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Convegno: “Le religioni immigrate in Italia”

Autore // veritas
Postato il // 01 gen 2011

SABATO 8 GENNAIO 2011
ore 10 – 17 GIORNATA DI STUDIOLE RELIGIONI IMMIGRATE
IN ITALIA

con il prof. Vincenzo Pace dell’università di Padova

c/o

CAPITANERIA DI PORTO – MONFALCONE
Viale Oscar Cosulich, 24 (in testa al Canale Valentinis)

Partecipazione libera

Pausa pranzo 13,30 – 14,30
Parcheggio, subito dopo la Capitaneria, a dx, in via Rossini, accanto alla palestra.
Si prega di dare la propria adesione entro e non oltre il 4 gennaio a: Centro Veritas 040.569205; centroveritas@gesuiti.it (lun.-ven. ore 9-12)

LE RELIGIONI IMMIGRATE IN ITALIA

Presentazione

Nella bella e suggestiva sede gentilmente messa a disposizione dalla Capitaneria di Porto di Monfalcone, un nutrito gruppo di persone provenienti da diverse diocesi della Regione ed anche da Padova ha partecipato al secondo incontro seminariale promosso dal Centro Veritas sul tema delle religioni immigrate.
Dopo i saluti e l’introduzione ai lavori di p. Mario Vit, direttore del Centro Veritas, il comandante, dott. Sandro Nuccio, ha rivolto il proprio benvenuto ai presenti, sottolineando quanto il tema dell’immigrazione coinvolga le attività delle Capitanerie, anche con riferimento alla sua trascorsa esperienza in Sicilia.
Gabriella Burba, a nome della Commissione Culturale del Veritas, ha introdotto la relazione del prof. Enzo Pace, sintetizzando quanto era emerso nel precedente incontro con il prof. Bruno Tellia. Ha poi presentato il relatore.
Laureato in Giurisprudenza e Filosofia, il prof. Vincenzo Pace è ordinario di Sociologia generale e docente di sociologia della religione presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova. Insegna inoltre sociologia dei diritti umani nel corso di laurea in Scienza politica e relazioni internazionali. È titolare del modulo “Islam and Human Rights” all’European Master on Human Rights and Democratization.
È stato Direttore del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova dal 1999 al 2005; coordina il Gruppo di ricerca su Islam e modernità (GRIM) del Dipartimento di Sociologia ed è responsabile scientifico del progetto Socrates del Doctorate Programme on Diversity, Identity and Migration in Europe. È Presidente dell’International Society for the Sociology of Religion (SISR) e
Visiting Professor all’EHESS (Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales). È inoltre membro del Comitato di redazione della rivista Archives des Sciences Sociales des Religions e collabora con le riviste Social Compass, Socialna Ekologjia e Religioni & Società.
Fa parte dei seguenti comitati scientifici:
- Fondazione per la ricerca sulla pace della Regione Veneto;
- Observatoire des Sciences Religieuses dell’Università di Losanna;
- Centro Interdipartimentale di Studi e ricerche sui diritti umani dell’Università di Padova.
Si interessa prevalentemente di sociologia della religione e di sociologia della condizione giovanile. Nel primo ambito ha condotto studi sul fenomeno delle sette, dei nuovi movimenti religiosi, e in particolare del neo-pentecostalismo del fondamentalismo contemporaneo e sulle trasformazioni del campo cattolico (soprattutto in Italia). Più recentemente si è interessato alla sociologia dell’islam e alla presenza delle comunità musulmane in Europa. Nel secondo ambito ha partecipato a ricerche (anche come direttore di ricerca) sugli atteggiamenti e comportamenti delle nuove generazioni in Italia e in Europa.

Il prof. Pace ha aperto il suo intervento con alcune premesse di metodo, per le quali rinviamo al seguente testo che ci ha gentilmente inviato.

Le religioni immigrate (Enzo Pace)

“Le religioni non sono cose astratte; sono piuttosto parole e pensieri di tante persone in carne e ossa; perciò, quando guardiamo a cosa accade sotto le sacre volte delle fedi vissute, ci accorgiamo che le religioni sanno indicarci qual è lo stato di salute di una società. Non il suo stato di salvezza, poiché questa è una partita che si gioca ad alto livello, davanti ad un arbitro superiore alle limitate forze e volontà degli esseri umani. Le religioni, in generale, si preoccupano di salvare l’anima, ma, contemporaneamente si danno da fare in questo mondo per raggiungere tale obiettivo, cercando di aiutare le persone a riuscire nella vita, a farle sentire un po’ felici e serene sulla terra, a dare un senso alle cose di questo mondo meno condizionato dagli interessi e dai piaceri della vita, un senso più alto e profondo. Esistono molte variazioni sul tema, a proposito. Qualche volta si ha l’impressione che le religioni si copino fra loro, oppure si passino parola su come rispondere al bisogno umano di sperare che ci sia un tempo per vivere e uno per morire e che la morte non sia la fine, ma l’inizio di un mondo di salvati.
Le religioni sono come grandi famiglie allargate in cui circolano beni simbolici che sono interpretati in modo diverso, secondo le particolarità e specificità che una religione determinata assume rispetto a un’altra, con cui può anche condividere radici comuni. Tutte le più note religioni di oggi contribuiscono a disegnare nel mondo una mappa multi colorata di credenze e pratiche, divinità e riti, regole di condotta morali e prescrizioni alimentari. Esse si trovano a doversi misurare con un dilemma in un mondo sempre più connesso. Tale dilemma può essere riassunto così: come è possibile per un religione tenere ferma la pretesa di parlare a tutti gli esseri umani in ogni tempo e in ogni luogo, al di là del corso degli eventi storici e delle differenze culturali che caratterizzano i luoghi dove vivono popoli diversi, e, allo stesso tempo, calarsi sino in fondo entro la mentalità, la lingua, i costumi, le pratiche alimentari di un popolo, sino al punto da diventarne la sintesi emblematica. Detto in altro modo, ogni religione si trova ad oscillare, da un lato, fra la legittima pretesa all’universalità e, dall’altro, la volontà di farsi interprete fedele del modo di pensare e di agire specifico di un popolo, di un gruppo etnico o di una comunità che vive da tempi immemorabili in un territorio al punto tale da far coincidere la terra in cui si vive con la divinità in cui si crede. L’universalità delle religioni deve sempre e ancor oggi misurarsi con la particolarità del credere. Lo sanno bene le tante missionarie e i tanti missionari che nel corso dei secoli hanno cercato di capire come popoli che non credevano nel loro Dio potessero alla fine capirlo. Il dilemma per le religioni è, dunque, restare fedeli all’idea di essere portatrici di un messaggio etico e salvifico universale oppure aderire alle pieghe più segrete di un’etnia. Ci sono così religioni che non hanno mai rinunciato a parlare le diverse lingue del mondo pur di farsi capire e altre che, invece, sono diventate le gelose custodi e vestali della memoria e della coscienza collettiva di un popolo. Il Cristianesimo è un esempio del primo caso, lo Hinduismo potrebbe esserlo per il secondo, tant’è che ciò che gli studiosi occidentali chiamano Hinduismo non è altro che un complesso, e stratificato nel tempo, sistema di credenza degli hindu, cioè di popoli che vantano un radicamento territoriale, una lingua specifica e un insieme di regole sociali (il così detto sistema delle caste o varna) che colloca alcuni individui al di sopra di altri nella gerarchia di status.
E’ bene tenere a mente tale dilemma quando fissiamo con attenzione lo sguardo su quanto sta avvenendo attorno a noi. Non troppo lontano da noi, ma nell’appartamento a fianco, in giro per i banchetti di un mercato di frutta e verdura, nelle aule di una scuola, nelle corsie di un ospedale o in luoghi di sofferenza come le carceri. Ciò che ci accingiamo a fare, infatti, riguarda allo stesso tempo ciò che le religioni dicono di voler essere e ciò che, di fatto, sono, quando prendono corpo concretamente nella vita di milioni d’individui. Quando esse diventano, in particolare, un mondo familiare, dato per scontato, di pratiche quotidiane che sono vissute dagli individui come se fossero il riflesso di regole universali e necessarie; allora si trasformano facilmente in un marcatore d’identità sociale, piuttosto che in un segno trasparente di verità universale. Per animali abitudinari, come in parte siamo, le religioni sono gli abiti del cuore; restano tali, anche quando possiamo diventare scettici o dubbiosi. Prendiamo, ad esempio, il velo che è divenuto oggetto di grande (sin troppa) attenzione e tensione nelle società europee, ma non solo, se si riflette su come in Turchia esso costituisca il motivo d’una contrapposizione ideologica e politica acuta fra opposte parti. Se questo pezzo di stoffa, che ogni buona musulmana dovrebbe indossare per essere coerente con la propria fede, diventa più che un simbolo religioso, un vero e proprio segnalatore di una differenza culturale rispetto alla società occidentale, si comprende come esso si muti in un segno, appunto, in un simbolo che parla d’altro, del conflitto politico, economico e cultuale fra parti del mondo, quello influenzato dall’Islam, da un lato, e quello cristianizzato, dall’altro. In tal modo è come se due grandi religioni mondiali con pretese universalistiche diventassero l’emblema culturale di due civiltà separate, addirittura opposte e nemiche. Le religioni di per sé non scendono sul sentiero di guerra, se non vi sono trascinate da chi di solito vuole muovere guerra a qualcuno, per i motivi i più vari: da quelli più nobili (per conquistare l’indipendenza) a quelli più sordidi (l’esercizio della pura forza per sottomettere altri).
Fin tanto che le diverse religioni che abitano il pianeta si sono per così dire sistemate nella mappa del mondo secondo meridiani e paralleli che tendenzialmente ancor oggi consentono di fissare in un lembo più o meno grande della Terra il loro luogo di nascita e la loro stabile residenza, era possibile dire con una certa facilità: noi abbiamo la nostra religione, gli altri la loro. Quest’ultima percepita lontana, qualche volta esotica, spesso incomprensibile o ritenuta tale, strana, in una parola, quando andava bene, pericolosa quando il giudizio si voltava al peggio. In ogni caso le religioni degli altri non si sentiva il bisogno di conoscerle, fatto salvo per le piccole pattuglie di persone spiritualmente curiose o di teologi in cerca di confronti con altre teologie o, infine, di movimenti e gruppi animati da spirito ecumenico e interessati al dialogo interreligioso.
In un mondo interconnesso, come non lo è stato mai così com’è ora, dove la mobilità delle persone da un posto all’altro del globo è intensa – e ciò che chiamiamo con una scorciatoia linguistica, flussi migratori, come se fossero delle indistinte masse d’individui senza storia, volti e anime che vengono a disturbare il nostro tranquillo quieto vivere – e il sistema delle comunicazioni incredibilmente molto più veloce rispetto a qualche decennio fa, le religioni si muovono con il movimento delle persone. Muovendosi nel mondo, cambiano. In vari modi: esse possono cambiare cercando di trapiantarsi da un posto all’altro; a loro volta anche le religioni storiche delle società che ospitano in modo visibile e rilevante persone di fedi diverse tendono a cambiare; infine, si crea una situazione del tutto inedita – è questo è il terzo e forse più importante aspetto –: religioni un tempo considerate lontane vivono assieme in una stessa società, con una prossimità probabilmente inattesa e inimmaginabile sino a qualche anno fa.
La società italiana sta vivendo in pieno la situazione appena descritta. La vive con un qualche ritardo rispetto a società occidentali che molto prima della nostra si sono misurate con tutti i problemi e le sfide sociali che un tale cambiamento comporta, Ma la vive in tutta la sua complessità, poiché nel giro di soli venti anni (meno di una generazione) la carta socio-religiosa dell’Italia sta gradualmente mutando: da Paese a maggioranza cattolico l’Italia sta diventando una società caratterizzata da una diversità religiosa molto articolata e perciò del tutto inedita. Per alcuni aspetti più di quanto è accaduto in Paesi come la Germania, l’Olanda o il Belgio, dove all’incirca si possono individuare due o tre, al massimo, gruppi di cittadini di origine straniera (in parte ormai integrata, a seconda di quante generazioni sono nel frattempo passate), caratterizzati da una comune matrice religiosa. Musulmani di origine turca o maghrebina, da un lato, e immigrati di provenienza dai Paesi slavi di prevalente religione ortodossa, dall’altro, con meno cospicue presenze di asiatici di fede o buddista o cristiana.
Leggere la nuova mappa delle fedi religiose in Italia non è facile. Per due ragioni: poco si sa esattamente a livello quantitativo, a parte il lodevole sforzo compiuto in questi anni dalla Caritas/Migrantes di far emergere la dimensione religiosa dell’immigrazione, di quante persone appartengano a questa o quella confessione religiosa; affidandoci a stime anche attendibili, non abbiamo certo risposto alla domanda in che cosa credono quelli che formalmente classifichiamo di volta in volta come musulmani, buddisti, hindu, sikh, pentecostali e così via. Cominciamo approssimativamente a capire, dove si addensano nel territorio le presenze delle diverse religioni degli immigrati, ma una cartografia dei luoghi di culto è ben lungi dall’essere completa e precisa. A occhio nudo tali luoghi non si vedono ancora. Almeno il nostro occhio, pigramente abituato a riconoscere con un battere di ciglia una chiesa cattolica, non è abituato altrettanto a colpo sicuro a mettere a fuoco edifici che identificano la presenza di altre religioni diverse da quella cattolica. Anche l’occhio vuole la sua parte nelle religioni. L’occhio riflette e registra un mondo ordinato esterno a noi, dove si situano cose a noi familiari. Se un domani accanto alla parrocchia di quartiere sorgesse una moschea o un tempio sikh, il nuovo edificio potrebbe apparire come un’intrusione, una dissolvenza che non si risolve nello sguardo, ma che potrebbe anzi lì per lì disturbarlo. Qualcosa deve pure insegnarci il recente referendum, celebratosi nell’autunno del 2009 in Svizzera, per impedire la costruzione di minareti (si badi, non di moschee), perché ritenuti dai suoi promotori simboli ingombranti in un paesaggio religioso segnato e occupato prevalentemente da campanili.”

Sintesi

Dopo le premesse di metodo, in cui ha messo in rilievo quanto sia difficile costruire una realistica mappa religiosa dell’attuale situazione italiana (in realtà noi non sappiamo se gli immigrati che, ad esempio, provengono da un Paese a prevalenza ortodossa siano in prevalenza ortodossi o se appartengano a minoranze religiose, spesso discriminate nel Paese di provenienza), ha presentato, con riferimenti puntuali e di conoscenza diretta delle situazioni, 5 diverse appartenenze religiose:
i Sikh, gli ortodossi, le religioni orientali buddhiste ed induiste, l’islam, il cristianesimo di terza generazione.
1. Dei Sikh ha parlato a lungo, ripercorrendo le vicende attraverso le quali questa religione, nata dalla predicazione di Guru Nanak fra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo nella regione del Panjab (nel contesto del disagio culturale e politico generato dall’avanzata dell’Islam e dal ripiegamento su una rigida ortoprassi degli ambienti hinduisti), si è trasformata. Il messaggio innovativo della via dei Sikh, in un contesto castale come quello indiano, è l’uguaglianza fra tutti gli uomini e le donne, basata su un credo monoteista per cui non c’è più né hindu né musulmano, ma l’uomo che lavorando rende gloria a Dio. I primi Sikh sono arrivati in Italia come lavoratori nei circhi a partire dal 1970, poi negli anni ’80 molti si sono inseriti in Val Padana occupando una nicchia di mercato progressivamente abbandonata dagli italiani, quella dell’allevamento e della concia, lavori considerati non solo pesanti e rischiosi ma, nell’induismo, impuri. Si stima che oggi i Sikh in Italia siano circa 40.000. Hanno aperto 22 templi senza suscitare reazioni negative come generalmente avviene per le moschee. Il primo tempio è stato aperto nel 2.000 a Novellara (Reggio Emilia).
I templi sono a due piani, uno riservato allo spazio sacro, l’altro alla convivialità. La religione Sikh ha in comune con il cristianesimo il libro rivelato e l’idea di comunità.
È sorto un sito in italiano dedicato al sikhismo: http://www.sikhismo.com/
Un problema apparentemente banale di integrazione, di cui ha parlato il prof. Pace: i Sikh e il casco.
“Grattacapo da società multirazziale: come si devono comportare le forze dell’ ordine di fronte agli indiani sikh in motorino che giustificano con motivi religiosi l’ uso del turbante anziché del casco? È il quesito rivolto da diversi sindaci delle province di Vicenza e Treviso al sottosegretario ai Lavori Pubblici, Mauro Fabris, che ha la delega per la sicurezza sulle strade. Nelle concerie in provincia di Vicenza e in molte aziende di Treviso sono numerosi i dipendenti sikh motorizzati che non hanno indossato il casco per non rinunziare al turbante, segno distintivo ed obbligatorio della loro religione.” (da Repubblica del 2000)
In India, Gran Bretagna, Danimarca e alcuni stati del Canada i Sikh sono esentati dal portare il casco per non andare contro alla propria religione. In Francia invece è recente la polemica tra comunità sikh e Sarkozy per il diritto di portare il turbante nelle scuole. In Italia a livello politico se ne parlò nel 2000 e l’allora sottosegretario ai Lavori Pubblici con delega per la sicurezza sulle strade, Mauro Fabris, si raccomandò di far applicare scrupolosamente la legge, aggiungendo che “quando un italiano va in territorio sikh, per rispettare le loro norme non beve whisky”.
2. Gli ortodossi: presenti da secoli in Italia, hanno una diffusione capillare con 302 parrocchie, soprattutto in Piemonte e Veneto. È una religione in cui esiste ancora sovrapposizione fra potere temporale e spirituale, Stato e Chiesa.
3. Le principali religioni orientali (oltre a quella Sikh) presenti in Italia sono l’induismo e il buddhismo. Il buddhismo si è imposto all’attenzione almeno a partire dagli anni ’60, quando diversi maestri sono arrivati in Italia. Si possono riconoscere 5 grandi scuole del buddhismo.
Nel 1991 è stata riconosciuta come ente religioso l’Unione Buddhista Italiana (UBI http://www.buddhismo.it/), composta da 45 centri, di cui l’unico in Regione è a Trieste (www.sakyatrieste.it)
Si stima che i Buddhisti italiani siano circa 70.000, mentre ancora ridotta è la presenza di Buddhisti immigrati, che sono soprattutto cinesi. A Prato è stato costruito il primo tempio buddhista d’Italia, il secondo è a Roma. Le forme di neo-buddhismo arrivano soprattutto dal Giappone: ad una di queste versioni, imperniata sull’idea del successo personale e sulle arti marziali, appartiene il calciatore Baggio.
Negli anni ’90 si è costituita anche l’Unione Induista Italiana, che nel 2007 ha firmato un’Intesa con lo Stato italiano. (http://www.hinduism.it/unione.html) Si stimano circa 5.000 induisti italiani ed esiste un unico tempio indù nell’entroterra savonese, promosso dall’italiano Paolo Valle.
4. Islam: i dati grezzi della Caritas ci offrono un riscontro di circa 1.300.000 islamici in Italia.
Ormai l’immigrazione da Paesi islamici ha una storia abbastanza lunga alle spalle, per cui può essere analizzata in tre diversi livelli: la prima generazione di immigrati, la generazione dei figli, le forme organizzative che, a partire dagli anni ’70, si sono date le comunità musulmane.
Il primo nucleo di immigrati musulmani fu quello di Mazara del Vallo, che costituiva manodopera per la pesca ed era di provenienza tunisina. Costituisce oggi circa il 5% della popolazione. Negli anni ’70 aveva ottenuto dal governo l’apertura di una scuola per i bambini immigrati con materie, lingua e insegnanti del Paese di origine. Il tutto avvenne senza suscitare clamori, mentre più recentemente a Milano un’analoga richiesta da parte di immigrati egiziani ha scatenato molte polemiche e infine l’autorizzazione è stata negata anche in base all’esperienza della scuola di Mazara, nella quale gli stessi insegnanti avevano deciso di chiudere l’esperimento ritenendolo addirittura dannoso in un contesto in cui ormai i ragazzi immigrati si erano integrati.
Secondo i dati del Viminale esistono in Italia 750 centri di preghiera, con prevalenza in Lombardia, Triveneto (144), Emilia-Romagna. Poche sono ancora le moschee: a Roma, Segrate, Catania (è privata e non in funzione), Bologna. C’è un progetto di moschea a Torino (finanziata dal Marocco). A Colle Val d’Elsa la moschea non è mai stata inaugurata e dichiarata inagibile. Nel 2006 la moschea aveva suscitato l’ira di Oriana Fallaci che, intervistata dal New Yorker, disse: “Non voglio vedere questa moschea, è molto vicina alla mia casa in Toscana. Non voglio vedere un minareto di 24 metri nel paesaggio di Giotto, quando io nei loro paesi non posso neppure indossare una croce o portare una Bibbia. Se sarò ancora viva andrò dai miei amici a Carrara, la città dei marmi. Lì sono tutti anarchici; con loro prendo gli esplosivi e la faccio saltare per aria”.
I centri di preghiera fanno riferimento a diverse associazioni. Fra esse l’UCOI, legata ai Fratelli musulmani egiziani, che hanno tentato di adattare l’islam alla modernità con alcune forzature, come il califfato. Esistono poi altre correnti islamiche più spiritualiste o riformiste. Dal 1925 non esistono più Stati musulmani in senso stretto per cui l’unica legge è quella coranica. O si hanno Stati laici come la Turchia o Stati con un diritto parallelo a quello canonico: per es. in Tunisia la poligamia è vietata dalla legge dello Stato dal 1956. Inoltre anche negli Stati di religione islamica si assiste ormai a quel processo che noi abbiamo definito di secolarizzazione. In Marocco la popolazione urbana istruita pratica a modo suo, esattamente come succede a tanti cattolici.
In alcuni Stati africani (Senegal e Mali) l’islam fa riferimento alla mistica sufi: potremmo definirlo un islam del cuore, caratterizzato dalla preghiera e dallo spirito di comunità.
È invece proprio l’Arabia Saudita, alleata dell’Occidente, che finanzia in Europa scuole finalizzate a diffondere un unico islam, “duro e puro”, il Wahhabismo, movimento islamico scaturito dalla “riforma” religiosa realizzata da Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhāb (al-ʿUyayna, Najd, 1703 – Darʿiyya, pressi di Riyādḍ, Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhāb (al-ʿUyayna, Najd, 1703 – Darʿiyya, pressi di Riyādḍ1792). Bin Laden è saudita.
Per quanto riguarda la generazione dei figli nati in Italia da immigrati islamici, si riscontra spesso un conflitto con i genitori, determinato da un adeguamento ai modelli dei coetanei italiani. La fede diventa una questione di scelta personale e non di tradizione ereditata dai padri. Su 1.300.000 islamici presenti si può stimare che un numero fra 400 e 500.000 sia rappresentato da credenti e praticanti.
È difficile però pensare ad un’effettiva integrazione se non si riforma la legge sulla cittadinanza. Un ulteriore problema è costituito dal fatto che l’islam non ha un’organizzazione centralizzata come la Chiesa cattolica e quindi i musulmani in Italia non sono riusciti a trovare una voce comune per firmare un’Intesa con il governo, che ha cercato di creare una Consulta. Sotto i governi Amato e Pisanu era stato raggiunto un compromesso e firmata la Carta dei valori, ma successivamente l’accordo, mai presentato in Parlamento, è rimasto lettera morta.
La sfida oggi è quella di investire sul nuovo islam italiano, interloquendo con le correnti riformiste, che propongono un’interpretazione storico-critica del Corano.
5. I cristiani di terza generazione sono gli immigrati in Italia da tre diversi continenti: Africa (Nigeria, Ghana, Camerun, Togo), Asia (Chiese evangeliche e pentecostali), America Latina. Sono tutti portatori di inculturazioni particolari del cristianesimo, idonee a produrre una sorta di choc liturgico e teologico al cristianesimo europeo, non avvezzo alle ritualità pentecostali improntate all’esaltazione della fisicità o della credenza nella manifestazione immediata dei poteri dello Spirito. In Africa in particolare le Chiese indipendenti hanno prodotto una vera esplosione del cristianesimo: nessuno è più in grado di contarle e censirle, visto l’incredibile numero di nuove Chiese che autonomamente sorgono, recuperando molti elementi delle religioni precristiane.

Alle 13.30, sospesi i lavori del seminario, ai partecipanti viene offerto un sontuoso buffet preparato dal personale della Capitaneria. Il comandante, dopo aver seguito l’intera relazione, intrattiene gli ospiti e, dopo il pranzo, li accompagna a visitare la Sala operativa, illustrando le attività di cui si occupa la Capitaneria e gli strumenti di cui dispone. Per i partecipanti si tratta di un mondo quasi sconosciuto, che suscita molto interesse.

Le domande

Dopo la visita riprendono i lavori con le domande e le osservazioni proposte da alcuni dei partecipanti.
1. Augusta Barbina, che da molto si occupa del problema, cita la Legge 15 luglio 2009, n. 94, Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, e in particolare la seguente disposizione:
g) all’articolo 6, comma 2, le parole: «e per quelli inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi» sono sostituite dalle seguenti: «per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie»;
Cita inoltre la circolare ministeriale, che di fatto smentisce la legge.
Trascrivo dal blog di Augusta (http://diariealtro.altervista.org/blog/) la sintesi di una questione complessa:
Decripto il testo non tanto artatamente astruso, quanto conforme a una sciatta abitudine di legiferare per modifiche delle norme precedenti “Fatta eccezione per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative a carattere temporaneo e «, per quelli inerenti all’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 e per quelli attinenti alle prestazioni scolastiche obbligatorie», i documenti inerenti al soggiorno di cui all’articolo 5, comma 8, devono essere esibiti agli uffici della pubblica amministrazione ai fini del rilascio di licenze, autorizzazioni, iscrizioni ed altri provvedimenti di interesse dello straniero comunque denominati”. Ne riassumo il senso per l’aspetto che ci interessa.
Le registrazioni degli atti di stato civile –nascite, matrimoni, morte –che venivano assicurate senza esibizione del permesso di soggiorno a norma del Testo Unico sull’immigrazione, Dlgs 286/1998, a seguito della legge 94 vengono concesse a condizione dell’esibizione del permesso stesso.
Di conseguenza l’immigrato irregolare (sia irregolarmente entrato o diventato tale a seguito della perdita del lavoro) non potrebbe avere figli che siano riconosciuti come suoi (se non fosse intervenuta la precaria garanzia della circolare interpretativa di cui ho scritto il 6 dicembre), non può sposarsi, non può uscire dal mondo dei vivi perché non gli è concessa la registrazione della morte.
Un essenziale documento di cui può disporre è la tessera Stranieri Temporaneamente Presenti (STP) che gli garantisce una serie di misure sanitarie (a tutela sua e della comunità in cui vive), contro cui, almeno in Friuli Venezia Giulia, la Lega Nord ha espresso un’opposizione feroce.
Inoltre gli è assicurato l’accesso alla scuola dell’obbligo a seguito di un emendamento dell’on. Mussoline, accolto nella legge 94. Se poi è capace e meritevole e vuol proseguire gli studi … torniamo all’esibizione del permesso di soggiorno.

2. Caterina Dolcher, con riferimento ai cristiani di 3° generazione, cita il libro di M. De Certeau “Il cristianesimo in frantumi” e chiede se un limite storico della nostra fede non sia rappresentato proprio dall’inculturazione occidentale, che rende di fatto il cattolicesimo non universale.
3. Gabriella Burba pone un interrogativo sull’almeno apparente contraddizione delle due tesi della secolarizzazione e del ritorno del sacro.
4. P. Mario Vit focalizza l’attenzione sulla differenza fra fede e religione, sottolineando che i processi migratori enfatizzano la religione come collante sociale: si tratta di esperienze di fede o soltanto di religione?
5. Vito Raimo, insegnante di religione, fa riferimento alle ricerche e ai dati che evidenziano una grande differenza di pratica religiosa fra Trieste e il Sud Italia e chiede conferma e spiegazioni del fatto.
6. Dario Grison pone la questione del rapporto fra islam e democrazia, chiedendo se è pensabile che gli immigrati islamici in Europa riescano a proporre una nuova elaborazione culturale anche per le società di provenienza.
7. Carlo Beraldo chiede se le nuove presenze immigrate possano diventare anche presenze politiche.

Le risposte di Enzo Pace

1. Il caso prospettato da Augusta è paradossale, soprattutto se incrociato con il dato dell’aumento delle convivenze miste. Il problema di fondo è la legge sulla cittadinanza, da riformare. In Germania, dopo l’89, si è passati allo ius soli. Anche il linguaggio va riformato: non clandestini, ma “senza documenti”. La politica è miope, ritenendo che gli immigrati siano semplicemente degli ospiti che devono autolimitarsi nella pretesa di accesso alla cittadinanza. Le società pluraliste sono “costose” e faticose e la politica non è all’altezza dei problemi.
2. Le religioni si incontrano con le culture. Le più forti sono in grado di resistere alle pressioni adattive delle culture, quelle invece che hanno un’impalcatura teologica e dottrinale più debole si adattano. Il cristianesimo ha provato a resistere, in particolare quando è diventato religione dominante è si è espanso attraverso le vie commerciali ed imperiali. Il cattolicesimo, rispetto al protestantesimo, ha una forma organizzativa che regge alle pressioni culturali. D’altra parte ogni pretesa di universalismo deve fare i conti con il particolarismo delle culture. Negli USA l’organizzazione giuridica si è basata sulla libertà di credere e ciò ha favorito il pluralismo religioso, in Europa la rivoluzione francese ha invece propagato l’idea di una libertà dal credere.
3. Secolarizzazione o ritorno del sacro? Oggi c’è un modo moderno di scegliere di credere. Il pluralismo religioso fa diminuire l’idea che ci sia un’unica vera religione, provocando una deistituzionalizzazione del credere religioso, che diventa un fatto soggettivo.
4. Il rapporto fra fede-religione-sacro rinvia ad una struttura antropologica. Quale struttura antropologica dietro le megachurch? O le Chiese nei centri commerciali? O le religioni virtuali in rete?
“Grande è meglio. Anzi, mega sarebbe proprio il massimo. Questa volta si tratta di chiese, di comunità religiose con migliaia di fedeli affezionati. Secondo uno studio della Baylor University – l’ateneo texano che è anche la più grande università battista d’America – le megachurch offrirebbero più contatto personale e un senso maggiore di comunità delle piccole parrocchie. Addio al curato (evangelico) di campagna, con una decina di nonnine e un anziano organista, in America almeno le cose fatte in grande funzionano meglio. Anzi la frequenza nelle mega strutture è cresciuta del 50 per cento negli ultimi cinque anni. Altro che impersonali giganti, chi partecipa alle loro funzioni ha una fede più convinta e una vita sociale migliore, tutta charities e gruppi d’ascolto. E poi la musica, quelle melodie trascinanti che spingono, assicurano i fedeli, a uscire e annunciare il Vangelo a tutti. Le chiese più piccole si stanno attrezzando per non correre il rischio di rimanere indietro, e progettano allargamenti e campagne ranicahe. Nulla di nuovo per McCain e Obama: la campagna elettorale americana è saggiamente stata aperta nella megachurch del reverendo Rick Warren.” (da Il Foglio 19/09/08)
In realtà del vissuto di fede sappiamo ben poco, perché non emerge né dai dati né dalle ricerche.
5. In Italia esistono effettivamente aree geografiche con tradizioni religiose diverse. Venezia, ad es., ha uno degli indici più bassi di pratica religiosa; è una città, come Trieste, con tradizione laica.
Nel Sud c’è un forte legame con il culto dei santi: una tradizione più santuariale che parrocchiale, che rinvia al rapporto fra luogo ed identità, alle forme elementari, totemiche, del credere.
6. Nell’islam è presente un grande interrogativo sull’assunzione che il testo sacro non sia per definizione interpretabile. Dal 1800 la corrente riformista si appella anche per il Corano al metodo storico-critico, già utilizzato per i testi della rivelazione cristiana. Nel Corano alcuni messaggi sarebbero universalizzabili, altri il riflesso di scelte legate alla struttura sociale e politica del tempo. In Iran Khatami ha liberalizzato il dibattito interno al mondo sciita, aprendolo anche a teologhe donne femministe. Le correnti radicali però non si arrendono: in Egitto è stata reintrodotta la legge ranica per il diritto di famiglia, in vari Stati si celebrano processi per apostasia.
7. In altri Stati europei gli immigrati hanno già una presenza politica: in Inghilterra anche in Parlamento, in Olanda, Francia, Belgio nei Consigli comunali. In Europa non esiste alcun partito connotato religiosamente e gli immigrati si dividono, come gli autoctoni fra partiti di destra e di sinistra.

Gabriella Burba

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