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Seminario di approfondimento con p. Piccolo

Autore // veritas
Postato il // 20 ott 2011

Sabato 8 ottobre 2011, ore 15.45 – 18.45, presso il Centro Veritas si tiene i primo dei quattro Seminari di approfondimento stagionale, guidato da p. Gaetano Piccolo, Direttore dell’Istituto filosofico Aloisianum di Padova.
Inviamo la presentazione del seminario fatta dallo stesso padre Gaetano Piccolo:

“L’ipotesi da cui parto è che una comunità democratica non possa non fondarsi sull’uguaglianza di uomini liberi e dialoganti (cf. Habermas). Un comunità democratica può quindi sussistere se in essa trova spazio la possibilità e la correttezza dell’argomentazione. Dove viene a mancare lo spazio dell’argomentazione, l’unica alternativa è la violenza (cf. Perelman).
A questa premessa teorica, vorrei far seguire la descrizione di alcune fallacie che ordinariamente vengono commesse nelle nostre argomentazioni quotidiane, mostrandone la presenza in articoli di giornale o discorsi pubblici recenti.
Se l’obiettivo teorico è dunque quello di rivendicare una strada necessaria per l’affermazione di una democrazia più matura, quello pratico è rendersi scaltri nel riconoscere le debolezze dell’argomentazione altrui ed evitare crepe nei ragionamenti propri”.

ARGOMENTAZIONE E DEMOCRAZIA
di G. Piccolo
«Siccome ciascuno, autocompiacendosi,
è il primo e principale adulatore di sé,
accetta senza difficoltà un testimone esterno
che venga a confermare
i suoi desideri e le sue illusioni», Plutarco

Quando la fantasia supera la realtà
Il romanzo di G. Orwell, 1984, scritto nel 1948, offre molti spunti di riflessione sul rapporto tra linguaggio, mezzi di comunicazione, libertà e democrazia.
Tra coloro che hanno tratto ispirazione da questo romanzo, c’è anche N. Chomsky, uno dei più importanti linguisti del nostro tempo, ma conosciuto forse ancor di più per il suo impegno a favore della democrazia e per la sua critica, talvolta molto aspra, nei confronti della politica degli Stati Uniti.
Chomsky ha parlato per esempio di un “problema di Orwell”, volendo indicare la sproporzione che sussiste anche in molti sistemi democratici, tra l’enorme potenziale rappresentato dai mezzi di comunicazione e la reale mole di informazione a disposizione dei cittadini. Chomsky ne parla, non a caso, in un saggio del 1984 intitolato La fabbrica del consenso.
A partire dalla costruzione della neolingua, di cui si parla in 1984 – cioè di una lingua che il Socing, questo ideale partito socialista che ha sede a Londra, vorrebbe costruire per evitare lo psicoreato, cioè limitare le possibilità di espressione del linguaggio, in modo da impedire ai membri del partito di pensare in modo diverso dall’unico modo indicato dal partito – Chomsky riflette sull’efficacia della manipolazione del linguaggio per intervenire sul pensiero e sui modi di pensare.
Chomsky nota inoltre che, sebbene il linguaggio dovrebbe essere utilizzato come strumento di partecipazione, è molto spesso usato invece come strumento di propaganda.
Accanto alla manipolazione del linguaggio, Orwell indica nel suo romanzo, come ulteriore modalità di limitazione della libertà del singolo, anche la manipolazione della memoria, cioè la cancellazione di fatti avvenuti nel passato (quello che oggi diremmo revisionismo), ma anche l’alterazione del presente per fare in modo che le scelte attuali, imposte dai fatti, non risultino in contraddizione con affermazioni fatte dal partito in precedenza. O, ancora, si possono “far nascere” dei personaggi nel passato, che in realtà non sono esistiti, ma si può far credere che siano esistiti personaggi che hanno dato la vita per gli ideali del partito.
Il protagonista del romanzo di Orwell lavora proprio nel ministero che si occupa di questo lavoro di costante revisione. E siccome il paradosso viene assunto a metafora di questa società, il ministero si chiama esattamente Ministero della Verità. Potremmo dire che si tratta di una crasi, nel senso che la definizione per esteso sarebbe Ministero per la distruzione della Verità.
Altro aspetto che richiama il rapporto tra linguaggio e democrazia sta nel concetto di ocoparlare. Letteralmente significa “parlare come un’oca”, ma nella neolingua il termine ocoparlare non ha un’accezione negativa, anzi esso esprime esattamente il parlare in modo ortodosso, cioè non deviare dal pensiero del partito.
Una caratteristica, che anche Chomsky riprende dal romanzo di Orwell per attribuirla alla politica degli Stati Uniti, è il concetto di bipensiero. La filosofia del Partito non contempla la logica classica:
«Sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; ritenere contemporaneamente valide due opinioni che si annullavano a vicenda; sapendole contraddittorie fra di loro e tuttavia credendo in entrambe, fare uso della logica contro la logica» .
Chomsky riprende questo concetto per parlare della politica degli Stati Uniti riguardo alle armi di distruzione di massa, che talvolta vengono addotte come motivo per intervenire militarmente in alcuni paesi, in funzione preventiva, ma sembrano non esistere quando sono in gioco invece altri paesi “amici”.
Il romanzo di Orwell ci aiuta anche a riflettere sull’interazione tra libertà e logica. Più volte infatti viene ripetuta, da diversi punti di vista, l’idea secondo cui libertà è “poter dire che due più due fa quattro”. La certezza delle regole del pensare è garanzia di libertà. Il programma rieducativo di Winston Smith, il protagonista del libro, sta proprio nell’indurlo a dire che “due più due fa cinque”. La logica, con le sue regole argomentative, è garanzia di democrazia perché è l’unico arbitro imparziale a cui possiamo appellarci. La giurisprudenza può essere trasformata ad personam e quindi non essere più arbitrio imparziale, ma c’è un principio che trascende la stessa giurisprudenza, e tale principio risiede nell’analiticità della logica.
Attraverso la creazione della neolingua, il Partito mira a limitare il linguaggio. L’idea di fondo è che se non ho i pezzi per comporre la frase, non sarà neppure possibile esprimere un pensiero. In questo modo il linguaggio diventa gabbia. Un linguaggio che non cresce, è un linguaggio che non mi permette di pensare oltre l’esistente.
Si tratta certamente di un’idea che può sopravvivere solo in un contesto romanzato, almeno in questi termini, ma ci induce anche a riflettere sulle conseguenze di una politica che non metta a disposizione dei cittadini la garanzia di sapere, rendendo impossibile la ricerca universitaria, riducendo l’istruzione superiore ad avviamento al lavoro o a produzione di progetti che servono all’autofinanziamento delle scuole. È in questo modo che si impedisce di pensare e di intervenire nel dibattito pubblico.
Del resto, nel precedente romanzo di Orwell, La fattoria degli animali, fa riferimento proprio al ruolo dell’alfabetizzazione. I maiali riescono a prendere il potere perché hanno imparato a leggere e a scrivere, ma i maiali finiscono alla fine con il somigliare agli uomini contro i quali hanno iniziato la rivoluzione. Gli altri animali non riescono a reagire perché non sanno leggere e scrivere. E quando non è possibile dialogare, non resta altro che la violenza: ecco dunque il ruolo dei cani che i maiali hanno allevato per utilizzarli ferocemente contro i loro avversari. Quella violenza è esattamente la conseguenza dell’eliminazione, volontaria, di uno spazio di discussione.

L’argomentazione come antidoto alla violenza
Nella Prefazione al Trattato sull’argomentazione di Perelman e Tyteca, N. Bobbio mette in evidenza l’ideale di società a cui il trattato si ispira. Si tratta di una società in cui c’è spazio per l’uso pratico della ragione, ovvero per scelte guidate razionalmente. La società ideale è dunque quella in cui è garantita la libertà di discussione. Le scelte razionali infatti non sono né costrette né arbitrarie.
All’interno del contesto sociale, quindi, il processo argomentativo diventa un antidoto alle tentazioni opposte del fanatismo e dello scetticismo, “i quali, seppure per opposte ragioni, tendono a disconoscere il valore del ragionamento non vincolante, non accettando altra alternativa che tra la caparbia infatuazione in una verità assoluta che non ammette altre prove che quelle dimostrative e l’inerte e sfiduciata indifferenza là dove prove dimostrative non possono essere offerte. Tanto il fanatico quanto lo scettico sono vittime del miraggio della verità ultima, definitiva, non sottoponibile a revisione una volta assunta: la differenza tra l’uno e l’altro è che il primo è convinto di esserne in possesso, il secondo è convinto che questo possesso sia un’illusione”.
Alla base di una teoria dell’argomentazione c’è l’idea di una verità da sottoporre a continua revisione, mediante la possibilità di addurre ragione a favore o contro. Ma c’è anche la consapevolezza che “quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza”.

Il Trattato dell’argomentazione si ricollega ad una tradizione antica e si oppone ad un’idea di razionalità sorta con Cartesio. Nel Discorso sul Metodo Cartesio suggerisce metodicamente di tenere per falso tutto ciò che è verosimile, in quanto i criteri per riconoscere la verità e non essere ingannati sono l’evidenza e la necessità. Per Cartesio il disaccordo è segno dell’errore, perché se due persone non riescono a convincersi l’un l’altro con evidenza, questo vuol dire che nessuno dei due possiede la scienza.
Questa idea di verità cartesiana mal si accorda con i contenuti dell’argomentazione che sono generalmente proprio il verosimile e il probabile.
A dire il vero, anche Aristotele aveva concentrato la sua attenzione su quelle che chiama le prove analitiche (negli Analitici tratta del sillogismo scientifico, cioè quel tipo di ragionamento che partendo da premesse vere conclude necessariamente nel vero). In questa prospettiva tutte quelle forme di ragionamento che esulano da questo schema logico andrebbero considerate non razionali.
A differenza di Cartesio, però, Aristotele aveva riservato un certo spazio (per esempio negli Analitici secondi) al sillogismo dialettico, cioè quelle forme di ragionamento che partendo da premesse probabili concludono nel probabile.

Il Trattato sull’argomentazione viene presentato da Perelman e Tyteca come nuova retorica. Se da un lato questo termine vuole riportare l’argomentazione al mondo antico, dall’altra esso sottolinea l’importanza dell’uditorio nell’argomentazione.
La logica formale invece è del tutto impersonale.
L’unico interesse del logico è quello di evitare il dubbio e l’ambiguità, al punto da arrivare ad elaborare sistemi nei quali il senso delle espressioni non è di nessuna importanza. Ciò è dovuto al fatto che il concetto di verità nella logica formale equivale a quello di correttezza del ragionamento. Del resto la formalizzazione di un enunciato serve esattamente a prescindere dal contenuto materiale dell’enunciato.

L’argomentazione richiede invece una comunità spirituale, una comunità di menti che intendono entrare in relazione.
Nel nostro mondo esistono regole che dicono come si inizia una conversazione, schemi che indicano come una conversazione andrebbe intavolata e conclusa. Proprio per sottolineare in maniera paradossale quest’aspetto del linguaggio, L. Carroll crea in Alice nel paese delle meraviglie una situazione in cui queste regole non vengono rispettate, per esempio nell’incontro di Alice con il Cappellaio matto, la lepre marzolina e il ghiro. Alice si è appena seduta a un grande tavolo in cui c’è solo te e la lepre le offre del vino. Alice nota che non è buona educazione offrire quello che non c’è, ma la lepre risponde, di tutto punto, che non è buona educazione sedersi ad un tavolo a cui non si è invitati. A questo punto interviene il Cappellaio matto:
- «Sarebbe ora che ti tagliassi i capelli», disse il Cappellaio, che era rimasto ad osservare Alice per qualche istante con molta curiosità, e quelle furono le sue ultime parole.
- «Lei dovrebbe imparare a non fare osservazioni personali», disse Alice un po’ severa: «È proprio maleducato».
- Sentendo queste parole, il Cappellaio sgranò gli occhi e non di poco; ma tutto quel che disse fu: «Che differenza c’è fra un corvo e uno scrittoio?».

Tra gli abitanti del paese delle meraviglie non esistono né gerarchie né leggi di precedenza. Anche le conversazioni già intavolate possono essere interrotte bruscamente.
In un paese normale invece argomentare vuol dire attribuire un valore al proprio interlocutore. Inoltre, argomentare è anche un segno di modestia, perché vuol dire riconoscere che la propria parola non è assoluta e necessita di essere argomentata per convincere.

La fatica dell’argomentazione è l’unica via alternativa alla violenza. Già entrare nella discussione implica il riconoscimento di un partner adeguato, ma soprattutto implica la consapevolezza che la propria idea non corrisponde ad una verità assoluta ed evidente.
Il fanatico e lo scettico rinunciano a percorrere la strada dell’argomentazione: il primo ritiene che non ce ne sia bisogno, il secondo la ritiene inutile. In entrambi i casi non si riconosce la necessità di scegliere tra possibilità diverse: per il fanatico c’è un’unica possibilità, per lo scettico non ce n’è alcuna. In entrambi i casi si crea lo spazio per la violenza: il fanatico perché pretende di aver ragione evidentemente, lo scettico perché pretende che nessuno abbia ragione.
L’argomentare generatore di democrazia
Se delimitiamo il termine ‘democrazia’ a quell’insieme di norme morali che regolano la convivenza sociale, ci si deve chiedere come queste norme possano essere individuate.
La tradizione che risale a Kant, e trova sostenitori in autori contemporanei come J. Rawls e E. Tugendhat, individua la possibilità di fondare la morale nella forma dell’imperativo categorico, cioè il principio secondo cui è morale ciò che può essere elevato a norma universale.
La prassi e la storia ci hanno purtroppo mostrato che è fin troppo facile elevare a norme universali ciò che palesemente non è morale, come per esempio l’odio per il diverso, sia esso ebreo, nomade o omosessuale.
Proprio a partire da questo fallimento dell’interpretazione dell’imperativo kantiano, J. Habermas ha proposto una riformulazione dell’imperativo categorico: «Invece di prescrivere a tutti gli altri come massima valida quella di cui io voglia che sia una legge universale, io devo proporre a tutti gli altri la mia massima allo scopo di verificare discorsivamente la sua pretesa di universalità. Il peso si sposta da ciò che ciascun (singolo) può volere senza contraddizione come legge universale, a ciò che vogliamo di comune accordo riconoscere come norma universale».
Le norme morali infatti hanno lo scopo di difendere dei valori riconosciuti all’interno di una tradizione culturale, si tratta quindi di un riconoscimento condiviso, cioè intersoggettivo. La norma nasce già intersoggettiva, perché è esattamente il modo in cui una comunità decide di difendere e condividere un valore riconosciuto tale.
È proprio per questo motivo che la norma non può essere individuata, secondo Habermas, monologicamente. Non è il singolo, da solo, a potersi proporre, in solitudine, una norma. È necessario un accordo che si realizza solo nella possibilità di un’argomentazione condivisa, rispetto alla quale accettiamo previamente delle regole di comunicazione.
Le norme morali servono per lo più a riparare dei conflitti, cioè a restaurare relazioni spezzate. A maggior ragione, le norme che sono deputate a tale scopo non possono essere individuate singolarmente, ma devono nascere già come espressione di un accordo condiviso, proprio per evitare che la riparazione possa essere parziale, e al fine di rispettare i diritti di tutti.
La cooperazione intersoggettiva, nell’elaborazione della norma, permette inoltre che essa resti aperta alla critica, perché è pubblica ed è di tutti. La critica non sarà percepita come demolizione della parte che ha prodotto la norma.
Se l’elaborazione delle norme morali è affidata allo spazio argomentativo intersoggettivo, non si potrà certo pretendere di arrivare ad una fondazione ultima dell’etica. L’etica si fonda piuttosto sulla possibilità dell’argomentazione, cioè sui discorsi pratici.
Date alcune regole per impostare l’argomentazione, cioè il principio di cooperazione, il riconoscimento intersoggettivo, la chiarezza e la coerenza, la volontà di non ingannare, sarà possibile, secondo Habermas, individuare attraverso l’argomentazione stessa quali possono essere le norme etiche. Ciò è possibile infatti grazie a quella che Habermas chiama la contraddizione performativa: se un’affermazione contraddice ciò che è stato assunto in precedenza, essa non può entrare nel ragionamento morale. L’esempio classico è l’affermazione “Io non esisto (qui ed ora)”. In tal caso se l’io soggetto di questa proposizione è lo stesso dell’io che parla, si sta commettendo ovviamente una contraddizione, perché il fatto stesso di parlare contraddice la proposizione sulla non esistenza dell’io.
La possibilità dell’argomentazione è vitale perché ci possa essere democrazia: un Parlamento svuotato di questa funzione non è più luogo di democrazia; una piattaforma di media (stampa, web, televisione…), che non abbia la possibilità di offrire una dialettica regolamentata ma trasparente, perde il ruolo di agorà che dovrebbe avere come sostituzione del luogo classico del dibattito pubblico.
Se non esiste lo spazio dell’argomentazione, è un’illusione pensare che ci sia uno spazio per la democrazia.
Modelli scorretti di ordinarie argomentazioni
Per provare delle conclusioni, usiamo degli argomenti.
Ma un argomento può non soddisfare il fine per cui è utilizzato.
Talvolta questo accade perché le premesse non implicano la conclusione. In questi casi, anche qualora le premesse fossero vere, la conclusione risulta falsa. L’argomento è di conseguenza sbagliato e si dice che è fallace.
Pertanto una fallacia è un errore nel ragionamento.
La parola fallacia indica però per lo più un errore tipico, in cui incorre spesso il linguaggio ordinario, inficiando il ragionamento.
Il temine fallacia indica quindi per lo più un ragionamento scorretto, ma che a prima vista non sembra tale. Talvolta la fallacia, pur essendo un ragionamento scorretto, risulta persuasiva. Proprio per questo motivo, gli argomenti chiedono di essere esaminati con attenzione: ciò che apparentemente è corretto, potrebbe, ad un attento esame, non rivelarsi più tale.
Molte fallacie linguistiche erano già state messe in luce da Aristotele nelle Confutazioni Sofistiche.

Fallacie di rilevanza
Si ha una fallacia di rilevanza quando un argomento si basa su premesse che non hanno rilievo rispetto alla conclusione, e che non ne possono quindi in alcun modo stabilire la verità.

Argomento ad ignorantiam
È l’errore commesso quando si sostiene che una proposizione è vera solo perché non si è dimostrato che è falsa o, al contrario, che è falsa solo perché non la si è dimostrata vera.
Esempio:
quando Galileo cercò di dimostrare che la luna non era perfettamente sferica perché aveva montagne e valli, i suoi oppositori, convinti assertori dell’assoluta sfericità della luna, sostennero che c’era una sostanza cristallina trasparente che copriva i vuoti e livellava le protuberanze garantendo la forma sferica della luna. Per dimostrare che si trattava di un argomento ad ignorantiam, Galileo ne inventò uno simile, dicendo che vi erano delle montagne ancor più alte della sostanza cristallina livellante, ma essendo anche’esse di materiale trasparente non erano visibili. Tale ipotesi era inconfutabile quanto l’ipotesi dei suoi oppositori.

Un tipo simile di procedura è adottato nella sperimentazione dei medicinali. Questi vengono sperimentati su rettili e roditori e si conclude che se non hanno avuto effetti mortali su questi animali, essi non li avranno neppure sugli uomini. A volte si commettono tragici errori, ma del resto se non fosse stata seguita questa strada, l’umanità sarebbe stata privata di molti farmaci preziosi.
Questa procedura viene adottata sempre nel sistema giudiziario. Anche nel sistema italiano, l’imputato è innocente fino a che l’accusa non ne provi la colpevolezza: il principio è che è meglio assolvere un colpevole che condannare un innocente.
Esempio:
«Ignorare la possibilità che l’America sia stata scoperta dagli Africani perché questi esploratori sono sconosciuti è arrogante e irresponsabile. Se non siamo a conoscenza di un evento, vuol dire forse che non si è mai verificato?» (A.J. Perrin, To search for Truth, in «New York Times», 16 novembre 1990)

Argomento ad verecundiam
L’opinione di un esperto è senz’altro un modo opportuno per sostenere un ragionamento.
La fallacia ad verecundiam si manifesta quando si fa appello a fonti che non sono autorità legittime nella materia in questione.
Un ricorso inopportuno all’autorità molto frequente è dato dai testimonials pubblicitari: per esempio siamo invitati a bere una certa acqua perché ne fa uso un giocatore di calcio o a usare una certa linea telefonica perché ce lo dice un famoso motociclista.
Se su questioni che riguardano la manovra finanziaria chiediamo il parere di un economista, l’uso della sua opinione in un nostro ragionamento su temi economici non costituisce una fallacia, anche se l’opinione del nostro esperto dovesse rivelarsi sbagliata.
Esempio:
«Ma potete voi dubitare che l’aria ha peso quando avete chiara testimonianza di Aristotele che afferma che tutti gli elementi hanno peso, inclusa l’aria, e facendo eccezione solo il fuoco?» (G. Galilei, Discorsi e dimostrazioni intorno a due nuove scienze).

Argomento ad hominem o ad personam
È un argomento contro la persona, per cui invece di attaccare la conclusione, si attacca la persona che la asserisce o la difende.
Primo modo: mettere in evidenza aspetti negativi del carattere della persona, ma ciò è irrilevante rispetto alla correttezza di un’affermazione. In questo modo si fa leva sull’emotività dell’uditorio che tenderà a trasferire il parere negativo sulla persona al suo ragionamento: «quel ministro ha fatto il concorso per diventare avvocato in una sede dove era facile superarlo falsificando la sua residenza, dunque come può invocare adesso il rigore nella scuola?». Oppure: «quel magistrato indossa scarpe bianche e calzini turchesi, come può emettere una sentenza giusta?» (cf testo relativo).
o Secondo modo: sconfessare l’interlocutore sulla base della situazione in cui si trova. Senti chi parla! «Proprio tu che sei un uomo di Chiesa, fai queste affermazioni a favore della fecondazione assistita». Si parla anche di argomento del tu quoque, per esempio: Il padre dice al figlio di non fumare e il figlio risponde “guarda chi parla, tu che hai fumato per 40 anni”, ma questo attacco non sminuisce l’idea “è meglio non fumare”.

Esempio:
«Kenneth Robinson, quando era ministro della sanità in Gran Bretagna, disse al Parlamento che Scientology era “potenzialmente dannosa” e “una minaccia potenziale”. A Elliott, il ministro locale della Chiesa di Scientology, fu chiesto di commentare quelle critiche. Circa le osservazioni fatte davanti al Parlamento, egli disse: “Temo che Robinson da allora abbia avuto due retrocessioni di grado e che, proprio nelle ultime settimane, sia stato tacitamente congedato da tutto il governo Wilson”». (in «Honolulu Adverteiser», 22 novembre 1969).

Generalizzazione indebita
Più precisamente accidente e accidente converso.
Fallacia di accidente: applichiamo una generalizzazione a un caso particolare. Siccome tutti i napoletani sono sfaticati, allora anche tu, che sei napoletano, sei sfaticato.
Fallacia di accidente converso: generalizziamo un caso particolare a tutta la classe cui appartiene. Siccome quel napoletano è sfaticato, tutti i napoletani sono sfaticati.

Falsa causa o non causa pro causa
È l’errore di pensare che un evento è causato da un altro evento solo perché lo segue.
Si può anche parlare di fallacia del post hoc ergo propter hoc: se ogni volta che dopo un’eclissi di sole al suono dei tamburi il sole ritorna, allora vuol dire che il suono è la causa del riapparire del sole.

Petitio principii
Aggirare la questione, cioè assumere la verità di quanto si cerca di dimostrare, nel tentativo di dimostrarlo.
Si può anche dire idem non exsplicatur per idem: tutti gli uomini devono avere la libertà di parola perché è importante che l’umanità goda di questa libertà.

Esempio:
«Non esiste una conoscenza che non possa essere messa in pratica, perché una conoscenza del genere in realtà non è affatto conoscenza». (Wang Shou Jen, Record of instructions)
Oppure:
“Dio ha creato l’universo, dunque Dio esiste” (cf Amore e guerra di Woody Allen), è una petitio principii perché la premessa assume già la conclusione: asserire che “Dio ha creato l’universo” vuol dire aver già assunto che “Dio esiste”.

Argomento ad populum
È l’atteggiamento demagogico di chi non si sforza di dimostrare quanto dice, ma cerca solo di suscitare entusiasmo, rabbia o odio. Cf Hitler o Mussolini.
È la tecnica usata anche nella pubblicità: non si dimostra perché l’olio è buono, ma lo si associa a una vita atletica, non si spiega perché dal punto di vista ingegneristico si dovrebbe comprare una certa macchina, ma la si associa alla possibilità di fare colpo sulle donne o siamo invitati a usare un servizio telefonico perché tanti e tanti lo usano.
Invocare l’alto gradimento di un grande numero di cittadini per giustificare le proprie scelte politiche è un argumentum ad populum.
Esempio:
«La Santa Inquisizione deve essere stata giustificata e benefica, se popoli interi la invocarono e la difesero, se uomini di altissimo animo la fondarono e severamente e imparzialmente la ressero, e se i suoi stessi avversari l’applicarono per uso proprio, contrapponendo rogo a rogo». (Benedetto Croce, Filosofia della pratica)

Argomento ad misericordiam
Spesso nei processi si cerca di fare appello al cuore della giuria.
In un famoso processo americano, un giovane era accusato di aver ucciso il padre e la madre con un’ascia. La difesa cercò di far leva sulla giuria, enfatizzando il fatto che adesso il giovane era orfano!

Argomento ad baculum
L’uso della forza per costringere.
Un politico si difende dalle accuse del giornalista dicendo: «smettila con queste accuse circa le frequentazioni mafiose dei politici, altrimenti verranno fuori anche le tue frequentazioni con le persone sbagliate!».
Si tratta di un bastone non materiale, ma ugualmente minaccioso.

Ignoratio elenchi
Quando un argomento dovrebbe volgere verso una certa conclusione e invece è dirottato verso una conclusione non pertinente (non sequitur).
Esempio:
«In Italia è importante ridare ai cittadini il senso di sicurezza, perciò è necessario eliminare i lavavetri dalle strade». (cf testo articolo)

Se presentate come argomenti deduttivi, questi argomenti sono fallacie. Se però li si usa in modo induttivo, cioè volendo indicare una probabilità, essi possono essere talvolta corretti ed avere una certa efficacia. Per es. l’argomento ad hominem circa un testimone di cui si sa che in passato ha testimoniato il falso dietro pagamento può generare un’induzione. Si potrebbe dire infatti che è probabile che anche adesso potrebbe testimoniare il falso. L’argomento infatti non è certo, ma probabile. Quindi se presentato in questo modo può avere una sua forza.

Analisi di una fallacia
Il nostro linguaggio, non solo attraverso argomentazioni talora scorrette, ma anche mediante l’uso di epiteti, analogie o la produzione di stereotipi, può contribuire a creare dei fenomeni sociali: per esempio creando ostilità verso delle minoranze (per es. Albanesi o Rom), costruendo nemici inesistenti per essere giustificati nella propria gestione del potere (cf l’uso dell’epiteto ‘comunista’ da parte di S. Berlusconi), generando diffidenza verso un gruppo non gradito (cf la falsa polemica sul mancato pagamento dell’ICI da parte della Chiesa, mentre si tratta di un’esenzione estesa a ogni ente senza fini di lucro).
Si segnala in proposito l’analisi di alcuni articoli di giornale condotta da P. Cantù in E qui casca l’asino , a proposito della questione “Rom”.

Conclusione
La mia conclusione è una proposta: creare un gruppo di persone che si prendano il compito di analizzare i discorsi dei politici, ma anche gli interventi del magistero della Chiesa, nonché i dibattiti televisivi. In questo modo si potrebbe stimolare al rigore argomentativo per proporre una cultura che abbia nel dialogo, nel confronto, oggettivo e regolamentato, la base della vita democratica.

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