Matteo Ricci: l’amicizia come stile missionario
AS 03 [2010] 171-179 Studi e ricerche © fcsf – Aggiornamenti Sociali
Adolfo Nicolás s.i. *
Il quarto centenario dalla morte di Matteo Ricci (1552-1610), gesuita che svolse la sua attività missionaria in Cina tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, invita a riflettere sullo stile missionario, ovvero sulle modalità dell’annuncio del Vangelo.
Benedetto XVI, nell’udienza ai rappresentanti di tutti i gesuiti del mondo, radunati per la 35a Congregazione Generale nel febbraio 2008, ha invitato ad attingere con coraggio dalla storia dell’Ordine: «la Compagnia di Gesù ha vissuto esperienze straordinarie di annuncio e di incontro fra il Vangelo e le culture del mondo — basti pensare a Matteo Ricci in Cina, a Roberto de Nobili in India, o alle “Riduzioni” dell’America Latina —. Ne siete giustamente fieri. Sento oggi il dovere di esortarvi a mettervi nuovamente sulle tracce dei vostri predecessori con altrettanto coraggio e intelligenza, ma anche con altrettanta profonda motivazione di fede e di servire il Signore e la sua Chiesa» 1. Matteo Ricci fu certamente il primo ponte culturale tra Oriente e Occidente, un’esperienza di annuncio e di incontro, che è giunta al cuore della Cina e ne ha segnato la storia.
1. Una pietra miliare nel processo di inculturazione del Vangelo
Ma dove stanno l’originalità e l’attualità di questa esperienza? E come continuarla con intelligenza e coraggio? Se è ormai evidente che l’attuale contesto multietnico e multiculturale impone il dialogo tra le religioni e le culture quale esigenza prioritaria, non del tutto scontate sono le vie attraverso le quali questo obiettivo è realizzabile. Matteo Ricci rappresenta tuttora un paradigma adeguato a rispondere alle istanze odierne.
Primo fra tutti, egli interpretò con intelligenza e umiltà la via dell’inculturazione. Imparò e insegnò a riconoscere le potenzialità intrinseche in ogni civiltà umana, e a valorizzare così ogni elemento di bene che vi si trova; senza perdere nulla ma, al contrario, portando tutto a compimento. Tale atteggiamento fu subito apprezzato dai cinesi stessi, con i quali il missionario gesuita entrò in profondissima comunione, al punto da divenire una delle rare figure di occidentali degne di venerazione e rispetto sempre elevatissimo.
Ricci non teorizzò questo suo modo di fare, ma quello che fece costituisce una pietra miliare nel processo di inculturazione del Vangelo. Apprese la lingua cinese, non solo per poterla parlare, ma soprattutto per poter ascoltare l’universo cinese. Questo è forse l’aspetto più originale e innovativo: si pose in ascolto di una cultura millenaria, acquisendo tutti gli strumenti per poterlo fare. Dopo essere entrato in Cina come religioso occidentale, si rese conto che occorreva passare dall’essere rispettato per ciò che era, al rispettare, all’accogliere la cultura e il popolo presso cui si trovava. Egli non voleva solo farsi ascoltare, ma farsi accogliere. Capacità di adattamento e attenzione per la cultura e per le persone costituiscono la base della sua azione. Si lasciò istruire dalla cultura cinese entrandovi in profondità, comprendendo che il confucianesimo era la via più feconda, il suolo più propizio, per far germogliare i semi del Vangelo. Tuttavia non fu preoccupato principalmente di predicare, ma di incarnare il Vangelo, entrando in relazione con il popolo cinese perché, da questa relazione amicale, potesse germogliare il seme dell’annuncio.
Matteo Ricci fu uno dei pionieri dell’inculturazione. A questo proposito, riprendiamo quanto scrisse il p. Pedro Arrupe, Superiore generale della Compagnia, nel 1978: «inculturazione significa incarnazione della vita e del messaggio cristiano in una concreta area culturale, in modo tale che questa esperienza non solo riesca a esprimersi con gli elementi propri della cultura in questione (il che sarebbe soltanto un adattamento superficiale), ma diventi il principio ispiratore, normativo e unificante, che trasforma e ricrea quella cultura dando origine a una “nuova creazione”» 2. Si tratta, in ogni caso, dell’esperienza cristiana del popolo di Dio che vive in un’area culturale determinata e ha assimilato i valori tradizionali della propria cultura, ma si apre alle altre culture. È l’esperienza di una Chiesa locale che, discernendo il passato, costruisce il futuro nel presente. Quali sono gli atteggiamenti richiesti a chi vuole comunicare il Vangelo? Un’intima e personale conoscenza di Dio: «Per lasciarci trasformare dall’inculturazione non bastano le idee e gli studi. È necessario lo shock di un’esperienza personale profonda. Per coloro che sono chiamati a vivere in un’altra cultura, sarà il fatto di integrarsi in un Paese nuovo, in una nuova lingua, in una nuova vita. Per coloro che restano nel proprio Paese, si tratterà di sperimentare i nuovi modi del mondo contemporaneo che cambia: non la pura conoscenza teorica delle nuove mentalità, ma l’assimilazione esperienziale del modo di vivere dei gruppi coi quali si deve lavorare, che possono essere gli emarginati, gli zingari, gli abitanti delle periferie, gli intellettuali, gli studenti, gli artisti, ecc.» 3.
Un famoso epitaffio, riportato in Imago Primi Saeculi Societatis Iesu quale Elogium sepulcrale S. Ignatii, edita ad Anversa nel 1640, che afferma: «Non coerceri a maximo sed contineri a minimo divinum est» (è divino non essere contenuti neanche dal limite maggiore, ma essere capaci di rientrare nello spazio più piccolo), compendia questo spirito. È un principio che ci sfida — scriveva il p. Arrupe — «a una concretizzazione locale fino alle minime cose, ma senza rinunciare alla grandezza e universalità dei valori umani, che nessuna cultura, né il loro complesso, può assimilare e incarnare in maniera perfetta ed esaustiva» 4. Poco tempo dopo, il Superiore generale affermava: «L’inculturazione si pone di fronte a un’apparente antinomia: da una parte spinge ogni popolo a cercare la propria identità e dall’altra presenta Cristo, nostra pace, che abbatte le barriere e realizza l’unione dei popoli, riconciliando tutti gli uomini come figli dello stesso Padre in una società fraterna, in cui non solo sono finite le ingiustizie, ma anche gli odi e le inimicizie. In effetti, l’incarnazione della fede in una cultura sprona a investigare seriamente nel più profondo di se stessa e a scoprire la propria identità in quello che è il più intimo sostrato umano e spirituale del suo popolo. È lì che la fede svela il misterioso lavoro dello Spirito Santo, percepibile soltanto alla luce dello stesso Spirito, e rende manifesta la ragion d’essere di una certa cultura e la sua vocazione specifica nel mistero del mondo» 5.
* Superiore generale della Compagnia di Gesù. Relazione tenuta al convegno «Dell’amicizia. Matteo Ricci: Oriente e Occidente in dialogo», svoltosi al Centro Culturale San Fedele di Milano il 23 gennaio 2010 e organizzato nell’ambito delle manifestazioni per l’anniversario ricciano dalla Provincia d’Italia della Compagnia di Gesù e dalla Fondazione Culturale San Fedele, con il contributo della Fondazione CARIPLO; per maggiori informazioni sul convegno cfr <www.sanfedele.net>.
1 Benedetto XVI, Discorso ai padri della Congregazione Generale della Compagnia di Gesù, 21 febbraio 2008, in <www.vatican.va>.
2 Arrupe P., «Lettera sull’inculturazione» (14 maggio 1978), in Inculturazione. Concetti, problemi, orientamenti, Centrum Ignatianum Spiritualitatis, Roma 1979, 145.
3 Ivi, 151.
4 Ivi, 148.
5 Arrupe P., «Intervento alla presentazione del documento sull’inculturazione» (30 maggio 1978), in Inculturazione. Concetti, problemi, orientamenti, cit., 179.
2. La recezione nella Chiesa
Il metodo di Ricci, che aveva i suoi prodromi nella riflessione del suo superiore e predecessore Alessandro Valignano, fu recepito e fatto proprio anche da ambienti autorevoli della Chiesa. Suona ancora oggi straordinaria una raccomandazione di Propaganda fide del 1659 ai suoi missionari: quella che poi divenne l’attuale Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, fondata a Roma nel 1622, consiglia di non costringere le persone a cambiare i propri costumi, nella misura in cui questi non si oppongono alla moralità o alla religione: «Non compite nessuno sforzo, non usate alcun mezzo di persuasione per indurre quei popoli a mutare i loro riti, le loro consuetudini e i loro costumi, a meno che non siano apertamente contrari alla religione e ai buoni costumi. Che cosa c’è infatti di più assurdo che trapiantare in Cina la Francia, la Spagna, l’Italia o qualche altro Paese d’Europa? Non è questo che voi dovete introdurre, ma la fede, che non respinge né lede i riti e le consuetudini di alcun popolo, purché non siano cattivi, ma vuole piuttosto salvaguardarli e consolidarli. E poiché è carattere comune della natura umana preferire nella stima e nell’amore le proprie usanze, e in modo particolare le proprie tradizioni nazionali, a quelle altrui, non c’è nulla che generi maggiormente l’odio o il risentimento che il far mutare le consuetudini patrie, soprattutto quelle a cui si è abituati da tempo immemorabile, e particolarmente se al loro posto uno voglia sostituire, importandole, le tradizioni del suo Paese. Non fate dunque mai paragoni tra gli usi ocali e gli usi europei; cercate piuttosto con tutto il vostro impegno di abituarvi ad essi. Ammirate e lodate tutto ciò che merita lode; se qualcosa non lo merita, non dovrete certo esaltarla clamorosamente come fanno gli adulatori, ma avrete la prudenza di non giudicarla o almeno di non condannarla sconsideratamente e senza motivo. Quanto ai costumi che sono manifestamente cattivi, sarà bene rimuoverli con l’atteggiamento e col silenzio più che con le parole, cogliendo beninteso l’occasione di sradicarli pian piano e quasi insensibilmente, una volta che gli animi siano disposti ad abbracciare la verità» 6.
Matteo Ricci in Cina, come del resto Roberto de Nobili (1577-1656) in India, svilupparono una metodologia di evangelizzazione che si è dimostrata capace di trasmettere il messaggio cristiano nel linguaggio di culture così lontane da quella europea.
6 «Istruzione per i vicari apostolici della Cocincina, del Tonchino e della Cina (1659)», in Marcocchi M., Colonialismo, cristianesimo e culture extraeuropee. L’Istruzione di Propaganda Fide ai Vicari Apostolici dell’Asia Orientale (1659), Jaca Book, Milano 1981, 80-81.
3. Il senso della missione
Innanzitutto Matteo Ricci era un missionario, ma che cosa significa missione? Missione è la parola che indica ciò che da sempre la Chiesa fa: annunciare la Buona Notizia nella dinamica della missione trinitaria. Trinitaria significa creazione, opera dell’amore di Dio il Padre, che è genitore di ognuno, chiunque sia e ovunque si trovi; significa manifestazione del Figlio di Dio al mondo; significa mediazione della presenza di Dio nello Spirito, che soffia dove vuole, senza che noi sappiamo da dove venga e dove vada, e a cui non è stato posto alcun limite.
Le iniziative della Chiesa sono significative nella misura in cui realizzano la congiunzione tra l’evento dell’incarnazione e la promessa del Regno di Dio. Missione significa dunque continuazione personale e sociale dell’incarnazione, il farsi strada del mistero di Dio nella società, la fioritura della Parola nelle relazioni, anche istituzionalmente strutturate, in un presente costantemente cangiante. Missione significa servire, sanare e riconciliare un’umanità divisa e ferita. La missione riguarda tutto il mondo, che Dio ama e per il quale la comunità cristiana è chiamata a essere sale e luce. Si tratta allora di elaborare i modi per l’esternazione della fede, ovvero studiare come fare incontrare il Vangelo con le diverse culture e religioni. La fede, infatti, può essere vissuta solo donandola.
a) Aiutare gli uomini a cercare e trovare Dio in tutte le cose
Come figlio del suo tempo, Matteo Ricci era un umanista, venuto dall’Occidente. Il piano delle scienze umane e delle scienze della natura ha costituito il luogo di incontro con la cultura cinese e il luogo di annuncio. Ma questo non avvenne mai in modo funzionale o tattico, seducendo un popolo per annunziare il Vangelo. Il mondo era, ed è, il luogo della presenza di Dio. Le scienze umane, le scienze della natura e la tecnica sono vie attraverso le quali è possibile comprendere l’azione di Dio nel mondo e nella storia. Lo studio delle arti e delle scienze è già teologia, perché è contemplazione e presa di consapevolezza della presenza di Dio. Ciò, del resto, è la caratteristica dello stile missionario dei gesuiti: aiutare gli uomini a cercare e trovare Dio in tutte le cose.
Ricci fece arrivare il messaggio cristiano al cuore della cultura cinese, mostrando l’universalità di tale messaggio: esso non è prerogativa di nessuna cultura, tanto meno di quella occidentale. «[La Chiesa], inviata a tutti i popoli di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo, non è legata in modo esclusivo e indissolubile a nessuna razza o nazione, a nessun particolare modo di vivere, a nessuna consuetudine antica o recente» 7.
b) Servitori della missione di Cristo
La 34a Congregazione Generale della Compagnia di Gesù parla dei gesuiti come «servitori della missione di Cristo». Il gesuita è missionario in ogni sua attività e collocazione. La sua azione è solo azione apostolica: egli opera come inviato. Il gesuita è unito ai confratelli perché è «servitore della missione di Cristo» 8. Pellegrinaggio e lavoro sono le metafore ignaziane che delineano la prospettiva secondo la quale si orienta il discernimento su come essere sempre fedeli a Dio nel servizio del Regno. «Amici nel Signore» è una delle definizioni dell’essere confratelli nella Compagnia: essa nasce dall’amicizia personale con Gesù Cristo. L’unione degli animi va vissuta con tutti gli uomini. I laici sono i collaboratori imprescindibili della missione del gesuita. La virtù cristiana dell’ospitalità aiuta la Compagnia di Gesù a proporsi come luogo di accoglienza di tutti coloro che sono in cammino.
c) Lo stile del dono di sé
L’inculturazione conduce al perfezionamento dell’immagine di Dio nell’uomo. Essa offre a tutti i valori culturali la stessa possibilità di mettersi al servizio del Vangelo. Consente il dialogo continuo fra la Parola di Dio e gli innumerevoli modi di cui l’uomo dispone per esprimersi. In effetti, Cristo e i cristiani sono i veri rinnovatori della cultura attraverso la carità. È nella carità che l’uomo si realizza nella sua autenticità: l’essere fatto a immagine di Dio.
Il modello dell’inculturazione consente di declinare la missione della Chiesa nella realtà attuale della multiculturalità. Diventa necessario uscire da sé per coinvolgersi nell’incontro con l’altro. Non è attraverso un proselitismo espansionista di matrice coloniale ma, appunto, prendendo le vie della cultura e del dialogo, che il messaggio evangelico può essere proposto. La consapevolezza di avere degli interlocutori riconosciuti nella loro specifica dignità rimuove l’arroganza etnocentrica, che considera l’altro un sottosviluppato, da far evolvere e da «civilizzare». Studiare, conoscere, amare la cultura altrui, per valorizzarla e salvaguardarla, è un indispensabile impegno quotidiano. È la modalità dell’inculturazione che modella l’atteggiamento del missionario. L’esempio è quello del Verbo, che si è «svuotato» (la kenosi) nel suo incarnarsi come uomo.
Questa è una parte della teologia sottesa alla donazione di sé per l’aiuto delle anime. Gli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio, che certo Matteo Ricci, come ogni gesuita, conserva nel cuore, rammentandoli continuamente, invitano a contemplare l’incarnazione del Verbo di Dio nei termini seguenti: vedere come «le tre Persone divine osservano tutta la superficie ricurva del mondo popolato di uomini; vedendo che tutti vanno all’inferno, stabiliscono da tutta l’eternità che la seconda Persona si faccia uomo, per salvare il genere umano; così, giunto il tempo prefissato, inviano l’angelo san Gabriele a nostra Signora» 9.
Il testo ignaziano prosegue, con questo suo stile caratteristico, solo apparentemente ingenuo, che in realtà vuole aiutare chi «si esercita» a concentrare i «sensi interiori» — la mente, l’immaginazione, il cuore — sulla realtà storica, concreta, della vita degli uomini, ma con un’ottica particolare: in qualche modo, si è invitati a fare proprio lo sguardo di Dio, che legge la storia umana dall’interno, da dentro la vita vissuta, con i suoi drammi e il suo bisogno di salvezza. Uno sguardo che è insieme ascolto, inizio di ogni dialogo. Uno sguardo d’amore, che sfocia nella missione del Figlio, ossia nell’incarnazione. La contemplazione ignaziana ne trae subito la conseguenza: per due volte ribadisce che ora è il momento di chiedere la grazia di «conoscere intimamente […], seguire e imitare meglio nostro Signore», amandolo e seguendolo «come se si fosse ora incarnato» 10. Questo vorrà dire adottare il suo modo di guardare l’uomo e di avvicinarlo.
7 Concilio Vaticano II, costituzione pastorale Gaudium et Spes, 1965, n. 58.
8 Cfr Congregazione Generale 34a, «Decreto 2. Servitori della missione di Cristo», in Decreti della Congregazione Generale 34a, Roma 1995.
9 Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, n. 102, in <www.gesuiti.it>.
10 Ivi, nn. 104, 109.
4. Guardare il mondo come Dio: l’amicizia
Le tre Persone divine guardano il mondo con amore e vogliono venire in suo soccorso. Da questa radice teologica fiorisce in noi un nuovo modo di guardare l’altro con vera amicizia. All’inizio dell’itinerario delineato negli Esercizi Spirituali, Ignazio pone un presupposto: «un buon cristiano deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare l’affermazione di un altro» 11, cioè a mettere in moto la propria intelligenza per scovare quella bellezza e quella bontà che si trovano nell’altrui esperienza e vicenda. Questa applicazione, Matteo Ricci la compie nell’opera, che diventerà, diremmo oggi, un bestseller: il trattato Dell’amicizia 12, che si apre con questa frase: «Il mio amico non è altro che la metà di me stesso; anzi, un altro me stesso. Perciò devo considerare l’amico come se stesso» (1).
Dell’amicizia è una delle primissime opere in cinese composte da Matteo Ricci. Presentando in 100 sentenze tratte dai classici europei antichi il pensiero dell’Occidente sull’amicizia, Ricci intendeva mostrare che la civiltà cinese e quella europea coincidevano su temi fondamentali. L’opera stupì la Cina ed ebbe un grande successo: Ricci aveva compreso che la sua missione e il tentativo di accendere il dialogo tra Oriente e Occidente potevano costruirsi unicamente sul saldo fondamento della conoscenza reciproca e dell’umana amicizia.
L’amicizia è dunque lo stile, la maniera di guardare e abitare il mondo, che lo modella, lo cambia e lo rinnova. Matteo Ricci comprende che è al confucianesimo più antico che deve fare riferimento, se vuole riuscire a comunicare il Vangelo in un contesto così lontano nello spazio e nello stile, quale quello del «Paese di Mezzo» (l’espressione cinese per designare la Cina). Divenendo amico, egli stesso cambia, cresce, diventa in maniera più consapevole servitore di quel Cristo che è l’amico di ogni uomo, l’amico che si è incarnato nella vita di ogni uomo. Anche Matteo Ricci è stato modellato dall’incontro con i cinesi.
a) Alcuni passi del trattato Dell’amicizia
Nell’introduzione, Ricci racconta di essere stato pregato dal principe di Jian’an, Qian Zhai, presso il quale si era fermato durante uno dei suoi viaggi, di dirgli che cosa, in Occidente, si pensasse dell’amicizia. La richiesta fu l’occasione immediata della redazione del trattato. Ne citerò alcuni passi più significativi. Sono tratti di saggezza umana, ricca di esperienza, che hanno toccato mente e cuore degli interlocutori di Ricci e hanno confermato, implicitamente, la sua strategia apostolica dell’amicizia.
Nel rapporto fra due veri amici, vi è un reciproco dare e ricevere, senza il quale si finisce per perdere tempo, inutilmente e dannosamente: «Il fine dell’amicizia non è altro che questo: se l’amico mi è superiore, lo imito e apprendo; se io sono superiore, lo miglioro. Impara e insegna, insegna e impara: ambedue si aiutano. Se egli mi è di troppo superiore per imitarlo e apprendere o se egli è di troppo inferiore per esser cambiato, perché dovremmo stare insieme, giocando ogni giorno e perdendo inutilmente tempo? Un amico che non mi fa nessun bene è un ladro di tempo; la perdita che ho subito per il furto del tempo è peggiore del furto delle ricchezze: queste si possono riacquistare, il tempo no» (69).
Amicizia e interesse si contrappongono. Si deve amare l’amico solo per l’amico: «Chi nel contrarre amicizia cerca soltanto il suo interesse e non si preoccupa di beneficiare l’amico, è un mercante, non un amico. L’uomo volgare contrae amicizia come se prestasse soldi: egli non calcola se non l’interesse» (28). «L’amicizia è più utile al mondo che non le ricchezze. Non c’è nessuno che ami le ricchezze solo per le ricchezze, ma c’è chi ama l’amico solo per l’amico» (36).
Il classico tema dell’amico che si conosce soprattutto nei momenti di difficoltà viene ripreso da Ricci con precisione e con un’immagine suggestiva: «Quando tutto procede tranquillamente e non ci sono contrarietà, è difficile distinguere i veri dai falsi amici; ma, quando le avversità sopraggiungono, si dimostra l’amicizia. Infatti, nel momento dell’urgenza i veri amici si avvicinano sempre più, mentre i falsi si allontanano sempre più» (5). «Se metto alla prova l’amico soltanto nel tempo della mia prosperità, non potrò fidarmi di lui. Il polso si tasta alla mano sinistra; la mano sinistra ci fa sapere quando qualcosa non va» (14).
Ricci non nasconde il rovescio dell’amicizia, che è l’inimicizia. Esse stanno fra loro come la musica e il frastuono: «L’amicizia e l’inimicizia sono come la musica e il frastuono, che si distinguono a seconda che ci sia o non ci sia armonia; infatti l’essenza dell’amicizia è l’armonia. Con la concordia le cose piccole crescono, con la discordia le cose grandi crollano. La musica conduce alla concordia, mentre il frastuono conduce alla discordia. L’accordo degli amici è come la musica; il disaccordo dei nemici è come il frastuono» (10).
La gioia, la confidenza reciproca, la solidità del rapporto: ecco i doni dell’amicizia: «Se nel mondo non vi fosse amicizia, non vi sarebbe gioia» (55); «Soltanto colui al quale posso rivelare completamente il mio cuore comincia a essere mio intimo amico» (17); «L’amicizia prevale sulla parentela solo per questo: i parenti possono non amarsi reciprocamente, gli amici no. Infatti le relazioni di parentela restano anche senza amore tra i parenti; ma, se togliete l’amore reciproco tra gli amici, come potrebbe sussistere l’essenza dell’amicizia?» (50).
L’amicizia è alimentata dalla virtù, sola garanzia di relazione duratura: «La virtù duratura è ottimo alimento per un’eterna amicizia. Tutto, senza eccezione, alla lunga diventa noioso per gli uomini; solo la virtù, quanto più dura, tanto più commuove i sentimenti degli uomini. Se la virtù è amabile perfino nel nemico, quanto lo sarà nell’amico?» (90).
Ricci ha creduto nell’amicizia come valore fondamentale per una società che vuole vivere. Ma questa è divenuta per lui anche la prima caratteristica del suo rapporto apostolico con i cinesi, ispirando le vie dell’inculturazione sviluppate da lui e dai suoi compagni.
11 Ivi, n. 22.
12 Ricci M., Dell’amicizia, a cura di Filippo Mignini, Quodlibet, Macerata 2005. L’opera fu pubblicata verosimilmente a Nanchang nel 1595, ma non si sono conservate copie di tale edizione, né della successiva (Nanchino 1599). Il volume citato riproduce l’edizione stampata a Pechino nel 1601, con traduzione italiana e offre inoltre due versioni del testo tradotto in italiano dallo stesso Matteo Ricci. Le citazioni riportate sono seguite da un numero tra parentesi che corrisponde al numero marginale presente nell’edizione del 1601. [N.d.R.]
5. L’inculturazione in via di compimento: una teologia sino-cristiana
Non ci rimangono infatti testimonianze esplicite della predicazione o dell’insegnamento pubblico di Matteo Ricci. La via che egli ha preferito è stata piuttosto quella dell’incontro, del colloquio amichevole, del rapporto personale con l’altro, cercando soprattutto di coglierlo attraverso la sua cultura, cioè il suo modo proprio di vedere il mondo. Su quest’ultimo punto, è interessante chiarire in che modo Ricci abbia aperto la strada — ma molto in questo senso deve essere ancora fatto! — alla rilettura del Vangelo in cinese. Non si è trattato semplicemente di tradurre un testo, ma di riesprimere il Vangelo attraverso le categorie simboliche di questa millenaria cultura. La lingua cinese, come si sa, ha una maniera del tutto peculiare di esprimersi: sono gli ideogrammi. Non usa l’alfabeto con cui noi siamo familiari, ma immagini o icone, che alludono a un significato, aprendone al contempo altri possibili. Non si può mai proporre una traduzione unica e valida per tutti di un testo cinese, né si può fare l’operazione contraria. Verosimilmente, due traduttori useranno caratteri differenti, avendone come equipaggiamento di base più di 25mila 13.
Ora, la scoperta fatta da Ricci e dai suoi successori è stata la capacità di fare una diversa teologia, ovvero di poter esprimere la propria esperienza di fede e di comprensione delle narrazioni bibliche, individuando sensi e significati che un occidentale non può «leggere e scrivere», proprio perché si esprime in maniera differente. Attraverso lo sguardo di chi scrive con gli ideogrammi, si cominciano a vedere cose ulteriori, si sottolineano sfumature e significati complementari a quelli intuiti dalle culture alfabetiche, come quelle occidentali. Questo è il compimento, ancora atteso, dell’inculturazione: una cultura che riceve il Vangelo, lo comprende e lo comunica in maniera differente rispetto a un’altra, ma allo stesso tempo altrettanto vera. Ancor di più se queste culture hanno modalità espressive così differenti come quella visivo-iconografica della Cina, o invece alfabetica dell’Occidente. Grazie a Matteo Ricci, si iniziò a intravedere l’era dei credenti cinesi, ossia cristiani che, leggendo il Vangelo con i «loro» occhi e dentro la loro cultura, comunicano a noi quello che con i «nostri» non potremmo intuire. La comprensione sempre più approfondita del messaggio evangelico è, certamente, un arricchimento per tutti, ma lo è anzitutto per lo stesso missionario, che viene a sua volta evangelizzato.
Nell’ideogramma cinese che indica la parola «amicizia» ci sono due mani che si incontrano: un uomo tende la mano destra, l’altro la copre con la propria. Stringere amicizia è coniugare le proprie capacità di operare nel mondo. Si collabora così nella comune impresa di essere servitori della Creazione.
13 Tanti sono quelli recensiti nel Grand Dictionnaire Ricci de la langue chinoise, Instituts Ricci – Desclée de Brouwer, Paris – Taipei 2001, vocabolario cinese-francese in 7 volumi curato dai gesuiti degli Istituti Ricci presenti in diversi Paesi; la versione digitale uscirà l’11 maggio 2010; cfr <www.grandricci.org>. [N.d.R.]