I precursori di Matteo
POPOLI – Mensile internazionale della Compagnia di Gesù Speciale Matteo Ricci – agosto/settembre 2010
prima di lui. È quanto testimonia la cosiddetta stele di Xi’an. Un seme
non sbocciato, ma molto prezioso per gli eredi del missionario gesuita
Il gesuita Matteo Ricci, nei suoi quasi trent’anni di missione in Cina (1583-1610), aveva cercato a lungo, ma con scarsi risultati, possibili testimonianze di un’antica presenza cristiana in terra cinese. Per una decina d’anni soltanto egli non sopravvisse al grande evento che mutò la conoscenza della storia del cristianesimo in Cina: la scoperta, databile intorno al 1623-1625, di una lunga iscrizione cristiana su pietra risalente alla fine dell’VIII secolo. Essa racconta l’arrivo di religiosi della Chiesa siro-orientale (o Chiesa assira, spesso impropriamente detta Chiesa nestoriana) nella capitale dell’impero cinese e le alterne vicende delle comunità cristiane tra il 635 e il 781, ai tempi della dinastia Tang. Questo reperto, comunemente noto con il nome di «stele nestoriana di Xi’an», ha posto nell’anno 635 il primo punto certo nella nostra conoscenza del cristianesimo cinese, in quell’epoca indicato in Cina come «insegnamento luminoso» (jingjiao). Sulla presenza di cristiani in territorio cinese prima del VII secolo rimangono soltanto ipotesi interessanti, ma ancora non supportate da fonti sufficienti e attendibili: una di queste vedrebbe la prima evangelizzazione della Cina già a opera dell’apostolo Tommaso.
APRIRE UNA PORTA
Se non toccò in sorte al pioniere della missione gesuita in Cina il privilegio di conoscere i contorni di una fiorente cristianità presente in Cina alcuni secoli prima del suo arrivo, furono i confratelli che lo seguirono poco tempo dopo a interpretare il reperto cristiano, a diffonderne la conoscenza e a «sfruttarne» il significato ai fini della propria strategia missionaria.
Per i gesuiti in Cina, infatti, la scoperta della stele di Xi’an rappresentava un’opportunità imperdibile nel loro tentativo, iniziato alcuni decenni prima, di aprire al cristianesimo la resistente porta della cultura cinese. La stele cristiana del 781 era soprattutto una prova tangibile dell’antichità della religione cristiana e, per questo motivo, rappresentava il punto di appoggio ideale per la conversione dei cinesi, per i quali sarebbe risultato molto arduo credere a una «novità», a un messaggio così recente per la millenaria civiltà cinese. Infatti, una domanda che i letterati cinesi si facevano spesso, incontrando il messaggio proposto dai missionari gesuiti, era proprio la seguente: «Come mai una religione tanto venerabile, e proposta come credibile dai “saggi dell’Occidente”, è arrivata tanto tardi in Cina?».
Questo è esplicitato chiaramente in alcune parole dei protagonisti stessi della missione gesuita alla fine della dinastia Ming e all’inizio della successiva dinastia Qing. Così, ad esempio, scrive nel 1641 Álvaro de Semedo, il primo europeo a vedere la stele dopo la sua scoperta e a tradurne l’iscrizione nel resoconto del suo soggiorno in Cina: «Finalmente avemmo la fortuna di trovare un documento che dimostra chiaramente e irrefutabilmente essere esistita ed essere fiorita in Cina la religione cristiana parecchi secoli innanzi».
«TAVOLETTA DEGLI ANTENATI»
L’identificazione tra l’«insegnamento luminoso» fiorito in epoca Tang e la «dottrina celeste» giunta in Cina grazie alla missione di Ricci e dei suoi «eredi» fu presto operata dai convertiti cinesi, quali i letterati Li Zhizao e Xu Guangqi. Sappiamo poi che, dal momento della scoperta della stele fino al 1660 circa, alcuni convertiti si facevano chiamare «discepoli dell’insegnamento luminoso», e che diverse chiese vennero chiamate «chiese dell’insegnamento luminoso». Inoltre, vari poemi scritti da letterati cinesi, anche non cristiani, contengono allusioni alla scoperta della stele di Xi’an. In particolare, quelli scritti in onore di Giulio Aleni (1582-1649) testimoniano come il gesuita bresciano abbia trasmesso agli uomini di lettere cinesi da lui incontrati e con cui era solito conversare il messaggio che «l’evento dell’incarnazione e l’arrivo della religione in Oriente non è iniziato soltanto oggi», come si esprime lo stesso Aleni.
In sintesi, dunque, dalle diverse testimonianze contenute negli scritti dei missionari gesuiti e dei cristiani cinesi da questi evangelizzati possiamo ricostruire il loro approccio nei confronti dei primordi del cristianesimo in Cina. L’antico «insegnamento luminoso» era essenzialmente percepito come l’illustre antenato dell’«insegnamento del Signore del Cielo», la religione cattolica portata in Cina da Ricci, Aleni e da altri confratelli gesuiti. La stele di Xi’an era dunque considerata una sorta di «tavoletta degli antenati» da venerare quale simbolo di quella Luce che era stata accesa durante la dinastia Tang e che poi fu offuscata per alcuni secoli: ciò che era necessario era dunque soltanto rifornire nuovamente d’olio la lampada.
Questo era il compito di cui i gesuiti nel Seicento erano consapevoli, come appare chiaro dalle parole di un altro «gigante» della missione in Cina, Johann Adam Schall von Bell, scritte nel 1642: «Durante la dinastia Tang alcuni letterati [...] giunsero [in Cina] con libri e statue per presentarli a corte e per spiegare i precetti di questo insegnamento [all'imperatore], il quale, dopo aver compreso la natura del Signore, decretò la costruzione di templi in cui si rendesse culto a Lui. Per più di duecento anni questo insegnamento fu praticato in tutto l’impero. Tutto ciò è spiegato nell’iscrizione incisa sulla stele dell’insegnamento luminoso. Da quel tempo a oggi sono trascorsi circa mille anni, così che uomini di un’altra razza hanno dovuto venire in Cina per restaurare la tradizione che si era interrotta, dal momento che l’insegnamento del Signore si era estinto». Questo è ciò che i gesuiti fecero con coraggio e con esiti che oggi possono apparire modesti, ma che furono assai fecondi e duraturi per il futuro della fede cristiana in Cina.
* Monaco di Bose
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