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Luglio 2011. Migranti ospiti delle Valli del Natisone

Autore // veritas
Postato il // 07 ago 2011

Scheda “conoscitiva” sui migranti ospitati a Pulfero (UD)

A Pulfero (UD), un Comune di mille anime sparse tra un incredibile numero di piccolissime frazioni, all’Albergo “Al Vescovo” ci cono 15 migranti, tutti uomini, dai 19 ai 35 anni. 7 sono del Ghana, 7 del Togo e 1 dallo Sry Lanka. Quelli del Ghana sono di lingua inglese che non parlano bene e sono meno acculturati. Quelli del Togo invece parlano molto bene il francese ed hanno fatto scuole migliori. Provengono tutti dalla Libia dove lavoravano. Sono stati costretti dai libici a lasciare il paese via mare verso l’Italia dopo giorni di marcia forzata nel deserto.
L’accordo siglato a Roma il 30.3.2011 tra Governo, Regioni ed Enti locali prevede che i 50.000 profughi previsti, provenienti dal nord Africa, siano suddivisi tra tutte le regioni d’Italia (tranne l’Abruzzo) «per attuare uno sforzo comune e condiviso» e con risorse finanziarie totalmente a carico del Governo. Il «Piano per l’Accoglienza dei migranti», approvato il 12 aprile scorso di seguito a detto Accordo, prevede l’assegnazione ad ogni regione di un certo numero di migranti in proporzione alla popolazione. Il piano prevede che ai migranti siano riconosciuti «i diritti di cui all’art. 20 della D.Lgs. 286/98» che prevede, per il caso di «accoglienza per eventi straordinari», misure per la protezione temporanea, ma non indica quali siano questi diritti. Il quadro giuridico in cui si trovano queste persone, che al momento sono definite “profughi”, non è chiaro. Il D.p.c.m. (decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri) che definisce le misure di protezione umanitaria da assicurare ai «cittadini appartenenti ai paesi del nord-Africa dal 1.1 al 5.4.2011» prevede il rilascio, da parte del Questore, il “famoso” permesso di soggiorno per motivi umanitari della durata di sei mesi (quello che ha fatto arrabbiare la Francia).
Il coordinamento previsto dal Piano dovrebbe essere assicurato da un Commissario delegato attraverso il Dipartimento della Protezione civile e presso ogni regione dovrebbe essere istituita una struttura analoga per il coordinamento dell’assistenza che dovrebbe garantire l’assistenza sul territorio regionale, il raccordo con le altre amministrazioni coinvolte e con il Commissario centrale.

I migranti ospiti delle Valli del Natisone. Il Centro Veritas, in trasferta, li ha incontrati.

Costretti dai miliziani ad attraversare il deserto, dalle città dove lavoravano fino alle coste della Libia e imbarcati a forza alla volta dell’Italia, merce umana per “castigare” l’Italia che ha tradito l’”amico” Gheddafi. Lavoravano in Libia emigrati dall’Africa sub-sahariana guadagnando abbastanza da poter avere una casa, una vita decente e mandare anche soldi alle famiglie. Poi la guerra, la disoccupazione e la marcia forzata nel deserto alla volta della costa, depredati di tutto, documenti, soldi, telefoni. Chi si ribella è subito ucciso: A.I. ha ripreso le decine di cadaveri nel deserto, morti ammazzati dai fucili o dalla sete e ci mostra il video sul telefono che è riuscito a salvare. Poi 28 ore nel barcone, il mare grosso, nulla da mangiare né da bere, tanta paura. Nessun progetto nel partire, tanta speranza oggi nell’albergo di Pulfero che ospita 15 ragazzi, 7 del Togo, 7 del Ghana e uno dallo Sri Lanka, dai 19 ai 35 anni. Paolo, professore e volontario dell’Auser, insegna loro l’italiano, la cosa più importante, ci dice, e loro lo sanno e ce la mettono tutta. Le basi di partenza sono molto diverse: c’è Amen, laureato in matematica ed insegnante, 35 anni, che già se la cava bene con l’italiano perché ha una straordinaria capacità di imparare, ma c’è chi è analfabeta e fa molta fatica. Per loro ci vorrebbe un maestro, dice Paolo. Tutti sono pieni di dignità e buona volontà e già vogliono bene a Paolo che è grato per questa esperienza perché i ragazzi trasmettono semplicità e speranza, doni rari dalle nostre parti. Paolo si è fatto coinvolgere dal punto di vista umano perché, dice «è una ricchezza il rapporto che c’è con queste persone, così piene di entusiasmo nell’affacciarsi ad un mondo che a loro sembra “scintillante”» e ci si stringe il cuore temendo la disullusione, soprattutto per il momento di crisi acuta in cui sono arrivati. Desiderano restare in Italia perché si trovano bene, con Bruna, la proprietaria dell’albergo, che chiamano mamma e che li ammonisce sulla pulizia personale e li incoraggia continuamente: «Su la testa» dice, «ce l’avete fatta fin qui, ce la farete ancora.» Guai abbattersi: «ogni tanto ne trovo qualcuno che piange» ci dice con le lacrime agli occhi. Speranza e paura: non sanno niente del loro destino, di quanto staranno all’albergo, dove andranno poi, quando potranno lavorare. E’ il lavoro la loro preoccupazione costante: «si rubano la scopa l’un l’altro», dice Bruna. «Mi hanno pulito perfettamente il sottotetto, si vede che è gente abituata a lavorare sodo.» Ed invece possono solo passeggiare intorno all’albergo o stare seduti sul muretto e la gente che passa magari pensa male. Invece, cosa darebbero per rendersi utili! Non si può, ci dice il vice-sindaco, amareggiato, «non possiamo far fare niente a questi ragazzi e la gente, vedendoli oziare, maligna». La legge, invece, è proprio così, e sarebbe sfruttamento, dice il vice-sindaco, rammaricato anche del modo in cui il Comune di Pulfero non è stato coinvolto in questa operazione riguardante i migranti. La protezione civile che li aveva in carico ha preso i contatti con gli alberghi che hanno avuto solo un paio d’ore per dare la loro disponibilità. Il giorno dopo sono arrivati i ragazzi e il Sindaco l’ha saputo qualche ora prima. Scaricati lì e poi, da due mesi, più nulla. Appena martedì 26 luglio è convocata una riunione tra i Sindaci e la Protezione civile regionale. Quando William del Ghana è stato male, Bruna l’ha mandato all’ospedale dove è rimasto quindici giorni, da solo, senza ancora sapere una parola di italiano, solo un medico parlava inglese. Paolo e un’altra volontaria sono andati a trovarlo. Poi, quando è stato dimesso, nessuno sapeva chi dovesse andare a Udine a prenderlo e ce n’è voluto prima che qualcuno decidesse chi doveva farlo. William davanti a noi tiene spesso la testa bassa, forse non sta ancora bene. Ha 32 anni ed è saldatore, un lavoro molto richiesto da noi, gli diciamo anche per tirarlo su. Non hanno diritto né al medico di base né alle medicine. Ci pensa Bruna, come può. Per i sette che sono cristiani domenica 24 luglio la prima Messa in una delle chiese del luogo; poi bisognerà vedere come avvicinare alla comunità i mussulmani, forse con una preghiera interreligiosa.
Sì, società civile e sussidiarietà, va tutto bene, ma le istituzioni per il momento non ci sono state.
Caterina Dolcher

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