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Presentazione corsi di cultura

Autore // veritas
Postato il // 07 set 2011

Martedì 27 settembre alle 18.30: presentazione dei tre corsi di cultura del I° semestre che partiranno in ottobre: “Ebraico biblico per principianti” (con Alec Nortman Vitali), “Parole nomadi per la cura del sé. Laboratorio di pratiche filosofiche” (con Alessandro Di Grazia) e “Chi è l’altro per me? Teorie dell’alterità” (con Roberto Degrassi). In occasione della presentazione si raccoglieranno le iscrizioni.
Ricordiamo che gli studenti universitari che frequentano i corsi possono beneficiare dei crediti formativi assegnati dalle Facoltà agli Enti convenzionati con l’Università di Trieste.

Scheda di presentazione del corso: “Parole nomadi per la cura del sè. Laboratorio di pratiche filosofiche”, con Alessandro Di Grazia.
La consulenza filosofica
Alcuni aspetti essenziali della filosofia pratica
Utilizzando la parola consulenza il nostro pensiero va immediatamente alle diverse pratiche e saperi centrate sulla relazione d’aiuto rivolta tanto al singolo quanto alle istituzioni o a gruppi di lavoro.
In questi ultimi decenni abbiamo assistito al sorgere tumultuoso delle più diverse pratiche, specie in ambito psicologico. Si pensi che negli USA vi sono più di 200 diverse scuole di psicoterapia, per non contare poi i vari indirizzi di counselling, le strategie di problem solving e molto altro ancora. Non dimentichiamo ovviamente la psicoanalisi articolata nelle diverse scuole e tradizioni.
Tutto ciò rappresenta un tentativo di dare delle risposte alla complessità della realtà in cui viviamo, sia a livello intersoggettivo che negli ambienti di lavoro e in generale ovunque si tratti della relazione con gli altri. Spesso si tratta, specie negli ambiti professionali, di condotte di potere, regimi discorsivi di esclusione più o meno volontaria e poi consuetudini di pensiero, convinzioni e credenze che surdeterminano il nostro modo di stare al mondo e che a volte sono fonte di disagio se non di vera e propria sofferenza.
La nostra società “post” è caratterizzata da una sempre maggiore impoverimento dell’aspetto privato della vita. Questo fatto richiama appunto la necessità di sviluppare nuove strategie per affrontare problemi che molte volte alle persone appaiono troppo complessi. Il ricorso ad un “professionista” delle relazioni aumenta così di pari passo con l’aumento della complessità della vita.
Una precisazione linguistica e storica.
La Consulenza Filosofica nasce ufficialmente in Germania nel 1981 con l’apertura da parte del filosofo Gerd Achenbach del primo studio di Philosophisce Praxis. La parola “Praxis” è stata resa in italiano col termine “Consulenza”. Il termine tedesco però non indica nulla di simile. E’ bene fare questa precisazione perché uno dei tratti che distingue consulenza filosofica rispetto alla galassia delle pratiche legate alla psicologia, è che non vuole dare dei consigli ai suoi clienti o “ospiti” – così chiama Achenbach chi si rivolge alla Philosophisce Praxis -, ma centra la sua attività sul domandare, sul tentare di porre le giuste domande a chi gli sta di fronte.
“Dare consigli” vuole dire mettersi nell’ottica di risolvere un problema, di mettersi quindi in una relazione d’aiuto diretta, relazione che spesso si configura come terapia. E’ una tendenza generale e profondamente radicata nella nostra attuale cultura, quella di trasformare il disagio, anche profondo, in una malattia. Sottrarre la sofferenza alle categorie della patologia rimane uno degli aspetti più importanti di un pensiero pratico e di una pratica del pensiero, che assume anche un aspetto politico, nel senso alto del termine, quello cioè di restituire il cittadino alla polis, alla comunità delimitando la possibile sovrapposizione tra esistenza e “trattamento sanitario” della vita.
La Cura
Con la filosofia si tratta di pensare e domandare e non di una terapia psicologica per risolvere o eliminare un problema. La nozione stessa di cura va ripresa, dopo Heidegger e Wittgenstein come cura nel senso di un atteggiamento di amore per la finitezza dell’esistenza che si esprime in un far proprio anche il tema della morte e del dolore, e nel senso di un’attenzione etica al linguaggio. Si tratta di pensare in modo “professionale” la nostra esistenza. Questa professionalità non è qualcosa di metodico, ma si realizza nell’impegno che il filosofo e il suo ospite si prendono di andare a fondo di alcune questioni tentando di pensare in modo adeguato ciò che fino a quel momento è rimasto celato sotto le ovvie retoriche quotidiane.
Certo anche in questo percorso si sviluppa qualcosa come una relazione d’aiuto, ma essa è per così dire indiretta poiché chiarendo quali siano le domande importanti, sollecita l’ospite a prendersi cura di sé.
Ma cosa significa “prendersi cura di sé”?
Dare una risposta adeguata a questa domanda è la scommessa della pratica filosofica. La posta su cui puntare è il concetto di soggettività. A partire dalla lezione della fenomenologia inaugurata da Husserl, l’idea di una soggettività chiusa ed autosufficiente è andata via via sfaldandosi. L’intimità del proprio interno appare sempre più popolata da “altro” rispetto a quanto tradizionalmente siamo propensi a considerare “più nostro”, cioè noi stessi.
Prendersi cura di sé assume dunque una dimensione intersoggettiva e pubblica costituita dalle storie che hanno prodotto la nostra storia, fatte di esperienze, sentimenti, emozioni e idee.
Le nostre visioni della realtà, le nostre credenze e le idee che diamo per scontate sono il sedimento ultimo di questa nostra storia che allo stesso tempo è la storia degli altri.
La filosofia pratica prende avvio dalla chiarificazione di questo sedimento, che lungi dall’essere un reperto archeologico da museo, è ciò che costituisce la nostra identità di fronte al mondo e continuamente ci orienta nelle nostre scelte e nelle nostre convinzioni.
Socrate e conduceva i suoi dialoghi in pubblico sul filo dell’ironia e della provocazione. Egli si prefiggeva di far partorire all’interlocutore una verità che non soltanto non sapeva di avere in grembo, ma che nemmeno lui, Socrate, conosceva prima di intrattenersi nel dialogo stesso. Una verità che è si universale (piuttosto razionalistica a quel tempo!) ma che emerge nel farsi della relazione.
Questa verità quindi non è posta a priori (come nella dogmatica), ma viene piuttosto ad emergere a posteriori, si fa facendosi!
La consulenza riuscita ha quindi la freschezza della scoperta sia per il consulente che per il consultante, per l’ospite.
Si tratta anche di un esercizio in cui si impara a fare a meno dell’interpretazione. Quest’ultima si sviluppa necessariamente da un ipotesi di partenza che assume la durezza di uno schema di riferimento ed infine di una teoria esplicativa.
Per dirla con Heidegger è necessario operare un superamento, uno spostamento essenziale che, dalla tradizionale domanda di stampo metafisico “Che cos’è l’uomo?”, ci permetta di formulare la domanda “Chi è l’uomo?”
In questa prospettiva non siamo di fronte ad un oggetto (ad esempio delle scienze calcolanti o della psicologia), bensì ad un soggetto in carne ed ossa su cui non sappiamo di più di quanto sappia lui stesso.
La sua verità emerge, se emerge, dalla relazione e non è un dato che verifica una teoria.
Il singolo, allo stesso modo di un gruppo di lavoro o una situazione, vanno interrogati con lo stesso spirito e la stessa responsabilità con cui interroghiamo noi stessi.
E’ dal soggetto che abbiamo di fronte che ci vengono le risposte a ciò che noi formuliamo come una domanda; non è certo il filosofo che dà delle risposte a delle domande che l’altro invece non pone.
La praticità della filosofia non sta nel cercare delle cause, ma nel lavorare con gli stili discorsivi e di pensiero.
Gli strumenti della filosofia pratica
Se fosse possibile identificare un metodo della consulenza, si potrebbe dire che esso ha a che fare anche, ma non solo, con un approccio inizialmente decostruttivo.
Il campo privilegiato di intervento diviene così quello discorsivo-concettuale in cui individuare e decostruire le retoriche bloccate del discorso, i punti in cui esso procede automaticamente, dove quindi la funzione critica del soggetto sorvola evitando di fatto un nodo problematico. Il cuore del lavoro sta quindi nel percorso di scoperta dell’immagine che si ha di se stessi e del mondo, immagini a cui siamo ancorati e da cui siamo sostenuti nella nostra identità.
La filosofia aiuta a circoscrivere il perimetro di questa identità sempre vissuta ma sempre soltanto parzialmente pensata e identificata.
Non si tratta quindi prioritariamente di analizzare cosa e come sentiamo, ma di mettere in luce il complesso di idee che, non viste ci determinano, molto spesso nostro malgrado, fino nella sfera dell’agire e della relazione col mondo.
La radice di molti malesseri è questo percorso interrotto tra ciò che possiamo o vogliamo pensare e ciò che realmente realizziamo nell’azione relativamente a quel pensare.
Non si tratta quindi di scavare in un inconscio che, ribellandosi alla protervia di una debole razionalità, rivendica i suoi diritti, ma dell’impossibilità o difficoltà di pensare e soprattutto dire e raccontare ciò che realmente facciamo e desideriamo.
Tradizionalmente l’atteggiamento filosofico si costituisce in una presa di distanza dalla cosiddetta vita concreta, ma invece di una pericolosa e sempre possibile fuga del pensiero nel proprio mondo di concetti astratti e teoretici, attività utilissima nella sua giusta sede, la direzione della consulenza prende avvio da problemi concreti, diventando così, nella vita appunto, un’occasione per gettare un ponte tra il pensare e l’agire e per riflettere sul rapporto vivente tra i nostri saperi e le nostre pratiche.
In definitiva è questo rapporto che ci definisce come uomini e riflettere organicamente su di esso significa prendere quella distanza necessaria a mettere in moto un’interrogazione sul proprio sé e sulla propria identità.

Scheda di presentazione del corso: “Chi è l’altro pe me? Teorie dell’alterità”, con Roberto Degrassi
Il corso si propone di comprendere le teorie e i concetti attraverso i quali la tradizione occidentale ha pensato di poter conoscere l’altro e la sua alterità.
Nella prima parte del corso verranno analizzati i presupposti e i limiti dell’esperienza dell’altro nello sviluppo delle filosofie fenomenologiche contemporanee, a partire da Husserl fino a Levinas e Ricoeur.
La seconda parte del corso partirà dalle contraddizioni insite in queste filosofie per interrogare le teorie idealiste ed esistenzialiste, e dunque concetti quali “coscienza” e “alienazione”, “riflessione” ed “esistenza”. Tenteremo soprattutto di distinguere il riconoscimento effettivo dell’altro dal riflettersi del mio io in se stesso, che potrebbe servirsi dell’altro come di un mezzo utile all’affermazione del proprio egoismo, magari col pretesto dell’ “amore”. A questo punto ci confronteremo con un interrogativo insidioso: riflettendo logicamente e coerentemente su tutto, possiamo superare le opposizioni tra noi e gli altri? Oppure si tratta di una strategia per rimuovere i nostri limiti e le nostre contraddizioni?
Queste domande ci metteranno indirettamente di fronte alla nostra personale mortalità; esse potranno essere sviluppate e approfondite solo grazie agli apporti psicoanalitici di Freud e Winnicott. In effetti la terza parte del corso attraverserà certe tensioni psichiche e dialettiche del nostro inconscio; vedremo che solo riconoscendo “l’altro in noi stessi” – che è forse il nostro stesso inconscio – sarebbe possibile superare il proprio io, “diventare un altro” e aprirsi a riconoscere la persona dell’altro, che mi resiste perché anche lui (o lei) esiste e desidera ciò che gli (o le) manca. Solo superando la rimozione e l’angoscia della nostra mortalità potremmo riaprirci alla vita dell’altro, che è libero persino di riconoscerci opponendosi a noi (si pensi ai conflitti familiari e politici).
Questa teoria del riconoscimento è necessaria, ma non ancora sufficiente per capire se, come e che cosa io possa dare o donare all’altro. Probabilmente posso offrirgli un’unica cosa essenziale: me stesso, almeno in parte. Ma com’è possibile “darsi”, o almeno dare all’altro qualcosa di se stessi senza perderlo, o peggio senza perdersi in lui in modo “con-fusionale”? Nella quarta parte del corso vedremo che ognuno di noi è chiamato a “diventare se stesso”, cioè a comprendere e realizzare liberamente le sue possibilità di essere qualcuno rispetto agli altri. Ora, per diventare “chi e ciò che sono” con gli altri o loro malgrado, le mie intenzioni e riflessioni non bastano. E’ necessario che “un certo essere” mi venga dato (o donato) e che io voglia accoglierlo, riconoscendo la presenza di quella donazione, che però mi costituisce proprio superandomi. Quest’ultima può essere vissuta spiritualmente come la trascendenza divina (l’ “Altro”), oppure psicologicamente come quell’ “altro” che io dovrei diventare per essere pienamente me stesso, cioè per realizzare la mia esistenza. In entrambi i casi, proprio l’essere dato della mia esistenza appare nel contempo come la fonte, il fondamento e il limite – delle mie possibilità di comprendere teoreticamente quell’Essere (o il mio essere)
- e soprattutto delle mie possibilità etiche e pratiche di “dare all’altro” rendendogli – per così dire – ciò che ho ricevuto, cioè me stesso; ad esempio io posso comprendere la storia degli altri e del loro mondo solo perché una storia e un mondo mi sono stati dati, cioè perché io “ho” e “sono” la mia storia e la memoria della mia storia.
Infine va detto che le dimensioni ontologiche, psicologiche e spirituali dell’alterità si radicano in modo talmente profondo nella storia comune dell’umanità che l’apporto dialogico delle tradizioni monoteiste e orientali potrebbe contribuire a rendere molto più vivi e comprensibili i concetti che saranno trattati durante il corso. Basti pensare al fatto che già l’esortazione a “diventare se stessi“ sarebbe suscettibile di letture e interpretazioni bibliche, talmudiche, induiste e persino buddhiste, anche se in senso negativo.

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