13 gennaio 2013: viaggio culturale a Venezia
VIAGGIO CULTURALE A VENEZIA
Le ultime due lezioni del corso di: “Introduzione alla conoscenza dell’ebraismo” tenuto dal docente Davide Casali, consistono nella partecipazione per gli iscritti al viaggio culturale a Venezia di domenica 13 gennaio 2013.
Perché questo viaggio a Venezia? Lo abbiamo chiesto a Davide:
“Le lezioni che ho tenuto al Centro Veritas ci hanno portato alla fine della prima tappa di questo nostro viaggio nell’ebraismo di base. Abbiamo affrontato dei bellissimi argomenti che ci hanno appassionato come la preghiera, lo Shabbat, la cucina ebraica, i precetti, il Talmud, la kasherut, le regole per la preparazione del vino kasher ecc. Ma questa non è che una introduzione generale sull’ebraismo che abbiamo affrontato con la consapevolezza che bisogna andare ancora più a fondo. L’occasione di andare a Venezia ci permetterà di parlare e di vedere l’ebraismo a livello internazionale essendo Venezia una città piena di turismo e di antica tradizione ebraica /europea.
Spero che questo viaggio sia per voi uno stimolo per avvicinarsi ancora di più al grande mondo dell’ebraismo e che vi permetterà di vedere delle cose difficili da trovare sui libri. Vi aspetto quindi a Venezia il 13 gennaio. Shalom” (Davide Casali)
Programma:
Partenza da Trieste con il treno regionale delle ore 8.18
Arrivo a Venezia alle ore 10.24
1. Passeggiata fino al Ghetto e visita alle sinagoghe
2. Pranzo alle ore 13.00 in ristorante kasher
3. Visita al Museo Ebraico
4. Visita al Ghetto
Si prevede che le visite abbiano termine verso le 15.30 – 16.00.
RESOCONTO DELLA GIORNATA
Domenica 13 gennaio una trentina di iscritti al corso di : «Introduzione alla conoscenza dell’ebraismo», accompagnati da Davide Casali, docente del corso e da p. Mario Vit, direttore del Centro Veritas, si sono recati a Venezia per visitare, alla luce di quanto appreso durante le lezioni di ebraismo, il Ghetto, le sinagoghe e il Museo Ebraico.
Riportiamo le impressioni di una partecipante.
Una giornata grigia e fredda non ha scalfito il fascino di Venezia e comunque a illuminarla e a portare il calore ci ha pensato una gioiosa comitiva di triestini, friulani e bisiachi tutti motivati da un bel programma: portare a conclusione un bel percorso di 10 puntate sulla conoscenza dell’ebraismo (almeno l’a, b, c) alla guida di un simpatico e disponibilissimo Davide Casali.
Dopo esserci rifocillati di pane e dolci in un negozio “kasher” e una successiva sbirciata in una bottega di oggetti tipici ebraici, abbiamo cominciato la nostra visita alle sinagoghe o scole partendo dalla “Levantina”: accomodati su banchi di legno (di proprietà di privati con tanto di cassetto chiuso a chiave), abbiamo seguito le ultime lezioni di Davide che di tanto in tanto ci interrogava (trovandoci preparatissimi) sulla Torah, lo Shemà, i Teffilin, su quante volte al giorno un ebreo prega e in quali momenti della giornata, la differenza di rito che distingue una sinagoga da un’altra (rito askenazita, sefardita, italiano…; a Trieste per esempio si prega secondo il rito sefardita nei giorni feriali, mentre in quelli festivi si segue il rito askenazita).
Per la visita alle altre scole, siamo stati accompagnati da Paolo, veneziano non ebreo (“ghe mancarìa anca quela”), che ci ha fornito un quadro generale sull’arrivo degli ebrei a Venezia (verso l’XI secolo), sul grande numero di ebrei che vi risiedeva stabilmente che raggiunse i 5.000 individui, sui provvedimenti presi dalla Serenissima, su come nacque il “ghetto” che aveva porte che venivano aperte di giorno e chiuse di notte, sui mestieri che gli ebrei potevano fare e che erano limitati a 4 (mercanti, “strassaroli”, prestasoldi e medici), come questi dovessero portare un segno di identificazione e sottostare a molte altre gravose regole per avere in cambio libertà di culto e protezione in caso di guerra.
Tutto ciò Paolo lo ha raccontato mentre visitavamo la scola “Tedesca”: molto elegante ma più simile a un salone per le feste che a un luogo di culto e questo perché a progettarla non furono ebrei ma architetti che seguivano la moda del ’600.
Un piccolo gioiello, la successiva scola “Canton” così chiamata perché si trova proprio in un angolo del Ghetto Novo; interessante la presenza nonché la fattura dei bassorilievi dipinti che riprendono alcune scene dell’Antico Testamento escludendo immagini di persone per non contravvenire al 2° comandamento («Non ti farai immagini»).
La scola “Italiana” si trova all’interno di un condominio che è abitato attualmente da tre famiglie non ebree. A pianta quadrata, fatta costruire da un gruppo di ebrei romani “strassaroli”, poveri, ha un pulpito che, anziché essere situato a livello del pavimento in segno di umiltà, si trova più in alto rispetto all’Aron, l’armadio che contiene i rotoli della Legge (la Torah), come fosse un palcoscenico, seguendo un principio architettonico più “teatrale” che religioso, tipico in Italia.
E per finire la scola “Spagnola”, la più luminosa: a pianta ovale come la “Levantina”, con matroneo chiuso trasferito in basso e rigorosamente separato dal luogo di preghiera degli uomini da un separé in legno traforato. Anche qui il pulpito si trova in posizione elevata. Interessante è stato sapere che la sinagoga disponeva di un organo del 700, venduto successivamente ad una chiesa (ad indicare che durante il secoli XVIII e XIX si suonava musica all’interno delle sinagoghe, cosa oggi proibita dall’ebraismo ortodosso) e un coro a voci miste eseguiva musiche anche su melodie verdiane, ovviamente con testi ebraici.
L’Aron ha in questa sinagoga l’aspetto di un altare, segno dell’ assimilazione alle strutture architettoniche delle chiese.
A questo punto, terminata la visita alle sinagoghe, siamo entrati in un ristorante kasher (che significa “conveniente, secondo le regole”). Il menù era a base di carne (escluso per quelli che hanno preferito un menù vegetariano) ed è stato gradito da tutta la nostra tavolata; non poteva mancare il vino kasher di Davide versato ovviamente da lui, l’unico ebreo del gruppo. Durante il pranzo abbiamo ricordato i vari argomenti trattati in questo corso, l’osservanza dello Shabbat, la Shivà (il lutto), le feste ebraiche, la musica che Davide ci ha fatto ascoltare sia strumentale che vocale (di cui ci ha fornito un elenco di titoli per chi volesse procurasi dei cd).
Dopo il pranzo abbiamo visitato il Museo Ebraico che raccoglie paramenti pregiati, arredi sacri, contratti nuziali, argenti, oggetti rituali ebraici e un’area dedicata a documenti e foto sempre difficili da guardare sulla persecuzione e sterminio degli ebrei del XX secolo.
Prima dell’uscita ci aspettava la libreria: e come non fermarsi! Durante il corso, Davide ci disse: “Vi dirò tutto quello che so ma non fatemi nessuna domanda sulla Qabbalah”. Naturalmente ho cercato un libro sull’argomento e chiedendo aiuto alla commessa mi sono sentita rispondere: “La Qabbalah non si legge per cui non compri libri!”…: non avevo mai sentito un negoziante che mi sconsigliava di comprare. Naturalmente la curiosità è salita alle stelle e ho scelto ben 2 libri su questo “mistero” pagandoli a Paolo che da guida si era trasformato in cassiere.
Da lì a poco ci sarebbe stata l’inaugurazione di un negozio e alcuni di noi hanno pensato di prendervi parte, altri hanno optato per una passeggiata per questa magica città mentre i restanti hanno preferito avviarsi verso casa.
Ancora grazie a Davide, a padre Mario, a Isabella e al Centro Culturale Veritas che DEVE continuare a vivere nonostante i tagli alla cultura perché non di solo pane e cibo kasher vive l’uomo ma anche di queste esperienze di arricchimento della mente e dello spirito, della condivisione, del piacere di incontrarsi, di conoscersi e riconoscersi alla fine fratelli. (Maria Tararan)