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5.12.2012: La Chiesa e “i barbari”

Autore // veritas
Postato il // 16 nov 2012

Mercoledì 5 dicembre 2012, alle ore 18.30 presso il Centro Veritas, conferenza su: “La Chiesa e i “barbari” con Gian Paolo Gri, docente presso l’Università di Udine.

Quando si parla di inculturazione del Cristianesimo, si fa generalmente riferimento a tre grandi tradizioni culturali: l’ebraismo, il pensiero greco-ellenistico, il diritto romano. Pur essendo, con tutta evidenza, eredità fondamentali per la comprensione della religione cristiana, esse non esauriscono la ricchezza di apporti che, in un lungo processo storico, hanno contribuito alla costruzione delle dottrine, dei riti, dell’organizzazione ecclesiale, delle pratiche religiose cristiane.

Nel libro “L’Europa dei barbari. Le culture tribali di fronte alla cultura romano-cristiana” Karol Modzelewski afferma che l’Europa medievale e moderna nasce non soltanto dall’eredità mediterranea e cristiana, ma da potenti radici barbariche. Analoghe considerazioni sono espresse nella presentazione della mostra “Roma e i Barbari, la nascita di un nuovo mondo”, realizzata a Venezia nel 2008: “è un peccato che ragionando sulle proprie radici l’Europa ricordi solo il contributo greco e giudaico-cristiano, dimenticando le proprie origini barbare, così potenti e determinanti”.

Sia la cultura occidentale sia la religione cristiana sono quindi il frutto di un complesso processo di meticciamento fra culture diverse, che, nonostante fasi di scontro, riuscirono a trovare forme di integrazione e di sintesi, non aliene da caratteristiche di sincretismo religioso, ancora visibile in riti e tradizioni popolari. Molti studi mettono in evidenza il substrato pre-cristiano di riti e feste, quali, ad esempio, Ognissanti, il giorno dei morti, la Candelora. L’influenza dei barbari è peraltro evidente anche nell’architettura e nell’iconografia del medioevo cristiano.

Oggi, nel villaggio planetario multi-culturale e multi-religioso, il termine nuovi barbari viene utilizzato provocatoriamente per designare coloro che appaiono estranei e dirompenti rispetto alle categorie culturali legittimate da una lunga tradizione, coloro che, incarnando nuovi modelli antropologici e concettuali, evidenziano ormai il tramonto della modernità e, con essa, come alcuni temono, della stessa cultura occidentale e del Dio unico che ne ha modellato il linguaggio.

Il rapporto fra la Chiesa e i barbari costituirà il tema dell’intervento del prof. Gianpaolo Gri, ordinario di antropologia culturale all’Università di Udine, che si è occupato di molteplici campi d’indagine, fra cui la storia e la cultura friulana, il complesso rapporto fra tradizione e modernità, l’identità e il concetto di confine. Nel mese di dicembre di due anni fa, ha proposto una riflessione su Vita responsabile nell’ambito del ciclo dei mercoledì La vita e le vite: i nodi. (Gabriella Burba)

Il prof. Gian Paolo Gri ha affrontato il 5 dicembre un tema di grande ampiezza e complessità, coniugando dati storici e categorie interpretative dell’antropologia culturale, prospettive di dimensione europea e locale, passato e contemporaneità. La ricchezza della riflessione proposta, con ampio corredo di eventi, date, osservazioni etnografiche, impone una sintesi focalizzata sull’approccio adottato piuttosto che sulla ricostruzione storica. Già il termine “barbari”, non a caso inserito fra virgolette, richiede un’analisi atta a svelarne l’ambiguità, l’indeterminatezza, la funzione di stereotipo. È infatti una categoria sia storica che metastorica, che, se svuotata da negativi giudizi di valore, indica semplicemente lo straniero, il diverso, fino a comprendere, in chiave psicoanalitica, il “barbaro” che sta in ognuno di noi. Paolo, che parlava nell’Areopago di Atene, certamente agli “indigeni” appariva un “barbaro”. Peraltro anche termini apparentemente meno generici come Celti, Unni, Longobardi, Slavi, che noi correntemente utilizziamo per distinguere i vari popoli barbari, sono etichette che nascondono una grande complessità ed eterogeneità, non tenendo conto del continuo rimodellamento indotto dai reciproci scambi fra le culture. Accanto a cambiamenti e meticciamenti, ci sono però anche tendenze di lunga durata che persistono spesso in modo sotterraneo, con lasciti barbarici di cui non siamo consapevoli. Nei tempi lunghi della storia, alcune questioni di fondo sembrano ricorrere, pur con diversi termini: se i primi secoli del cristianesimo propongono il rapporto con i barbari (peraltro già in gran parte cristianizzati tramite l’arianesimo), mille anni dopo, agli albori del moderno, un confronto analogo avviene con i primitivi, altra categoria su cui esercitare sorveglianza critica. E oggi, mutatis mutandis, assistiamo ad una nuova crisi dell’area mediterranea con la perdita di centralità delle istituzioni religiose tradizionali e rinnovate forme di sincretismo. Si ripresentano antiche paure e contrapposizioni fra noi e loro. Barbari, primitivi, diversi non solo vengono percepiti come nemici, distruttori della civiltà, ma anche come esseri sub-umani. Emblematiche le leggende su Attila, rappresentato come mezzo uomo e mezzo cane, mostro cannibale. Le fonti storiche di cui disponiamo sono state scritte da esponenti della cultura latina e cristiana, con uno sguardo molto unilaterale, mentre la realtà era allora, come oggi, complessa e intricata e il modello a scacchiera o a mosaico, che tendiamo ad adottare per suddividere popoli, lingue e culture, non è idoneo a comprendere l’ambivalenza di confini, che erano e sono contemporaneamente luoghi di scambi e di reciproche contaminazioni. Situazione questa molto evidente nella storia delle nostre terre, dove si rilevano ancora tracce di tradizioni di lunga durata risalenti a un passato antico: i benandanti, che rinviano alle strutture sciamaniche dell’Eurasia, San Nicolò e i krampus, cristianizzazione di antichi riti pagani. Se nel confronto fra barbari e civiltà per lungo tempo ha prevalso l’ideologia, oggi è diffuso invece il folklore di consumo, che ha commercializzato San Nicola trasformandolo in Babbo Natale e la festa di Ognissanti (all hallows) in Halloween: ma, a sua volta, com’è successo anche per il Natale e altre feste, Ognissanti era stata sovrapposta dalla Chiesa ad una precedente e antichissima celebrazione celtica, coincidente con il passaggio alla stagione fredda, momento in cui i morti tornavano a comunicare con i vivi.

Il filo conduttore di una relazione articolata e complessa mi sembra si possa trarre dalle parole conclusive di una pubblicazione del prof. Gri: “Con più saggezza, i testi orali ci dicono che il confine fra il Bene e il Male non può essere sovrapposto a quello che divide Noi dagli Altri; ci dicono che l’espulsione che il Concilio (di Trento) avrebbe voluto non è mai possibile in termini radicali; che creare una frontiera invalicabile, difesa da un corpo scelto ed esclusivo di sentinelle, non solo è illusorio, ma non è neppure conveniente; ci dice che l’arte del ben confinare consiste non nel chiudere le porte, ma nel tenerle socchiuse.(Gabriella Burba)

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