Dimissioni Papa
11 febbraio 2013
Quella che segue è la trascrizione integrale della dichiarazione con cui Benedetto XVI ha annunciato le sue dimissioni. La dichiarazione è stata rilasciata oggi, durante il Concistoro per tre canonizzazioni.
Carissimi Fratelli,
vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino.
Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato.
Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti.
Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.
Commenti pervenuti al Veritas
Tantum aurora est!
L’annuncio così semplice e scarno delle dimissioni del Vescovo di Roma hanno scosso l’opinione pubblica, ma soprattutto ha zittito i nostri ambienti ecclesiali troppo abituati – sarebbe meglio dire rassegnati – al fatto che non ci si possa più aspettare nulla di nuovo. È successo qualcosa di molto simile a ciò che avvenne nella sagrestia della Basilica di San Paolo quando Giovanni XXIII annunciò – più di cinquant’anni fa – l’indizione del Concilio Vaticano II creando non poco subbuglio tra i prelati presenti e tra quelli di tutto il mondo. Eppure quell’annuncio, tanto inaspettato quanto profondamente atteso, è stato capace di ridare a molti credenti la speranza di poter ritrovare le vie di una doppia fedeltà al Vangelo eterno che è Cristo Signore e al suo incarnarsi nella concretezza mutevole e amabilissima della storia.
Il gesto tanto inatteso quanto profondamente gradito di Benedetto XVI di rinunciare al suo ministero di Vescovo di Roma, ci stupisce nel senso più bello e profondo del termine. Infatti, questo gesto rompe le nostre abitudini a non aspettarci più nulla e a rinchiuderci in una sorta di pessimismo spirituale che si fa, troppo facilmente, abitudine ad una critica che talora, senza volerlo, rischia di cedere alla lamentela. Invece no, aldilà, anzi al cuore stesso delle nostre fragilità personali ed ecclesiale vi è una dynamis che continua a far crescere la Chiesa come segno, sacramento e primizia di un’umanità in cammino di cui i credenti, non solo sono parte, ma di cui sono appassionati artefici.
Il motivo per cui Giovanni XXIII sentì l’ispirazione di indire il Concilio Vaticano II fu proprio il bisogno di ritrovare la strada di una co-spirazione profonda tra la Chiesa e il mondo contemporaneo rinunciando così all’idea di essere il modello stabile e immobile di un mondo che rischia di non esistere se non tra la polvere delle biblioteche e degli archivi. Così pure il motivo per cui Benedetto XVI ha scelto di lasciare il posto di nocchiero della barca di Pietro è proprio l’umile riconoscimento che il mare in cui questa barca deve gioiosamente e seriamente navigare si è fatto ancora più vasto e, per questo, attraversato da correnti diverse. Casualmente la Liturgia del giorno in cui Benedetto XVI ha annunciato le sue dimissioni ci offriva come testo l’inizio della Genesi: <In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque> (Gn, 1, 1-2). Quasi un monito per ricordarci che se noi siamo parte di questa creazione voluta e amata da Dio, al contempo essa è il frutto di un amore e di una forza che ci precedono sempre e sono capaci di portarci più lontano poiché <lo Spirito di Dio> non smette di aleggiare e di gonfiare le vele della storia e, prime fra tutte, le purpuree vele della Chiesa di Cristo tinte dal sangue dei martiri di ogni tempo.
Il Vescovo di Roma si ritira nella preghiera e, come tutti, accetta di prepararsi alla morte raccogliendo il frutto delle sue fatiche e riposandosi come ogni uomo della sua età. Come tutti anche il Papa ha diritto a giorni tranquilli che siano intensamente segnati da una tenerezza donata e ricevuta senza che questa divenga un alibi per permettere ad altri di abusare della fragilità e della debolezza. In questi anni abbiamo visto il Vescovo di Roma sopravvestirsi sempre di più creando non poco imbarazzo per il ritorno di simboli e forme di cui sembravamo esserci liberati per sempre. All’imbarazzo oggi segue uno stupore grato perché Benedetto XVI consegnerà il servizio del ministero petrino al suo successore in punta di piedi e senza i consueti faraonici funerali papali in cui sopravvivono ancora simboli estranei allo spirito del Vangelo e al ministero proprio del Servo dei servi di Dio. Nello stesso anno in cui ricordiamo il 1700° anniversario dell’Editto di Costantino, con tutto ciò che ha significato per la storia della Chiesa, un Papa riconosce con semplicità di essere come tutti: chiamato ad un grande servizio che non lo rende immune da nessuna debolezza e che lo obbliga a riprendere il suo posto tra i <servi inutili> e così necessari di cui ci parla il Signore Gesù nel Vangelo.
Come qualcuno ha già ricordato in queste ore, i gesti valgono più di tanti discorsi e persino talora sono capaci di dare ali alla storia più di mille documenti ed esortazioni. Il gesto di Benedetto XVI apre il cuore allo stupore: la Chiesa è in cammino e i suoi passi sono guidati da Altro. Come ricordava e si augurava Giovanni XXIII inaugurando il Concilio Vaticano II <tantum aurora est> di una comprensione più evangelica e incarnata del Vangelo. Siamo solo agli inizi, ma il gesto di Benedetto XVI ci conforta del fatto che stiamo camminando. Ci sono dei gesti da cui non si torna più indietro e quello di ieri è uno di questi: tutto non è più come prima e non solo per il Papa di Roma, ma per tutti!
Fr. Michael Davide, osb (monaco a Rhemes de Notre Dame in val d’Aosta)
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Vivo la quaresima come periodo più gioioso di tutti gli altri tempi liturgici perché è fatto per me e per tutti quelli che sanno che la pasta di cui sono costituiti sarebbe farina secca e polverosa se un lievito dirompente non ne vivificasse qualche manciata o porzione. In attesa di concederci a una contaminazione più ampia e profonda, che ci faccia sbocciare con maggior pienezza personale e collettiva.
Allora la domanda diventa: cosa posso mettere in gioco perché la Parola nel mondo possa lievitare umanità in, con e per tutti?
La scelta di Benedetto XVI, a dispetto di uomini di chiesa che l’ha accusato di non vivere la croce fino in fondo, mostra l’autentico volto del Crocefisso che non è un supereroe (pagano) che c’è la fa dove gli altri cedono o soccombono, ma al contrario è talmente umano da adagiarsi totalmente e affidarsi fiduciosamente (per amore) alla povertà della propria finitezza e debolezza, senza vittimismi o compiacimenti. A Dio non interessa che teniamo duro, ma che duriamo nel tenere fiducia che quel che siamo, perfino nel peccato (il quale offusca umanità, vedi Gaudium et Spes 13), va bene come terreno per ricevere il frammento gratuito di semente che può dare frutto ampio. Non ‘mi supero’ nei miei limiti per raggiungere la prestazione inimmaginata, ma vado così ‘a fondo’ (nei due significati dell’andare a fondo: sprofondo e ap-profondisco… Giona nel mare insegna) nella mia umanità che il volto del Dio mite lì diventa trasparente e pieno. L’eroe, magari religioso, non ha bisogno di Dio, ma Dio ha bisogno di umanità per far splendere qualche suo frammento nel mondo (‘aiutare Dio’, E.Hillesum).
Il servo di Javhé come figura dell’AT (“uno davanti al quale ci si copre il volto tanto era sfigurato” nella sua umanità) e il Cristo come pienezza dello spogliarsi di ciò che sopra-veste inutilmente la nostra umanità (Fil 2). E’ fuori discussione che Gesù non è morto da eroe, tutt’altro. Ha consegnato umanità.
Buoni giorni
Marco Vincenzi
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HUMANIZAR EL MINISTERIO DEL PAPA
Resulta más que oportuno relacionar la renuncia del Papa Benedicto XVI con un pasaje de los Hechos de los Apóstoles. El apóstol Pedro visitaba en Cesarea a un tal Cornelio, hombre recto, que era capitán de la compañía itálica. Cuando Pedro estaba para entrar en su casa, Cornelio salió a su encuentro y se echó a sus pies a modo de homenaje, pero Pedro lo alzó diciendo: “Levántate que también yo soy un simple hombre”. (Hch 10). Palabras del primer Papa, que conectan con estas otras del concilio Vaticano II: “Se ha de reconocer cada vez más la fundamental igualdad entre todos los hombres” (GS, 29).
Desde este relato, creo entender la decisión tomada por el Benedicto XVI. Sin dejar de ser Papa, él no olvida su condición humana: “Para gobernar la barca de San Pedro y anunciar el Evangelio, es necesario también el vigor tanto del cuerpo como del espíritu, vigor que, en los últimos meces, ha disminuido en mí de tal forma que he de reconocer mi incapacidad para ejercer bien el ministerio que me fue encomendado”.
Nadie encontrará extraño que la Iglesia católica, en su concilio ecuménico Vaticano II , escogiera como categoría básica para expresar esta igualdad fundamental la de Pueblo de Dios. Este pueblo germinalmente abarca a todos los hombres y la Iglesia católica es como el sacramento visible de su unidad universal. En ella “Todos los fieles de cualquier estado o condición, están llamados a la plenitud de la vida cristina, con la cual se promueve un modo de vivir más humano” (LG, 40).
El cansancio e incapacidad del Papa apenas si puede sorprender a nadie. Joseph Ratzinger, antes que Papa, era teólogo y es para lo que, debidamente preparado, estaba dispuesto: investigar, enseñar, escribir y publicar; labor que venía cumpliendo con rigor y competencia, sin que se le ocurriera pensar en la tarea de gobernar. Fue elegido para ello, primero como obispo, más tarde como Prefecto de la Congregación para la Doctrina de la Fe y finalmente como Papa.
Ha sido en sus casi ocho años de Papa cuando más ha percibido el acelerado y traumático cambio de la sociedad actual, la gravedad de los problemas eclesiales y, más en torno a él, la peligrosa maraña de colaboradores suyos, algunos muy potentes y avezados en las ambiciones, intrigas y secretos curiales. Esa red le envolvía, iba en contra de su natural tímido y en casos graves de resolución se encontraba con posiciones opuestas, ante las que no se atrevía a proceder con coraje. Se vio abrumado, sobrepasado y con humildad decidió renunciar y no esperar a que, en sus últimos días, otros que sin duda pensaban que tenía que seguir hasta la muerte, pudieran manejarlo contra su voluntad. Benedicto XVI tenía en su memoria el angustioso final de Juan Pablo II, superadmirado y elogiado por los medios. Benedicto XVI decidió renunciar, seguro en su conciencia de que obraba bien. Acaso sea, entre los pocos que dimitieron (Celestino V, 1294; Gregorio XII, 1415;…) el único que lo ha hecho por decisión propia, sin otras razones y presiones exteriores. Ciertamente, era quebrar una tradición sacralizada, que presentaba al Papa como un vicediós. Pero su sabiduría teológica le ayudó a ahuyentar todo temor y duda. Y en nuestro mundo su gesto resulta adecuado y creíble, humana y teológicamente hablando.
Entre los componentes de la Curia Romana, habrá quienes estarán estado en desacuerdo, pero ni antes, y menos ahora, se puede sostener que el ministerio del Papa debe ser vitalicio. Lo afirmaba el mismo Papa cuando como teólogo escribía: “Para la teología católica es imposible considerar la configuración del primado en los siglos XIX y XX como la única posible, necesaria para todos los cristianos”.
En este sentido, para diseñar un futuro más evangélico y moderno de este ministerio, sirve exponer las razones que debieran perfeccionarlo en lo sucesivo. Se trata simplemente de un derecho, el derecho del Papa a jubilarse, como acontece en todo ser humano.
El Papa es un ser humano
El Papa es un ser humano y, como tal, está sujeto a las limitaciones que le impone, sea por debilidad, enfermedad, envejecimiento, etc. La edad suele marcar en todas partes un límite, más allá del cual se considera que para una persona es justo y aconsejable verse liberada de determinadas responsabilidades públicas. Tal liberación se acrecienta ante las responsabilidades de la Iglesia católica, que se extienden a la tierra entera y alcanza a mil millones de miembros.
Los obispos se jubilan a los 75 años
La tendencia actual en la Iglesia, establecida por Pablo VI, es la de jubilar a los obispos a los 75 años, aunque estén en buenas condiciones, como le ocurría al cardenal Tarancón. El Papa es el primero de todos los obispos, pero es también obispo.
El carácter vitalicio del ministerio papal no es ningún dogma
De acuerdo con las leyes de la evolución histórica, hay normas y costumbres del pasado que no conviene mantener en el presente. El carácter vitalicio del ministerio del Papa no se apoya en ningún principio dogmático y contradice la vida democrática, propia de la mentalidad moderna y muy concorde con el mensaje evangélico.
La soberanía democrática es del pueblo de Dios.
Muchos tratan de cuidarse en salud, afirmando que la Iglesia no es una democracia. Se puede admitir, pero replicando que, en cuanto a la estructura y principios que la deben informar, la Iglesia es más que una democracia. Los principios de Jesús: “Sois todos hermanos”, “el que quiera ser superior que se haga inferior” , “los últimos serán los primeros”, etc. marcan un nivel de igualdad y fraternidad que aseguran relaciones más que democráticas .
En el parecer del teólogo José Mª Díez Alegría, “Los cristianos pedirían un Papa capaz de desmontar el monarquismo absolutista con que está funcionando el papado y que, sin negar el primado, lo hiciera compatible con la colegialidad, la subsidariedad”. Es éste el principio invocado por el Vaticano II: las cosas comunes se resuelven mejor entre todos que no por uno, en este caso por todos los obispos y no sólo por el obispo de Roma.
En Carta personal a Juan Pablo II, el obispo Casaldáliga le comenta que ciertas estructuras de la Curia no responden al testimonio de una simplicidad evangélica y de comunión fraterna, son centralizadoras e impositivas y no respetan una corresponsabilidad adulta ni, a veces, los derechos de la persona o de los pueblos diferentes: ”La curia romana reclama a gritos una profunda renovación. Me atrevería a calcular que un 70 % de lo que se adjudica la Curia romana podría resolverse mejor en las iglesias particulares y en las conferencias episcopales”.
El Papa solo no es la Iglesia, ni él solo es todo el colegio episcopal. Lo confirmaba también el cardenal Carlo María Martini: “Determinados puntos de la Iglesia necesitan para su solución de un instrumento colegial universal y autorizado”. El Papa es para la Iglesia, no la Iglesia para el papa. El Papa tiene un ministerio (servicio) que le confiere la misma Iglesia, no como una dignidad, prebenda, poder o premio sino como una misión que debe ejercer en función del bien y del buen gobierno de la misma. La magnitud y variedad de la Iglesia, sus situaciones históricas y socioculturales, políticas y religiosas tan distintas, exigen cercanas y especiales condiciones que no
Con razón, pues, Benedicto XVI ha reiterado que ha renunciado por el bien de la Iglesia. Su renuncia debiera promover el compromiso de una mayor democratización y corresponsabilidad eclesial a todos los niveles: continentales, regionales, diocesanos, parroquiales, etc.
La hegemonía clerical, favorecida por el poder del Papa acumulado en la historia, sobre todo a partir de la reforma gregoriana, no tiene fundamento en el Evangelio y se deslegitima a la luz del sacerdocio de Jesús, fundante de todo otro sacerdocio en la Iglesia.
La soberanía de la Iglesia la tiene el pueblo de Dios quien, en última instancia, la recibe de Dios, quedando en manos del pueblo –en su protagonismo, participación y corresponsabilidad- delegarla en aquellos miembros de la comunidad –local, parroquial, diocesana, etc.- que más idoneidad revistan.
La jerarquía eclesiástica, en cualquiera de sus niveles, es nada sin la comunidad. Jamás la autoridad en la Iglesia puede entenderse y erigirse como una realidad que tiene consistencia en sí y por sí. Tal concepción ha llevado a una hipertrofia de la cabeza y a una atrofia de los demás miembros del cuerpo eclesial. Tal desorden quedaría corregido y eliminado si conociéramos bien la naturaleza del sacerdocio de Jesús, norma y modelo de todo sacerdocio en la Iglesia.
Benjamín Forcano
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La prima reazione davanti al gesto di Benedetto XVI è stato lo stupore per la sua eccezionalità. Eppure – a pensarci bene – è un po’ un paradosso. La vera notizia infatti è che il Pontefice ha deciso di comportarsi come una persona «normale». Ha detto con semplicità e fermezza che è vecchio e malandato e quindi non si sente più in grado di reggere il governo della Chiesa.
Certo, lo ha detto nella lingua consona alle circostanze – in latino – con quel intenso ingravescente aetate che nessun’altra lingua volgare saprebbe dire.
Il gesto diventa eccezionale dal punto vista del costume ecclesiale. Il «fulmine a ciel sereno» (che ha colpito per primo il card. Sodano) dopo lo smarrimento di queste ore, provocherà reazioni imprevedibili ma di segno profondo. Quello che è accaduto ieri infatti non sarà innocuo per il futuro comportamento degli uomini di Chiesa. E dà una nuova statura inattesa allo stesso Pontefice dimissionario .
Non mi è chiaro quale traccia lascerà Ratzinger nel mondo cattolico (italiano innanzitutto) che lo ha trattato con grande deferenza ma con poco trasporto. Soprattutto se paragonato al suo predecessore, Papa Wojtyla. Ma ora, come non fare un confronto con il modo con cui quel Pontefice ha gestito la sua malattia finale sacralizzandola per così dire pubblicamente davanti agli occhi del mondo? L’opposto di Benedetto XVI.
Papa Ratzinger infatti ha un po’ desacralizzato, laicizzato la funzione pontificale. Con la sua decisione di dimettersi dice che non c’è nessuna particolare protezione dello Spirito Santo che può garantire la saldezza mentale e psicologica del Vicario di Cristo in terra, quando è insidiata dalla vecchiaia o dalla malattia. E’ una sottile rivoluzione di teologia laica che viene da un uomo che aveva incominciato il suo pontificato sotto il segno della «razionalità della fede».
La singolare e controversa prolusione di Ratisbona del settembre 2006 aveva evocato, magari con qualche passaggio maldestro, temi complessi ma cruciali quali l’islam, l’ellenizzazione del cristianesimo, la razionalità della fede. Aveva fatto sperare in una nuova stagione intellettualmente alta del rapporto tra fede e ragione. Presto invece il discorso si è inceppato, risucchiato e travolto dalle operazioni pubblicistiche a tratti neo-trionfalistiche sul «ritorno della religione» (qualunque cosa volesse dire). O viceversa con richiami ultrapessimistici sul laicismo, sul relativismo, sul nichilismo. Sopra tutto l’enfasi dei «valori non negoziabili» che ha bloccato di fatto sul nascere il confronto e il colloquio con i laici sui punti cruciali di natura, famiglia, bioetica.
Queste sono le questioni sulle quali oggi tutti – laici e non – se sono intellettualmente onesti, devono confessare di avere più dubbi che certezze. Ma invece di essere i problemi sui quali si può discutere con maggiore reciproca attenzione, su di essi vengono branditi come randelli ideologici i «valori non negoziabili».
Non so sino a che punto Papa Ratzinger sia imputabile direttamente di tutto questo. Personalmente ho avuto l’impressione che inizialmente avesse la giusta ambizione di ridare una nuova forte dimensione intellettuale a comportamenti religiosi sempre più poveri di sostanza teologica, inclini ad atteggiamenti anti-intellettuali, sentimentali, emotivi – magari contrabbandati come «spiritualità». Ma poi si è perso per strada.
Per concludere, vorrei attirare l’attenzione su un punto che nel nostro Paese non è stato colto con la dovuta rilevanza e drammaticità come in altre parti del mondo. Mi riferisco alla ferma e intransigente condanna della pedofilia nella Chiesa. Nel nostro Paese, anche negli ambienti religiosi si sono naturalmente condannati quei crimini (o peccati). Ma talvolta con una malintesa disponibilità alla comprensione (e perdono) evitando e temendo soprattutto la loro pubblicità. Spesso c’erano buone ragioni per farlo, ma altrettanto spesso è prevalsa un’ambigua visione della sessualità. Una indiscriminata concezione negativa del sesso non sa più distinguere tra intemperanza, trasgressione e vera e propria patologia che nel caso della pedofilia diventa criminalità. Qui si inserisce un secondo elemento negativo: l’idea che nel caso dell’uomo di Chiesa il suo peccato/crimine possa essere assolto ed espiato tra confessionale, sagrestia e arcivescovado. No. Qui entra in gioco (oltre e attraverso la famiglia direttamente coinvolta) la società, lo Stato nella pienezza dei suoi diritti di indagine e delle sue leggi. La questione della pedofilia ha messo in chiaro questo nesso. Ha ridato il primato alla legge, alla società, allo Stato. Ed è stato merito degli interventi energici di Ratzinger far capire tutto questo ad ambienti clericali chiusi, gelosi della propria giurisdizione morale. Anche questo è stato un atto di laicità, di teologia laica.
Il gesto di ieri di Ratzinger getta in definitiva una luce nuova sulla sua problematica personalità sulla quale forse in futuro dovremo tornare.
Gian Enrico Rusconi
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VATICAN INSIDER
La Stampa, lunedì 18 febbraio 2013
Ad una settimana dal clamoroso annuncio di Benedetto XVI affiora un suo significativo pronunciamento
Marco Bardazzi
Roma
Una Chiesa ridimensionata, con molti meno seguaci, costretta ad abbandonare anche buona parte dei luoghi di culto costruiti nei secoli. Una Chiesa cattolica di minoranza, poco influente nella scelte politiche, socialmente irrilevante, umiliata e costretta a “ripartire dalle origini”.
Ma anche una Chiesa che, attraverso questo “enorme sconvolgimento”, ritroverà se stessa e rinascerà “semplificata e più spirituale”. E’ la profezia sul futuro del cristianesimo pronunciata oltre 40 anni fa da un giovane teologo bavarese, Joseph Ratzinger. Riscoprirla oggi aiuta forse a offrire un’ulteriore chiave di lettura per decifrare la rinuncia di Benedetto XVI, perché riconduce il gesto sorprendente di Ratzinger nell’alveo della sua lettura della storia.
La profezia concluse un ciclo di lezioni radiofoniche che l’allora professore di teologia svolse nel 1969, in un momento decisivo della sua vita e della vita della Chiesa. Sono gli anni turbolenti della contestazione studentesca, dello sbarco sulla Luna, ma anche delle dispute sul Concilio Vaticano II da poco concluso. Ratzinger, uno dei protagonisti del Concilio, aveva lasciato la turbolenta università di Tubinga e si era rifugiato nella più serena Ratisbona.
Come teologo si era trovato isolato, dopo aver rotto con gli amici “progressisti” Küng, Schillebeeckx e Rahner sull’interpretazione del Concilio. E’ in quel periodo che si consolidano per lui nuove amicizie con i teologi Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac, con i quali darà vita a una rivista, “Communio”, che diventa presto la palestra per alcuni giovani sacerdoti “ratzingeriani” oggi cardinali, tutti indicati come possibili successori di Benedetto XVI: Angelo Scola, Christoph Schönborn e Marc Ouellet.
In cinque discorsi radiofonici poco conosciuti – ripubblicati tempo fa dalla Ignatius Press nel volume “Faith and the Future” – il futuro Papa in quel complesso 1969 tracciava la propria visione sul futuro dell’uomo e della Chiesa. E’ soprattutto l’ultima lezione, letta il giorno di Natale ai microfoni della “Hessian Rundfunk”, ad assumere i toni della profezia.
Ratzinger si diceva convinto che la Chiesa stesse vivendo un’epoca analoga a quella successiva all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese. “Siamo a un enorme punto di svolta – spiegava – nell’evoluzione del genere umano. Un momento rispetto al quale il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni sembra quasi insignificante”. Il professor Ratzinger paragonava l’era attuale con quella di Papa Pio VI, rapito dalle truppe della Repubblica francese e morto in prigionia nel 1799. La Chiesa si era trovata allora alle prese con una forza che intendeva estinguerla per sempre, aveva visto i propri beni confiscati e gli ordini religiosi dissolti.
Una condizione non molto diversa, spiegava, potrebbe attendere la Chiesa odierna, minata secondo Ratzinger dalla tentazione di ridurre i preti ad “assistenti sociali” e la propria opera a mera presenza politica. “Dalla crisi odierna – affermava – emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede al centro dell’esperienza. “Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti”.
Quello che Ratzinger delineava era “un processo lungo, ma quando tutto il travaglio sarà passato, emergerà un grande potere da una Chiesa più spirituale e semplificata”. A quel punto gli uomini scopriranno di abitare un mondo di “indescrivibile solitudine” e avendo perso di vista Dio, “avvertiranno l’orrore della loro povertà”.
Allora, e solo allora, concludeva Ratzinger, vedranno “quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto”.
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La mistica della Croce e la mistica del servizio
Il paragone fra le scelte compiute da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI davanti al venir meno delle loro forze fisiche, è stato avanzato da più parti, talvolta soltanto per immaginare una contrapposizione e ipotizzare retroterra inquietanti. In realtà, l’accostamento fra i due Papi, figure dall’evidente diversità e dalla non meno profonda sintonia, può risultare particolarmente fecondo nell’aiutare a comprendere ciò che sta avvenendo al vertice della Chiesa cattolica e il suo possibile significato per il prossimo futuro.
La chiave di lettura più adeguata per interpretare il modo di porsi davanti alla malattia, alla sofferenza e alla morte del Papa polacco, è la mistica slava della Croce. Avendo avuto il singolare privilegio di predicare a Giovanni Paolo II gli ultimi esercizi spirituali cui egli abbia potuto partecipare, ho avuto anche modo di ascoltare dalle sue labbra parole che restano scolpite nella mia memoria e nel cuore: “Il Papa deve soffrire per la Chiesa”. Ciò che mi colpì fu l’intensità con cui le diceva, in particolare la forza posta su quel “deve”.
I Vangeli, d’altra parte, testimoniano che davanti alla sua passione Gesù usò parole simili. Si legge in Marco: “E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto…” (8,31). E nel racconto di Luca il Maestro dice: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire…” (9,22). La cristianità slava si riconosce particolarmente in questo destino, connesso alla sequela di Cristo. Essa sa di essere stata generata nel segno della Croce: “Nella comunità dei popoli europei – scrive P. Tomas Spidlik -, gli slavi ricevettero il battesimo come operai dell’ultima ora. Ciò nonostante, il sangue dovette bagnare i nuovi campi seminati dal Vangelo… Perciò i pensatori slavi si sono sempre soffermati a indagare sul vero senso del dolore”. Per essi, “la sofferenza è una grande forza, perché santifica non soltanto gli innocenti, ma anche coloro che hanno peccato e accettano che il ‘castigo’ sani il ‘delitto’”.
Nicolaj Berdiaev non esita ad affermare: “L’intensità con la quale si sente la sofferenza può essere considerata come un indice della profondità dell’uomo. Soffro, quindi sono”. E Boris Pasternak chiude il suo romanzo Il Dottor Zivago con queste parole: “L’anima è triste fino alla morte… Eppure il libro della vita è giunto alla pagina più preziosa… Ora deve compiersi ciò che fu scritto. Lascia dunque che si compia. Amen”. In questa luce, non meraviglia che il Papa slavo comprendesse la sua missione come martirio, e che abbia voluto proclamare dalla cattedra del vissuto ciò che aveva insegnato con la parola e gli scritti: quanto era detto nella sua lettera apostolica Salvifici doloris dell’11 Febbraio 1984 sul senso incomparabile della sofferenza offerta per amore, Giovanni Paolo II lo proclama al mondo con l’eloquenza silenziosa della sua passione, fino a quel gesto muto di dolore, compiuto spontaneamente quando – affacciato alla finestra su una Piazza San Pietro gremita di folla silenziosa – non poté dire più alcuna parola.
Benedetto XVI si muove in un diverso orizzonte culturale e simbolico, quello della mistica occidentale del servizio. Egli è l’uomo che sa di dover dare gratuitamente quanto ha gratuitamente ricevuto. E sa che questo dare senza ritorno è il servizio cui è stato chiamato, tanto come pensatore della fede, quanto come pastore e apostolo, posto dal Signore a lavorare nella Sua vigna, umile operaio impegnato a spendere tutti i doni d’intelligenza e di fede, ricevuti da Dio, a favore della causa di Dio in questo mondo.
Anche questo servizio non è che una “imitatio Christi”, un ripresentare con la parola e con la vita Colui che “non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Marco 10,45). Gesù stesso si presenta così: “Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Luca 22,27). Da fine conoscitore dell’opera del mondo, Joseph Ratzinger non ignora quanto questa mistica del servizio sia alternativa alla logica del potere terreno.
È quello che afferma Gesù: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo” (Matteo 20, 25-27). È servendo che si diventa umili e fedeli lavoratori della vigna del Signore. Scriveva Benedetto XVI nella sua prima enciclica, la Deus caritas est (2005): “Servire rende l’operatore umile. Egli non assume una posizione di superiorità di fronte all’altro… Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di poter aiutare… Egli riconosce di agire non in base ad una superiorità o maggior efficienza personale, ma perché il Signore gliene fa dono. A volte l’eccesso del bisogno e i limiti del proprio operare potranno esporlo alla tentazione dello scoraggiamento. Ma proprio allora gli sarà d’aiuto il sapere che, in definitiva, egli non è che uno strumento nelle mani del Signore; si libererà così dalla presunzione di dover realizzare, in prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà quello che gli è possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza” (35).
Come mostrano chiaramente queste ultime parole, rinunciare al servizio quando le forze vengono meno è umile riconoscimento dell’imperscrutabile volontà di Dio, espressione delle fede incondizionata nella Sua fedeltà, che si manifesta secondo tempi e modi che non sono quelli della logica del potere di questo mondo.
La mistica della Croce del Papa slavo e quella del servizio del Papa tedesco si rivelano così volti di uno stesso amore: l’amore a Cristo redentore dell’uomo e al Padre che l’ha donato a noi; l’amore alla Chiesa e all’umanità, per il cui bene maggiore si è chiamati a offrire tutto di sé e a servire.
È, insomma, la mistica dell’amore che unisce i due Papi, che hanno saputo essere ciascuno se stesso, fedeli alle loro diverse identità spirituali e alle radici culturali di esse. Proprio così si potrà immaginare chi verrà dopo di loro: anche il prossimo Papa sarà chiamato a vivere la mistica dell’amore. Gli si chiederà di offrire se stesso senza riserve e di servire, mettendo a disposizione del popolo di Dio e dell’umanità i doni ricevuti. E forse, anche grazie al segnale lanciato dalla rinuncia del Papa di fronte alla presa di coscienza della propria fragilità, gli si chiederà in modo particolare di esprimere questa mistica dell’amore in una fraternità sempre più grande, affettiva ed effettiva, con coloro che con lui sono incaricati della sollecitudine per tutte le Chiese.
La collegialità episcopale, volto e strumento della carità che si dona e serve, richiamata dallo stesso Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato come priorità decisiva, dovrà conoscere gli sviluppi rimasti ancora impliciti in quanto indicato dal Vaticano II. Ciò esigerà un sussulto di amore da parte del prossimo Successore di Pietro, come della Chiesa tutta con lui. L’agenda del prossimo pontificato, sulla base della consegna che lascia in eredità proprio il Papa ritiratosi nel silenzio, sarà segnata da questa priorità. Ed essa andrà perseguita con l’unica forza che la giustifichi e la renda possibile ed efficace: l’amore ricevuto da Cristo, per essere vissuto e donato a tutti, senza misura, dai suoi discepoli.
Bruno Forte, Il Sole 24 Ore, domenica 24 febbraio 2013 (pp. 1 e 9).
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In attesa di un coraggioso riformatore
di Severino Dianich
in “Corriere della Sera” del 1 marzo 2013
Attendiamo un papa che sia un coraggioso riformatore. Senza un cambiamento deciso di tanti aspetti della vita della Chiesa e delle sue istituzioni, la ripresa dell’evangelizzazione non può decollare, perché in molti Paesi della terra, paradossalmente, proprio certi aspetti del volto della Chiesa ostacolano quell’approccio simpatetico con il mondo, la reciproca stima, la disponibilità al dialogo, indispensabili per comunicare la fede agli uomini.
«Liberata dai privilegi materiali e politici».
Il papa Benedetto XVI, che ora ha lasciato il suo ministero, consegna al suo successore, irrisolto, il problema che egli coglieva perfettamente, quando nel suo discorso del 25 settembre 2011, rivolto nella Konzerthaus di Freiburg in Germania ai «cattolici impegnati nella Chiesa e nella società», guardava a una Chiesa finalmente «liberata dai fardelli e dai privilegi materiali e politici». Ponendosi implicitamente questo interrogativo, il papa guardava alle vicende della storia nelle quali la Chiesa veniva «liberata» forzatamente e così le giudicava: «Le secolarizzazioni infatti — fossero esse l’espropriazione di beni della Chiesa o la cancellazione di privilegi o cose simili — significarono ogni volta una profonda liberazione della Chiesa da forme di mondanità: essa si spoglia, per così dire, della sua ricchezza terrena e torna ad abbracciare pienamente la sua povertà terrena».
La riforma interiore non basta.
La santità personale di coloro che operano a capo delle istituzioni ecclesiastiche non risolve il problema, perché coloro che non sperimentano dal di dentro la vita della Chiesa ne scorgono il volto solo dalle sue manifestazioni pubbliche, attraverso i mezzi di comunicazione, e deducono il loro giudizio dalle immagini che ne percepiscono. L’uomo contemporaneo non è più disponibile, in nessun ambito della vita comune, ad approvare a priori tutto ciò che si decide e si fa in alto: l’emancipazione da ogni forma di autocrazia fa parte ormai dell’animo dell’uomo contemporaneo. (…). L’annuncio cristiano è che Gesù, e lui solo, è il Signore, per cui nemmeno alla Chiesa si conviene di esercitare una signoria sulle coscienze: il suo linguaggio, pur nel dovuto esercizio del suo magistero, che ha il carisma dell’annuncio autorevole della parola del Signore, dovrà essere sempre segnato da un forte senso di sottomissione a Dio e presentarsi al mondo come espressione di «un pensiero umile». L’imprescindibile povertà della forma Christi. Da questo atteggiamento di umile condivisione del travaglio del mondo deriva per la Chiesa anche il bisogno di abbracciare la povertà, la forma Christi, quella di cui Cristo si rivestì, egli che «da ricco che era, si è fatto povero» perché noi diventassimo «ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). L’uomo d’oggi, che abbiamo l’immane compito di evangelizzare, è abituato alle forme di una vita pubblica marcata da uno spirito democratico e ugualitario. Le stesse autorità civili si sono spogliate delle forme barocche che intendevano esaltarne il potere. Ma soprattutto, di fronte allo spettacolo impressionante della spaventosa miseria di masse enormi di uomini, nessuno oggi è più capace di tollerare manifestazioni di ricchezza là dove si predica il Vangelo.
Verso un’ampia sinodalità.
Già Antonio Rosmini a metà dell’Ottocento considerava una piaga della Chiesa la distanza tra i fedeli e i pastori. Che la distanza si sia molto raccorciata è sotto gli occhi di tutti. Restano però due fondamentali aspetti dell’ecclesiologia conciliare, che chiedono ancora alcune riforme strutturali per portare i loro frutti. Tutti nel battesimo hanno ricevuto una fondamentale consacrazione sacerdotale, che comprende la grazia e il compito di essere mediatori fra Dio e gli uomini. Ebbene questa forma ecclesiae di un popolo cristiano, non destinatario ma soggetto della missione, per diventare da ideale reale, esigerebbe l’attuazione del principio della sinodalità. Al livello più alto sta il problema della collegialità episcopale e, agli altri livelli, quello dell’attribuzione ai fedeli di una effettiva partecipazione alle decisioni riguardanti la vita della comunità.
Collegialità episcopale.
La collegialità episcopale non può attendere la straordinaria convocazione di un concilio ecumenico per essere attuata pienamente. L’esercizio della collegialità intermedia che venisse a determinare autorevolmente l’andamento comune delle Chiese di una certa regione, colmerebbe il vuoto oggi esistente fra l’autorità del singolo vescovo e quella del papa, dal quale deriva una situazione di solitudine dell’uno e dell’altro soggetto. Manca al singolo vescovo il conforto sufficiente di una decisione collegiale presa al livello più alto e di una decisione sinodale presa al livello più basso all’interno della sua Chiesa. (…). Una condizione, però, perché la collegialità possa mettersi in moto con quelle sue vivaci e feconde dialettiche che hanno sempre animato i concili, apportando preziosi frutti per la Chiesa, è che la composizione del collegio episcopale rappresenti davvero la varietà delle Chiese. L’elezione dei vescovi dovrebbe tendere quindi a creare un collegio episcopale che non sia semplicemente esecutivo della linea romana, ma la possa arricchire con prospettive diverse.
Quale forma di esercizio del primato?
Infine merita ricordare la preoccupazione di Giovanni Paolo II, il quale voleva si cominciasse a progettare, in vista della sospirata unità dei cristiani, una vera e propria nuova «forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra a una situazione nuova», in vista della sospirata unità delle Chiese. Così ci si apre davanti un altro grande spazio nel quale la Chiesa può desiderare che il nuovo papa sia un coraggioso riformatore.
Con libertà e fiducia.
Oltre a questi complessi ambiti della vita della Chiesa, nei quali il rinnovamento promosso dal Vaticano II ha bisogno di essere proseguito con coraggio, nuovi problemi al di dentro della vita vissuta nel quotidiano dal popolo cristiano sono diventati drammatici e stanno mettendo in crisi il rapporto di molti con la Chiesa, quando non addirittura la loro fede. Se in Italia, Paese nel quale la tradizione cristiana ancora continua a essere abbastanza condivisa, solo un terzo delle coppie, che inaugurano una loro convivenza di tipo famigliare, lo fa chiedendo alla Chiesa il sacramento del matrimonio, è evidente l’urgenza di una riforma della disciplina canonica, che non tradisca il dettato evangelico, ma renda la Chiesa capace di affrontare positivamente, e non solo con dei divieti, il problema. (…). Tutti i papi precedenti hanno sentito con forza la gravità di questa situazione: essa sta passando ora nelle mani del nuovo papa, il quale potrà aprire nuove prospettive, perché molte sofferenze possano essere lenite e la fede di molti non sia messa in pericolo.
(Il testo integrale appare sul numero speciale della rivista Il Regno dedicato alla rinuncia di Benedetto XVI)
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«La rinuncia, un atto di governo che cambia la Chiesa»
intervista a Gianfranco Brunelli a cura di Roberto Monteforte
in “l’Unità” del 2 marzo 2013
«Può essere un atto di governo, una sfida positiva l’atto di rinuncia di Benedetto XVI». Ne è convinto Gianfranco Brunelli, direttore del periodico cattolico Il Regno. Soprattutto perché con un atto di umiltà, riconoscendo la propria debolezza, trasforma la sua scelta in un atto di forza, perché ridefinisce in questo modo la funzione del papato».
In che senso?
«Chiude con i cascami degli ultimi due secoli, cresciuti attorno alla figura del Papa e alla sacralizzazione della sua figura. Il pontificato torna ad essere un ministero pieno e non l’apice di una carriera o la sacralizzazione di una biografia. È un servizio, un servizio episcopale reso in quanto vescovo di Roma, per l’unità della Chiesa, quindi per il mondo intero. Così indica che un rinnovamento è necessario. E poi la sua decisione comporta l’intero azzeramento della Curia romana. Così consegna al suo successore la possibilità di proseguire in un grande rinnovamento, liberandolo da vincoli e condizionamenti nei quali lui si è trovato e che non sono stati risolti».
Una difficoltà di governo che chiama in causala segreteria di Stato e la mancata riforma della Curia romana…
«Ratzinger è stato uomo della Parola che ha immaginato una riforma spirituale della Chiesa, ma ha pure compreso che occorre una ridefinizione dello strumento di governo. Lascia a chi verrà questa riforma necessaria perché la Chiesa possa essere governata nel mondo di oggi. Ma con la sua rinuncia aggiunge al ministero petrino l’orizzonte della temporalità. Si potrà essere pontefice a tempo. È una possibilità offerta ai suoi successori»
Basta la sola conversione del singolo? Non deve cambiare anche la Chiesa per parlare all’uomo contemporaneo?
«È la discussione da affrontare oggi. Nella memoria del 50° del Concilio Vaticano II nell’Anno della Fede, da lui voluto, questo è un tema aperto che deve essere affrontato.
Occorre rispondere a come la Chiesa possa annunciare il Vangelo nel proprio tempo storico. Nella rinuncia del Papa c’è l’appello a che il “nuovo pastore”, con più forze e con altrettanto intendimento, possa proseguire sul tema di una ricomprensione del Vangelo in questo tempo».
Con quale agenda dovrà ora misurarsi il suo successore?
«Sul nuovo numero de Il Regno abbiamo indicato alcune priorità. Intanto quella della ripresa di uno stile cristiano, legato anche alla sobrietà e alla povertà. Uno stile, quindi, che renda di nuovo udibile la parola di Dio in un tempo in cui il dramma umano, della povertà, dell’ingiustizia e del dolore non cessa di essere tale. È un tema legato alla forma cristologica: a come, cioé, la Chiesa debba assomigliare sempre di più alla figura di Cristo. C’è poi il nodo di un dialogo fra le religioni per l’umanità che va ripreso e che è centrale, in particolare quello con l’Islam, per la costruzione della pace e per non strumentalizzare il rapporto con Dio».
Non vi è anche il nodo del governo della Chiesa?
«Nelle dimissioni del pontefice c’è, implicito, il tema del rilancio delle Chiese locali. Non basta una concentrazione mediatica everticistica sul solo Papa. Le Chiese locali devono uscire dal cono d’ombra nel quale negli ultimi trent’anni sono cadute. Vanno affrontati i temi della sinodalità e della collegialità nella forma richiesta dal Vaticano II. Le conferenze episcopali regionali e nazionali devono avere la possibilità di esprimersi e di essere ascoltate».
Vi è anche il peso condizionante della Curia romana…
«Il governo della Chiesa non va precipitato nella sola Curia romana. Il nuovo pontefice deve poter avere strumenti di consultazione periodici e formalizzati con le conferenze episcopali e con le Chiese locali con la possibilità di avere una conoscenza immediata e diretta dei problemi, superando schemi di governo efficaci in altri tempi storici, ma oggi difficilmente gestibili. Il solo collegio cardinalizio non basta».
La parola ora è al collegio cardinalizio che dovrà scegliere il successore di Benedetto XVI. Secondo quali criteri potrebbe procedere?
«Se si assume la lezione coraggiosa e di libertà della scelta di rinuncia di Benedetto XVI, allora i cardinali hanno il compito di svolgere un’analisi vera della situazione della Chiesa. Devono avere il coraggio di guardare alle sue priorità. Va affrontato il rapporto tra crisi della Chiesa e crisi della fede. Occorre guardare con occhi meno eurocentrici alla dimensione del cattolicesimo attuale e alle grandi sfide geo-religiose. Pensiamo al mondo asiatico e al confronto con la Cina, il rapporto con l’Islam e la necessità che in tante aree del pianeta venga riaffermata la libertà religiosa per i cristiani che vivono situazioni di nuovo martirio. Nei contesti nord americani e latino americani vi è il nodo di una Chiesa che sappia misurarsi con i processi di “settarizzazione” sempre più estesi. Poi c’è il grande confronto con la modernità in Occidente, a partire dall’Europa. È il confronto con la soggettività, con la libertà individuale e con le sue determinazioni. Vi è in atto un cambio di éthos collettivo, rispetto al quale la Fede va riconiugata. L’insieme di questi problemi richiede una guida di grande profondità spirituale e teologica, una figura che abbia una sapienza pastorale e non solo intellettuale».
L’identikit di chi?
«Si guardi ovunque. Il mio auspicio è che il collegio cardinalizio consideri la possibilità di eleggere Papa un vescovo, anche se questo non è cardinale. Il diritto canonico lo consente. Consideri le esperienze di rinnovamento profonde e di viva pastoralità presenti nelle Chiese locali. Per il collegio cardinalizio prima e poi per il Conclave non sarebbe la dichiarazione di una insufficienza, quanto piuttosto un atto di libertà, di forza e di coraggio. Sarebbe la dichiarazione che la Chiesa cattolica ha figure di pastori che ancora oggi sono figure profetiche».
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In margine alle dimissioni di Benedetto XVI: alcuni spunti per una riflessione
L’atto di Benedetto XVI di lasciare il ministero papale è certamente del tutto inconsueto nella tradizione del papato moderno. Giunto perciò inaspettato, ha variamente creato sconcerto, stupore, disagio, rammarico, non solo nel contesto ecclesiale; e ciò quanto più percorsa da tensioni e scandali è attualmente la condizione della Chiesa cattolica e della curia in particolare.
Resta incerto quale sarà la portata di un tale atto nelle vicende future della Chiesa, se e quali cambiamenti potrà produrre; come restano incerte, per non dire oscure, le sue motivazioni di fondo: tutto si può supporre (come è largamente successo in queste settimane nei più diversi organi di stampa), poco o nulla dire con certezza. Anche alla luce dei suoi discorsi di questi giorni mi pare una forzatura riferirsi a tale atto come espressione di una sua ipotetica presa di distanze da quelle posizioni conservatrici e filo-tradizionaliste che per tanti aspetti hanno caratterizzato i suoi anni di pontificato. Meno che mai dunque penso si possa definirlo “un gesto rivoluzionario e profetico”; anche ogni altra aggettivazione, cui si è largamente ricorso nel darne conto, appare del resto, per quelle che sono oggi le nostre conoscenze, poco proponibile.
Allo stato attuale due elementi mi sembrano chiari, vorrei dire incontrovertibili. L’atto delle dimissioni in quanto tale “desacralizza”, riporta a una dimensione umana, la persona che svolge il ministero papale. Non è un fatto da poco. Sembra difficile infatti che un atto del genere potesse venir ritenuto possibile da chi parlava del papa come di un “quasi Deus in terris”, o lo definiva “vicario di Gesù Cristo in terra, anzi lo stesso Gesù Cristo vivente nella Chiesa”, o affermava che il papa “rappresenta Dio stesso”. Esempi di questo genere sono moltiplicabili fino ai nostri giorni. Rientrano in quella “mistica dell’ultramontanismo”, come l’ha definita il padre Tillard, tipica della cultura intransigente, che fa della figura del papa “più che un papa”. Peraltro, penso si debba aggiungere, l’umanizzazione della persona che ricopre quell’ufficio non comporta di per sé una revisione delle prerogative di cui via via l’ufficio stesso è stato caricato. E dunque non mi pare possibile dire se la decisione di Benedetto XVI potrà avere delle ricadute sul ruolo del papa nella Chiesa.
Il secondo elemento riguarda il contesto in cui la decisione è stata presa: è una decisione infatti che segna l’interruzione brusca di iniziative non irrilevanti pienamente in corso. In particolare Benedetto XVI aveva in preparazione un’enciclica sulla fede, da pubblicare appunto nel corso dell’“anno della fede”. Se un testo su questo tema vedrà in futuro la luce, non sarà più certamente un’enciclica. Non si tratta di un cambiamento di poco conto, chiaramente non previsto quando la stesura del testo era cominciata. Una tale interruzione suggerisce dunque il determinarsi di un “fatto” improvviso che ha indotto a quella decisione; ma ancora una volta sulla natura di tale “fatto” solo ipotesi più o meno fondate sono formulabili al riguardo.
Elementi più fondati, non per chiarire il perché delle dimissioni ma per cogliere l’ottica con cui Benedetto guarda ai problemi e agli orientamenti anche futuri della Chiesa, e dunque anche alla linea che il suo successore dovrebbe essere chiamato a seguire, offrono i suoi interventi di queste ultime settimane. Particolarmente importante per la concretezza delle sue determinazioni mi sembra il discorso tenuto giovedì 14 febbraio nel corso del suo incontro con i parroci e il clero di Roma, un discorso cui generalmente la stampa ha dato, se non vado errato, scarso rilievo. Tra le poche eccezioni ricorderei un rimarchevole intervento di Raniero La Valle sul “Manifesto” del 17 febbraio su cui ritornerò e un lungo articolo di Vittorio Messori sul “Corriere della sera” di domenica 24 febbraio che oltre a magnificare i caratteri del discorso aggiunge di suo qualche singolare “fraintendimento” e notizie prive di ogni riscontro.
Il discorso ha riguardato il concilio Vaticano II: “una piccola chiacchierata”, come l’ha definita il papa, “sul concilio Vaticano II come io l’ho visto”. La definizione è del tutto minimalista. Nel suo intervento, lungo e articolato, Benedetto ripropone infatti le sue idee di fondo sul concilio e sulle ragioni della crisi scoppiata nella Chiesa all’indomani della sua chiusura; e nello stesso tempo profila anche, implicitamente, la strada che secondo lui andrebbe battuta per lasciarsela definitivamente alle spalle. Non mi è possibile in questa sede analizzarlo nel dettaglio. Mi limiterò perciò a rilevarne alcuni aspetti soltanto.
Un primo elemento salta immediatamente agli occhi. Nell’illustrazione dello svolgimento del concilio, pur colto nelle sue principali tappe, è del tutto assente il discorso introduttivo di Giovanni XXIII. Non è un’assenza da poco: perché con quel discorso Giovanni aveva indicato al concilio non il programma dei suoi lavori ma le linee maestre cui doveva ispirarsi: in particolare, rispetto al mondo e alla storia, esprimendo il suo netto dissenso verso “i profeti di sventura”, che nei tempi moderni vedono solo prevaricazione e rovina; richiamando la necessità di distinguere tra la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei e le formulazioni del suo rivestimento (ne risultava implicita la riproposizione del cruciale problema, già discusso negli anni del modernismo, di un’inculturazione della fede non statica, non fissata e definita una volta per tutte); e infine proclamando la scelta della “medicina della misericordia” in luogo delle condanne e della severità, con esplicite aperture, allora inconsuete, verso le Chiese e le comunità cristiane separate. Erano linee, si sa, assai lontane dagli orientamenti dominanti nei documenti preparatori, predisposti sotto l’influenza prevalente dei teologi di curia. Non a caso quei documenti furono respinti pressoché in blocco nel corso dei lavori conciliari.
Di tutto questo Benedetto non fa parola. Giovanni figura soltanto, protagonista non particolarmente brillante, in un aneddoto con cui egli apre la sua “chiacchierata” e sul quale merita brevemente soffermarsi. Nel corso del 1961, secondo il racconto di Benedetto, il cardinale Frings aveva partecipato ad un ciclo di incontri sul futuro concilio, organizzato a Genova dal cardinale Siri, con una relazione sul rapporto tra il concilio e il pensiero moderno (gli era stata scritta dallo stesso Ratzinger, divenuto poi suo teologo di fiducia e perito conciliare). Invitato poco dopo dal papa, il cardinale sarebbe andato all’appuntamento tutto timoroso di essere rimproverato o addirittura deposto (!?) per aver detto cose che potevano essere spiaciute al pontefice. Nulla di tutto questo. Giovanni gli sarebbe andato incontro e abbracciandolo gli avrebbe detto: “Grazie, Eminenza, lei ha detto le cose che io volevo dire, ma non avevo trovato le parole”.
Lusinghiero per Frings/Ratzinger, un tale riconoscimento non lo era certo per Giovanni: un riconoscimento che peraltro suona assai poco ovvio nella bocca di chi su quel concilio stava dicendo e dirà parole non scontate. Poteva essere tuttavia espressione di un amabile complimento da parte del papa. Sia come sia, insinuava comunque l’idea che rispetto al concilio Giovanni aveva le stesse idee di Frings/Ratzinger. Senonché tutto l’insieme sembra contraddetto da quanto Giovanni scrive nella sua “agenda” sotto la data del 17 novembre 1961 (è il giorno in cui si era chiusa un sessione della commissione centrale del concilio): di aver ricevuto cioè tra gli altri il cardinale Frings, “che mi diede il suo discorso preparato per Genova” . Dal momento che il discorso verrà pubblicato solo l’anno successivo, e che Giovanni, a stare al testo dell’“agenda”, pare riceverlo solo in quel momento per mano dello stesso cardinale, sembra difficile pensare che egli possa aver accolto Frings con le parole che Ratzinger gli attribuisce. Non sembra l’unica falla nella memoria di Benedetto.
Nella sua ricostruzione dello svolgimento del concilio egli è ricco di dettagli e di riferimenti. Ricorda gli entusiasmi e la grandi aspettative dell’inizio. Si dimentica però di dire che tutti gli schemi preparatori, se si eccettua quello sulla liturgia, erano caduti nel corso dei lavori, ma non nasconde momenti di tensione, come quando, il giorno stesso dell’apertura del concilio, su iniziativa dei cardinali Liénart e Frings, i padri si rifiutarono di votare le liste già predisposte dei candidati che dovevano far parte delle diverse commissioni, per poterne predisporre altre per proprio conto. “Non era un atto rivoluzionario”, si affretta a precisare Benedetto, “ma un atto di coscienza, di responsabilità da parte dei Padri conciliari”. Più avanti comunque non esiterà a parlare di liti, di battaglie, di conflitti intorno all’una o all’altra questione, sempre o quasi tuttavia risolte per il meglio.
In genere egli sottolinea l’importanza dei temi discussi nel concilio, dei testi che ne furono il frutto. Non manca però di lasciar trasparire anche perplessità e critiche già espresse da tempo: così su alcuni esiti della riforma liturgica o sulla persistenza, tra gli esegeti, della pretesa di voler leggere la Scrittura “fuori dalla Chiesa”, rivendicando l’autonomia del metodo storico-critico. Né si nasconde la necessità di approfondimenti, come ad esempio per ciò che riguarda il dialogo con le altre religioni da parte di una Chiesa depositaria, essa, dell’“unicità della rivelazione di Dio”, dell’“unicità dell’unico Dio incarnato in Cristo”, non senza aver precedentemente ribadito che “non è possibile, per un credente, pensare che le religioni siano tutte variazioni di un tema”. Quanto all’ecumenismo, appena accennato, ribadisce quanto aveva detto da tempo, che cioè “solo Dio può dare l’unità”, con un almeno apparente totale depotenziamento dell’iniziativa degli uomini.
Ma il nucleo forte della sua esposizione, che chiarisce insieme l’ottica con cui egli guarda alle modalità con cui l’eredità del concilio dovrà operare in futuro nella Chiesa, sta nella parte finale della sua “chiacchierata”, dove contrappone il concilio dei padri, tutto svolto sotto il segno della fede, al concilio dei giornalisti e dei media: “mentre tutto il Concilio […] si muoveva all’interno della fede, come fides quaerens intellectum, il Concilio dei giornalisti non si è realizzato, naturalmente, all’interno della fede, ma all’interno delle categorie dei media di oggi, cioè fuori dalla fede, con un’ermeneutica diversa. Era un’ermeneutica politica: per i media, il Concilio era una lotta politica, una lotta di potere tra diverse correnti nella Chiesa. Era ovvio che i media prendessero posizione per quella parte che a loro appariva più confacente con il loro mondo”. E dunque decentralizzazione, con più potere ai vescovi; potere al popolo, ai laici (“sovranità popolare”) ricorrendo alla formula “Popolo di Dio”. E ancora la liturgia, non come atto di fede, “ma come una cosa dove si fanno cose comprensibili, una cosa di attività della comunità, una cosa profana”, dove ogni sacralità è abbandonata. Benedetto è durissimo: “Queste traduzioni, banalizzazioni dell’idea del Concilio, sono state virulente nella prassi dell’applicazione della riforma liturgica”. Va ricordato che proprio negli aspetti considerati arbitrari assunti dall’applicazione della riforma liturgica Ratzinger aveva indicato le ragioni di fondo della ribellione di mons. Lefebvre, minimizzando così, per non dire rimuovendo, le motivazioni teologiche e dottrinali che l’avevano mosso.
Al “Concilio dei media” vanno attribuite secondo Benedetto tutte le crisi e le difficoltà che hanno colpito la Chiesa: “Sappiamo come questo Concilio fosse accessibile a tutti. Quindi, questo era quello dominante, più efficiente, ed ha creato tante calamità, tanti problemi, realmente tante miserie: seminari, chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata…e il vero Concilio ha avuto difficoltà a concretizzarsi, a realizzarsi; il Concilio virtuale era più forte del Concilio reale”. La conclusione tuttavia, per Benedetto, deve essere ottimistica e apre prospettive precise: la forza del vero Concilio è presente, il Concilio virtuale si sta rompendo e perdendo, e “appare il vero Concilio, con tutta la sua forza spirituale”. Il compito attuale dunque è lavorare perché il “vero Concilio, con la sua forza dello Spirito Santo” si realizzi “e sia realmente rinnovata la Chiesa”.
Sta qui il succo del suo discorso e il lascito che Benedetto lascia in primo luogo al suo successore: il concilio, sfrondato di tutto ciò che i media gli hanno a torto attribuito, come bussola e punto di riferimento per il futuro.
Per cercare di cogliere la portata e la direzione di marcia di una tale prospettiva è inevitabile porsi alcune domande preliminari: quale fondamento storico ha la ricostruzione che Benedetto offre dello svolgimento del concilio, quale consistenza presenta quella drastica contrapposizione tra il lavoro dei padri, condotto alla luce della fede, e le forzature e le deformazioni dei giornalisti, mossi da altre premesse e finalità? E infine quale concilio risulta da tale contrapposizione?
Già Raniero La Valle, nell’intervento che ho ricordato, ha rilevato la totale inconsistenza del giudizio formulato da Benedetto sui “giornalisti” che hanno lavorato e scritto intorno al concilio, tra i quali “c’erano uomini di grandissima fede” (da Laurentin a Congar a Grooters a Fesquet a Nobécourt a Svidercoschi, che diverrà vicedirettore dell’ “Osservatore Romano”, e l’elenco potrebbe continuare). È quanto mai significativo del resto, a segnare la correttezza delle cronache che vi figuravano, che l’“Avvenire d’Italia”, diretto allora da Raniero La Valle, venisse inviato a spese della Santa Sede a tutti i padri per l’intero corso del concilio.
Non meno insussistente è la contrapposizione tra i due Concili proposta da Benedetto. Non a torto La Valle precisa che il rischio che si creassero due Concili, uno dei padri e uno dei media, c’era effettivamente stato: «ma questo era il progetto della Chiesa preconciliare, che aveva creduto di nascondere il Concilio chiudendone le porte e decretandone il segreto, lasciando ai giornali la sola via dello “scoop”; ma questo finì subito, all’inizio della seconda sessione, quando il segreto fu rotto e il Concilio irruppe nella coscienza dei fedeli […]», ma non certo nei termini e con le deformazioni che Benedetto suggerisce.
Non si tratta però solo di questo. Perché è il quadro stesso del concilio, del suo clima, delle sue discussioni e contrapposizioni, quale viene offerto da Benedetto, che fa acqua da molte parti. Perché egli oblitera del tutto la radicalità del rifiuto con cui le prospettive per la Chiesa che nel concilio venivano affacciandosi erano state combattute da una agguerrita minoranza in nome della Tradizione e di quella “Chiesa di sempre” che i padri della maggioranza erano accusati di voler stravolgere se non addirittura distruggere. Non è un caso, né un’indebita forzatura, che il fantasma del modernismo si sia prepotentemente riaffacciato nelle discussioni e nei commenti di quegli anni, perché era ancora con i problemi che la sua condanna aveva lasciato irrisolti che il concilio era chiamato a misurarsi. La grande questione del rapporto della Chiesa con la storia, dei condizionamenti che la storia aveva via via espresso e rappresentato nel costruirsi stesso della Chiesa come nelle formulazioni della fede e nel modo stesso di proporla e di viverla resta del tutto assente nella ricostruzione di Benedetto.
Non era solo in colloqui privati ma in scritti pubblicati a concilio in corso che mons. Lefebvre vedeva nelle discussioni conciliari una “fase della lotta del Principe di questo mondo contro la Chiesa di Nostro Signore”, e scriveva della collegialità e dell’“inconcepibile schema” sulla libertà religiosa come dei due “cavalli di Troia” con cui si vuole distruggere la Chiesa, denunciando negli obiettivi perseguiti dai novatori la presenza delle “tesi sostenute dai protestanti e dai comunisti”. Non era solo Lefebvre a pensare e parlare così. L’ombra del complotto modernista, la presenza di “mani tenebrose” che mirano alla sovversione della Chiesa costituiscono temi fondanti dell’opposizione conciliare. Era un cardinale del peso di Giuseppe Siri che consigliava Paolo VI di chiudere quanto prima il concilio, “perché l’aria del concilio fa male”; e giudizi più o meno simili circolavano largamente negli ambienti della curia e tra i padri della minoranza.
È dunque anche alla luce della violenza di tale opposizione che vanno misurate e colte quelle prospettive reali di “svolta” profonda che negli obiettivi della maggioranza venivano delineandosi per la Chiesa. La storia degli anni successivi è la storia della loro lenta rimozione e accantonamento, attraverso una lettura minimalistica di ciò che nel concilio era stato detto e fatto. Ma è anche la storia della sistematica repressione di tante iniziative che ispirandosi al concilio miravano a proporre e a battere strade e modalità nuove di presenza cristiana: dalla pesante “normalizzazione” operata nei confronti della Chiesa olandese, alle condanne portate contro la teologia della liberazione in America latina, al commissariamento della Compagnia di Gesù. E forse bisognerà anche cominciare a chiedersi se la crisi che ha colpito allora tanti settori e ambienti della Chiesa non sia dovuta anche alla mancata realizzazione di quel rinnovamento profondo in tutti gli ambiti del pensiero, della pratica e dell’organizzazione religiosa su cui il concilio aveva avviato una riflessione e aperto inaspettate prospettive.
Un’ultima osservazione. La distinzione del concilio dei padri dal concilio dei media proposta da Benedetto XVI fa il paio con quella proposta da mons. Guido Pozzo, segretario della commissione pontificia Ecclesia Dei e capo della delegazione vaticana che era stata incaricata di condurre i colloqui di conciliazione con la “Fraternità sacerdotale san Pio X” fondata da mons. Lefebvre. Pozzo aveva distinto il concilio dall’“ideologia conciliare, o più esattamente para-conciliare che si è impadronita del concilio fin dal principio, sovrapponendosi ad esso” e creando il quadro interpretativo in cui i documenti conciliari (che peraltro a quell’ideologia sarebbero rimasti estranei) dovevano essere letti. È da tale ideologia, operante fin dal concilio e largamente nel post-concilio, che i testi del concilio devono essere liberati.
Anche in tale distinzione, come in quella di Benedetto, le forzature, per non dire le contorsioni interpretative, non mancano. Ma ciò che conta è che entrambe hanno nel definitivo depotenziamento delle virtualità del concilio il loro obiettivo primario. Ciò che per molti doveva essere allora un inizio, che degli inizi aveva tutta l’effervescenza e la vivacità creativa (non era il ricorso ad una mera formula di circostanza il parlare che si faceva allora di “nuova Pentecoste”) viene piegato e ridotto alla “lettera” di testi che in molti casi presentano ambiguità e contraddizioni interne, frutto dei compromessi raggiunti o imposti da Paolo VI che aspirava ad una sostanziale unanimità dei padri. Ma si mettono così da parte ciò che in ogni corretta esegesi di documenti assembleari non può mancare, ossia l’analisi delle discussioni che li hanno preceduti, per coglierne le ragioni e lo spirito che li hanno prodotti. La “creazione” del “concilio dei media” da una parte, e dell’“ideologia paraconciliare” dall’altra, risponde allo stesso scopo: consegnare al futuro un concilio che ha perduto molta parte del suo significato e della sua novità.
Giovanni Miccoli
Professore Emerito di Storia della Chiesa presso l’Università degli Studi di Trieste
Tratto da Il Giornale di Rodafà, link: https://sites.google.com/site/stefanosodarotrieste/
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