoafferma rivelando se stessi in una sede pubblica. Il pubblico viene identificato con la comunità. Si tratta però di una comunità senza relazioni forti: la comunità diventa solo uno spazio per garantire l’esistenza del singolo. Non è più necessario chiedere il permesso di comunicare un proprio segreto, né ci si preoccupa che quel segreto potrebbe risultare noioso o disgustoso per chi è costretto ad ascoltarlo.
- Il casinò:
- La ‘cultura da casinò’ è il famoso soprannome dato da George Steiner allo stile di vita tipico del mercato consumistico, una vita felice è una vita percepita come una perpetuità di nuovi inizi. Il giocatore d’azzardo non conserva la memoria delle sue giocate: ogni puntata è una nuova possibilità. Rilanciare la posta può essere tutto sommato un buon antidepressivo, senza nulla togliere ai numerosi effetti collaterali.
La riflessione di Agamben in Homo sacer ha prodotto una svolta nell’ambito della filosofia politica: la tesi centrale è che il ‘campo’, inteso come luogo circoscritto in cui saltano le regole del rispetto della vita, è la metafora che rende meglio la società contemporanea, e non la città, la polis, il luogo cioè con cui tradizionalmente le società democratiche si sono identificate.
Ma il testo di Agamben ci provoca anche in merito all’idea stessa di vita sacra. Agamben parte dalla definizione data da Festo, al lemma sacermons del suo trattato sul Significato delle parole, in cui Festo si riferisce ad una figura del diritto romano arcaico dove la sacralità viene messa per la prima volta in relazione con la vita umana: “uomo sacro è, però, colui che il popolo ha giudicato per un delitto; e non è lecito sacrificarlo, ma chi lo uccide, non sarà condannato per omicidio”. La vita sacra è quindi la vita uccidibile e nel contempo non sacrificabile.
Proseguendo il ragionamento di Agamben potremmo arrivare a dire che la vita sacra è originariamente la vita di quei poveri cristi di cui si può fare qualunque cosa senza che alcuno abbia nulla da ridire.
Nel corso del Novecento il luogo per antonomasia in cui le regole sono saltate e la vita è diventata sacra nel senso di non valere più niente è stato il campo di concentramento. Ma il campo oggi si concretizza anche nei CIE (Centri di identificazione ed espulsione), nello stadio di Bari dove furono ammassati gli albanesi nel corso dei primi sbarchi degli anni Novanta, il campo sono le periferie dove la vita non vale più nulla e si può morire nell’anonimato anche per mano di chi dovrebbe tutelare l’ordine pubblico.
Il potere che riafferma questo diritto di vita o morte sulla vita si arroga il diritto che nella società romana spettava al pater familias: nel momento in cui il pater familias solleva da terra il neonato, riconoscendolo come suo, acquisisce simultaneamente il diritto di vita e di morte su di lui (vitae necisquepotestas).
Un caso particolarmente esemplare di questa dinamica nei nostri tempi è quello dei rifugiati:
«Se i rifugiati rappresentano, nell’ordinamento dello Stato-nazione moderno, un elemento così inquietante, è innanzitutto perché, spezzando la continuità fra uomo e cittadino, fra natività e nazionalità, essi mettono in crisi la finzione originaria della sovranità moderna. Esibendo alla luce lo scarto fra nascita e nazione, il rifugiato fa apparire per un attimo sulla scena politica quella nuda vita che ne costituisce il segreto presupposto. In questo senso, egli è veramente, come suggerisce H. Arendt, “l’uomo dei diritti”, la sua prima e unica apparizione reale al di fuori della maschera del cittadino che costantemente lo ricopre. Ma, proprio per questo, la sua figura è così difficile da definire politicamente».[3]
3. L’incontro con l’altro
Come mettere in relazione l’A.I. dei gesuiti con questo mondo, con gli uomini e le donne di questo mondo.
Rovesciare la domanda: Dove quest’uomo può incontrarci? Dove ci lasciamo incontrare? Presupponiamo infatti che ci siano persone in ricerca. O suscitiamo noi la ricerca: li mettiamo in cammino, sì, e poi cosa trovano, dove trovano?
Al nostro interlocutore sembra mancare un centro, cioè un modo per connettere le informazioni. Manca l’occasione di essere accompagnato nella riflessione sulle cose, in altre parole manca di un pensare critico o riflessivo, di un pensare che si pone domande e cerca connessioni tra i saperi. Questa modalità di apprendimento e di pensare è esattamente ciò che, come gesuiti, siamo in grado di offrire.
Pensiamo al nostro interlocutore come un soggetto che cerca contenuti seri, che cerca profondità nelle riflessioni. Al nostro interlocutore possiamo proporre un viaggio che spazia dalla filosofia alla teologia, dai temi sociali all’arte, dalle scienze e dalle tecnologie alla vita della Chiesa. Il mondo gesuitico ha il vantaggio di essere trasversale ai campi del sapere: è la tradizione che può rappresentare la novità.
4. Conclusione
Ritornando al progetto di una presenza sul web e assumendola oggi come modello per parlare del nostro A.I.:
Vorremmo proporre al nostro interlocutore una piazza da cui partire, una piazza in cui presentargli diverse possibilità per esplorare i contenuti. Vorremmo proporre anche delle piazzole di sosta, in cui è possibile fermarsi a ripensare e rielaborare ciò che ha conosciuto. Vorremmo proporre degli autogrill letterari, in cui porre domande su ciò che ha appreso per approfondire o per appropriarsi ulteriormente dei contenuti.
Centro e connessioni sono probabilmente le parole che maggiormente vorremmo ci guidassero nell’elaborazione della presenza dell’apostolato culturale (e non più intellettuale) sul web e non solo.