24.10.2012: “La fede di Gesù e la fede in Gesù”
Conferenza al Centro Veritas, alle ore 18.30, con don Rinaldo Fabris su: “La fede di Gesù e la fede in Gesù”.
“Dalle sfide della modernità a quella delle origini: dopo aver approfondito con don Carlo Molari il Vaticano II e lo sforzo che il Concilio ha compiuto di ricomprendere il messaggio cristiano confrontandosi con la coscienza moderna, con don Rinaldo Fabris affronteremo la questione delle primissime origini della fede cristiana, della rottura e delle continuità con il contesto della fede ebraica, della novità che Gesù di Nazareth introduce con le sue parole e le sue opere e di come, a partire dalla sua morte e resurrezione, si costituisca la fede in lui quale Signore e Giudice. Don Rinaldo Fabris è uno dei maggiori biblisti italiani e dedica la sua vita allo studio e a rendere familiari le Scritture alla comunità dei credenti”. (Dario Grison)
Testo traccia della conferenza “La fede di Gesù e la fede in Gesù” a cura di Rinaldo Fabris
Shalom Ben-Chorin, nel volume Bruder Jesus. Der Nazaraner in jüdischer Sicht, München 1977, 11, scrive: “La fede di Gesù ci unisce, ma la fede in Gesù ci divide” (tr. it. 1985). Martin Buber contrappone la fede di Gesù – ’emunâh ebraica – alla fede di Paolo, pístis, greca (Due tipi di fede, 1950).
Che cos’è la fede?
L’autore della Lettera agli ebrei dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). Si tratta di un’esperienza dinamica come relazione vitale con Dio, che apre al futuro e alla realtà che non possiamo vedere e controllare.
1. La fede di Gesù
Gesù vive e interpreta la sua esperienza di rapporto filiale con Dio nel contesto della fede ebraica: Dio è il Padre creatore, che dona liberamente i suoi benefici a tutti i suoi figli, li protegge e li salva (Mt 5,43-48). Nell’ambito familiare e nella comunità che si riunisce il sabato in assemblea – sinagōgê – Gesù impara a conoscere e praticare l’esperienza di fede ebraica biblica che si riassume nello Šemà‘ (Mc 12,28-34).
A conclusione dell’elenco dei campioni della fede nella Bibbia, l’autore della Lettera agli Ebrei scrive: «Anche noi dunque, circondàti da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (Eb 12.1-3). Con la sua scelta di fedeltà filiale Gesù è il fonte e modello (prototipo) della fede-fedeltà nella relazione con Dio anche nella prova suprema della morte (Eb 5,7-10, cf. Fil 2,6-11).
Nella duplice tradizione di Matteo e Luca si riporta la preghiera di Gesù che benedice e loda Dio Padre creatore, per la sua scelta dei piccoli: «In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11,25-27 // Lc 10,21-22).
Nei tre Vangeli sinottici si registra la preghiera di Gesù alla sera, prima dell’arresto, al Getsemani (Mc-Mt) o monte degli Ulivi (Lc), dove, nella relazione con il Padre–Abbà, Gesù trova la forza e la libertà di affrontare da “figlio” la minaccia di morte (Mc 14,32-34).
2. La fede in Gesù
Paolo di Tarso
Nelle sue lettere degli anni cinquanta d.C., Paolo riporta le prime espressioni della fede in Gesù Cristo e Signore, che riflettono le formule dell’ambiente siro-palestinese di lingua aramaica: «E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui» (Cor 8,5-6; 12,3). Nel congedo della prima Lettera ai Corinzi scrive: «Il saluto è di mia mano, di Paolo. Se qualcuno non ama il Signore sia anàtema. Maranà tha: vieni, o Signore! La grazia del Signore Gesù sia con voi. Il mio amore con tutti voi in Cristo Gesù!» (1Cor 16,21-23).
In un brano poetico inserito da Paolo nella Lettera ai Filippesi si vede il passaggio dalla fede di Gesù, fedele fino alla morte croce, alla fede in Gesù Cristo, Signore che rivela il volto di Dio Padre: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,5-11).
Nel confronto con il mondo ebraico, che afferma il primato del fare-osservare la legge (norme) per avvicinarsi a Dio, Paolo di Tarso riflette sulla dinamica della fede come libera apertura all’iniziativa gratuita di Dio: «Non voglio che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi – ma finora ne sono stato impedito – per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra le altre nazioni. Sono in debito verso i Greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti: sono quindi pronto, per quanto sta in me, ad annunciare il Vangelo anche a voi che siete a Roma. Io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà» (Rm 1,13-17; cf. 3,19-30: Dio rende e proclama giusto chi crede in Gesù Cristo, unica via di redenzione, perdono dei peccati, e giusto rapporto con Dio; Rm 10,1-17: dall’ascolto obbediente del vangelo alla fede in Gesù Cristo risuscitato dai morti per la potenza di Dio).
Vangelo di Giovanni
Lo scopo del Vangelo, come documento scritto dei “segni” compiuto da Gesù, credere per avere la vita: «Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,30-31).
Nel prologo poetico, che apre il quarto Vangelo, si definisce lo statuto dei credenti in Gesù Cristo: sono quelli che riconoscono e accolgono la parola-luce, fonte di vita; essi sono generati da Dio come l’Unigenito dal Padre, di cui contemplano la gloria: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non l’ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1,9-12; cf. 3,1-8.16-20: chi crede, accoglie e riconosce Gesù, il Figlio dono dell’amore del Padre, è generato da Dio e partecipa alla sua vita). Nel dibattito sul “pane di vita”, Gesù dice alla folla che l’unica “opera del Padre” – quella che il Padre compie e vuole – è credere – riconoscere e accogliere – in lui come inviato-dono del Padre, il Figlio (Gv 6,27-28.43-45).
Conclusioni
La fede di Gesù, radicata nella tradizione ebraica, si esprime nel suo rapporto intimo e immediato con Dio, che egli chiama e invoca ’Abbà, “padre”. Questa relazione vitale con Dio-Padre sta all’origine delle sue prese di posizione e insegnamenti che lo portano allo scontro con le istituzioni ebraiche – tempio di Gerusalemme – e alla condanna a morte. A partire dall’incontro con Gesù il Nazareno – azioni e parole – e soprattutto dalle esperienze di Gesù risorto – matura la fede in Gesù Cristo – inviato di Dio – e Signore della storia.