27 febbraio 2013: Presentazione di: “Al monte santo di Dio. La mia vita con la comunità di Dossetti”
Mercoledì 27 febbraio, alle ore 18.30, suor Cecilia Impera della Piccola Famiglia dell’Annunziata, presenta il libro: «Al monte santo di Dio. La mia vita con la comunità di Dossetti» (Il Margine editore).
Ispirata dal ricordo del sacrificio del fratello Eugenio il 28 giugno 1944, Romana Impera (suor Cecilia) entra nella comunità di Dossetti, dove per favorire il dialogo interreligioso si spende a favore degli ammalati e dei poveri, vivendo dieci anni in Palestina e quindi in India, sempre a fianco degli ultimi. La storia di una vita che nel contempo è la storia di momenti decisivi del nostro Paese e della Chiesa.
“L’infanzia e la fanciullezza tra Cavalese e Trento, l’arrivo a Riva del Garda, nel 1933. La guerra, la fine del fascismo, la Resistenza. Al liceo, nonostante tutto, un’educazione alla libertà che non tarderà a far vedere i suoi frutti migliori. Il fratello, Eugenio, “generoso, libero e assetato di verità”, si fa come tanti giovani della sua generazione “ribelle per amore” e, tradito da una soffiata, viene trucidato in casa dai nazisti alla presenza delle sorelle e del padre. “Non aveva mai conosciuto odio nei brevi anni della sua vita: il suo volto disteso e pacato mi fa pensare che non l’abbia conosciuto nemmeno davanti al suo uccisore. Non c’era segno di sangue. Nulla. Il tutto era avvenuto in pochi minuti: pochi minuti carichi di mistero che decisero della mia vita”.
A scrivere è una donna, Cecilia Impera. Quell’evento la accompagnerà, segnandola per tutta la vita. Fino all’incontro con un altro uomo, per lei altrettanto decisivo: Giuseppe Dossetti. Cecilia entra a far parte della “Piccola Famiglia dell’Annunziata”, ispirata dal ricordo del sacrificio di Eugenio e dall’esempio e dalla guida paterna di Dossetti.
La storia di una vita che è nel contempo la storia di momenti decisivi del nostro Paese, della Chiesa (soprattutto il periodo del Concilio) e dell’incontro con le altre confessioni cristiane oltre che con le grandi religioni dall’ebraismo all’islam fino all’induismo. Un fratello e un “padre” a fare da guida costante per l’esistenza, ad alimentare la speranza e la certezza misteriosa che la vita autentica non può morire. Un libro per tutti quei lettori che cercano, nelle grandi storie, i piccoli semi che danno senso alla concretezza, alla fatica e alla gioia del vivere. (dalla Presentazione di Raniero La Valle)
Articolo sull’incontro con sr. Cecilia Impera
Suor Cecilia è una piccola donna di età avanzata con memoria lucida e vivacità intatta. Ci racconta di don Dossetti, di cui da poco è ricorso il centenario della nascita, omettendo completamente di raccontare di sé. Si intuiscono l’ammirazione, l’affetto e la riconoscenza che la legano a lui, il padre che l’ha condotta alla vita monastica. Giuseppe era stato battezzato nel giorno dell’Annunciazione e per lui quel mistero rimase il più venerato perché nel suo pensiero include in germe l’intero mistero di Cristo. La Comunità da lui fondata porta questo nome e sulla sua lapide volle che fosse scritto solo che era stato battezzato nella solennità dell’Annunciazione. Due persone considerava maestri della sua formazione: don Dino Torregiani, «il prete dei carcerati e degli zingari» com’era chiamato, che gli trasmise lo zelo per le opere e risvegliò in lui l’attenzione agli umili, agli emarginati e ai nomadi, e don Leone Tondelli, stimato biblista che suscitò in lui l’interesse e l’amore per la Sacra Scrittura.
Nella breve esperienza politica fu uomo retto ed aperto così da essere molto vicino a Togliatti del quale ebbe una grande stima. «Quando c’è rettitudine e onestà si può collaborare nonostante le diversità» gli scrisse quando stava morendo. Dalla loro collaborazione nacque il primo articolo della Costituzione: il lavoro, infatti, è per il cristiano continuazione e collaborazione dell’uomo all’opera della Creazione. In politica teneva particolarmente all’educazione e alla formazione del popolo e quando lasciò quell’impegno perché temeva di deludere e non voleva creare illusioni di poter realizzare quanto non avrebbe potuto fare, si dedicò proprio all’impegno culturale. Fondò l’istituto di ricerca per laici di Bologna per realizzarvi una riforma della cultura accademica che riteneva troppo conflittuale perché centrata sull’individualismo. Chi entrava nel suo istituto doveva accettare di studiare solo per onorare lo studio dando un impegno serio e distaccato per amore di Dio, senza interessi di carriera. Per lui la ricerca culturale, impostata sulle ricerche teologiche e sullo studio della Scrittura, era un mezzo per la ricerca di Dio. «Vi era anche la preghiera in comune e la lectio partecipata ogni giorno», racconta Cecilia «ed è stato così che la Bibbia è entrata nella nostra vita». Eppure per don Giuseppe non era facile pregare. Perché? La preghiera è un dialogo con l’invisibile e questo, secondo lui, non è conforme alla nostra natura che ci induce più a fare, ad operare. Ed invece, per puntare sulla prevenzione dello Spirito che egli considerava essenziale per lasciare che sia Lui a guidare la vita, è proprio necessaria la preghiera e il lasciarci giudicare dalla Scrittura.
Il Card. Lercaro giunse a Bologna lo stesso giorno in cui moriva suo padre: egli pensò subito che Dio gli toglieva un padre e gliene dava un altro e così gli si affidò con obbedienza totale. Così da accettare la candidatura a sindaco di Bologna allorché il Cardinale glielo chiese, con riluttanza e addirittura vergogna, anche per la stima che lo legava al sindaco Dozza che dovette sfidare. Fu per farsi sacerdote che, finalmente, gli fu permesso di lasciare il Consiglio comunale e dedicarsi totalmente alla sua piccola Comunità e poi al Concilio. (Caterina Dolcher – Commissione culturale del Veritas)