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13 marzo 2013: “Chiesa e modernità: risvolti ed echi della crisi modernista”

Autore // veritas
Postato il // 06 mar 2013

Mercoledì 13 marzo 2013, con inizio alle ore 18.30 avrà luogo un incontro con Giovanni Miccoli, storico di Trieste, su: ” Chiesa e modernità: risvolti ed echi della crisi modernista

Proinde fidem patrum firmissime retineo et ad extremum vitae spiritum retinebo, de charismate veritatis certo, quad est, fuit eritque semper in episcopatus ab apostolis successione, non ut id teneatur, quod melius et aptius videri possit secundum suam cuiusque aetatis culturam, sed ut numquam aliter credatur, numquam aliter intellegatur absoluta et immutabilis veritas ab initio per apostolos praedicata (DS 3549). „Mantengo pertanto e fino all’ultimo respiro manterrò la fede dei padri nel carisma certo della verità, che è stato, è e sempre sarà nella successione dell’episcopato agli apostoli, non perché si assuma quel che sembra migliore e più consono alla cultura propria e particolare di ogni epoca, ma perché la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli non sia mai creduta in modo diverso né in altro modo intesa)”.

La penultima dichiarazione, appena citata, del Giuramento antimodernista contenuto nel Motu proprioSacrorum Antistitum” del papa Pio X del 1910 (DS 3537-3550) – giuramento definitivamente abolito appena dopo il Concilio Vaticano II – fornisce in controluce i contorni della questione dell’inevitabile collocazione storica e culturale non soltanto dello strumento espressivo (linguaggio) ma delle stesse modalità di (pro)posizione del problema; questione fondamentale, che da sempre si presenta all’intelligenza di chi si  sofferma a considerare la forma espressiva ed insieme il contenuto delle proposizioni che esprimono concetti di portata esistenziale o valoriale – appartengano esse al campo filosofico o teologico, provengano dal sommo pontefice o dall’uomo comune.

Come ha sottolineato lo storico Giovanni Miccoli – che sarà ospite del Veritas nel prossimo Incontro di mercoledì 13 marzo per parlare del tema che costituisce il titolo della presente notizia – nel suo recente volume “La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma” (ed. Laterza, Bari, 2011) con la “crisi modernista” subìta dalla Chiesa Cattolica negli ultimi decenni del XIX secolo e nei primi decenni del XX “l’attacco … non viene solo da fuori ma trova all’interno di essa i suoi più pericolosi protagonisti. E ciò perché l’ “errore” ha fatto breccia nella sua compagine. La denuncia di Pio X è esplicita: << I fautori dell’errore già non sono oramai da ricercarsi fra i nemici dichiarati: ma, ciò che dà somma pena e timore, si celano nel seno stesso della Chiesa, tanto più perniciosi quanto meno sono in vista. Alludiamo, o Venerabili Fratelli, a molti del laicato cattolico, e, ciò che è più deplorevole, a non pochi dello stesso ceto sacerdotale, i quali, sotto finta di amore per la Chiesa, scevri d’ogni solido presidio di filosofico e teologico sapere, tutti anzi penetrati delle velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si dànno, senza ritegno di sorta, per riformatori della Chiesa medesima (…)>>” (Lettera Enciclica Pascendi Dominici Gregis, citata a pag. 83-4 op. ult. cit.).

Agli inizi del secolo scorso la Chiesa Cattolica ritiene di essere ancora in grado di proporre, in opposizione al “pensiero moderno”, un proprio impianto filosofico e teologico unitario solidamente e dogmaticamente strutturato, capace di fornire su molte e disparate questioni proposizioni dotate di incontrovertibile valenza veritativa. Il dibattito, o meglio il confronto, si svolge allora quasi esclusivamente su un piano astratto e teorico; raramente coinvolge in modo diretto le persone e le vite concrete dei suoi attori. A quel tempo la difesa dell’ortodossia aveva preminenza sulla considerazione dell’ortoprassi.

Oggi la Chiesa Cattolica, ma non soltanto questa Chiesa, si trova sempre più di frequente al centro di molti aspri confronti con il “mondo”, confronti di altra portata, che toccano anche direttamente i comportamenti dei credenti, laici ed ecclesiastici che essi siano.

Benedetto XVI, parlando apertamente di “sporcizia” nella Chiesa poco prima della sua elezione a papa ed anche in successivi interventi non ha evitato di usare parole inconsuete per un pontefice, allo scopo – ritengo – di  richiamare tutti i credenti ad una sempre più piena conversione a Cristo, senza timore di far emergere la verità fattuale e senza timore neppure di rappresentare la condizione della stessa chiesa.  “Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo.” (Preghiera per la Nona Stazione della Via Crucis – Venerdì Santo 2005 – http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2005/via_crucis/it/station_09.html).

Più recentemente, dopo avere annunciato le proprie dimissioni dal ministero petrino, lo stesso papa nell’udienza del 14 febbraio scorso ha raccontato al clero romano un episodio occorsogli da giovane teologo, chiamato dal card. Frings di Colonia a predisporre una  traccia per un intervento a Genova, su invito del card. Siri, sul tema Il Concilio e il mondo nel pensiero moderno. Benedetto XVI, alludendo al carattere innovativo dell’intervento così com’era stato da lui preparato e poi presentato dal card. Frings, ha ricordato il sentimento sperimentato quando, dopo la conferenza, il card. Frings era stato chiamato a Roma da papa Giovanni XXIII. Però papa Giovanni entrò e disse: “Grazie, Eminenza, Lei ha detto le cose che volevo dire e non ho trovato le parole”.

Le parole e i linguaggi, anziché essere una “maschera” che la nasconde – come purtroppo spesso capita di dover costatare in tanti discorsi pubblici e privati –, rappresentano una modalità della rappresentazione della realtà, della vita, del pensiero, dei desideri, come essi sono percepiti e vissuti da chi parla e da chi ascolta.

È importante che non soltanto i singoli credenti ma che anche la Chiesa riesca ad ammettere di non essere sempre in grado di trovare in tempo le parole adatte per esprimere la Verità che ci è affidata.

Giovanni Miccoli, professore emerito di Storia della Chiesa dell’Università di Trieste ed autore di opere fondamentali e minuziosamente documentate sulla storia della chiesa cattolica (Francesco d’Assisi e l’Ordine dei Minori, 2009), e in particolare sulla storia dell’ultimo secolo (tra gli ultimi titoli: I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda Guerra Mondiale, 2007; In difesa della fede. La chiesa di Giovanni paolo II e di Benedetto XVI, 2007; La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla conquista di Roma, 2011), nell’incontro del prossimo 13 marzo ci aiuterà ad interpretare, anche alla luce del recente, straordinario annuncio di dimissioni di Benedetto XVI, il procedere della Chiesa tra la cultura propria e particolare di ogni epoca e la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli, tra confronto e dialogo con la “modernità”, tra fides e ratio. (Alessandro Deboni)

Articolo sull’incontro con il prf. Giovanni Miccoli

“I principi cattolici non si cambiano, né per volger d’anni, né per mutar di paesi, né per nuove scoperte, né per motivi d’utilità. Essi sono sempre quelli che Cristo insegnò, che pubblicò la Chiesa, che definirono i Papi e i Concilii, che tennero i Santi, che difesero i Dottori. Conviene prenderli come sono o come sono lasciarli. Chi li accetta in tutta la loro pienezza  e rigidezza è cattolico; chi tentenna, balena, si adatta a’ tempi, transige, potrà chiamare se stesso con quel nome che vuole, ma dinanzi a Dio e alla Chiesa egli è un ribelle e un traditore”. Così scriveva su La Civiltà Cattolica padre Salvatore Maria Brandi  [CC, 50 (1899), I, p. 653].

Ma la crisi modernista non è frutto soltanto della rigida applicazione di questa visione ai rapporti interni – ha detto Miccoli nel suo intervento al Veritas il 13 marzo – non nasce soltanto dal tentativo di inserire pienamente la Chiesa nella storia; essa coinvolge anche ed investe più ampiamente l’insieme del suo modo di porsi verso il mondo e la società, sottopone più o meno direttamente a revisione e a critica quella drastica contrapposizione che la cultura intransigente era venuta costruendo nei confronti del proprio tempo, e dunque la lettura stessa che il magistero aveva dato di esso e le condanne che l’avevano colpito. Era un mettere in discussione, implicitamente, le competenze stesse del magistero: in quel contesto di Chiesa, fresco ancora del pronunciamento del concilio Vaticano sull’infallibilità personale del papa, la sua stessa autorità.

            Fermarsi tuttavia a queste enunciazioni generali, ha detto Miccoli, ignorerebbe ciò che per molti, che in quella crisi furono loro malgrado coinvolti, era frutto di atteggiamenti irriflessi, di una temperie spirituale che sollecitava a nuove esperienze e guardava con ottimismo alle possibilità offerte da un rinnovato impegno cristiano nella vita del proprio tempo, piuttosto che di visioni ragionate e di programmi pienamente consapevoli. Veniva chiamato “riformatore” un gruppo che poneva domande e affrontava questioni relative al lascito della tradizione, al significato dei dogmi, alla libertà della ricerca, ai doveri dell’ortodossia, ai limiti dell’autorità gerarchica – un gruppo ancora relativamente ristretto, fatto di preti e laici vogliosi di studiare e di aprire la Chiesa a nuovi rapporti con il proprio presente:  un universo cioè variegato, multiforme, eterogeneo.

            La condanna contro il modernismo di Pio X (enciclica Pascendi dell’8 settembre 1907) abbraccia  invece un unico corpo ben compatto, e comprende: agnosticismo, immanentismo totale, evoluzionismo, razionalismo, criticismo, negazione della validità della tradizione.

Una tale forzatura sistematizzante – incalza Miccoli – facilitava l’individuazione dei nemici allargando a dismisura il campo degli avversari: essa era l’espressione di un impianto culturale e di un sistema mentale che tendeva irresistibilmente a riportare ad unità concettuale, agli universi contrapposti della verità e dell’errore, l’intera varietà dei comportamenti umani, secondo quel procedimento teologizzante, di antiche radici, che consiste nel trasferire sul piano dell’infinito, delle contrapposizioni irriducibili tra bene e male, le frastagliate, multiformi, contraddittorie realtà della storia. Da ciò anche il formarsi di una sorta di incomprensione radicale, di incomunicabilità di linguaggi, tra quanti operavano secondo tali premesse e coloro che in vario modo e misura si richiamavano a criteri e metodi suggeriti dalla cultura contemporanea: di qui accuse di cospirazione, scomuniche, delazioni, emarginazioni, promozioni indebite, protagonismi di mediocri, culto della personalità …

Ai condannati e ai sospetti si aprirono dunque due vie: o la rottura aperta, che fu spesso sorretta (o venne preceduta) da una vera e propria crisi di fede; o la sottomissione e il ripiegamento, che si accompagnarono a lacerazioni e riserve interiori, sotterranee ipocrisie, perdita di speranze e di fiducia.

                       Pio X aveva una percezione cupa e desolata della propria epoca. Riprendendo i toni che erano stati di Pio IX, egli ne aveva tracciato più volte il quadro fin dagli anni precedenti al pontificato: “Se mai vi furono nel mondo cristiano dei giorni nefasti son questi senza dubbio, nei quali la Chiesa è travagliata da acerbissime ingiurie così varie e molteplici, che quasi ogni momento è obbligata a combattere  in difesa della sua libertà, della sua dignità, dei suoi diritti” [cit. in Giovanni Vian, Storia moderna e contemporanea, p. 231].  Ma egli aveva anche un’idea compatta, solida, intangibile, immutabile della Chiesa e della società cristiana che essa era chiamata a costruire. I mali del presente – “gli infelicissimi tempi” oppressi da “una quasi immensa colluvie di errori” [ivi, p. 230] – nascevano dal rifiuto di accettarne  pienamente i caratteri: “Iddio è discacciato dalla politica colle teorie della separazione della Chiesa dallo Stato, dalla scienza col dubbio elevato a sistema, dall’arte avvilita sino al verismo, dalle leggi informate alla morale della carne e del sangue, dalle scuole con l’abolizione del catechismo […], dalla famiglia che si vorrebbe sconsacrata nelle sue origini e privata dalla grazia del Sacramento. Iddio è discacciato dal tugurio dei poveri, che, stretti dal peso dell’indigenza, sdegnano di ricorrere per conforto a chi amorosamente li invita e solo può rendere tollerabile la dura loro condizione; è discacciato dai palazzi dei ricchi, che più non temono le minacce di quel giudice eterno […] Iddio è misconosciuto dai potenti, che non abbassano più la fronte orgogliosa e credono bastare a se stessi; è abbandonato da quasi tutti a tal punto, che forse nessun’altra generazione ha rotto in questa guisa i patti col cielo, nessun’altra società ha più risolutamente diretta a Dio quell’audace parola: Recede a nobis” [Romana disquisitio, p. XIV].

             “Non è la Chiesa che ha bisogno di essere riformata, ma la società che non ascolta la Chiesa, nega Dio, scuote in sé la legge di Lui per affogarsi nel più corrotto materialismo e correre verso la più spaventosa anarchia. Non è la Chiesa che deve adattarsi alla società, ma la società che deve sottomettersi alla Chiesa depositaria infallibile della Verità che gli uomini devono da Lei ricevere e imparare”, scriveva La Civiltà Cattolica recensendo Il santo di Fogazzaro.

            Nel 1910 si istituì il giuramento antimodernista per tutto il clero secolare e regolare.

Scrivendone nell’ottobre 1910 al cardinale Rampolla – conclude Miccoli – mons. Bonomelli tracciò un quadro desolato della situazione: “Mi creda, Eminenza, siamo entrati in una crisi intellettuale e religiosa gravissima. Vi è nella Chiesa un esodo tacito sì ma vasto, che non so come finirà. C’è un malcontento, una inquietudine grande negli animi, non solo dei laici credenti (che sono pochi assai, almeno gli istruiti), ma nel clero stesso. C’è una diffidenza, uno sconforto, che fa temere crisi di scandali. Leggi sopra leggi, divieti, giuramenti, spionaggi organizzati, voci che si fanno correre di repressioni, di gastighi talora inflitti senza determinare le colpe, né lasciar luogo alla difesa, che è diritto naturale: tutto ciò genera uno stato di animi oltremodo doloroso e funesto, soprattutto nel clero”.

Non a caso il padre Giovanni Genocchi, alludendo a questi interventi e a questi metodi, parlò dell’odium theologicum come del “più efferato del mondo”, che “non ha confini né di verità né di carità né di civiltà”.

 La diagnosi di Giovanni Miccoli, con l’ossessione documentaria delle citazioni, sta a dimostrare che le accuse di disobbedienza e di infedeltà sono frutto di una visione “politica” e “psicologica” della Chiesa più che di una visione “storica” e “teologica”, che – diremmo noi – fa velo e tradisce il mistero dell’incarnazione. (Mario Vit)

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