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Articolo di p. Pirola su p. Ricci

Autore // veritas
Postato il // 29 ago 2012

Matteo Ricci e Giuseppe Pirola, Gesuiti

Al caro Giuseppe, il Padre Pirola, gesuita, da poco scomparso per una malattia incurabile con tutto l’affetto, la stima, l’esempio, il ricordo.
Il ricordo di una figura retta, sana, lucida, intransigente con la mediocrità.
Buono, comprensivo, sempre disponibile, sempre informato sulle vicende che ci circondano, grande maestro di filosofia e di vita, grande oratore con grande forza di sintesi e di contenuti non solo cristiani, grande commensale per comunicatività, per simpatia, per apertura mentale.
Questo che segue è l’ultimo suo scritto, traccia, per l’ultima conferenza che ha tenuto a Padova il 30 Gennaio 2010 al Palazzo Moroni, poche ore prima di lasciarci per sempre.
Mi fa piacere ricordarlo, e farlo ricordare, con questo suo ironico, ma “sano” detto:
“ Ricordati che in Paradiso non ci si va sani “.

Girolamo Bulgarini d’Elci


10/03/10 – Matteo Ricci s.j. (1552-1610) Ingresso in Compagnia ( 1571)Studi al Collegio Romano (1572: Clavio e Bellarmino); a Lisbona e Coimbra (1577) parte e arriva a Goa ( 1578)

Introduzione.
Il centenario della morte di Matteo Ricci ha favorito, forse per la prima volta, un’abbondanza di iniziative di celebrazione e insieme di interpretazioni disparate della sua opera pioneristica. Per secoli, a dire il vero, il Ricci è stato ignorato dal grande pubblico italiano, a differenza dalla Francia, fino al 1911, terzo anno centenario della sua morte, in cui il P.P.Tacchi Venturi pubblicò le sue opere
Matteo Ricci s.j. (1552-1610) Ingresso in Compagnia ( 1571)Studi al Collegio Romano (1572: storiche, e cioè I Commentari della Cina dall’autografo inedito, e le Lettere (1913) a cura del Comitato per le onoranze nazionali, e al 1942, in cui il Ricci fu onorato con la Edizione Nazionale delle opere edite e inedite del P.Matteo Ricci, sotto il titolo generale di Fonti ricciane, edite e commentate sotto il patrocinio della Reale Accademia d’Italia, dal sinologo P.Pasquale M.D’Elia. L’EN, terminata nel 1949, comprende i tre volumi della Storia dell’introduzione del Cristianesimo in Cina, opera del Ricci (titolo altro da quello dell’edizione del Tacchi Venturi).
Le commemorazioni attuali sono ispirate più a una retroproiezione di problemi attuali,culturali, politici, e di teologi delle missioni, che hanno tutt’altro contesto storico. Il Ricci, infatti, si situa al punto del primo incontro di un europeo con le forti culture asiatiche, diremmo al punto zero del problema di comunicazione tra culture che prima si ignoravano ed era ignote l’una all’altra. Oggi invece si tratta di rapporti ravvicinati, tra popoli e culture e religioni, a differenti livelli economico, sociale politico, oltre che religioso, o addirittura di un’intersezione in corso tra popoli e culture diverse, abitanti nello stesso territorio.
Queste interpretazioni inoltre hanno il difetto di non esaminare innanzitutto quale sia stata l’opera missionaria del Ricci. Io invece mi occuperò di questa sua opera missionaria, nel suo contesto storico, rovesciando il metodo e cioè cercando quel futuro che è presente in essa, e che è tutt’ora impedito di dare i suoi frutti attuali; anziché di facili attualizzazioni parlerò di una attualità propria del Ricci non ancora realizzata, anzi ancora oggi ostacolata nel presente contesto.
Mi spinge in questa lettura in chiave utopica dell’opera del Ricci, quanto scrive Ch.Taylor, filosofo canadese di fama mondiale nel suo libro “La modernità della religione”, Meltemi Roma 2004, che si pone la domanda di quale Cristianesimo il Ricci intendesse promuovere la diffusione. A quell’intento del Ricci egli attribuisce la forza per la risoluzione dei problemi storici tra cristianesimo e modernità, che conferirebbe al cristianesimo occidentale attuale, una sua modernità insuperata, se e a condizione che la Chiesa accolga il messaggio del Ricci e voglia applicarlo, per divenire cattolica in un senso nuovo e aperto.
Articolerò la mia relazione in tre parti: obiettivo missionario dell’opera del Ricci; ricerca delle condizioni da soddisfare per realizzarlo; prospettive aperte sul futuro della Chiesa e del mondo o meglio del regno di Dio per tutti gli uomini, e cioè come e quale Cristianesimo diffondere nel mondo attuale globalizzato e diviso in differenti aree culturali.

1. La missione del Ricci fa parte dell’evangelizzazione dell’Est asiatico, opera della Compagnia di Gesù’.
La missione del Ricci, come recita il testo stesso del Ricci, aveva lo scopo di introdurre il Cristianesimo in Cina. Lo scopo missionario dell’opera del Ricci esclude ogni questione se sia stato il primo a entrare in Cina, perché fu preceduto con altri scopi e obiettivi da Marco Polo, e da mercanti e personaggi politici portoghesi. Non esclude invece la domanda se sia stato il primo a introdurre il Cristianesimo in Cina. In rapida sintesi: Ricci fu preceduto dai Nestoriani, che si allontanarono sempre più dai confini dell’Impero Bizantino e penetrarono anche nella Cina, tra il 635 e il 980 d.C. fondando comunità cristiane, ma lasciando scarse tracce della loro presenza. Seguirono i Francescani, dal 1245 al 1368, al tempo in cui la Cina era caduta sotto il dominio dei Tartari; ma sparirono anch’essi senza lasciare tracce dopo che la dinastia tartara fu eliminata da una dinastia cinese. Il Ricci non fu neppure il primo religioso (Domenicani e Francescani) e neppure il primo gesuita, a entrare in Cina; questi entrarono ma venivano espulsi immediatamente, perchè i stranieri dal loro territorio.,
La missione apostolica del Ricci va inquadrata in quella di tutta la Compagnia di Gesù nell’Estremo Oriente, iniziata dal Saverio che fu il fondatore e organizzatore di tutte le missioni dell’Est asiatico, Cina compresa, anche se morì a Sanciano nel 1552 alle soglie della Cina. E’ al Saverio che il Ricci attribuisce il merito di esserne stato l’iniziatore. A spingere il Saverio verso la Cina, fu la scoperta che i Giapponesi erano culturalmente dipendenti dalla cultura cinese. I Giapponesi al suo annuncio del Vangelo gli avevano obiettato: come mai dite che la vostra religione è vera se i Cinesi non la conoscono e non sono affatto cristiani? La missione cinese fu proseguita con tenacia dal Valignano, anche contro alcuni gesuiti portoghesi e spagnoli presenti a Macao, sulle coste Sud della Cina, che la giudicavano impossibile per il veto cinese in Cina e soprattutto alla loro residenza stabile in Cina. Il Ricci parla del suo futuro compagno Ruggeri, vissuto per 30 mesi alle soglie della Cina con gesuiti portoghesi e spagnoli, nei termini di martirio. Ad essi si oppose il Valignano, il quale destinò due gesuiti il Ricci e il Ruggeri a tentare l’impresa, e continuò poi a destinare altri gesuiti, a procurare rendite a sostegno economico della missione, fino a proporre che il Papa inviasse un’ambasceria all’Imperatore ( proposta che fallì). Più importante ancora, diede loro delle direttive precise da seguire (1582, rinnovate nel 1595, e ricopiate a mano dal Ricci) perché la missione riuscisse. Come si vede, si tratta di tre italiani. Perché? Perché il p. Generale Acquaviva, informato dal Valignano circa gli ostacoli posti dai gesuiti portoghesi e spagnoli, sulla missione cinese, nominò superiore un italiano, Valignano e missionari due altri italiani Ricci e Ruggeri; il Ricci a sua volta sarà nominato poi superiore della missione in Cina.
La missione in Cina è quindi un’opera non del solo Ricci, ma della Compagnia di Gesù, ed era una missione apostolica: introdurre il Cristianesimo in Cina, cercando di ottenere non il solo ingresso a scopo missionario, ma la residenza stabile dei gesuiti in Cina. La motivazione, già del Saverio e fatta propria dal Valignano, è la seguente: se non si affronta il problema della cultura cinese, non si può risiede stabilmente in Cina e introdurre il cristianesimo in Cina. La motivazione contiene anche una prima informazione circa il problema da sciogliere perché il progetto riuscisse: la superiorità della cultura cinese diffusa nell’Est asiatico; e la necessità storica di passare attraverso l’acquisizione della cultura cinese, se si voleva fare opera missionaria in Cina. Le direttive del Valignano dettate al Ricci, proseguono lungo questa linea: Imparare a parlare, leggere, scrivere in cinese; studiare usi, costumi, ordinamenti sociali e politici, cioè tutto l’insieme della cultura cinese, a partire dalla geografia; produrre opere a stampa in cinese e diffonderle. Questo era “quanto necessario per tentare l’impresa quando Dio vorrà.”
Nel 1582 il Valignano inviò il Ricci dall’India a Macao per congiungersi con il P.Ruggeri, che era già lì per questo scopo. Il Valignano ordina al Superiore di Macao di non affidare ai due compiti apostolici locali perché dovevano occuparsi solo dello studio della lingua cinese. Nel 1583 i due entrano in Cina. In altre parola: mettere in tasca il Vangelo e dedicarsi ad assimilare la cultura cinese, chiave d’ingresso e residenza stabile dei gesuiti in Cina. imo in Cina. Non si può predicare il Vangelo ai cinesi da stranieri. Lo impedisce la differenza culturale. Come dicevano le direttive del Valignano, il Ricci non si doveva occupare di immediate conversioni e tanto meno di battesimi dei cinesi, “per non darli occasione di buttarci di qui” (Lett,,p.63) nè convertirli e battezzarli “senza cercarli noi”, cioè solo a loro libera richiesta. Perciò i due missionari,messo il vangelo in tasca, si diedero a studiare la cultura cinese nei suoi diversi ambiti e aspetti, e tentarono di insediarsi in Cina,
Scriveva ancora il Valignano nel 1595: bisogna procurare di “avere entrata alla corte di Pechino e al re perciocché la stata (residenza stabile) dei Padri non fusse approvata dallo stesso Re, mai avrebbe potuto essere sicura”.(Ib.CXIX). Era necessario il consenso dell’Imperatore per ottenere una residenza stabile e sicura ai missionari in Cina. Perciò il Ricci tentò fino a riuscirci a entrare alla corte imperiale.

2. Come il Ricci portò a compimento la sua missione evangelizzatrice
L’indagine del Ricci comincia da questa domanda: perché i cinesi chiudevano l’accesso in Cina agli stranieri? Il Ricci seppe mettere a fuoco il fenomeno della chiusura della Cina agli stranieri. Ecco la risposta:
- “per questa terra avere aver molta paura di noi di essere venuti a pigliare il suo regno”. Il motivo addotto dai cinesi, e il timore di una conquista militare del loro territorio da parte di portoghesi entrati in Cina come mercanti e missionari, non era affatto infondato (Lettere,1585,p.62). Lo prova la conquista portoghese di territori sulla costa dell’India, dei missionari entrati con i mercanti portoghesi cui seguì la conquista militare.
-non era accettato come residente chi non sapesse la lingua cinese. (D’Elia, I, CXVIII). I mercanti portoghesi che andavano e venivano, si servivano per il commercio di interpreti cinesi, come i missionari; il che voleva dire per i cinesi che erano e volevano restare da stranieri in Cina, per perseguire in Cina i propri interessi, economici, politici e religiosi.
-i letterati cinesi disprezzavano gli stranieri perché barbari ( Ib. CX) o senza cultura. Il fenomeno è riscontrabile anche in Grecia antica ad Atene.La cultura cinese era il frutto di una elaborazione culturale propria e autonoma, fatta in un lungo periodo storico di splendido isolamento, anche dovuto a mancanza di comunicazione con l’Europa, cultura che rese autosufficiente la Cina (Ib. I; CXCII; CVII; CVIII)
-Superiorità reale della cultura cinese rispetto all’Est asiatico ( Giappone..) di cui la Cina era la fonte.
Qual’era il giudizio del Ricci su questa superiorità? Annotava il Ricci della Cina del suo tempo: “ la grandezza dell’impero, la nobiltà di questo popolo, la grande e lunga pace che vi dura da parecchi secoli, la prudenza dei magistrati e l’amministrazione della repubblica”..
“ i cinesi ingegnosi e amanti degli studi di tutte le buone arti e delle scienze”.
Osservazione ancora più importante:”sapendo bene quanto le lettere erano stimate in un paese in cui non vi era altra forma di nobiltà che il sapere” (Ib.CXXVII). Non vi erano nobili per nascita in Cina. Ma il testo dice di più: la nobiltà in Cina la dava solo la cultura. Solo i mandarini accedevano a cariche dello Stato, per la loro cultura, “ in modo che quei che tengono ingegno tutti possono essere grandi” (Lett.p.69). Noto che tutte queste motivazioni sono motivazioni di fatto, frutto di osservazioni e indagini.
Nb. Questo non toglie che il Ricci si rese conto anche dei limiti di quella cultura ( i cinesi non sono buoni soldati; alcuni praticavano l’omosessualità; alcuni mandarini commettevano ingiustizie..Ib.CXXI, n.5). Queste osservazioni rivelano che Ricci concepì una grande stima della cultura cinese, che, noi diremmo, era uno Stato fondato sulla cultura, governato da saggi o sapienti, su su fino all’Imperatore rappresentante in terra del Signore del Cielo.
Quale fu allora il piano apostolico del Ricci?
“ Non era certo lui che avrebbe voluto europeizzare i popoli dell’estremo oriente. Egli voleva
invece e con forza che in tutto quello che è compatibile col dogma e con la morale evangelica, i missionari si facessero indiani in India, cinesi in Cina, giapponesi in Giappone. Così pel cibo, per le vesti, per i costumi sociali, insomma per tutto quello che non è peccato. Et è cosa, dice egli, (Val.) che importa molto di più di quel che l’huomo può pensare”. (D’Elia, I, XCIII: il testo del Val. fu ricopiato a mano dal Ricci)
-Esclusione quindi dell’ipotesi che per divenire cristiani i cinesi dovessero europeizzarsi.
-I Cinesi per diventare cristiani non devono modificare nulla della loro cultura, dal cibo, vesti, costumi sociali, alla cultura letteraria o sapienziale;
-il criterio di compatibilità/incompatibilità della cultura cinese con il Cristianesimo ha un limite preciso: esso è fissato dalla fede e morale cristiana, ed esclude tutto e solo ciò che fosse peccato o contro la fede o contro la morale cristiana.
-Questo criterio è di più di quanto l’uomo può pensare; e’ un criterio derivante da fede e morale cristiana, non da pensieri umani. Non conta quindi ciò che l’uomo può pensare ma ciò che detta la Parola di Dio. Esclusione di una interpretazione cattolico- romana europeistica della cultura cinese. Esame serio e rigoroso che farebbe emergere gli eventuali punti di incompatibilità.
- conseguentemente: necessità di presentarsi come un saggio dell’Occidente. Questo è il senso di farsi cinesi in Cina, assimilare la cultura cinesi per i suoi pregi elevata. che non significa affatto negare la propria identità culturale cristiana ed europea, pretesa del tutto impraticabile, anzi esigeva di presentarsi in Cina come un saggio occiedentale..
Come si vede il progetto non ha nulla da spartire con un’apologetica spicciola; non è un piano di adattamento a condizioni fattuali, temporaneo o provvisorio; né tanto meno è un artificio per raggiungere propri scopi, più o meno dichiarati, perché si tratta di un progetto di comunicazione con la Cina, che in forza della sua alta cultura, esigeva che per introdurre il Cristianesimo in Cina si doveva tenere conto di essa e confrontarsi con essa. Ed eliminare quell’ostacolo alla predicazione del vangelo che è il peccato e la necessaria conversione.
Nasce così con il Ricci il metodo della scambio culturale, previo e necessario per una pacifica evangelizzazione che lascia al cinese la libertà di giudizio sulla cultura europea e la libertà di convertirsi, senza preoccuparsi di rapide conversioni o battesimi. Ma ne segue anche la necessità per il missionario di presentarsi come un europeo colto e saggio, ai cinesi colti e saggi, cominciando dai ceti colti. Ricci corresse anche l’errore dei gesuiti portoghesi che si vestivano da bonzi per significare che erano predicatori di una religione. Il buddismo in Cina era una religione di importazione dall’India, diffusa tra il popolino. Mentre i saggi cinesi erano confuciani, che Ricci non chiama religione ma sapienza. E si vestì da mandarino.
La necessità di appropriarsi dell’alta cultura cinese, i suoi rappresentanti o mandarini, su su fino all’Imperatore, privilegiando cultura e alti ceti sociali, e di cercare lo scambio culturale nel pieno rispetto delle differenze tra cultura europea e cultura cinese, e della loro libertà, presentandosi come un europeo colto e saggio, dipende quindi dal fatto che la Cina era una nazione fondata sulla cultura, sia socialmente che politicamente, non da scelte pregiudiziali di ceti alti e potenti.
Si vedano queste frasi del progetto ricciano : “ senza abbandonare il popolo concentrare tutte e forze e le energie sui dirigenti della società, che in Cina erano i mandarini e i letterati” (Ib.CXI). Perché?
“Non era necessario confutare la dottrina degli idoli (buddismo popolare) ma che solo intendesse a insegnare le matematiche”(Ib.CX).
Conseguenze: “avvenne che molti imparate le nostre scienze di matematica, si risero della legge e della dottrina degli idoli dicendo che chi tanti errori dissero delle cose naturali e di questa vita non è raggione che gli si dia credito nelle cose soprannaturali e dell’altro mondo” (Ib.CXXIII).
“Il ministro dei riti promulgò un decreto firmato dall’Imperatore in cui fortemente impugnava il buddismo (popolare) importato dall’India. (Ib.CXXVI).
Quando il Ricci offriva ai mandarini orologi, prismi veneziani, cartografia e mappamondi, libri ( la Bibbia Poliglotta di Aversa, legata in oro) stampe rappresentanti città europee, dipinti con prospettiva, non faceva doni per propiziarsi amicizie, ma offriva esempi della cultura europea, su su fino alla geometria di Euclide e all’astronomia. E la cultura europea trovò viva accoglienza e suscitò l’interesse dei cinesi: (Lettere, p.64). Ma qui emerse l’ultima difficoltà: l’immagine del Crocifisso suscitò la reazione negativa dei cinesi, perché non era compatibile per loro con la nozione di divinità (il Signore del Cielo e dell’armonia del mondo)..
L’apostolato del Ricci in fondo consistette quasi esclusivamente nel conversare di scienze con i mandarini che visitava e riceveva, e nello scrivere in cinese le sue opere.
Questo metodo permise al Ricci di arrivare a Pechino e a corte pure dopo avventure e disavventure; di fissarsi a corte, mantenuto a spese dell’erario, e di introdurre stabilmente i gesuiti in Cina.

3. E ecclesialmente?
Non farà meraviglia che dopo quanto detto il Ricci in 25 anni di lavoro convertì e battezzò circa 2.000 cinesi, per lo più buddisti del popolino, e solo qualche mandarino. Ma, come scriveva al P:.Generale Acquaviva: Ho annunciato il vangelo in Cina a milioni di cinesi..Come si vede il Ricci pensò alla sua missione e ai suoi esiti sul lungo periodo in base alle direttive avute e praticate. Una proposta del vangelo alla libertà dei cinesi, previo il libero e rispettoso scambio culturale che lasciava tempo a entrambi di mettersi in discussione, o di aprire discussioni con l’altro, prendere decisioni libere e mature. Indipendentemente da quanto pensava il Ricci, egli aprì la via conseguente al metodo dello scambio culturale libero e pacifico, rispettoso delle differenze culturali, e della libertà dei cinesi, che avrebbe indotto quella mutua trasformazione che alla lunga avrebbe portato a un cristianesimo nuovo per entrambi. Questo modo di evangelizzazione non è praticato neppure oggi: i missionari arrivano in paesi stranieri e predicano immediatamente il vangelo, facendosi carico di apprendere la cultura locale. Si pensi all’Africa e all’Est Asiatico dove la missione non da che esiti minimi. Non c’è un vero scambio culturale che rispetti libertà e autonomia di conversione a lunga scadenza. In secondo luogo: tornando alla tesi di Taylor sul Ricci: la mutua trasformazione indotta da uno scambio culturale pacifico e libero apriva la pista a un Cristianesimo nuovo, veramente cattolico, non da esportazione né omogeneizzato, che esige una mutazione dei due partners, cosicchè nessuno rimaneva quel che era dopo e in conseguenza dello scambio culturale, ma esigeva un Xmo, uno sì, ma nelle differenze ecclesiali, lasciate al loro libero e autonomo sviluppo sotto l’unica regola della parola di Dio e dello Spirito, conforme alla missione del regno di Dio, proposta da Gesù Cristo. Non va nella linea di sviluppo del progetto missionario del Ricci, o nella linea della fondazione di una Chiesa cattolica cinese, chi intende che lo scopo dell’azione missionaria sia la diffusione della religione cattolica ma quella del Regno di Dio, nozione evangelica e ignaziana quant’altre mai, che non coincide con l’espandersi della Chiesa romana, tanto meno con l’esportazione o diffusione di essa a livello mondiale. Nel passato del Ricci c’è un futuro per l’oggi, anche se non mancano antichi e nuovi ostacoli.
A questo punto anche l’impraticabilità di una concordia tra dottrine confuciane religiose ( sapienziali, dice Ricci) e i dogmi cristiani, rilevata da sinologi francesi come Gernet, non sono false se non nel momento in cui chiudono la questione sul tentativo del Ricci, anziché sul processo storico nuovo aperto dal Ricci.

Padre Giuseppe Pirola s.j.

N.B. Il presente scritto è pubblicato nel sito Internet: www.arteantica.eu nella sezione ” Ultimi articoli pubblicati “.
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