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Nuove prospettive di vita economica e sociale

Autore // veritas
Postato il // 02 nov 2011

Nuove prospettive di vita economica e sociale

Mercoledì 19 ottobre 2011 il Veritas ospiterà la Testimonianza di Franco Bagnarol, Presidente nazionale MoVI.
Franco Bagnarol è presidente del MoVI, il Movimento di Volontariato Italiano.
Friulano, classe ’41, alle spalle una lunga esperienza di volontariato cominciata nel 1966 nel settore educativo con gli scout dell’AGESCI. Impegnato nel campo della Protezione Civile in seguito al terremoto in Friuli, Bagnarol ha maturato un’esperienza che lo ha portato a presiedere dal 1995 al 2001 il Comitato Nazionale di Protezione Civile. Già presidente della federazione Regionale del MoVI, nel dicembre 2009 ha assunto la responsabilità di guidare il sodalizio nazionale, che rappresenta il volontariato delle piccole e medie realtà diffuse sul territorio nazionale in tutti i campi della solidarietà, dal sociale al culturale, dal sanitario all’ambientale.
A chi gli chiedeva quali siano le sfide che dovrà affrontare il movimento del volontariato in questi difficili anni di crisi socio-economica, Bagnarol ha così risposto: “Il volontariato italiano attraversa un momento difficile caratterizzato da un certo disorientamento. È dovuto in parte alla giungla legislativa che ha creato una miriade di soggetti e regimi in cui si confondono le diverse anime della solidarietà organizzata. Ma è anche dovuto ad un profondo cambiamento della società: cambiamento che ci interpella oggi per capire cosa possiamo fare come cittadini e volontari di fronte a comunità sempre più disgregate, ad un mondo del lavoro precarizzato, alla crisi del modello di sviluppo con i problemi economici, ecologici e sociali che comporta. Di fronte a questa realtà, il MoVI ha scelto di rilanciare il ruolo politico del volontariato. La sua capacità, cioè, di dare un contributo di coscienza critica nella società, di formare cittadini attivi che si interessano dei problemi comuni superando il rischio di una chiusura nella difesa di interessi e privilegi e difendendo al contrario il valore imprescindibile della solidarietà e dell’accoglienza. Alla disgregazione rispondiamo con la voglia di costruire reti di solidarietà.”
L’incontro si svolge mercoledì 19 ottobre, alle ore 18.30, presso il Centro Culturale Veritas di Trieste, in via Monte Cengio 2/1a.

Relazione dell’intervento.

Accompagnare il parto di un mondo nuovo
Profezia e responsabilità del volontariato dentro la crisi

La crisi che stiamo attraversando e quella che ci aspetta
Dal 2008 il mondo intero è attraversato da una profonda crisi che sta mettendo alle corde tutto l’Occidente.
Si è parlato, inizialmente, di una crisi passeggera, solo finanziaria, poi si è visto come essa abbia determinato ripercussioni sull’economia reale, sull’occupazione, sulla disponibilità di beni essenziali come la casa…
I governi europei hanno reagito attivando interventi di fronteggiamento provvisori – cassa integrazione straordinaria, sussidi… – pensati per agire in attesa che la tempesta passasse, che le acque si calmassero e l’economia ricominciasse a “tirare”. Nel frattempo, si sono persi comunque milioni di posti di lavoro, ed è continuato a crescere il numero di persone e famiglie colpite o minacciate dalla povertà.
Il tema del debito pubblico degli Stati è tornato ad essere rapidamente rilevante. Paesi che si erano fortemente indebitati inseguendo il sogno di una crescita “rampante” (si pensi all’Irlanda, alla Spagna, alla Grecia) a causa della contrazione dell’economia hanno iniziato a subire le aggressioni della speculazione finanziaria e sono stati messi “sotto tutela” dalle istituzioni finanziarie internazionali, costrette a ridurre drammaticamente la spesa pubblica. Stessa indicazione – sempre più stringente – è stata offerta a Paesi un po’ meno a rischio ma gravati da debiti pubblici vicini al 100% del loro PIL (l’Italia fra questi) e spinti ad assumere provvedimenti di forte contrazione, che hanno iniziato immediatamente a colpire tutti i settori della spesa legati ai diritti sociali (scuola, assistenza, sanità, pensioni…).
Tutto questo ancora nell’attesa che la crisi passi e che si possa tornare ai livelli di crescita conosciuti prima.

La crisi ha colpito, ovviamente, anche economie più deboli, come quelle di molti Paesi mediterranei, a due passi da casa nostra. In contesti a democrazia ridotta, le aggravate difficoltà economiche delle persone e delle famiglie hanno generato movimenti di piazza – quasi sempre animati da giovani e sostenuti da un diffuso uso di nuove tecnologie – che in molti casi hanno portato al rovesciamento di regimi autoritari che duravano da decenni e sembravano destinati a lunga vita. Crisi economica e crisi politica si sono intrecciate – con differenti esiti – anche in Grecia e Spagna (edi recente anche in Israele), ma sempre con un insorgere di protagonismo delle giovani generazioni.

Nonostante ciò, tutta la comunicazione istituzionale dei governi occidentali è stata tesa a convincere i cittadini che la crisi sia passeggera e che bastino alcune misure di politica economica – magari ruvide, ma temporanee – a garantirsi la possibilità di superare la notte e tornare allo splendore della luce della crescita.
In realtà, se si guarda alle prospettive di medio periodo, questi conti sembrano non tornare più.
Questa crisi non sembra affatto essere un fenomeno passeggero. È probabile, invece, che sia il preludio di una crisi più profonda che attraverserà tutto il mondo occidentale e cambierà forse radicalmente il volto delle nostre società.

Cambiano gli equilibri del mondo
Il tema riguarda, inevitabilmente, la dimensione globale dell’economia e la distribuzione mondiale delle risorse.
Il volontariato (o almeno, la parte di esso più attenta alle questioni internazionali della giustizia) da anni denuncia lo scandalo della iniqua distribuzione della ricchezza del mondo. Un mondo nel quale – per riportare una affermazione che nel diventare uno slogan non ha perso un radicato fondamento di verità – il 20% della popolazione consuma l’80% delle risorse del pianeta, condannando centinaia di milioni di persone alla fame, alla deprivazione dei diritti umani fondamentali (come l’acqua) ed alla prospettiva della migrazione. È ormai noto come, al di là degli allarmi strumentali lanciati da certe forze politiche ed amplificati da una stampa a volte disattenta, siano molte centinaia di milioni le persone migranti nel mondo e la stragrande maggioranza di esse si muova non verso i nostri Paesi del benessere, ma all’interno delle aree del Terzo Mondo.
L’assetto economico mondiale, però, nell’ultimo decennio ha iniziato un processo evolutivo profondo che porterà, nel giro di qualche decennio, ad una nuova configurazione.
Il gruppo di Paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) ha iniziato a crescere a ritmi sostenutissimi, paragonabili a quelli dell’Europa nel periodo del boom economico degli anni ’60. Un PIL in crescita a ritmi dell’8-10% annuo, a fronte di una sostanziale stagnazione nei Paesi oggi più ricchi, porterà, nel giro di pochi decenni, a modificare i rapporti fra le potenze economiche del mondo. Quello che era il gruppo delle potenze economiche mondiali – USA, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia – diventerà progressivamente marginale. Nel 2010 la ricchezza prodotta dalla Cina ha superato quella del Giappone ed entro il 2020 supererà la somma della produzione dei 4 grandi Paesi europei (Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia). Nel decennio successivo anche la ricchezza dell’India sarà superiore a quella della somma dei 4 europei e, contemporaneamente, i paesi BRIC supereranno complessivamente i 6 che fino a ieri dominavano il mondo. Nel 2040 la Cina sarà la prima potenza economica mondiale .
Ma, senza dover attendere così tanto tempo, gli influssi di questi cambiamenti di equilibrio saranno molto evidenti nei prossimi anni, grazie al potere di condizionamento esercitato da altri fattori, come il possesso del debito. Se si considera, ad esempio, che quasi la metà del debito pubblico statunitense è posseduto dalla Cina, si comprende come le politiche economiche (e anche quelle più generali) americane non potranno non risentire delle scelte e delle pressioni di un “socio di maggioranza” così forte. Si pensi, inoltre, alla forza di influenza determinata dal possesso delle conoscenze e delle tecnologie. India e Cina sono Paesi che stanno investendo moltissimo su questo piano, puntando a diventare, rapidamente, leader mondiali. Già oggi la Cina rappresenta il principale produttore delle più avanzate tecnologie relative alle energie alternative. E quanto conti la disponibilità di energia nel nostro tempo è evidente a tutti.

Dunque, il mondo sta cambiando i suoi equilibri e quelli che sono stati i “forti” per decenni, diventeranno rapidamente secondari. Questo fatto ha due conseguenze. La prima è che le politiche di governo del mondo potranno cambiare e saranno comunque legate a filosofie e tradizioni culturali (asiatiche e latino-americane) differenti da quelle che hanno guidato l’occidente. Non è detto che questo sia un male. Certamente sarà diverso.

Verso l’impoverimento
La seconda conseguenza dipende dal fatto che le risorse complessive del pianeta non sono infinite. Dunque, se da qualche parte del mondo grandi Paesi (abitati dal 42% della popolazione globale) crescono, da qualche altra parte ci sarà qualcuno che dovrà diminuire. Questi siamo noi. Inevitabilmente, i cambiamenti degli assetti del mondo ci renderanno meno competitivi e più poveri. Molta della nostra produzione industriale non reggerà il confronto con quella dei nuovi Paesi, sia sul fronte del costo del lavoro sia su quello dello sviluppo tecnologico. Al di là di qualche eccezione e di nicchie economiche difficilmente aggredibili (turismo e cultura, soprattutto) tenderemo probabilmente a diventare uno spazio di produzione di servizi globali, una sorta di immenso call center per imprese asiatiche o brasiliane. Edmondo Berselli, nel 2010, ha rappresentato con efficacia profetica questa prospettiva.
“Quando la Cina governerà il mondo, non sarà possibile resistere alla concorrenza esplicita del gigante asiatico. (…) Fin tanto che sarà possibile, si cercherà di reagire alla concorrenza asiatica e dei Paesi del Terzo Mondo con la compressione dei prezzi e quindi con la compressione dei salari. Questa tendenza potrebbe determinare un ulteriore impoverimento dei ceti medio-bassi e quindi un nuovo aumento delle ineguaglianze, con esiti al momento imprevedibili. (…) Dovremo adattarci ad avere meno risorse, meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. Ma dovremo farci l’abitudine. Se il mondo occidentale andrà più piano, anche tutti noi dovremo rallentare” .
Questo processo di impoverimento non sarà né istantaneo, né indolore. E questo determinerà gravi conseguenze sul sistema del welfare e sulla tutela dei diritti, il cuore dell’attenzione del volontariato.

Welfare e debito pubblico
Il sistema di welfare per come lo abbiamo conosciuto in Europa fino all’inizio del nuovo millennio non è un fatto antico. Sostanzialmente si costruisce con la fine della secondo conflitto mondiale.
L’esigenza di ricostruire territori distrutti e impoveriti dalla guerra e quella di costruire e consolidare le democrazie in Paesi che erano stati attraversati dal fascino prima e dagli effetti devastanti poi di regimi fascisti portò, nelle nuove Costituzioni nazionali nate in quegli anni, a definire l’idea del welfare state. Occorreva, cioè, superare la politica liberale pre-fascista con un modello di democrazia che fosse capace di legittimarsi sul piano dei diritti sociali, oltre che su quello dei diritti civili e politici. Occorreva, in sostanza, rafforzare le giovani democrazie dimostrando che esse erano più in grado di migliorare le condizioni di vita delle persone e delle comunità, assumendone esplicitamente la responsabilità.
La Costituzione italiana è un esempio limpido di questa prospettiva. Essa nell’Articolo 2 introduce il riconoscimento dei diritti umani e lo lega ai doveri di solidarietà. E nell’articolo 3 dichiara che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono la piena integrazione dei cittadini.
Sulla base di questa prescrizione in Italia, così come negli altri Paesi europei, si sono progressivamente organizzati interventi tesi a rispondere ai bisogni dei cittadini, allargando la sfera dei diritti nei diversi ambiti della vita sociale ed economica. Conservando un approccio prevalentemente statalista – che era (paradossalmente) figlio sia della prospettiva anticlericale del liberale Crispi, sia del nazionalismo fascista – lo Stato del benessere si organizzò con interventi prevalentemente economici gestiti da organismi a direzione governativa. Lo sforzo fu, comunque, imponente. Quasi ogni ambito della vita delle persone e delle comunità fu oggetto di progressiva attenzione pubblica: la scuola, il lavoro, la previdenza, la maternità, la salute, la povertà… Uno sforzo sostenuto da risorse pubbliche sempre più ingenti, che affluivano copiose nelle casse degli Stati grazie al boom economico ed alla crescita demografica. Famiglie più dotate di reddito pagavano più tasse e acquistavano più prodotti da imprese che, ottenendo profitti maggiori, pagavano anch’esse maggiori tasse allo Stato. Un trend che portò il welfare state a raggiungere il proprio culmine negli anni ’70, ma anche a diventare un pachiderma burocratizzato, inefficiente, costoso e clientelare, pur se ancora sostenibile e fortemente legittimato.
La crisi petrolifera della metà degli anni ’70 mise in crisi il sistema. L’aumento del prezzo del petrolio causato dal conflitto arabo-israeliano fece alzare i prezzi di produzione e ridusse i profitti delle imprese. Prodotti più cari contrassero i mercati e generarono disoccupazione. Meno tasse dalle imprese e meno tasse dai cittadini portarono gli Stati in deficit finanziario. La risposta fu il debito pubblico. Gli Stati, attraverso i loro titoli, si indebitarono con cittadini e imprese per poter continuare a garantire i livelli di spesa pubblica precedente, sperando in una successiva inversione di rotta che avrebbe permesso di ripagare i creditori. L’inversione di rotta non fu così evidente e così ogni anno gli Stati furono costretti a pagare, oltre alla spesa corrente, anche gli interessi sui debiti contratti. Cosa che aumentò ancora il fabbisogno, portando a contrarre altri debiti: debiti per pagare gli interessi sui debiti. Un circolo vizioso che portò, nel giro di due decenni, ai debiti pubblici che conosciamo e di cui si parla sempre più di frequente in questi mesi.
La conseguenza fu l’apertura di un dibattito molto aspro sulla necessità di riduzione della spesa pubblica e sul “fallimento” del welfare state.

Un welfare residuale e inefficace
Vi è da dire che le politiche reali del welfare state erano comunque fondate sull’idea del welfare come intervento riparativo e redistribuzione del surplus. Una società che si arricchisce è una società che genera dei “margini” con i quali è possibile sanare le conseguenze negative dei meccanismi della crescita stessa. Nel momento in cui la crescita si riduce, si riduce anche il surplus e, dunque, si dovranno tagliare gli interventi riparativi. Questa la filosofia che era sottesa a quelle politiche e che ancora oggi gode di credito quasi incondizionato.
Studi recenti stanno dimostrando, invece, come gli scambi economici ed i sistemi di welfare locali e nazionali all’interno delle economie capitalistiche si rilevano sostanzialmente inefficaci nel produrre in modo strutturale e significativo redistribuzione della ricchezza e del reddito.
“L’economia di mercato di tipo capitalistico corretta, come fino ad ora si è fatto, da sistemi di welfare e da politiche redistributive deboli è insufficiente per dare risposte al bisogno di equità, di reddito minimo universale, di comunicazione nonviolenta e di felicità dei popoli” .
Nonostante gli interventi del welfare, infatti, la ricchezza si distribuisce allo stesso modo in cui farebbe se fosse l’esito di una dinamica predatoria, nella quale “chi tardi arriva male alloggia”.

L’innovazione del volontariato e la nascita del terzo settore
Nella stessa fase in cui il welfare state raggiungeva il suo apice e, contemporaneamente, si determinava la crisi che ne metteva a nudo i limiti, comparve sulla scena italiana un nuovo soggetto sociale e politico, il volontariato.
Su intuizione di un gruppo di “profeti sociali”, fra cui don Giovanni Nervo e Luciano Tavazza, nel 1975 una serie diffusa di gruppi nati nei territori per rispondere, in autonomia rispetto ai servizi pubblici, a bisogni delle persone e delle comunità si scoprì “movimento”. Nel 1978 fu costituito il MoVI.
L’insorgere della presenza del volontariato sulla scena pubblica introdusse nuovi punti di vista, che influenzarono grandemente la riflessione sull’evoluzione del welfare in Italia e non solo. Dall’esperienza di concreta condivisione con le situazioni più marginali nacquero sperimentazioni ed intuizioni importanti, che indicarono nuove vie anche per la solidarietà istituzionale: l’esigenza di superare la semplice erogazione di sussidi, per strutturare servizi inclusivi; la denuncia della burocratizzazione e la prospettiva della umanizzazione; il riconoscimento dei bisogni relazionali come centrali per i processi di inclusione sociale; il ruolo essenziale delle comunità locali; la personalizzazione degli interventi… tutti temi che troveranno riconoscimento prima nella riorganizzazione “di fatto” dei servizi e poi nella Legge 328 del 2000, che riformerà organicamente l’assistenza sociale.
Il volontariato si definì non tanto e non solo per la sua capacità di organizzare servizi in risposta ai bisogni, ma come soggetto di vicinanza che “vive” dentro il tessuto delle relazioni umane e sociali e, da questo “osservatorio”, scopre bisogni vecchi e nuovi, sperimenta risposte, indica politiche, propone modelli culturali e approcci alla vita.
Nel 1991 il volontariato ottenne in Italia un riconoscimento normativo, con la approvazione della Legge quadro 266. Nei venti anni successivi divenne un fenomeno diffuso – anche grazie alla progressiva nascita del Centri di Servizio per il Volontariato – e contribuì all’insorgere di un nuovo soggetto: il terzo settore. A partire dall’esperienza di servizio dei volontari e grazie alla maturata consapevolezza del legislatore e delle amministrazioni locali, si generarono, infatti, opportunità per “stabilizzare” gli interventi sperimentali e per trasformarli in servizi sociali gestiti da imprese sociali dotate di personale specializzato e remunerato. Si giunse diffusamente – pur se non uniformemente nel Paese – alla infrastrutturazione di un sistema di servizi sociali che vedeva progressivamente trasferire verso il terzo settore la responsabilità della gestione, in convenzione con gli enti pubblici.

Verso lo smantellamento del welfare
Gli anni ’90 e 2000 furono, però anche quelli in cui il tema della insostenibilità del welfare state assunse i contorni più duri. Così, proprio mentre – anche grazie all’esperienza del volontariato e del terzo settore – nel 2000 si approvava la riforma Turco e nel 2001 si istituiva il Fondo nazionale delle Politiche sociali, la situazione internazionale spingeva i governi a concentrarsi sul contenimento del debito e della spesa. Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi: nel giro di 10 anni, la nascita e la morte di una riforma e del relativo Fondo.

Oggi, in molte parti del Paese, a causa dell’azzeramento del Fondo nazionale delle Politiche sociali e della ridotta disponibilità economica dei Comuni, causata dai tagli ai trasferimento statali, si assiste ad una crisi profonda dei servizi sociali e delle cooperative e associazioni nate per gestirli. Fra le principali conseguenze di ciò, vi è il rafforzamento di una tendenza già in atto alla mercantilizzazione dei servizi alla persona ed alla genesi di forme di competizione sempre più evidenti fra le organizzazioni di terzo settore che si candidano a gestirli. La dimensione politica diventa asfittica, mentre cresce l’attenzione alle dimensioni di tutela sindacale delle organizzazioni e di sviluppo delle competenze imprenditoriali.

Ma l’effetto più grave delle politiche di fronteggiamento della crisi si ha nell’abbandono delle prospettive innovative della Legge 328, con particolare riferimento al sostanziale ri-accentramento nazionale delle decisioni sul welfare (si pensi alla politica della cosiddetta “social card”) ed all’abbandono di qualunque tentativo di costruire “Livelli essenziali di prestazioni sociali” che rendano meno sperequati i diritti fra cittadini che vivono in regioni diverse. Non si può, a questo proposito, trascurare di citare l’enorme differenza oggi esistente fra la spesa pro-capite annua per i servizi alla persona nelle regioni meridionali (meno di 30 euro in Calabria) e quella nelle regioni del Nord, dove supera in qualche caso i 300 euro, attestandosi comunque la media nazionale sui 100 euro .

Il sistema di welfare strutturato in Italia si era caratterizzato, nell’ultimo decennio, per una dominanza delle risorse pubbliche (e del loro potere di indirizzo) e per un ruolo del terzo settore pensato come gestore di servizi. Questo sistema, pur se territorialmente disomogeneo, stava comunque contribuendo a definire servizi di integrazione sociale e di cura a vantaggio di molti utenti. Oggi rischia di franare fragorosamente sotto i colpi dei tagli alla spesa pubblica e di trascinare con sé la fine sostanziale dei diritti sociali nel nostro Paese.

Impoverimento e rischio di crisi sociale
Se quella accennata sopra è la situazione che stiamo vivendo, ben più grave potrebbe essere lo scenario che si determinerà come esito dell’approfondimento della crisi globale e del riassetto degli equilibri di potere nel mondo.
Possiamo, dunque, provare ad intuire quali fenomeni potrebbero determinarsi nella nostra società, se il processo di impoverimento attraverserà il nostro e gli altri Paesi europei. Questo esercizio di discernimento, lungi dal condurre allo scoraggiamento, dovrà aiutarci a cogliere i possibili elementi di speranza e le direzioni da dare al nostro impegno.

Uno dei primi effetti del processo di impoverimento potrebbe essere l’approfondimento delle disuguaglianze. Oggi l’Italia è un Paese nel quale la concentrazione media della ricchezza non è molto elevata e, sostanzialmente, si pone a livello di altri Paesi occidentali, fatta eccezioni per i Paesi di lingua tedesca e quelli scandinavi, nei quali la distribuzione della ricchezza è più egualitaria. Diversa è la situazione dei Paesi emergenti (BRIC) nei quali le disuguaglianze sono molto profonde. Ma quando gli italiani inizieranno a intuire – e a temere – i segnali di impoverimento, le tendenze dei più forti a rinchiudersi nei propri privilegi ed a difendere la propria posizione si inaspriranno. La pressione perché i governi riducano le tasse e si tagli la spesa sociale (ritenuta improduttiva) saranno più forti.
Questo potrebbe significare meno servizi di inclusione sociale e, dunque, meno tutela dei diritti, meno integrazione delle persone disabili, meno soldi per il reinserimento dei tossicodipendenti e dei detenuti.
Potrebbero essere ulteriormente ridimensionati gli investimenti sulla scuola pubblica, che comporterà minori spazi (o meno qualificati) di educazione e crescita culturale, meno opportunità di professionalizzazione, dunque meno mobilità sociale.
Potrebbero essere tagliate le spese della sanità, cosa che certamente porterebbe a qualche ottimizzazione di risorse, ma alla lunga produrrebbe un peggioramento delle condizioni generali di salute e, soprattutto, una sperequazione fra chi potrà permettersi una sanità privata di avanguardia e chi dovrà accontentarsi di una sanità pubblica dequalificata.
Gli enti locali potrebbero avere meno risorse per la cura degli spazi pubblici. Il degrado urbano potrebbe approfondirsi e marcare chiaramente la differenza fra zone di élite e zone di esclusione.
Il lavoro diventerebbe più precario e dequalificato. Gli ammortizzatori sociali più leggeri e penetrabili. Il futuro delle persone più incerto e carico di ansia.
Di fronte a questo, potrebbero crescere le patologie psichiatriche ed un diffuso malessere psico-sociale. Potrebbe aumentare la conflittualità sociale, la violenza; la criminalità organizzata avrebbe buon gioco ad assoldare disperati in cerca di uno “spazio di senso e di sicurezza”.
Potrebbe crescere in tutti il senso di paura e frustrazione e si individuerebbero gli altri, i diversi, i poveri, gli stranieri quali soggetti a rischio, potenziali delinquenti.
Nella progressiva espansione dell’area della vulnerabilità sociale – quella che si caratterizza per la riduzione delle risorse economiche e, contemporaneamente, per la rarefazione delle relazioni – potrebbero, dunque, accentuarsi sentimenti di ostilità da parte dei penultimi e dei terzultimi verso gli ultimi, sentimenti che potrebbero essere alimentati anche da organizzazioni politiche interessate a trasformare il malessere in consenso.
Potrebbe crescere, dunque, la domanda di sicurezza pubblica, si chiederebbero maggiori investimenti per le forze di polizia e si potrebbe considerare tollerabile qualche riduzione delle garanzie costituzionali.
Nel ridimensionamento degli spazi di opportunità si farebbe più cruenta la competizione per l’accesso alle risorse pubbliche residue per investimenti e sviluppo. Lobbies e comitati di affari potrebbero essere più disponibili a violare la legalità pur di accedere a finanziamenti, anche in accordo con le mafie. I decisori politici potrebbero rafforzare il loro potere di arbitrio e ricostituire ampie clientele alimentate dall’illusione per i poveri di possibili vantaggi nell’aderire alle corti dei potenti.
La stessa democrazia potrebbe essere svuotata di contenuti, ridotta a formalismi privi di reale partecipazione e controllo.
E tutto questo, senza pensare al possibile inasprimento dei conflitti internazionali – anche fra Paesi oggi alleati – per i quali l’opzione della forza potrebbe tornare ad essere considerata fra le pratiche adottabili a tutela degli interessi nazionali.

Impoverimento, individualismo e solidarietà: la sfida del volontariato?
Uno scenario come quello immaginato potrebbe non essere troppo fantasioso o pessimista. Certamente comporterebbe, di fatto, la fine della coesione sociale e, dunque, della solidarietà quale principio costituente e regolatore dei rapporti sociali.
Sarebbe un percorso di impoverimento senza solidarietà.
D’altra parte, il sentimento di solidarietà viene da anni calpestato da visioni politiche e tendenze culturali, che lo hanno relegato ai margini della coscienza collettiva, residuo per i buoni irriducibili, i pochi sordi alle sirene dell’individualismo edonistico.
Sull’individualismo si sono costruiti modelli di sviluppo, imperi economici e fortune politiche e rappresenta, oggi, l’unica cultura universale, che attraversa potente – oltre che i mercati – partiti politici, visioni culturali, ambiti associativi e dimensioni affettive.
Un impoverimento dentro la cultura individualistica non può che generare lo scenario prefigurato sopra.

Ma è possibile una sorte diversa? È possibile attraversare il tempo dell’impoverimento ricostruendo una nuova solidarietà? È possibile che l’impoverimento rappresenti non una maledizione, ma una opportunità?
La domanda non è paradossale e rappresenta la grande sfida che si pone oggi alla società italiana e, soprattutto, a quelle realtà, come il volontariato, che hanno fatto della solidarietà la ragione del proprio impegno.
Certo, nell’intuire i cambiamenti che sono alle porte, non ha più senso che il volontariato si attardi in sterili polemiche interassociative o in penose ricerche di finanziamenti per l’autoriproduzione. Serve uno scatto di reni che rilanci la bellezza dell’occuparsi degli altri (o, forse, di sé e degli altri), attribuendo a tale impegno un valore politico e culturale capace di aggregare tanti nella realizzazione di un nuovo progetto di società.
Serve una nuova capacità di profezia, per l’assunzione collettiva di nuove responsabilità.

Un volontariato indebolito
La questione è se e quanto l’attuale volontariato sia in grado di assumere questa sfida, se e quanto sia all’altezza del compito. O, forse, quale volontariato occorra oggi.
Molti segnali e studi, infatti, parlano apertamente di una crisi del volontariato. Chiare risultano, a questo proposito, le riflessioni di Giorgio Marcello, ricercatore dell’Università della Calabria, proposte in un recente seminario promosso da ConVol.
«Si tratta di capire se tale crisi riguarda prevalentemente le motivazioni – ovvero la disponibilità all’agire volontario – oppure le organizzazioni. Alla luce del ragionamento fatto finora, l’ipotesi più attendibile sembra la seconda. Dalle rilevazioni più recenti sull’associazionismo volontario emerge che negli ultimi anni è cresciuto il numero delle organizzazioni ma è diminuito il numero dei volontari. Sembra che “le organizzazioni volontarie si allontanano sempre di più dalla società. Non ne raccolgono più, come un tempo, l’azione volontaria” , che tende a dispiegarsi con modalità informali, seguendo itinerari meno strutturati.
Molte ricerche empiriche mostrano come il radicamento sociale, la gratuità, la dimensione politica sono caratteri che orientano sempre meno la prassi delle organizzazioni di volontariato attuali. I gruppi, inoltre, perdono i contatti con il mondo giovanile e raccolgono operatori professionisti (…). Tre organizzazioni su quattro sono iscritte ai registri regionali del volontariato (nel 1997, poco più della metà), requisito che fa crescere considerevolmente le possibilità di ricevere contributi dagli enti locali. Il finanziamento pubblico costituisce l’entrata prevalente per una percentuale sempre più elevata (attualmente circa la metà) di associazioni.
È come se il volontariato si stesse “svolontarizzando” e divenendo pubblico o privato, sospeso cioè fra impresa e istituzione . È sempre più evidente la tendenza di queste organizzazioni a collaborare con il pubblico; essa appare come il segno di un progressivo inglobamento “in una logica di esternalizzazione pubblica dei servizi” (Frisanco, 2003, 117), più che un indice di partecipazione responsabile alle politiche di welfare. Inoltre, tali organizzazioni “disegnano una sorta di tessuto di piccole imprese”, in cui “il segno dell’utilità tende a prevalere sulla domanda di libertà e identità” . Per questa via, il volontariato “rischia di tradurre la solidarietà in un valore di mercato” .
I risultati delle rilevazioni condotte a livello nazionale trovano conferma in alcune ricerche empiriche sulle organizzazioni di volontariato in Calabria (Fortunato, Licursi, Marcello 2006; Licursi, Marcello 2008) e in Campania , già concluse o in corso di svolgimento. Con riferimento alle realtà indagate, possiamo individuare alcuni elementi che ci sembrano particolarmente significativi.
Il primo è la frammentazione (sia interna alle associazioni che tra associazioni). La frammentazione interna si manifesta soprattutto quando i gruppi si impegnano in più ambiti, tendono a realizzare servizi differenti, disgregandosi in unità operative tra di esse debolmente connesse. Per ciò che riguarda il tessuto associativo nel suo complesso, la frammentazione è individuabile nella debolezza della dimensione di rete, così come nella mancanza di un bisogno esplicito in tal senso. La frammentazione, infatti, può essere letta nella scarsa cooperazione tra OdV, nell’ottica di un comune percorso di cambiamento sociale.
Il secondo elemento, strettamente connesso al precedente, è costituito dall’indebolimento della dimensione politica del volontariato. La descrizione dei bisogni registrati per le singole associazioni evidenzia con chiarezza che il volontariato di queste regioni fa sempre più fatica ad offrire un contributo valido per il superamento di quelle condizioni economiche, politiche, legislative e, infine, culturali che caratterizzano il contesto sociale su cui interviene. Le associazioni, infatti, si concentrano su bisogni di natura strumentale (le risorse economiche e la disponibilità di spazi adeguati), si preoccupano dell’attività e del servizio, meno della capacità di incrementare il numero di volontari; anche la richiesta di una formazione che privilegi la dimensione del “fare” piuttosto che quella motivazionale rafforza questa tendenza. Il servizio al centro, dunque. Capita però che quanto più le associazioni cercano di garantire l’attività, tanto più per farlo devono coinvolgere personale non volontario (operatori retribuiti, ragazze/i del servizio civile, ecc.), finendo con l’indebolire la natura volontaristica dell’attività stessa (…). L’indebolimento della visione di insieme, del ruolo politico del volontariato, ci sembra che, al momento e nei contesti studiati, possa trovare un parziale contenimento nella presenza in alcuni frammenti di volontariato di una riserva di orientamenti personali solidaristici e di forti elementi di gratuità (Licursi, Marcello 2008).
Il terzo elemento riguarda la strumentalità che, generalmente, sembra caratterizzare i rapporti tra OdV e istituzioni. Le risposte che le OdV calabresi e campane studiate hanno fornito circa le ragioni della collaborazione con le istituzioni pubbliche ci hanno consentito di individuare due tipi principali di motivazioni: una più strumentale e un’altra che riconosce alle istituzioni pubbliche quasi una funzione di supporto e tutela. Sembrerebbe emergere, proprio nelle relazioni con le istituzioni, un deficit di autostima delle OdV, tanto che alcune dichiarano di avere bisogno di una guida da parte delle istituzioni (…). Sembrerebbe affermarsi una situazione di reciproco adattamento (Ranci, 1999a), in cui, al di là delle lamentele, emerge l’esistenza di un sistema in cui si realizza lo scambio tra le risorse pubbliche e la realizzazione di servizi di interesse collettivo a gestione privata. Tutto ciò in una situazione in cui vigono principi regolativi (Fantozzi, 2006) flessibili e poco chiari: le OdV testimoniano che, per lo più, il rapporto con le istituzioni deriva da una conoscenza diretta di chi ne è alla guida e che il sistema nel suo complesso manifesta elementi di particolarismo nella selezione dei progetti finanziati (…).
Un ultimo aspetto riguarda la scarsa chiarezza dei confini di tante esperienze associative studiate. Soprattutto in Campania, ci è parso di cogliere l’esistenza di “realtà ibride”, che si muovono all’interno di una zona grigia in cui non è facile distinguere lo spazio dell’impegno gratuito e volontario da quello del lavoro remunerato e in cui spesso le OdV coesistono con esperienze di cooperazione sociale . Molte delle rappresentazioni offerte sono servite a capire quanto la dimensione della gratuità sia oggi sotto tensione, sia all’interno delle realtà associative che come elemento caratterizzante il volontariato» .
Dunque, il volontariato che oggi conosciamo mostra segnali che renderebbero poco credibile la possibilità che in esso possano rintracciarsi quelle risorse morali e di impegno che appaiono così indispensabili per raccogliere la sfida della ricostruzione della solidarietà nel tempo della crisi.
Il volontariato formalizzato, istituzionalizzato, reso più rigido dall’esigenza di adeguarsi alla stessa Legge quadro 266/91 che era stata pensata per promuoverlo, appesantito da formalismi e vincoli spesso persino da quei centri di servizio che avrebbero dovuto preservarne l’autonomia ed alimentarne la libertà per la profezia, questo volontariato ha il fiato corto e lo sguardo basso, troppo concentrato sui propri “affari”, per guardare con cuore largo verso il futuro.

Una “riserva di gratuità”
Certamente, non tutto il volontariato organizzato è in crisi. Esistono esperienze vive e significative, che continuano a coltivare con lucidità e generosità l’impegno del radicamento sociale, della gratuità, della dimensione politica del proprio agire. Si tratta di esperienze non sempre visibili, perché spesso fuori dai circuiti della comunicazione o delle reti “che contano”, ma rappresentano ancora una “anima” che può alimentare la “fiamma” del volontariato italiano.
E insieme a queste esperienze di volontariato “ufficiale”, continua ad esistere – certamente più consistente di quanto le ricerche riescano a rilevare – un volontariato informale costituito da una miriade di gruppi piccoli e piccolissimi – nella maggior parte dei casi “vissuti” da giovani, quelli che si rintracciano sempre meno nelle associazioni formalizzate – legati a parrocchie, centri sociali, quartieri… che si attivano gratuitamente in risposta a bisogni che colgono nella loro realtà territoriale, spesso inventando forme di intervento creative e riuscendo a “mobilitare” le comunità di appartenenza attraverso piccoli gesti di impegno.
E non si può trascurare nemmeno quelle forme di mobilitazione spontanea e gratuita – anche queste spesso attraenti per i giovani – rappresentate dalle aggregazioni intorno a campagne specifiche o a beni comuni della comunità che risultano a rischio. La straordinaria mobilitazione intorno alla campagna referendaria per l’acqua bene comune o la disponibilità ad impegnarsi nelle associazioni antimafia ne sono solo la testimonianza più evidente.
Tutto questo indica la presenza, nel Paese, di una “riserva di gratuità” che può costituire una risorsa preziosa per costruire nuovi modelli sociali e nuove forme di solidarietà.
È una riserva che si è probabilmente accantonata attraverso la generosità invisibile di molti: insegnanti non arresi, educatori ed associazioni educative, testimoni famosi e non, famiglie “resistenti” alle sirene dell’individualismo e del consumismo, spezzoni marginali di movimenti politici e organizzazioni religiose… Ciascuno di essi, non smettendo di credere nell’uomo e nel futuro, ha piantato semi e coltivato campi nella più evidente contraddizione con il proprio contesto, contribuendo a far germogliare piantine di gratuità.

Accompagnare il parto di un mondo nuovo
Ma allora, tornando alla domanda fondamentale, come attraversare il tempo dell’impoverimento ricostruendo una nuova solidarietà?
Raccogliendo il testimone da profeti come Tavazza e Nervo, il MoVI deve oggi assumere il coraggioso impegno di alimentare una profezia su questo tempo.
Per questo ha senso pensare ad un programma ampio, che conduca a mettere a fuoco una proposta ed a raccogliere compagni di strada disponibili a condividerla, anzi, a costruirla insieme.
Dovrà farlo in modo forse nuovo rispetto al passato, senza la forza carismatica del suo fondatore, imparando ad esercitare una forma comunitaria di discernimento sulla realtà e ad individuare con il contributo di molti le strade da percorrere.
Non si tratta di costruire un mondo nuovo, di sentirsi alteri protagonisti di una impresa, si tratta di assumere la prospettiva di un cercatore, che con la sua lanterna impara a scorgere i segnali di un mondo nuovo che arriva e li alimenta, oppure quella della levatrice, che sente il parto ormai prossimo e aiuta mamma e bambino a fare quello che è già pronto ad accadere. Dobbiamo assumere questo impegno, nella consapevolezza che noi stessi – come persone e come Movimento – siamo partecipi di questa gestazione, provocati a rinnovarci, a rinascere a nuove prospettive di vita e di impegno.
Tutto questo richiede lo sviluppo di una sensibilità da parte del Movimento e dei suoi membri, che metta insieme almeno tre dimensioni:
1. la capacità di osservare con attenzione fatti, storie, situazioni nella concretezza dell’impegno quotidiano di volontariato;
2. l’apertura del cuore per esercitare con libertà l’azione riflessiva (da soli e insieme agli altri) alla ricerca di direzioni e di significati da attribuire ai fatti;
3. la generosità per sperimentare modi di agire gratuito anche nuovi, che anticipino le dimensioni di umanità e relazionalità che si intuiscono in gestazione.

L’appuntamento del prossimo mese di marzo 2012 può rappresentare un punto di lancio della proposta, aperta ai gruppi federati ma anche a tutte quelle realtà formali e informali che abitano i nostri territori e che possono avere qualcosa da insegnarci e da condividere in questo percorso.
Non si tratta, necessariamente, di allargare il MoVI ad altri soggetti – magari con la recondita speranza di diventare più grandi e rilevanti – ma di offrire l’esperienza del Movimento di Volontariato Italiano quale possibilità per pensare il senso dell’aggregarsi fra gruppi alla ricerca di un futuro migliore per tutti.

Impoverimento, felicità, equità
C’è una domanda che non potrà non guidare tutta la nostra ricerca: è possibile essere felici pur essendo più poveri? La ricerca della felicità spinge, infatti, ciascuno di noi a compiere le proprie scelte e queste influenzano, inevitabilmente, i nostri comportamenti sociali e la nostra disponibilità a spenderci per gli altri, per la comunità, per l’interesse generale.
Siamo stati tutti educati nell’idea che “i soldi non fanno la felicità, ma senza si vive peggio”, che significa, di fatto, che il possesso di beni materiali costituisce comunque la condizione del benessere personale. È del tutto evidente che la possibilità di soddisfare i bisogni primari costituisca una condizione essenziale per la qualità della vita e per lo sviluppo di opportunità di integrazione sociale. Tuttavia, molto al di là di questo si è spinta la cultura consumistica, che ha convinto tutti della essenzialità del possesso di qualunque bene materiale venisse prodotto e commercializzato.
Quali saranno i beni che sarà indispensabile rendere disponibili per tutti? Quali quelli di cui potremo fare a meno? Quali saranno gli elementi legati alla disponibilità di tempo, alla qualità delle relazioni, all’accesso alla cultura, alle forme di integrazione, alla costruzione dei significati, alle libertà personali, ecc. che potranno fondare una nuova prospettiva di ricerca di felicità personale?
Un discrimine sembra inevitabile da considerare: una società nuova, fondata su una nuova solidarietà, nel tempo dell’impoverimento dovrà porsi in termini più stringenti il problema della equità. Scegliere di costruirsi prospettive di felicità nell’impoverimento è possibile, ma più difficile sarà farlo se questo avverrà in condizioni di maggiore disuguaglianza.
Questo fatto intercetta, inevitabilmente, il tema del modello di sviluppo (ma forse sarebbe meglio parlare di “modello di benessere”) che la nostra società vorrà darsi. Se esso dovesse ancora trovare il suo unico snodo nella disponibilità delle risorse finanziarie (da cui discendano – a cascata – investimenti, produzione, occupazione, consumo, benessere, politiche…) l’attuale trappola, si riproporrebbe per intero e tornerebbe ad essere giustificabile – in nome delle esigenze della borsa – ogni sperequazione ed ogni concentrazione della ricchezza.
Per questo, il tema della felicità dovrà misurarsi con una idea di sviluppo, di cui ridefinire condizioni, caratteristiche, fini, riconoscendo che la identificazione fra sviluppo e crescita economica è stata ormai definitivamente falsificata dall’esperienza.

Una riflessione da condividere
Questa ricerca costituirà l’oggetto di attenzione del Movimento, ma dovrà essere condivisa con tutti coloro che riusciremo a coinvolgere, a partire da quell’universo che rappresenta la “riserva di gratuità” di cui parlavamo sopra.
Condividere la ricerca significherà definire (ma anche tenere aperti) temi, strumenti, modi, tempi.
Dalla cura delle relazioni nei territori, fino al potenziamento delle funzionalità del sito internet, tutto potrà concorrere ad un percorso di discernimento comunitario, capace di essere, insieme, ricerca e azione, riflessività e sperimentazione.

Verso nuovi cantieri tematici

Senza voler predefinire in termini rigidi gli ambiti della riflessione da avviare, si indicano, nel seguito, alcuni poli tematici intorno a cui si potrebbero aprire nuovi cantieri di riflessione e proposta. Si tratta di una prima ipotesi, da riformulare con il contributo di tutto il Movimento e che potrebbe essere arricchita gradualmente, durante il processo di coinvolgimento di tutti gli interlocutori interessati disponibili che incontreremo.

La ribellione della gratuità
La gratuità non intesa solo ed esclusivamente come assenza di compenso o di retribuzione, ma come rifiuto dell’etica mercantilistica che è alla base della società odierna, può rappresentare un contributo peculiare del mondo volontario allo sviluppo di una nuova cultura dell’interesse generale. Il volontariato non diventa, così, solo declinazione del fare qualcosa per gli altri senza denaro, ma farsi carico responsabilmente e gratuitamente della convivenza umana e di conseguenza della dimensione sociale della persona.

La riserva di gratuità
Che volto ha, come nasce, quali motivazioni generano, quali stili si dà il volontariato informale che costituisce la “riserva di gratuità” del Paese? Comprendere questo mondo è essenziale per formulare adeguatamente proposte di collegamento che riescano a valorizzarne la dimensione politica.

Nuovi stili di vita
Sobrietà e povertà sono concetti che possono portare a dare significati differenti alla stessa quantità di beni disponibili. Povertà imposta o povertà scelta? Impoverimento o ridimensionamento dei consumi, dell’impatto ambientale, dell’accaparramento di risorse a tutti i costi?
Un cantiere di lavoro su questi temi potrebbe svilupparsi su diverse dimensioni: quella esperienziale di comprensione di ciò che già si vive, quella etico-filosofica sul senso della prospettiva della sobrietà, quello educativo sui modi per educare ad essere felici nella sobrietà.

Nuovo modello di sviluppo
Nel mondo globalizzato l’economia di ogni territorio è intrecciata – quasi indissolubilmente – a quella degli altri. La riflessione su un nuovo modello di sviluppo, dunque, deve fare i conti non solo su quello che si vorrebbe, ma anche sulle forme di compatibilità, sugli intrecci fra scelte etiche e conseguenze economiche, sul possibile ruolo (positivo e negativo) degli attori politici, economici, sociali, culturali ai diversi livelli geografici.

Responsabili del mondo
Prendendo atto della impossibilità – oltre che dell’insensatezza – di ogni ipotesi autarchica, la riflessione sulla nuova società deve riferirsi anche alle responsabilità verso il resto del mondo. Pur se più povera, l’Italia sarà comunque ancora in posizione di vantaggio rispetto ad altre aree del mondo e non potrà sottrarsi alla domanda su come contribuire ad aumentare il livello di giustizia nella dimensione planetaria. La solidarietà vera, infatti, quella che può reggere l’impatto della crisi sulla nostra società e ricostruire condizioni nuove per legami sociali possibili, è priva di significato se si riduce a solidarietà che definisce confini fra inclusi ed esclusi, fra “noi” e “gli altri”. Se così fosse, inevitabilmente smentirebbe se stessa ed imploderebbe in derive localistiche, come ci è capitato di vedere negli ultimi vent’anni in Italia.
L’apertura al Mondo ed alla costruzione della pace nella giustizia è, dunque, inestricabilmente connessa con il compito che ci sta dinanzi.
Nel peculiare contesto geopolitico in cui è collocata l’Italia, ciò si traduce immediatamente in una apertura verso il Mediterraneo, il mondo che vediamo dalla finestra di casa. Il Mediterraneo, confine liquido fra tre continenti e tre grandi religioni monoteistiche, intreccio di culture, lingue, geni, nomi, storie, problemi, famiglie, è lo spazio privilegiato che ci è dato per assumere direttamente la nostra responsabilità sul mondo, spazio in cui non è difficile scorgere come ogni nostra scelta influisce sugli altri ed ogni scelta di altri condiziona la nostra.

Le giovani generazioni: fare spazio
Il processo di impoverimento si determinerà nell’arco di circa trent’anni ed intercetterà la vita dei giovani e giovanissimi di oggi. Saranno loro a vivere sulla loro pelle la fatica di affrontare il cambiamento e costruire un nuovo futuro. Ogni futuro è portatore di speranze, ma solo ai giovani è dato di coglierle, perché non sono condizionati dalle delusioni dei fallimenti, dall’immobilismo del “già visto”, dalla paura della sperimentazione. Né sono responsabili dei modelli culturali che hanno condotto alla crisi. Se nell’impoverimento non ci sarà solo da perdere, se sarà anche una opportunità, una promessa, questo sarà possibile da cogliere solo agli occhi nuovi delle giovani generazioni.
Nel percorso compiuto in questi ultimi anni, grazie al progetto XXL, abbiamo imparato che scommettere sui giovani non significa renderli destinatari della nostra cura paternalistica, ma protagonisti di spazi che noi dobbiamo liberare dalla nostra ingombrante presenza, fiduciosi che quello che sapranno costruire non sarà peggiore dei danni cha abbiamo saputo fare, anzi, contiene in sé una promessa di bene.
Aprire spazi larghi al protagonismo giovanile significherà anche liberare i linguaggi, non per eliminare quelli che ci hanno consentito di capire il mondo e giocare la nostra partita, ma per accogliere quelli nuovi, fra cui – fondamentale – quello delle emozioni e dell’affettività, attraverso il quale per i giovani passano anche le motivazioni all’impegno per gli altri.

I beni comuni
Per i giovani, ma sempre di più per tutti, le scelte di impegno oggi passano per la prospettiva della concretezza. Sempre meno sono le persone affascinate da una idea astratta, da una filosofia, da una prospettiva generale di impegno che non abbia anche immediato riscontro in cose visibili, sperimentabili, che possano essere oggetto di azione diretta.
Così, una nuova cultura dell’interesse generale oggi non può che passare attraverso la mediazione dei beni comuni. Con questo termine gli studiosi (ma oggi anche tanti di quelli che si sono impegnati nell’ultima campagna referendaria) si riferiscono a quei beni che sono destinati a tutti e che restano tali sono se sono oggetto di cura da parte di tutti. Questi beni, che possono essere di genere naturalistico (l’acqua, l’aria, l’ambiente, un parco…) o di genere sociale (la fruibilità di una scuola, di un giardino pubblico, la trasparenza dell’amministrazione comunale, il livello di legalità di un territorio, le possibilità di mandare i figli al nido…), rendono bene il senso di cosa può significare impegnarsi per una causa comune, per fare il bene comune. Essi rappresentano, dunque, “oggetti” intorno ai quali il volontariato può provocare i cittadini ad un nuovo impegno pubblico, nel quale imparare a farsi “i fatti di tutti”, cioè a farsi carico degli altri (e di se stessi).

Alleanze per la nuova solidarietà
Nella prospettiva di impegno descritta, il volontariato non può pensare di agire da solo. Deve, invece, aprirsi al confronto ed alla collaborazione con tutti quei soggetti che possono condividere la stessa preoccupazione e la stessa direzione di azione.
Il primo mondo a cui aprirsi – si diceva sopra – è quello della “riserva di gratuità”, quello dei gruppi informali, dei movimenti civici, del comitati… Con questo mondo occorrerà porsi anche la domanda circa la possibilità di costituire un movimento più ampio della gratuità organizzata, radicata e politica. In riferimento ad esso non sarà insensato chiedersi se e quanto la Legge quadro sul volontariato debba essere rivista per uscire dalla logica formalistica e burocratizzante nella quale ha ingabbiato il volontariato.

A questo primo mondo occorrerà aggiungere – con fantasia e fiducia – anche tanti altri che potrebbero con noi dare vita ad “alleanze per la nuova solidarietà”. Si può pensare a mondi “vicini”, come quelli che operano nell’ambito del cosiddetto terzo settore, alle istituzioni educative, alle istituzioni religiose. Ma anche il mondo del credito (si pensi a quello cooperativo) può essere un bacino in cui rintracciare interlocutori interessati e disponibili, così come quello imprenditoriale, culturale, ecc.
Probabilmente non sarà possibile – e neanche utile – ricercare accordi “formali” con organizzazioni e reti ufficiali. Più produttivo sarà muoversi nell’informalità, non preoccupati di ottenere risultati di visibilità e di potere, ma di agire nella dimensione culturale, per contribuire ad accompagnare quei cambiamenti che saranno positivi solo nella misura in cui diventeranno nuovi atteggiamenti personali e nuovi stili di vita comunitari.

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