Presentazione corsi II semestre
Lunedì 31 gennaio, alle ore 18.30 presentazione dei corsi di cultura del secondo semestre: “Il libro della Genesi, Bereshit” con Ariel Haddad (rabbino capo di Ljuljana) e “Il sufismo: il cuore dell’Islam” con Ahmad Ujcich (portavoce del Centro Culturale Islamico di Trieste).
I corsi si terranno presso il Centro Veritas in via Monte Cengio 2/1 a – Trieste. L’iscrizione ai corsi è gratuita. Alla fine dei corsi verrà rilasciato un attestato di frequenza.
Gli studenti universitari che frequentano i corsi e il ciclo di incontri su “I nodi della vita” possono beneficiare dei crediti formativi assegnati dalle Facoltà agli Enti convenzionati con l’Università di Trieste.
Sufismo, il cuore dell’Islam.
Il dott. Sergio Ujcich, portavoce del Centro Culturale Islamico di Trieste, terrà il corso di approfondimento sull’Islam che quest’anno è dedicato alla conoscenza del Sufismo, dal 7 del mese di febbraio, ogni lunedì dalle 18.30 alle 20.00, fino al 9 maggio, presso la sede del Centro Veritas di via Monte Cengio 2/1a, in Trieste.
Nel corso degli incontri s’intende esporre un sommario della dottrina sufi, comprendente la metafisica, cioè lo studio del principio e della natura delle cose, la cosmologia riguardante la struttura dell’universo e la costituzione dell’uomo, la psicologia tradizionale e infine l’escatologia, che riguarda lo scopo ultimo dell’uomo e dell’universo, nonché il divenire postumo dell’uomo. Inoltre s’intende parlare dei metodi spirituali, del rapporto fra maestro e discepolo e delle virtù spirituali.
L’espressione “sufismo” è impiegata per rendere nelle lingue occidentali il termine arabo Tasawwuf, parola che serve a designare la mistica islamica o, più esattamente, la realtà esoterica, più profonda e interiore della religione fondata sul Corano e predicata dal profeta Muhammad. Essa è stata anticamente definita come la “scienza dell’interiore” (‘ilm al-bâtin) e la “scienza della realtà essenziale” (‘ilm al-haqîqa). Il termine Tasawwuf deriva dalla parola Sûfî, che fa la sua prima comparsa nel II secolo dell’Egira a Kufa, quale soprannome dato a un asceta, e la si fa comunemente derivare dall’uso di questi primi asceti di indossare abiti di lana (in arabo sûf). Una tale derivazione, tuttavia, per quanto corretta linguisticamente, è di ordine esteriore e gli stessi sufi hanno proposto anche altre motivazioni, come quella che la vede associata alla parola safâ’ – “purezza” – o a suffa, con riferimento agli Ahl al-suffa, la “Gente della veranda”, alcuni compagni del Profeta che vivevano da asceti in un’area della moschea di Medina, dediti esclusivamente alla scienza sacra, agli atti di culto e al “ricordo di Dio” (dhikr). La prima di queste ultime due derivazioni ha in vista la natura essenziale del sufismo, poiché esso consiste in una Via (tarîqa), o “procedimento” (sulûk) per pervenire alla “Prossimità del Principio divino”, e per ottenere questo scopo il “viandante” (sâlik) si sbarazza progressivamente di “tutto ciò che è altro che Dio” (kullu mâ siwâ ‘Llâh). È questa la “purezza” interiore del sufi, che Junayd al-Baghdâdî (†910) definirà come “colui che Dio fa morire a se stesso e vivere in Lui”. Quanto alla seconda derivazione, essa ha in vista la fonte storica e allude al primo esempio di “sufismo” ante litteram in seno alla comunità del Profeta, quando era ancora una realtà senza nome.
Il sufismo, essendo la dimensione interiore o il cuore della rivelazione islamica, è il mezzo per eccellenza con il quale si realizza il tawhîd, la conoscenza effettiva dell’Unità divina.
Il famoso sufi Giallal ad-din Rumi (m 1273) così descrisse le condizioni della via spirituale:
“Ad ogni istante arriva la voce d’amore da destra e sinistra
Stiamo partendo pel cielo, chi viene, chi viene a guardare?
Già siamo stati nel cielo, siamo stati compagni degli Angeli
E là ancora torniamo, amico, la patria nostra è quella!
Anzi siamo più alti del cielo, siamo più ancora degli Angeli.
Perché non passiamo oltre dunque? La nostra meta è l’Eterno!
…..
É tempo d’unione e d’incontro, è tempo d’eterna bellezza
è tempo di Grazia e di dono, ché il mare è chiarore, chiarore!
È giunta l’ondata di Grazia, ci arriva il rombo del mare,
è spuntata l’alba della beatitudine, non l’alba, la luce di Dio! …”
Il libro della Genesi: Bereshit con il docente rav. Ariel Haddad
Il docente del corso de “Il libro della Genesi, Bereshit”, è Ariel Haddad, responsabile del museo della Comunità ebraica Carlo e Vera Wagner di Trieste e rabbino capo della Comunità ebraica di Liubljana.
Quest’anno il docente intende continuare con lo “studio interpretativo” della Genesi.
La Genesi è il primo libro della Torà; questa si distingue in Torà scritta e Torà orale.
La Torà scritta è quella che è conosciuta come il “canone ebraico” che coincide con il canone dell’ Antico Testamento (i 24 libri della Bibbia) e che viene chiamata dalla tradizione ebraica TANAK (che è l’acronimo delle tre sezioni in cui è suddivisa la Bibbia: Torah (Pentateuco), Neviim (Profeti), Ketuvim (Agiografi).
La domanda che si pone e che pone ai corsisti rav Ariel è se sia possibile leggere la tradizione scritta così com’è, ovvero, se abbiamo la possibilità di leggere la tradizione scritta senza interpretazioni.
La risposta che dà l’ebraismo è “NO”.
Questa affermazione può forse sorprendere, ma le nostre menti non sono quelle di alcuni millenni fa.
Ariel prende come esempio esplicativo di questa asserzione l’episodio narrato nella Genesi del sacrificio di Isacco.
Insomma come reagiremmo noi leggendo, senza strumenti interpretativi, questo evento drammatico?
Il docente dice di rifiutare tutte le interpretazioni che affermano che quello non fu un vero sacrificio, perché in realtà era una metafora…ma asserire che il sacrificio di Isacco era stata una metafora è una eresia.
Infatti, premesso che:
1. la storia del sacrificio di Isacco è una vera tragedia familiare;
2. questa è la vera volontà di Dio
solo allora si potrà leggere il testo, capirne la drammaticità ed uscire dalla lettura più arricchiti.
Si ricordi che prima di essere il sacrificio di Isacco è il sacrificio del padre, di Abramo.
Infatti Abramo ha notizia della nascita di suo figlio dagli angeli che passano davanti alla sua tenda, mentre Abramo era sofferente perché era al terzo giorno dalla circoncisione, ma nonostante la sua sofferenza ospita gli angeli e con l’aiuto della moglie prepara loro un banchetto.
Prima di andarsene gli angeli annunciano ad Abramo che sua moglie gli darà un figlio e dal momento che Sara origliava attraverso la tenda ride di questa notizia perché lei ormai non aveva più il suo flusso mestruale (a causa dell’età). Allora gli angeli annunciano che il figlio, proprio perché Sara ha riso, si chiamerà Isacco (colui che ride).
Isacco dunque era il figlio della vecchiaia, quello destinato a raccogliere l’eredità spirituale di Abramo ed è proprio quel figlio che Dio dice di sacrificare.
Si capisce che per comprendere questo passo biblico bisogna prima capirne la tragicità.
È importantissimo sostenere la veridicità del testo biblico perché ciò equivale a sostenerne la sacralità.
Ariel quindi ribadisce, che non adotterà nello studio del testo biblico un approccio filologico, ma l’approccio del PARDÈS (che in ebraico significa giardino). Il termine pardès è un acronimo di altre quattro parole che indicano:
1. l’interpretazione letterale
2. l’interpretazione allegorica
3. l’interpretazione omiletica
4. l’interpretazione mistica, cabalistica
Come un giardino accoglie diverse piante, così l’interpretazione del testo biblico deve accogliere i diversi livelli, i quali livelli si intrecciano l’uno con l’altro.
Ecco che molte interpretazioni letterali utilizzano il livello omiletico o allegorico per interpretare alcuni passi oscuri, così come le interpretazioni mistiche si agganciano spesso all’interpretazione letterale, perché certi passi sembrano oscuri e non lo sono.
Lo scopo del corso è quindi una lettura che si avvale dei quattro livelli interpretativi.
Il testo biblico sarà letto in originale ebraico (si tenga presente che al Veritas da tre anni si tiene un corso di ebraico biblico) per poter comprenderne meglio il significato.
Il docente infine promette che, nonostante il corso sia difficile, non mancheranno momenti di letizia, come rabbi Akiva che soleva cominciare le sue lezioni con una barzelletta perché il riso apre il cuore delle persone allo studio, così Ariel delizierà i corsisti con qualche storiella.
Ariel saluta i corsisti augurando che “il mio corso sia una fonte d’acqua che possa abbeverare le nostre menti e le nostre anime”.