Nel segno dell’amicizia
POPOLI – Mensile internazionale della Compagnia di Gesù Speciale Matteo Ricci – gennaio 2010
Ricci, il grande missionario gesuita morto in Cina 400 anni fa. Dieci
«puntate» per approfondire il messaggio, lo stile e l’eredità di colui che – sono
parole del papa – «resta ancora oggi modello di proficuo incontro tra la civiltà
europea e quella cinese»
Davide Magni S.I.
Quando ai primi di agosto del 1582 Matteo Ricci sbarcava a Macao, i contatti e le reciproche conoscenze tra Europa e Cina erano ancora così pochi da giustificare l’affermazione che i due fossero universi quasi paralleli. È ormai luogo comune che il missionario gesuita, del quale celebriamo nel 2010 i 400 anni dalla morte, fu il principale tessitore della relazione che avvicinò i due mondi; non altrettanto acquisito è il fatto che Matteo Ricci fu, appunto, un missionario della Compagnia di Gesù. Ovvero, tutto quello che fece – errori compresi – non può essere adeguatamente compreso se non lo si colloca nella prospettiva di quella modalità di vivere il Vangelo che sono gli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola.
Questi sono uno stile di vita, ovvero una maniera di abitare il mondo, che modella, cambia, rinnova lo stesso mondo. L’inizio di questo lavoro interiore pone un presupposto (Presupponendum, Esercizi Spirituali, n. 22): essere disposti a salvare l’affermazione del prossimo, piuttosto che condannarla. Mettere in moto la propria intelligenza per scovare quella bellezza e bontà che c’è nell’altrui esperienza e vicenda. Ma c’è di più. Matteo Ricci è stato egli stesso modellato dall’incontro con i cinesi.
È in questa prospettiva, quella dell’amicizia come stile di annuncio del Vangelo, che Popoli, nel corso dell’anno, dedicherà ogni mese a Matteo Ricci un approfondimento: uno strumento per conoscere la figura del missionario, che da sempre riceve l’unanime riconoscimento del suo ruolo di pioniere dell’incontro tra Cina ed Europa.
Il nostro lavoro partirà, – senza limitarsi a questo – dalla ricognizione storica del contesto culturale, religioso, politico e sociale dell’epoca. Si procederà, quindi, nell’esplorazione degli sviluppi dell’interazione tra i gesuiti che lo seguirono e gli intellettuali cinesi. Questo consentirà una riflessione sull’evoluzione dei rapporti tra Occidente e Cina: dall’epoca imperiale alla rivoluzione economica odierna. Infatti, la storia delle relazioni tra Occidente e Cina non è solo la vicenda degli scambi economici o tecnologici. È invece la realtà, tutt’ora in sviluppo, dell’incontro tra saggezza cinese e spiritualità cristiana.
Con l’apporto di studiosi e sinologi, di differenti aree di competenza e provenienza, gesuiti e laici, approfondiremo gli aspetti dell’eredità di Ricci meno ricorrenti nella consueta e spesso ripetitiva divulgazione.
Significativamente, si intitola proprio Dell’amicizia la prima opera in cinese composta da Matteo Ricci (a Nanchang, nel 1595). Per mezzo di essa, presentando in 100 sentenze tratte dai classici antichi il pensiero dell’Occidente sull’amicizia, Ricci intendeva mostrare che la civiltà cinese e quella europea coincidevano su temi fondamentali. L’opera stupì la Cina e conobbe un grande successo: Ricci aveva compreso che la sua missione e il tentativo di accendere il dialogo tra Oriente e Occidente potevano costruirsi unicamente sul saldo fondamento della conoscenza reciproca e dell’umana amicizia. Divenendo innanzitutto amico, Ricci stesso cambia, cresce, diventa in maniera più consapevole servitore di quel Cristo che è l’Amico di ogni uomo, l’Amico che si è incarnato nella vita di ogni uomo.
AL TRAMONTO DI UN IMPERO
La Cina che conobbe Matteo Ricci vedeva il tramonto della dinastia dei Ming (1368-1644), succeduta agli Yuan, di stirpe mongola, che dominarono dal 1280 al 1368, e poi rimpiazzata dai Qing (della Manciuria). Fu un periodo di progressivo isolamento, durante il quale il Celeste Impero si chiuse alle relazioni con i Paesi stranieri. Questi erano considerati semplicemente barbari: incolti e ignoranti circa la civiltà cinese, essenza stessa della civiltà. Una tale opinione sugli stranieri era alquanto giustificata, date tutte le precedenti esperienze, non particolarmente positive.
Questo fa risaltare ancora di più l’importanza che la figura del Ricci assume: fu il primo straniero a ricevere l’onore di essere sepolto in terra cinese, alfiere di coloro, in verità tanti, che giunsero in Cina non per conquistare qualcosa, ma per condividere la vita.
Con l’aiuto dell’illustre sinologo Adriano Madaro inizieremo la ricognizione di quell’universo così lontano dall’Europa che era la Cina dei Ming. Proprio a essa la città di Treviso dedica una straordinaria mostra, curata dallo stesso Madaro (cfr Popoli 10/2009 p. 70 e www.laviadellaseta.info).
Nei nostri approfondimenti esploreremo anche la vicenda biografica del missionario gesuita sotto il profilo della sua formazione accademica. La cultura, ovvero le scienze, le lettere, le arti, come la musica sono un locus theologicus. Cosa significa questa espressione apparentemente oscura? L’apporto di Matteo Ricci all’allargamento delle conoscenze matematiche, astronomiche e cartografiche è ampiamente celebrato. Come figlio del suo tempo, Matteo Ricci era un umanista venuto dall’Occidente. Lo studio delle scienze umane e delle scienze della natura hanno costituito il luogo di incontro con la cultura cinese e il luogo di annuncio. Ma questo mai in modo funzionale o tattico, seducendo un popolo per annunciare il Vangelo. Il mondo era, ed è, il luogo della presenza di Dio. Le scienze umane, le scienze della natura e la tecnica sono le vie attraverso le quali è possibile comprendere l’azione di Dio nel mondo e nella storia. Lo studio delle arti e delle scienze è già teologia, perché è contemplazione e presa di consapevolezza della presenza di Dio. Questa, del resto, è la caratteristica dello stile missionario dei gesuiti: aiutare gli uomini a cercare e trovare Dio in tutte le cose. Attraverso i nostri articoli, oltre a darne un’accurata ricostruzione, mostreremo dunque che lo studio delle scienze, così come delle materie umanistiche, non è affatto una stranezza per menti geniali, quale il Ricci indubbiamente fu, ma una consequenziale applicazione della spiritualità ignaziana.
CAPIRE IL CONFUCIANESIMO
Su questi aspetti più propriamente «missiologici» verterà la lectio magistralis con la quale il Padre Generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás, aprirà il Convegno del 23 gennaio a Milano (vedi articolo successivo). Ai nostri lettori che non potranno essere presenti daremo l’opportunità di assaporarne la ricchezza pubblicandola.
La stessa cosa faremo con le altre relazioni che arricchiranno la tavola rotonda. Il gesuita Antoni J. Üçerler (dell’Università di Oxford) illustrerà la strategia di «accomodamento» culturale della fede cristiana al confucianesimo e l’impatto che tale decisione ebbe su altre missioni asiatiche, principalmente in Giappone. Importantissimo, infatti, fu l’influsso culturale e religioso di Ricci sulla missione giapponese nell’ambito della stretta collaborazione con Valignano nella formulazione di una strategia missionaria da adottare nel contesto delle due grandi civiltà orientali. Sulla scorta dei precedenti missionari giapponesi, Matteo Ricci e Michele Ruggieri (suo compagno in Cina per alcuni anni) adottarono i costumi buddhisti. Solo più tardi scoprirono che era al confucianesimo che dovevano far riferimento per riuscire a comunicare il Vangelo nel Paese di Mezzo.
Del resto, fu proprio la dinastia dei Ming a portare in auge una tradizione religiosa che bene si confaceva al governo per il controllo di un così vasto territorio, articolato in un insieme di genti molto vario. Ricci, inoltre, non considerava il confucianesimo una religione, ma una dottrina morale e politica. Da qui la possibilità per i confuciani di convertirsi al cristianesimo senza smettere di essere quello che erano: non c’era nulla di contrario al cristianesimo nella dottrina confuciana. Analogamente, il culto degli antenati, divenuto distintivo della tradizione cinese, era (ed è) un elemento di semplice ed essenziale educazione civica. Egli non aveva dubbi a riguardo, ma molti ne verranno ai suoi successori. Solo nel Novecento papa Pio XII dimostrerà che era Ricci ad avere ragione, ma l’errore di valutazione di chi l’aveva seguito era ormai stato devastante per la presenza della Chiesa in Cina.
La storia, però, continua: anche quella delle relazioni tra Occidente e Cina. Così, accompagneremo il lettore, con l’aiuto di altri sinologi, su questi orizzonti attuali. Federico Masini, (Università La Sapienza di Roma), un altro dei relatori del 23 gennaio, ci guiderà nelle esperienze di scambio culturale tra Cina e Occidente oggi. E Renata Pisu, giornalista e sinologa, attraverso la sua esperienza di reporter ci dirà che cosa significa raccontare la Cina e le sue trasformazioni agli italiani.
Matteo Ricci aprì la strada alla rilettura del Vangelo in cinese, che non è semplicemente la traduzione di un testo, ma la sua nuova capacità di esprimere la Buona notizia attraverso le categorie simboliche di questa millenaria cultura.
INCULTURAZIONE INCOMPIUTA
Tuttavia, molto in questo senso deve essere ancora fatto. La lingua cinese, si sa, usa una maniera del tutto peculiare di esprimersi: gli ideogrammi. Non usa l’alfabeto al quale noi siamo familiari, ma immagini o icone che alludono a un significato, aprendone al contempo altri possibili. Ebbene, la scoperta fatta da Ricci e dai suoi successori è la possibilità di fare una diversa teologia, cioè poter esprimere la propria esperienza di fede e di comprensione delle narrazioni bibliche individuando sensi e significati che un occidentale non può «leggere e scrivere», proprio perché si esprime in maniera differente. Attraverso lo sguardo di chi scrive con gli ideogrammi, insomma, si vedono cose ulteriori, si sottolineano sfumature e significati complementari a quelli intuiti dalle altre culture «alfabetiche». Questo è il compimento, ancora atteso, dell’inculturazione: una cultura che riceve il Vangelo, lo comprende e lo comunica in maniera differente, ma, allo stesso tempo, altrettanto vera rispetto a un’altra.
Quella che con Ricci si iniziò a intravedere è l’era dei credenti cinesi: cristiani che, leggendo il Vangelo con i «loro» occhi, comunicano a noi quello che con i «nostri» non potremmo intuire. La comprensione sempre più approfondita del messaggio evangelico è, ovviamente, un arricchimento per tutti: innanzi tutto dello stesso missionario, che viene a sua volta evangelizzato.
Matteo Ricci fu, infatti, plasmato dalla cultura cinese, che volle incontrare come amico nel Signore. Come illustrerà il padre Nicolas Standaert S.I., dell’Università Cattolica di Lovanio, possiamo e dobbiamo rileggere la storia della missione in Cina dalla prospettiva della cultura cinese. Essa ricevette il Vangelo ed esprimendolo secondo la propria sensibilità ha contribuito a rendere il medesimo messaggio non più qualcosa di venuto dal di fuori, ma che germina dal proprio interno.
Ci furono alcuni precedenti, ma risalgono ai secoli VIII e IX. Si tratta dell’esperienza nestoriana e delle sue evoluzioni, poi svanite. A illustrare questi aspetti storici sarà il sinologo e monaco di Bose Matteo Nicolini Zani. Arrivando invece all’attualità, incontreremo don Pietro Cui Xingang (sacerdote cinese incaricato della Cei per l’assistenza ai cattolici cinesi in Italia): egli ci introdurrà all’esperienza del vivere la fede dei cristiani cinesi in Italia.
Proprio questa attualità ci consente di ribadire come Matteo Ricci rappresenti un paradigma tutt’ora adeguato. Infatti, l’attuale contesto multietnico e multiculturale impone il dialogo tra le religioni e le culture quale esigenza prioritaria. Primo fra tutti, egli interpretò con intelligenza e umiltà la via dell’inculturazione. Imparò e insegnò a riconoscere le potenzialità intrinseche a ogni civiltà umana e a valorizzare ogni elemento di bene che vi si trova; senza perdere nulla ma, al contrario portare tutto a compimento. Tale atteggiamento fu subito apprezzato dai cinesi stessi con i quali il missionario gesuita entrò in profondissima comunione, al punto da divenire una delle (pochissime) figure di occidentale degne di maggiore venerazione e rispetto.
© FCSF – Popoli