20 febbraio 2013: “Riforma e Controriforma”
INCONTRO SUL TEMA “RIFORMA E CONTRORIFORMA: DALLA GUERRA AL DIALOGO”
Mercoledì 20 febbraio al Centro Veritas, con inizio alle 18.30, avrà luogo un incontro con Stella Morra, teologa, e Ruggero Marchetti, pastore valdese, membro della Commissione culturale del Veritas.
Si tratta della settima conferenza dei Mercoledì del Veritas. Il titolo “Riforma e Controriforma: dalla guerra al dialogo” rivela l’intenzione di voler andare ad approfondire la tensione tra tradizione e rinnovamento che si è sviluppata a partire dalla rivoluzione di Lutero. La Riforma pone il tema del confronto con l’altro. Spesso questo assume i toni del conflitto, ma anche in questo caso si tratta di trovare un equilibrio nella tensione tra l’emergere della presenza dell’altro e una crescente consapevolezza di soggettività. Soggettività che sta alla base della teologia protestante e che emerge a fatica nella Chiesa cattolica solo dopo il Concilio Vaticano II. La domanda che in definitiva ci si pone oggi è quale sia la forma possibile che possa salvaguardare identità e relazione e come possiamo immaginare un rapporto all’altro sulla figura della dinamica trinitaria.
In preparazione dell’incontro, anticipiamo alcune brevi riflessioni proposte dai due relatori.
«Poiché la questione che si vorrebbe affrontare riguarda i paradigmi cruciali della storia delle forme del cristianesimo, l’elemento da cui vorrei prendere le mosse è la sottolineatura dell’emergere della presenza dell’altro nell’impatto tra cristianesimo e modernità, che diventa il dato speculare all’emergere della crescente consapevolezza di soggettività. Il caso della Riforma è, in qualche modo, tipologico di questa dinamica, a fronte di una cristianesimo romano che si sente ancora soggetto universale e viene “costretto” a trovare la propria parzialità.
Il confronto con l’altro prende la forma del conflitto, forma su cui vale comunque la pena di riflettere, anche per chiedersi quali sono gli (indubbi!) vantaggi della forma del dialogo, ma pure come non si tratti semplicemente di una contrapposizione polare (tra conflitto e dialogo), ma piuttosto di un continuum di “sperimentazione dell’altro”.
La domanda che ci si propone è oggi quale sia la forma possibile che possa salvaguardare identità e relazione e come possiamo immaginare un rapporto all’altro sulla figura della dinamica trinitaria». (Stella Morra)
«Anche se per la sua nascita e la sua affermazione furono determinanti alcuni fattori culturali: l’Umanesimo e il Rinascimento con la loro idea del “ritorno alle fonti”; la riscoperta delle lingue bibliche; l’invenzione della stampa a caratteri mobili, la Riforma fu essenzialmente un evento teologico: la riscoperta colma di timore dell’assoluta sovranità di Dio, con la conseguente immediata esigenza di affermare questa sovranità nei confronti di una Chiesa che di Dio s’era “impadronita”. La Riforma è stato il tentativo di liberare Dio dalla Chiesa. In concreto, questo ha portato: a) a privilegiare il rapporto diretto del singolo credente col Signore (la coscienza come santuario, la fede che prevale sul rito, ecc.); b) a ridimensionare il potere dell’istituzione Chiesa (il ruolo di governo nella chiesa che le comunità della Riforma hanno dato ai principi e ai magistrati cristiani); c) alla costruzione del mondo moderno.
La Chiesa romana ha reagito ridefinendo se stessa in diretta opposizione ai principi della Riforma e accentuando la sua dimensione sacrale, sacramentale ed istituzionale (cfr. Trento).
Col Vaticano II, che è stato il tentativo della Chiesa cattolica di entrare in dialogo col mondo moderno e di rilanciare una collegialità pastorale e il ruolo dei laici, è anche partito un dialogo, che ancora oggi va avanti soprattutto sulla Bibbia, “riscoperta” dopo secoli di emarginazione. Oggi, a cinquant’anni dal Concilio, questo dialogo stenta, perché, tranne la riscoperta della Bibbia, che pure è fondamentale e fa sperare che il dialogo continui, tutti gli altri obiettivi del Vaticano II sembrano un po’ smarriti». (Ruggero Marchetti)
Articolo:
Si è svolta mercoledì 20 febbraio la settima conferenza dei Mercoledì del Veritas dal titolo “Riforma e Controriforma: dalla guerra al dialogo”. I relatori, la teologa Stella Morra e il pastore valdese di Trieste, Ruggero Marchetti hanno approfondito la tensione tra tradizione e rinnovamento che si è sviluppata a partire dalla rivoluzione di Lutero.
La riforma protestante non nasce con l’affissione delle tesi da parte di Lutero sui portoni del duomo di Wittenberg – così ha esordito il pastore Marchetti.
La riforma nasce dalla necessità per il monaco agostiniano Lutero di non avere mediatori; necessità che porta scoperta della grandezza sovrana di Dio.
Nei suoi insegnamenti ai fedeli, egli afferma che le indulgenze papali sono utili se i cristiani non fanno affidamento assoluto a essi; c’è il rischio infatti di smarrire il rapporto diretto con Dio, che viene inglobato in una struttura. Se la Chiesa ingloba Dio sono guai seri. La riforma può essere allora letta come il tentativo di liberare Dio dalla Chiesa e di incontrarlo nella sua nudità.
Perché solo questa esperienza abbagliante porta a Cristo, cioè come l’unico mediatore, appeso al legno tra terra e cielo. In questa esperienza si scopre che Dio è amore, pura grazia. Il paradosso diventa quindi il fatto che dove si afferma Dio, la Chiesa mediatrice si ridimensiona.
Se la Chiesa cattolica si identifica in Maria (che – come lei – genera Cristo), la Chiesa protestante può essere vista come la donna samaritana (cfr Gv 4) che ha i suoi trascorsi, i suoi peccati ma che incontra Cristo e lo annuncia. Ma annunciandolo, la Chiesa fa un passo indietro per consentire agli altri di incontrarlo personalmente, perché la coscienza dell’uomo è un santuario.
Si può affermare che la Riforma non è riuscita in quello che voleva perché ha generato altre Chiese. Il tentativo di riformare la Chiesa ha generato guerre, scomuniche.
La Chiesa romana ha reagito ridefinendo se stessa in diretta opposizione ai principi della Riforma e accentuando la sua dimensione sacrale, sacramentale ed istituzionale (cfr Concilio di Trento).
Questo conflitto ha generato stanchezza e ha lentamente portato all’Illuminismo, fino ad un lungo periodo di totale estraneità tra cattolici e protestanti.
Con il Concilio Vaticano II, che è stato il tentativo della Chiesa cattolica di entrare in dialogo col mondo moderno e di rilanciare una collegialità pastorale e il ruolo dei laici, è anche partito un dialogo, che ancora oggi va avanti soprattutto sulla Bibbia, “riscoperta” dopo secoli di emarginazione.
Oggi, a cinquant’anni dal Concilio, questo dialogo stenta, perché, tranne la riscoperta della Bibbia, che pure è fondamentale e fa sperare che il dialogo continui, tutti gli altri obiettivi del Vaticano II sembrano un po’ smarriti.
Una prospettiva di dialogo – ha concluso Marchetti – risiede nella riscoperta della santità di Dio, rispetto alla sua “essenza” in senso meramente ontologico. Dio è santo (kadosh) nel senso letterale, cioè separato da tutto il resto e il rapporto con lui si realizza grazie alla sua iniziativa gratuita.
Stella Morra ha preso la parola sviluppando prima di tutto il tema della differenza tra riforma e aggiornamento. Riforma è dare una nuova forma, portare a una forma originaria, genuina; mentre aggiornamento significa stare al giorno.
La questione è: come si riforma oggi una via di fede? Il Vaticano II propone una opzione interessante, diversa ovvero l’aggiornamento come metodo. Ciò che è da cercare non è una forma originaria, ma l’incarnazione possibile al giorno d’oggi.
La Riforma luterana mette in campo l’emergere dell’altro. Ciò conduce a due conseguenze. Da un lato la definizione della propria identità per sottrazione (i cattolici sono i non-protestanti, i riformati sono i non-cattolici). D’altro canto, dal momento che con la Riforma luterana la divisione tra le Chiese non è geograficamente classificabile, l’emergere misto di un altro mette in crisi le definizioni assolute di identità, e questa parzialità diventa dolorosa e a volte deflagrante.
Questo però segna il passaggio all’adultità. Da bambini possiamo diventare chiunque, da adulti si comincia a comprendere ciò che si è e ciò che non si è diventati. Quando ciò accade, non è mai un piacere. Il tempo del conflitto è violento, ma è anche di individuazione, cioè di possibilità di poter dire di sé.
Certi dialoghi a buon mercato sono rischiosi. La conflittualità invece è tipica della fraternità perché è pretesa del primato sull’origine. Con questo sguardo ci si accorge che allora davvero le Chiese sono sorelle.
Allora relazione e identità devono trovare una nuova forma di interazione. Il perbenismo non funziona più e le Chiese in questa capacità di gestire la conflittualità potrebbero essere un grande laboratorio.
Sarebbe un grande servizio all’umanità. Perché la tensione sta tra le due vie facili di perdersi nella relazione (da un lato) o di irrigidirsi nell’identità (dall’altro). Stella Morra ha proposto tre possibili piste per realizzare questo.
Prima di tutto la sinergia tra identità e relazione funziona meglio quando la vita è condivisa. Perché non si condividono i concetti, ma si cammina insieme. Questo però presuppone comunità esistenti, che abbiano una vita di comunità reale da poter condividere. Comunità che scelgano di fare questo. In questo senso le Chiese oggi sentono la mancanza di questa possibilità, proprio perché è difficile trovare delle comunità.
Un secondo spunto è il non fare di identità e relazione due elementi successivi. Altrimenti, o si perde un elemento o si trascura l’altro. Ci vuole la fatica di tenere insieme in maniera integrata queste due realtà così vitali per l’uomo.
Terzo, dobbiamo imparare l’arte del conflitto. Il confronto non è gratis e se non si litiga non si diventa grandi. Litigare con qualcuno a più riprese significa avere un rapporto e significa lasciare che questo rapporto veda una crescita organica. Tra i roghi e il perbenismo c’è un ampio range di possibilità che permette di evitare i fondamentalismi.
In conclusione è stato fatto un cenno alla presenza fondamentale (fin dalla Riforma) dei mistici. I mistici sono fautori della fede diretta e della coscienza. I mistici non accettano l’alternativa tra identità e relazione ma la superano. Cercano una strada dove queste due realtà stiano insieme e possano essere una possibilità da percorrere. Una possibilità concreta, una via da percorrere perché il loro esempio è una vita reale; una vita che si nutre del rapporto con Dio e che è quindi imbevuta delle dinamiche trinitarie, prototipo per il credente dell’armonia tra identità e relazione. (Francesco Crosilla)