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Ritiro pasquale, con don Leonardo Pezzetta

Autore // veritas
Postato il // 27 set 2011

Ritiro pasquale 15 aprile (dalle ore 18.00 alle 20.00) e 16 aprile (dalle ore 16.00 alle 19.00)
Don Dino Pezzetta
“IN CAMMINO PER UN VILLAGGIO DI NOME EMMAUS” (Lc 24,13)

I
VIVIAMO IN DIASPORA
nella chiesa non meno che nella società e nel mondo globalizzato. Si è conclusa la parabola dei cinque secoli dell’età moderna: con la seconda guerra mondiale? Con l’Olocausto? Con Hiroshima… Né sappiamo come qualificare la nuova età. Viviamo semplicemente nel tempo della dopo-modernità, il post-moderno, il travaglio del trapasso di civiltà.
Viviamo dunque in mezzo al guado, dopo aver abbandonato le sponde della vecchia età ma non approdando ancora sulla riva dei tempi nuovi.
Nell’incontro a Pulfero (il 4 luglio di due anni fa), avevamo insieme riflettuto sulla nuova situazione di una chiesa “sfidata dal mondo”: chiamata in causa da una società in continua trasformazione ma seriamente provocata anche dal suo interno. Rilevavamo che oggi “le sfide vengono dal mare dove tutto è mobile, traballante, incerto, e dove anche le verità già fatte e indiscutibili non paiono più scontate”. Questa chiesa pellegrina sta vivendo “insieme all’intero genere umano un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero universo” (GS 4). Riconoscevamo al contempo che “la sfida più impegnativa non viene dal mare in tempesta, bensì dalla mancanza di fede dell’equipaggio”. Maestro, non ti importa che moriamo? – Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede? (Mc 4, 38.41). Una crisi, dunque, dei fondamenti
E’ la crisi che cinquant’anni fa, il concilio Vaticano II già delineava come quel cambiamento epocale che si è poi voluto qualificare anche come la crisi del cristianesimo convenzionale. Le “convenzioni” secolari stanno perdendo di validità, mentre le “convinzioni” diventano fluide, labili, bisognose di rimotivazioni. Se cristiani ormai non si nasce ma – eventualmente – si diventa, perde di compattezza lo stesso corpo ecclesiale, al cui interno si registra, sempre più accentuato, il fenomeno della diaspora (greco: diasporà, dispersione), una sorta di “emigrazione”, qualche volta urlata (il movimento per lo sbattezzo) ma più spesso silenziosa, quasi imposta da nuovi comportamenti, rassegnata.
Introducendo una recente ricerca collettiva (16 studiosi contemporanei), uscita la scorsa estate sui Quaderni trimestrali dell’Associazione ESODO, sul tema “Diaspora silenziosa… svolta profetica?”, gli editori parlano di un “allontanamento dall’istituzione-chiesa da parte di credenti adulti, sensibili a un bisogno di autenticità e coerenza evangelica”, una diaspora che “spesso troppo frettolosamente viene considerata una comoda scelta di disimpegno, figlia del secolarismo e del relativismo”.
E più recentemente (lo scorso febbraio) una diffusa diaspora all’interno delle comunità cristiane veniva denunciata dal Memorandum dei 10 teologi tedeschi, Kirche 2011: Ein notwendiger Aufbruch (una rottura, sortita, ripartenza… che s’impone): “N.2. Comunità: le comunità cristiane devono essere luoghi in cui le persone condividono beni spirituali e materiali. Oggi, però, la vita comunitaria si sta disgregando. Sotto la pressione della mancanza di preti, vengono create unità amministrative sempre più grandi – ‘parrocchie extralarge’ -, in cui non è quasi più possibile vivere prossimità e appartenenza. Si cancellano identità storiche e reti sociali particolarmente significative. I preti vengono ‘bruciati’ e finiscono per esaurirsi. I credenti si allontanano se non viene riconosciuta una loro corresponsabilità nella guida delle comunità all’interno di strutture democratiche. E’ il ministero ecclesiale che deve servire la vita delle comunità, non il contrario. La Chiesa ha bisogno anche di preti sposati e di donne al servizio della Chiesa” (trad.it. in Adista 25.02.2011).
In una diaspora di tali proporzioni i lamenti non servono, anzi ritardano il trapasso, e soprattutto creano coscienze infelici, sempre in ritardo sui tempi. Quando i tempi cambiano, rimpiangere il passato è come aggrapparsi al sistema tolemaico mentre è in atto la svolta copernicana. Un grande cristiano, che ha vissuto con coerenza la sua fede anche nei momenti più travagliati della storia sua personale e del mondo romano giunto alla fine della sua parabola, quell’ algerino “fra i tempi” che è stato Agostino, morto nel 430 nella sua Ippona assediata dai vandali, così scriveva:
“Che cosa di nuovo e insolito, o fratelli, patisce ai nostri tempi il genere umano, che non abbiano patito i nostri padri? Anzi possiamo noi affermare di soffrire tanto e tanti guai quali dovettero soffrire loro? Eppure troverai degli uomini che si lamentano dei loro tempi, convinti che solo i tempi passati siano stati belli. Ma si può essere sicuri che se costoro potessero riportarsi all’epoca degli antenati, non mancherebbero di lamentarsi ugualmente. Se, infatti, tu trovi buoni quei tempi che furono, è appunto perché quei tempi non sono più tuoi” (Dai Discorsi, da vescovo).

NON E’ UNA SITUAZIONE EMERGENZIALE
ma la condizione stessa del vivere cristiano.
Il discepolo di Gesù è chiamato a vivere la sua sequela camminando sulle strade di questo mondo, ciascuno portando sulle spalle la propria croce, a fianco dei viandanti che trova sul suo stesso cammino.
Fedeltà al Maestro e insieme fedeltà al popolo pellegrino e fedeltà alla storia travagliata: del mondo e della chiesa. I travagli del mondo sono travagli della chiesa alla sequela di Gesù. Perché voi siete lievito nella pasta (basta un pizzico), siete sale (che deve dar sapore, altrimenti non serve a nulla), siete lampade (sopra, non sotto il tavolo). La chiesa non è chiamata a salvare se stessa, ma il mondo, il creato intero, e cosi anche se stessa. E’ come una donna che soffre nel travaglio del parto, ma dimentica ogni pena appena nasce la nuova creatura.

Nella Cena di addio, appena Giuda, il traditore, abbandona il gruppo ed esce dal cenacolo (“ed era notte”, Gv 13,30), ai discepoli smarriti Gesù dice: “Non sia turbato il vostro cuore“ (Gv 14,1). “La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi , ora, siete nel dolore, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla (Gv 16, 21-23).
La diaspora non è soltanto travaglio, duri confronti, difficili superamenti. E’ il travaglio del parto, con le sue lacerazioni ma anche con le sue chances. “Diaspora silenziosa.. svolta profetica?”, titolavano la ricerca di ESODO i suoi editori, convinti che “l’allontanamento dall’istituzione-chiesa da parte di credenti adulti, sensibili a un bisogno di autenticità e coerenza evangelica, spesso troppo frettolosamente venga considerato una comoda scelta di disimpegno, figlia del secolarismo e del relativismo”. Una di queste chances è
RISCOPRIRSI CERCATORI APPASSIONATI DELLA VERITA’ non suoi detentori.
Per il cristiano la verità non è un bene da possedere ma che ci possiede. Non meta raggiunta ma cui sempre ci si approssima. Non verità già fatta ma che si fa, ci si dis-vela, lascia cadere i suoi veli (a-letheia, dal greco “lanzano”, essere nascoto) lungo il cammino di avvicinamento.
Noi siamo ricercatori, non “maestri in proprio”, siamo discepoli al seguito del Maestro itinerante della Palestina. Noi non ruotiamo attorno a noi stessi, ai nostri ideali, bisogni, preoccupazioni. Siamo esseri aperti, non esseri-in ma esseri-ad, extro-versi. Non viviamo nelle nostre tane ma “corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo lo sguardo fisso su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2).
In una situazione di diaspora, ancor più drammatica dell’attuale, rivolgendosi ai cristiani della prima età post-apostolica, ebrei convertiti in ambiente ellenistico o pagani affascinati dalla cultura ebraica, l’autore della lettera agli Ebrei non proponeva una Weltanschauung di scuola e nemmeno semplicemente una dottrina da professare nel chiuso dei templi e delle sinagoghe. Egli invitava a rilanciare il Vangelo, la “bella notizia” (l’eu-anghelion), a uscire senza paura allo scoperto, a camminare, anzi a correre con lo sguardo puntato su Gesù, la nostra stella polare. “Io sono la Via e la Verità”, il Dio dal volto umano, uomo in tutto e per tutto come noi, sconfitto dai dominatori di questo mondo ma reso vittorioso dal Padre, il vero vincitore dell’agone tra vita e morte.
A quegli ebrei o pagani in diaspora, l’autore della lettera agli Ebrei suggeriva l’immagine del pastore che cammina in testa al suo gregge. E ci aiuta, al tramonto delle ideologie, con le inevitabili ripercussioni anche nel “sistema chiesa”, a capire l’attuale diaspora non come una sciagura ma una opportunità: riscoprirci al seguito di Colui che. quella notte in “cui percuoteranno il pastore e saranno disperse le pecore del gregge” (Mt 26,31), ha già vissuto il dramma della dispersione e che ora cammina, da buon Pastore, in testa alla colonna dei testimoni, di Colui “che dà origine alla fede e la porta a compimento”

Il misterioso viandante che si affianca – “Gesù in persona” (Lc 24,15) – a noi, fuggiaschi dalle prove della vita, è il Gesù Maestro, il profeta di strada nato fuori della città e morto fuori della città. E’ il Gesù che insegnava non nel chiuso del tempio ma sulle contrade e vasti spazi della Palestina. E parlava della sua chiesa mentre attraversava i campi (la chiesa è come un campo) e le rive del lago (la chiesa è come una rete gettata nel mare), e voi siete come gli uccelli che svolazzano sulle vostre teste, i miei discepoli sono chicchi di frumento e sale della terra. E’ la chiesa in cammino, il popolo pellegrinante del nuovo esodo.
Lungo questo cammino si sviluppa, passo dopo passo, il messaggio del Vangelo, la verità che si va facendo: lentamente, faticosamente, con le necessarie pause e inversioni, zig-zag, soste e riprese. E’ un cammino di avvicinamento verso la meta mai raggiunta. A quegli ebrei o pagani in diaspora, l’autore della lettera agli Ebrei proponeva il modello del pastore che cammina in testa al suo gregge, che conosce le sue pecore una per una, e le chiama per nome, e loro lo riconoscono dalla voce (Maria di Magdala riconosce il Maestro redivivo non dalle vesti ma dal tono della voce che la chiama per nome: Maria!).
La verità si disvela al passo lento e cadenzato della marcia, non della corsa, non nella fretta. Mentre si cammina, pure si medita, si pensa, si osservano i paesaggi sempre nuovi che ci scorrono sotto gli occhi, si ascoltano i discorsi dei compagni di strada, se ne percepiscono anche i bisbiglii.
Questi viandanti-cercatori vivono di attese, speranze, perseveranze. Di una meta che sta sempre oltre, mai a portata di mano. Di una verità che non si possiede, di cui non ci si ap-propria, che non si as-simila. Ma cui ci si avvicina, si guarda, si contempla, si aspetta, si attende che lasci cadere i suoi veli. Qui suonano stonati termini che esprimono potere, possesso, dominio, quali capire (capere=prendere), comprendere (con-prehendere), afferrare (concetti, idee), intuire (intus legere, entrar fin nel sacrario della realtà,. L’atteggiamento non è quello dei bachi che estraggono il filo dal proprio interno ma degli oranti con le mani alzate e lo sguardo fisso su Gesù, le orecchie aperte per percepire ogni parola che esce dalla bocca di questo misterioso viandante.
Ma le parole non sono sufficienti. Non sono bastate le tante da lui dette in quei tre anni di peregrinazioni ad evitare tradimenti, rinnegamenti, diaspore. Né bastano i discorsi del viandante che parla della tragedia del Venerdì di passione, della sofferenza inevitabile per entrare nella gloria, della lunga sequela di profeti contestati e ammazzati. Non basta neanche l’intera Scrittura, che pur parla sempre di lui, del suo destino. A quelle parole il cuore palpita (“Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via”, v.32), come sconvolgono i racconti delle donne che lo hanno visto in quell’alba di Pasqua. La scoperta che cambia il destino avviene a tavola, allo spezzare il pane: pane spezzato che è corpo trafitto, sacrificato e offerto per essere condiviso. E’ proprio in questo momento “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista” (v.31). Ed essi ripresero il cammino, invertendo la direzione di marcia, facendo ritorno in città per annunciare la scoperta ai fratelli.

II

A PASSO DI MARCIA
In una società in cui tutto ruota attorno al singolo e ogni cosa va sbrigata in fretta, il pellegrino ha accolto l’invito e si è messo in marcia, per un cammino che lui non ha programmato a tavolino e che non prevede rigorose tabelle di marcia né precise modalità. Più che di un cammino, si tratta di una sequela. Non in solitaria ma in colonna, senza mai perdere di vista il capo che cammina in testa. I tempi sono quelli del gruppo, dove nessuno dice “io” ma “noi” ed anche i camminatori più appesantiti e stanchi, non vengono abbandonati ai bordi del sentiero. “Circondati da una moltitudine di testimoni, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12, 1-2).
In una società dominata dalla prestazione, dove se ti scosti anche per un solo attimo, per prendere fiato, guardarti in giro, ripensarti e riconsiderare le ragioni del tuo andare, rischi di venir travolto dall’onda. Perché prima si fa e poi si pensa, la persona è valutata per quel che fa, non per ciò in cui crede, l’imperativo è correre, bruciare le tappe, mostrare efficienza. La politica del fare, “non tante chiacchiere ma fatti”.
Eppure correre non basta. Potrebbe infatti capitare che più si corre e più ci si allontana dalla meta. Il fare, l’iperattività, la frenesia, la voglia di prestazione, la mania di mostrarsi – tratti tipici di questa nostra società –, più che del pellegrino che marcia in colonna, mostrano il comportamento del cane sciolto, che corre, corre, bruciando tappe e imboccando scorciatoie. Ogni tanto mi assale un vecchio incubo di gioventù: correre per km e km di autostrada, con l’occhio puntato sull’orologio e la tabella di marcia, per sorprendermi, all’improvviso, che sto viaggiando a tutta velocità nella direzione esattamente contraria. Più corro e più mi allontano!

Dove corri anima mia?
QUAL E’ IL SENSO
del mio camminare sulle strade di questo mondo? Verso quale meta sto puntando? Quale spirito anima i camminatori della colonna in marcia? Quali ideali? Quelli “vincenti” del successo, del consenso, o quelli “perdenti” delle beatitudini, che considerano felici-fortunati gli affamati e assetati, i poveri di cose e liberi da sudditanze? Chi è davvero beato, colui che corre e fa terra bruciata sul proprio cammino, o chi incede guardando, ascoltando, valutando, e magari prendendo tempo per rivedere, riconsiderare e rilanciare?
Ma è proprio il tempo che in questa società governata dall’orologio parrebbe mancare. “Non c’è tempo. Ho poco tempo.” In realtà il tempo non lo si trova perché non lo si vuol spendere per certe cose e lo si spreca a man bassa per certe altre. Il tempo non è cosa ma qualità dell’anima e varia d’intensità e durata secondo i ritmi e qualità delle nostre anime. Due farfalle che conversano nel secondo, terzo giorno di vita (la quale si conclude generalmente in due-tre giorni, una settimana, al massimo un mese), parlano della gioventù ormai lontana e degli acciacchi della vecchiaia. Il nostro cronometro non serve a misurare il tempo delle farfalle.
Noi siamo convinti di stare al centro dell’universo, dove tutto ruota attorno all’uomo, misura di ogni cosa, il vero Soggetto circondato dai tanti oggetti che popolano il macrocosmo e il microcosmo, esseri viventi od inanimati. Crediamo di essere il punto unico di riferimento: delle cose, delle persone, finanche della Divinità. E per introiettare questa molteplicità, la riduciamo ad un minimo comune denominatore: alla “cosa” da prendere, possedere, dominare, fruire. Tutto è “cosa” e noi ne siamo padroni.
Questo processo di reificazione, che tritura tutto per alimentare un uomo vorace, suppone che la meta sia già raggiunta (per quanto il pellegrinaggio forse non sia neppure mai iniziato). Qui tutto si trasforma in pane da mangiare (dì che queste pietre diventino pane). Persone, comunità, popoli e nazioni sono beni da possedere (Vedi, se vuoi è tutto tuo). Dio stesso può essere piegato al nostro servizio (Manda i tuoi angeli a sostenerti nella caduta). L’uomo è diventato dio a se steso (homo homini deus).
Né qui s’incontra propriamente alcunché ma semplicemente ce se ne appropria, lo si prende d’assalto. Non ci si avvicina “a tentoni” alla Verità né si aspetta con trepidazione che essa deponga i suoi veli. Lo stesso silenzio diventa fastidioso. Chiusi nel bozzolo delle nostre suggestioni e presunzioni, incurvati su noi stessi e chiusi all’ alterità, non sentiamo un reale bisogno di credere, di affidarsi ad altro od Altri, di una fede fiduciale. La meta è già nota, anzi ormai conquistata: il proprio Sé. Il tragitto tra l’exitus (fuori di sé) e il reditus (rientro in sé) è diventato estremamente breve, l’esistenza è sfrondata dal prima del nostro nascere e dal dopo del nostro morire, compressa tra i due estremi di nascita e morte.
Il modello che qui si propone e si esibisce è quello dell’individuo iperattivo, vitalistico, sempre sulla scena, disinteressato a ciò che egli realmente è e preoccupato unicamente di che cosa di lui si pensa. Coltiva molteplici interessi, ma soltanto per trovare le proprie rassicurazioni. Frequenta tante persone, ma sempre nella superficialità dei rapporti, perché non è spinto dal desiderio di capire gli altri in profondità e nella loro multiformità, ma comprime tutto e tutti entro i suoi cliché. Ama i viaggi, inventa situazioni, vive esperienze sempre nuove, ma all’insegna del “mordi e fuggi”. Questo individuo, anche quando dice “Ti amo”, ciò che realmente egli intende è “Tu mi piaci”. Ciò vale per le creature ma vale anche per il Creatore: un dio oggetto, strumento per altro, non partner e amante-amato.
Chiusi in se stessi, immobili pur nella frenesia del correre, non si è capaci di sostare, meditare, approfondire, far silenzio perché altre voci risuonino nel frastuono generale, aprire bene gli occhi per scrutare gli orizzonti (“un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi”, Marcel Proust). E rendersi conto del punto in cui ci troviamo, chi davvero noi siamo, perché la tela di ragno delle nostre ansie, preoccupazioni, nevrosi, depressioni ci trattiene nel chiuso del nostro Io.
Il Vangelo propone un modo di vivere radicalmente diverso, dove si esiste solo per uscire da se stessi e ci si realizza pienamente soltanto svuotandosi in altri. Od anche, ma è la stessa cosa, solo amando Dio con tutte le nostre forze e il prossimo come se stessi. Noi siamo esseri-ad (non in), seme che porta frutto solo se si lascia inghiottire nelle viscere del terreno, per poi rispuntare come spiga frondosa. Siamo sale che non è fatto per essere mangiato ma per dar sapore alle vivande, deve sciogliersi per poter insaporire, altrimenti non serve a nulla. Siamo luce che per il semplice fatto che è accesa illumina tutta la casa, e che non perde nulla quando accende altre luci, si comunica, diventa altre luci.
La realtà è duale, l’essere umano è Io-Tu, è immagine di Dio, è apertura al Trascendente. Dove non c’è vera alterità, tutto diventa oggetto di valore d’uso e di scambio, e il mondo è quello immaginato a proprio uso e consumo.. Qui il dialogo (dia-logo, parola tra i due) è finto, perché finti sono gli interlocutori (uno è il soggetto, tutti gli altri sono diventati oggetti), finta è la conciliazione degli opposti, il perdono diventa perdonismo, il pentimento pentitismo, la morale moralismo. Ridotta l’esistenza al breve tragitto dal “venire alla luce” e “scendere nella fossa”, non resta che l’illusione di afferrare l’attimo fuggente, il Carpe diem.
Ciò spiega la tristezza che si legge pur nel viso rifatto di tanti personaggi “di successo”, sempre alla ricerca di consolatori, eterni bambini in cerca di conferme e rassicurazioni. Uomini arrivati. Ma dove?

GESU’, MA CROCIFISSO
Se il cammino – della nostra vita e della nostra fede – è una sequela con “lo sguardo fisso su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2), ebbene l’unico Gesù che ci è dato a vedere ha le fattezze di quel misterioso viandante che cammina a nostro fianco verso Emmaus. Il Gesù risorto (che Maria di Magdala scambia per il custode del giardino e i discepoli per un curioso sulla spiaggia od un fantasma sulle acque del lago) vuol essere decifrato, è la Verità che si fa aspettare e decifrare, lasciando poco a poco i suoi veli.
Senza fretta, con la Bibbia in mano, passo dopo passo “cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui…Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24, 27.26).
Il cuore palpita, ma l’ultimo velo cade soltanto quando ci si siede a tavola. Quei due fuggiaschi non lo riconoscono per le vesti che indossa, per il modo di incedere, per il tono della voce. Scoprono la sua vera identità solo quando lui stesso la disvelerà, e non più a parole ma nel gesto del pane-corpo spezzato per i molti, nel suo essere-per gli altri fino alla fine. “Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista” (Lc. 24, 31). E’ il tempo della Chiesa pellegrina, che deve credere senza vedere, deve camminare senza correre, sperare, implorare, attendere con perseveranza che egli venga, e presto (Ap. 22,12).
“Fratelli – Paolo, nei primi anni della sua evangelizzazione in terra greca, ricorda ai cristiani di Corinto, città portuale famosa e popolatissima, attraversata da tante correnti culturali e religiose, con forti squilibri, tensioni, fermenti – io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso” (1 Cor. 2,2), uno scandalo per la sapienza di questo mondo ma anche l’unica vera risposta al nostro cercare.
Noi cristiani non siamo stati generati dalla carne e dal sangue, ma dalla scoperta che ci ha fatto invertire il senso della nostra marcia. La chiesa nasce da un moto centripeto uguale e contrario a quello centrifugo della dispersione. E l’annuncio che ora essa lancia agli uomini, senza nessuna paura di fare la fine del suo Capo, suona: Voi lo avete ammazzato, ma Dio la ha richiamato in vita. “Voi lo avete crocifisso e l’avete ucciso”, dirà Pietro, attorniato dagli Undici nel giorno della festa di Pentecoste, “ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere” (At 2, 23).
Il cristiano non è semplicemente il seguace di una religione che predica amore e salvezza, né la chiesa semplicemente un’istituzione che insegna buoni sentimenti ed aiuta a praticare le virtù. Essere cristiani od essere chiesa significa averlo incontrato, decifrato, scoperto, ed ora annunciarlo con gioia perché tutti lo possano trovare: sulla via della sequela, andando contro corrente, vivendo secondo la scala di valori delle Beatitudini, spendendosi interamente per Dio e per l’umanità pellegrina. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà. Ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16, 24).

AL SEGUITO DI GESU’ SI CAMMINA LIBERI E LEGGERI
Liberi, perché liberati. Chi ci precede è il capocolonna di una lunga moltitudine di redenti, red-empti, riscattati a caro prezzo, che stanno già sbarcando nella terra della promessa.
Leggeri perché non gravati dalle borse e bisacce delle nostre ansie e preoccupazioni, perché poveri di cose da trattenere e fatti ricchi della sua povertà-libertà.
Poveri ma sereni: “Non procuratevi oro né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento” (Mt 10,9).
Con lo sguardo fisso su Lui, il Crocifisso.: “Abbiate gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”
In una lettera (indirizzata ai cristiani di Filippi, scritta “in catene, forse a Roma, a Cesarea), l’Apostolo dei pagani propone il modello controcorrente dello Sconfitto-Vincitore, il Figlio di Dio che esce da sé, si svuota di ogni privilegio, non rivendica nulla ma si fa povero, servo, sconfitto dai potenti di questo mondo.

(Fil 2,5-11)
5 Abbiate gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
6 il quale, pur essendo di natura divina, lett. nella forma (morfé) di Dio
non considerò un tesoro geloso preda, bottino (da non mollare, o da prendere)
la sua uguaglianza con Dio,
7 ma spogliò se steso, svuotò (ekenosen): non della natura divina(Calvinisti) ma della gloria che gli spettava: invece di rivendicarla, preferì ottenerla.
assumendo la condizione di servo Is 52/42: Servo di Jahvè
e divenendo simile agli uomini;
apparendo in forma umana,
8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9 Per questo Dio l’ha esaltato
E gli ha dato il nome Kyrios
che è al di sopra di ogni altro nome,
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

I sentimenti di Gesù sono gli stessi sentimenti di Paolo (Fil. 3,7.-11) e di ogni discepolo in cammino al seguito di Gesù

(7) Quello che poteva essere per me un guadagno, tesoro in forma di Dio
l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo.
(8) Anzi, tutto ormai io reputo una perdita tutto: come stile di vita
di fronte alla sublimità della conoscenza
di Cristo Gesù, mio Signore (Kyrios mou), conoscenza=fede (nel Risorto)
per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose
e le considero come spazzatura (ut stercora),
al fine di guadagnare Cristo
(9) e di essere trovato in lui,
non con una mia giustizia derivante dalla legge,
ma con quella che deriva dalla fede in Cristo le due giustizie (Rm e Gal)
cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede.
(10) E questo perché io possa conoscere lui,
la potenza della sua risurrezione,
la partecipazione alle sue sofferenze,
divenendogli conforme nella morte,
(11) con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

19 marzo 2011

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