21.11.2012: “Alexandria mater. L’inculturazione del messaggio cristiano nella filosofia greca”
Mercoledì 21 novembre, alle ore 18.30 presso il Centro Veritas, in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste, conferenza su: “Alexandria mater. L’inculturazione del messaggio cristiano nella filosofia greca”, con Maria Grazia Crepaldi, docente di storia della filosofia tardo antica all’Università di Padova.
“Le cosiddette “radici cristiane” dell’Occidente, a cui oggi da più parti ci si richiama come carattere costitutivo dell’identità dell’Europa (identità intesa spesso in modo univoco ed escludente), affondano nell’annuncio di un Dio “straniero” quale è quello proposto ai filosofi ateniesi da Paolo di Tarso. La mediazione culturale del messaggio cristiano nelle categorie del platonismo tardo-antico (che ha la sua sede eminente ad Alessandria), neutralizzando la pesantezza della corporeità assunta dal Dio cristiano in Gesù, ha finito con l’annullarne l’inquietante alterità rispetto al Principio metafisico. Ricordare l’originaria duplicità (quella di Atene e Gerusalemme) di cui le radici dell’Occidente sono portatrici può servire oggi a meglio comprendere lo straniero che è in noi e fuori di noi” (Maria Grazia Crepaldi).
Riportiamo il testo della conferenza della prof.ssa Maria Grazia Crepaldi.
Alexandria mater. L’inculturazione del messaggio cristiano nella filosofia greca
T1 Atti degli apostoli 17, 16-34
16 Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli. 17 Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei e i pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava.
18 Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui, e alcuni dicevano:”Che cosa vorrà mai insegnare questo parolaio?”. E altri:”Sembra essere un annunziatore di divinità straniere (xenôn daimoniôn)”; infatti annunciava Gesù e la risurrezione. 19 Presolo con sé, lo condussero sull’Areopago e dissero.” Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina da te predicata? 20 Ci metti infatti negli orecchi cose straniere (xenizonta); vogliamo quindi sapere di che cosa si tratta”. 21 Infatti sia gli Ateniesi che gli stranieri (xenoi) lì residenti non avevano passatempo più gradito che dire o ascoltare qualcosa di nuovo.
22 Allora Paolo, alzatosi in mezzo all’Areòpago, disse: «Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi. 23 Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. 24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo 25 né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26 Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, 27 perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28 In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo. 29 Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. 30 Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, 31 poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».
32 Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». 33 Così Paolo uscì da quella riunione. 34 Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.
T2 Platone, Teeteto 176 a 3 – c 5
TEOD: Se di questo che dici, o Socrate, tu potessi persuadere tutti gli altri come persuadi me, assai più pace e mali minori sarebbero tra gli uomini.
SOCR: Sì, Teodoro: ma il male non può perire, ché ha pur da esserci sempre qualche cosa di opposto e contrario al bene; né può aver sede tra gli dèi, ma deve di necessità aggirarsi su questa terra e intorno alla nostra natura mortale. Ecco perché anche ci conviene adoprarci di fuggire di qui al più presto per andare lassù. E questo fuggire è un assomigliarsi a Dio per quel che uomo può; e assomigliarsi a Dio è acquistare giustizia e santità, e insieme sapienza. Ma in realtà, o mio ottimo amico, non è molto facile persuadere altrui che le ragioni che dice il volgo, doversi fuggire il vizio e seguir la virtù per aver reputazione di persone oneste e non disoneste, non sono proprio quelle per cui la virtù si deve praticare e il vizio no: codeste a me pare che siano, come si dice, storielle da vecchie, e la verità è tutt’altra. Iddio in nessuna circostanza, per nessuna maniera, è ingiusto, bensì è
sempre al più alto grado giustissimo; e non c’è cosa che più gli assomigli di quello fra noi uomini che sia divenuto a sua volta giustissimo quanto è possibile. Consiste in questo la vera e reale abilità dell’uomo, o la sua nullità e dappocaggine; conoscere questo è la vera sapienza e virtù, non conoscerlo è ignoranza e malvagità manifesta.
T3 Plotino, Enneadi I 2, 1
Poiché quaggiù sono presenti i mali e si aggirano fatalmente in questo luogo, è nostro dovere «fuggire da qui», anche perché è l’Anima stessa che desidera fuggire da essi. Che cosa si intende con «fuga»? Si intende, come vuole <Platone>, rendersi simili a Dio. E questo avverrà «se diventeremo giusti e santi con saggezza» e in generale vivendo in uno stato di virtù.
T4 Plotino, Enneadi I 2, 5 – 6
Bisogna, però, spiegare la portata della purificazione, in maniera tale da chiarire con chi avviene l’assimilazione e con quale Dio l’identificazione. Pertanto, la nostra ricerca verterà in modo particolare sull’ira, sulla concupiscenza e su tutte le altre passioni, come il dolore e simili, nonché su come ci si possa liberare del corpo quanto più possibile. E’ probabile che, una volta liberatasi dal corpo, l’Anima converga in se stessa, per così dire, con tutte le sue parti, e in questo stato si estranei da ogni passione, accettando solo quelle sensazioni piacevoli che sono strettamente necessarie e hanno un valore terapeutico nel rintuzzare gli affanni, e nell’evitarne le angustie. E anzi, addirittura elimina le sofferenze, e se proprio ciò non le riesce, per lo meno le sopporta di buon grado e le riduce al minimo per non farsi coinvolgere. Così cancella l’ira per quel che può: ossia l’elimina del tutto, se ne ha il potere, altrimenti quel tanto che basta per non essere travolta dal suo impeto. Certo l’impulso istintivo appartiene ad altro; ma esso è di scarsa intensità e per nulla violento. Inoltre, non teme nulla, tranne quando il timore serva a dare avvertimento <di un pericolo>; anche in tal caso, tuttavia, può avere luogo una paura istintiva. E con il desiderio come si comporta? Non c’è dubbio che l’Anima non si farà attrarre dal male. Non sarà certo lei ad assumere cibo e bevanda per sfrenatezza, né cederà ai piaceri d’amore o tutt’al più, a mio avviso, solo a quelli naturali, senza nulla lasciare all’istinto; e se pure vi acconsente, lo fa con la fantasia, e solo con questa. In tal modo l’Anima, una volta completamente mondata di tutte queste passioni, vorrà purificare anche la sua parte irrazionale in modo da non essere turbata, per lo meno non in modo violento: deboli saranno gli assalti della parte irrazionale, e subito dissolti dall’avvicinarsi dell’Anima. In tal caso sarebbe come se un uomo vivesse a fianco di un sapiente, traendo frutto da tale vicinanza, o perché tende ad assomigliargli, o per rispetto nei suoi riguardi, come se non osasse far nulla che possa dispiacergli. In questo modo non ci sarà più alcun contrasto, perché basta la ragione con la sua presenza per incutere rispetto alla parte più bassa dell’Anima, tanto che anch’essa finirà col dolersi di ogni eventuale eccitazione e di avere perso la calma alla presenza del suo signore. Di questa sua debolezza si riterrà colpevole.
In questo stato non c’è spazio per l’errore, ma l’uomo compirà solo azioni rette. Tuttavia, il nostro impegno non è quello di essere esenti da colpe, ma di essere Dio.
T5 Epistola ai Filippesi 2, 1-11
Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.
T6 Filone Alessandrino, L’erede delle cose divine 68-74
Chi, dunque, sarà l’erede? Non certo il pensiero che resta per sua spontanea scelta nella prigione del corpo, bensì quello che, spezzate le catene e fattosi libero, è uscito fuori dalle sue mura ed ha abbandonato, per così dire, anche se stesso. «Colui che uscirà da te,» sta scritto «questi sarà il tuo erede» <Gen. 15,4>. Se dunque, o anima, penetrerà in te qualche desiderio di ereditare i beni divini, non solo dovrai abbandonare la «terra», ossia il corpo, la «parentela», ossia la sensazione, e la «casa paterna» <Gen. 12,1>, ossia il linguaggio, ma dovrai abbandonare anche te stessa, uscir fuori di te, come chi è posseduto e come i coribanti, invasata, trasportata da Dio in una divina ispirazione profetica. L’intelligenza che è riempita della presenza di Dio e che non è più in se stessa, che è scossa dall’amore celeste, e che, quasi folle, è condotta da Colui che è l’Essere assoluto, tratta in alto verso di Lui, preceduta dalla verità che le spiana la strada, affinché possa viaggiare sulla via maestra: questa è l’eredità. Orsù, dunque, dimmi come sei uscita da quei tre luoghi precedenti, o intelligenza, tu che fai risuonare la tua voce nelle orecchie di chi sa ascoltare pensieri spirituali e che non smetti di ripetere: “Me ne sono andata dal corpo, perché ormai non tenevo più in alcuna considerazione la carne; ho lasciato la sensazione, quando ho riconosciuto che gli oggetti sensibili non sono esseri in senso vero, condannando i suoi criteri di giudizio come impuri e corrotti, gravidi di false opinioni, condannando anche gli oggetti dei suoi giudizi, perché sono sempre pronti ad ingannare, a fuorviare, a rubare dal cuore stesso della natura la verità; ho abbandonato anche la parola, allorché ho condannato la sua grande assurdità, anche se essa si eleva e si esalta. E la sua audacia era davvero grande, volendo rappresentare i corpi con le ombre, e le realtà incorporee con le parole: cose, queste, impossibili. E quantunque vacillasse, non smetteva di parlare e versava un fiume di parole, inadatte, nella loro ambiguità, a ridare con chiara espressione le particolarità proprie degli oggetti. Facendo tale esperienza, come un folle, o come un bimbo in tenera età, ho imparato che era meglio uscire fuori da queste tre cose, consacrando a Dio le facoltà di ciascuna di esse, in quanto è Lui che dà corpo al corpo e lo tiene insieme, dà alla sensazione la capacità di sentire, e alla parola quella di parlare”. Allo stesso modo in cui hai abbandonato tutte le altre cose, abbandona anche te stesso, esci da te. Cosa significa questo? Non usare come fossero tuoi l’intelletto, la conoscenza e la comprensione, ma portali e consacrali a Colui che è la Causa di ogni pensiero esatto e di ogni comprensione infallibile.
T7 Filone Alessandrino, La fuga e il ritrovamento 60-64
Non si accenna in nessun passo dei libri della Legge alla morte di Caino, il fratricida maledetto, ma c’è un oracolo formulato su di lui che suona così: «Il Signore Iddio pose un segno su Caino, perché non lo uccidesse chiunque lo trovasse» <Gen. 4,15>. Per quale motivo? Perché l’empietà, credo, è un male che non può morire, che una volta divampato non può essere spento mai più, tanto che si adatta alla malvagità il verso del poeta: «Essa non è mortale, è un male che non muore mai». S’intende: non muore mai in quella che è la nostra vita; ma in rapporto alla vita in Dio è senz’anima, un cadavere “più repellente del letame” come ha detto qualcuno.
Ma bisognava assolutamente assegnare dimore diverse a cose diverse: il cielo ai buoni, le regioni terrestri ai malvagi. Il bene, quindi, tende verso l’alto, anche se talvolta giunge tra noi, perché il Padre suo è munifico; ma è giusto che si affretti a ritornare sulla propria strada. Il male invece rimane quaggiù, in una sede lontanissima dal coro divino, per aggirarsi in mezzo alla vita mortale senza la possibilità di morte che lo sradichi dal genere umano. Questo concetto è stato formulato da un uomo famoso tra quanti hanno destato ammirazione per la loro saggezza, il quale così lo esprime, con nobili parole, nel Teeteto: “I mali non possono sparire – perché deve esistere di necessità un contrario del bene – e non è possibile neppure che essi risiedano tra le cose divine, ma è inevitabile che si aggirino in mezzo alla natura mortale e in questa nostra dimora. Perciò bisogna cercar di fuggire al più presto da quaggiù verso lassù. Fuggire equivale a rendersi simili a Dio nei limiti del possibile; e rendersi simili a Lui equivale a divenire giusto e pio”. Naturalmente, non morirà dunque mai Caino, simbolo della malvagità, che deve vivere per sempre tra gli uomini, nell’ambito della specie mortale.
T8 Clemente Alessandrino, Stromati II 22, 136, 5-6
E nella I ai Corinti l’apostolo dice apertamente ed espressamente: «Siate imitatori di me come io di Cristo», affinché si abbia questo rapporto: se voi [siete imitatori] di me e io di Cristo, dunque voi siete imitatori di Cristo: e Cristo di Dio. Sicché come scopo della fede egli pone «l’assimilazione a Dio, per quanto è possibile divenir giusto e santo con saggezza», e come fine ultimo la realizzazione della promessa, fondata sulla fede. È di qui che scaturiscono le fonti delle teorie sul fine [dell’uomo], di cui abbiamo parlato. Ma basti di ciò.
T9 Basilio di Cesarea, Discorso ai giovani 5, 55-77
Ma anche il sofista di Ceo in qualche parte dei suoi scritti ha ragionato pressoché alla stessa maniera circa la virtù e il vizio; e anche a lui deve andare la nostra attenzione, perché non è uomo da disprezzare. Questo è pressappoco il discorso del filosofo, stando a quel che la mia memoria ricorda del suo pensiero, perché le parole precise non le conosco, ma so unicamente che si esprimeva in prosa e in parole semplici come queste: quando Eracle era molto giovane, all’incirca della vostra stessa età, sul punto di decidere quale strada prendere, se quella che attraverso le fatiche conduce alla virtù oppure l’altra più facile, gli si accostarono due donne: una era la virtù e l’altra il vizio. Benché tacessero, facevano subito trasparire con il loro atteggiamento la differenza che le distingueva. L’una infatti ostentava bellezza nella sua leziosa acconciatura, si disfaceva in procaci mollezze e traeva con sé tutto lo sciame della voluttà: di tutto ciò faceva esibizione, e promettendo molto di più cercava di attrarre a sé Eracle. L’altra invece era scarna e smorta, lo sguardo austero; faceva un discorso tutto diverso: non prometteva né licenziosità né piaceri, ma sudori senza fine e fatiche e pericoli per terra e per mare; il premio però di tutto questo era di diventare dio, come diceva il racconto di Prodico; ed è proprio costei che Eracle alla fine s’indusse a seguire.
Indicazioni bibliografiche
Si elencano le traduzioni italiane da cui sono tratti i testi sopra riportati
ATTI DEGLI APOSTOLI (T1)
- La Bibbia di Gerusalemme, Dehoniane, Bologna 1974 (trad. rivista da M.G.Crepaldi)
PLATONE (T2)
- PLATONE, Teeteto, trad.it di M.Valgimigli, intr. e note agg. di A.M.Ioppolo, Laterza, Roma-Bari 1999
PLOTINO (T3, T4)
- PLOTINO, Enneadi, trad.it di R.Radice, intr. e note di G.Reale, A.Mondadori, Milano 2003 (II ed.)
EPISTOLA AI FILIPPESI (T5)
- La Bibbia di Gerusalemme, Dehoniane, Bologna 1974
FILONE DI ALESSANDRIA (T6, T7)
- FILONE DI ALESSANDRIA, Tutti i trattati del commentario allegorico alla Bibbia, a cura di R.Radice, Bompiani, Milano 2005
CLEMENTE DI ALESSANDRIA (T8)
- CLEMENTE DI ALESSANDRIA, Stromati. Note di vera filosofia, a cura di G.Pini, Paoline, Milano 1985
BASILIO DI CESAREA (T9)
- BASILIO DI CESAREA, Discorso ai giovani, a cura di M.Naldini, Dehoniane, Bologna 1990 (II ed.)
Mercoledì 21 novembre scorso si è tenuta la conferenza della prof.ssa Maria Grazia Crepaldi dal titolo “Alexandria mater. L’inculturazione del messaggio cristiano nella filosofia greca”. La professoressa ha fatto cominciare il percorso del nostro viaggio culturale dalla presenza fisica in-quietante dell’ospite straniero nella civiltà occidentale; molti sono gli “altri” incarnatori dell’ospite straniero che può essere non solo fisico ma anche morale: sia questi che quelli generano reazioni fobiche e tentativi di rimozione, fisiche come culturali. Tutti gli stranieri ci pongono domande con la loro presenza: chi siamo, cosa pensiamo, come viviamo. Alessandria era il più importante centro culturale in età imperiale, età caratterizzata da profondi cambiamenti socio-culturali, ed è qui che il messaggio cristiano ha conosciuto il suo momento più importante d’inculturazione. Il modello filosofico di riferimento del tempo era il medioplatonismo nel quale la realtà veniva spiegata in modo chiaro: gli dèi stanno in cielo viventi d’immortale vita beata; gli uomini in basso sulla terra alle prese con la malattia, il limite, la morte; l’ascesi dell’imitazione della vita divina quale via di salvezza perseguita con le proprie forze, con la propria volontà. Queste erano le risposte date a quelli che domandavano certezze, speranze, ad una realtà non più comprensibile.
Ora immaginate l’effetto in quel contesto della buona novella che indicava la salvezza nel credere che Dio, gratis, si è fatto uomo per conquistarsi la nostra salvezza sulla croce, morendo come uno schiavo! Dirompente, inquietante, incomprensibile. Quindi, continua Maria Grazia, ora come allora di fronte all’inquietante si rimuove la novità straniera e si tenta di ricondurla alla verità normale e normata, si riconduce l’ospite straniero nell’alveo del previsto e prevedibile: Dio sta fisso in cielo e non ha un corpo (tanto meno mortale), gli stranieri stanno nel loro paese, le donne stanno a casa sottomesse, e via discorrendo. Normalizzare per ridurre tutto ad un unico sistema di credenze, quello egemone, vuol dire tradire l’irruzione della divina incomprensibile Verità nel piccolo mondo comprensibile delle verità umane, come accadde ad Alessandria. Questa è la tesi originale della professoressa Crepaldi, ovvero che ad Alessandria vinse un cristianesimo comprensibile, poco o nulla inquietante, addomesticato dall’inculturazione medioplatonica alessandrina. Fede e ragione, Atene e Gerusalemme, annuncia Maria Grazia, sono sì le radici della cristianità ma sono e devono rimanere due nelle reciproche identità: la filosofia non è serva della teologia ma compagna di viaggio e solo se rimane tale c’è lo spazio per un dialogo fecondo tra fede e ragione, per chi attende e accoglie lo straniero senza respingerlo, quello straniero che era che è e che viene. (Vito Raimo)