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Contro l’idolatria

Autore // veritas
Postato il // 17 nov 2011

Per il ciclo di incontri e testimonianze del mercoledì, dedicato quest’anno alle crisi contemporanee ed ai nuovi linguaggi della fede, mercoledì 9 novembre alle 18.30 il prof. Stefano Levi della Torre interverrà al Centro Veritas con un incontro dal titolo “Contro l’idolatria”. Partendo da alcuni riferimenti biblici, approderemo ad una riflessione sul fondamentalismo, che si snoda dall’assunto di un’interpretazione unica dei testi, che si sostituisce di fatto ai testi stessi. Senza accorgersene si fa del libro un idolo che invece di servire Dio, se ne fa padrone, proponendo una verità dogmatica, morta, cadaverica. Una sacralizzazione di quella che è solo “opera delle proprie mani e della propria mente”. L’ansia di afferrare l’inafferrabile, di incastrare ciò che sfugge, di farsi un vitello d’oro, visibile, palpabile, controllabile è segno di una religione idolatrica, febbricitante. Non solo: adorare le proprie idee diventa un’identificazione tra sacro e profano, come se non ci fosse uno scarto tra linguaggio e realtà, tra parola e fatto. È l’origine di un caos, il tohu wabohu di Gen 1,2. Contro questa idolatria religiosa si apre però la possibilità di una Parola (dabar), vera unione armonica tra parola e fatto, che – proprio per questo – svela sua prerogativa creatrice.
Il professor Levi della Torre è pittore e saggista. Insegna alla Facoltà di Architettura a Milano ed è autore di numerosi saggi, con particolare attenzione al mondo ebraico e alla politica.

“Vi assicuro che parlerò anche bene dell’idolatria”: ha esordito così il 9 novembre Stefano Levi Della Torre, docente alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano, in occasione della conferenza Contro l’idolatria. In effetti è così: la prima istanza che origina un sentimento idolatrico è comune a tutti. Si diventa infatti idolatri per bisogno di alcuni punti fissi. Il desiderio stesso di conoscere porta in sé questo rischio.
È per questo bisogno di prevedere e controllare, che negli ultimi tre secoli si sviluppa lo studio scientifico delle causalità, per cui si cerca di misurare cause ed effetti delineandone le sinassi; uno studio che – se diventa l’ultima parola cui ci si attacca – corre il pericolo di divenire un totem di unico riferimento.
E oggi, quando questo equilibrio di nessi causa-effetto si sfalda sempre più, l’uomo può essere più libero da questo punto di vista.
Del resto la questione è antica. Già il popolo del regno di Israele vuole staccarsi dal conformismo fascinoso delle civiltà limitrofe. E lo fa puntando su un integralismo della fede.
Ma questo altro non è che un retaggio dell’esodo. L’uscita dall’Egitto rappresenta infatti l’iniziazione di una nuova collettività che vuole e deve distinguersi (cfr Dt 4,15).
Già qui allora in nuce si intravedono due aspetti di distacco e anti-idolatria. Un aspetto politico e uno sapienziale. Il primo è un aspetto di distinzione che rappresenta la scelta di un’esclusiva tra tante alternative (quasi che il Dio di Israele dicesse: “Ci sono molti elohim, scegli me tra i tanti”); il secondo invece ha un sapore più sapienziale (“Io sono il vero Dio, il resto è una realtà falsa e inconsistente”).
Su questi due percorsi si giunge all’Oreb, il luogo del dono della Torah. L’ammaestramento che dice: “Non ti farai alcuna immagine”. L’insegnamento che contiene in sé anche la libertà di non essere lui stesso idolatrato. Infatti la legge sarà custodita in un’arca custodita da due immagini di cherubini. Quasi a dire: “Non farti immagini nella misura in cui rischi di adorarle; per il resto fai pure”.
Serpeggia sempre il rischio di oscillare a pendolo, trasformando l’anti-idolatria in un idolo. E Mosè quindi esibisce una grande precauzione, rompendo le tavole della legge. Non può darle a un popolo che sta tentando, con un vitello d’oro, di dare forma e dimensioni a colui che non può essere raggiunto o contenuto. Non può darle a una discendenza che rischia di trasformare le tavole di pietra in dei moloch schiaccianti. Protegge il popolo e protegge Dio: il primo da un abominio di irrealtà, il secondo dalla pietrificazione.
Quest’attenzione a mantenere un sano equilibrio tra idolatria e anti-idolatria è un leitmotiv che ritorna. Per guarire da un’infedeltà velenosa come il morso di un serpente, JHWH propone al popolo di guardare a un serpente di bronzo innalzato: ambiguità e potenza del segno. La guarigione avviene se – con l’occasione di guardare il serpente – si guarda in alto. Ma è rovina se ci si attacca all’immagine.
E di fatto Ezechia fa distruggere tutte queste immagini di bronzo, perché il popolo adora il serpente ormai. Per fedeltà a Mosè, distrugge un’opera di Mosè.
Ecco l’anti-idolatria che diventa fondamentalista e idolatrica. Che pretende di essere unica voce autorevole. Ma i cherubini sull’arca sono due, proprio a custodire questa pluralità. E ancora, sul Sinai Mosè non può vedere il volto del Signore; può solo scrutarne la nuca. Non gli è possibile quindi darne una definizione unica, un identikit; ha accesso solo alla dimensione di Dio che riguarda la partnership che egli vuole instaurare con Israele. Può vedere solo l’agire di Dio stesso nell’ambito dell’alleanza.
Se si trasformerà l’agire del Signore nella sua essenza si creerà un’opera “fatta da mani d’uomo” cui si darà tragicamente il nome di “Dio”.
La pista per essere liberi tra tutte queste alternative non passa nell’abolizione dell’idolatria ma nella capacità di vivere le occasioni idolatriche come luogo del Dio che parla. Come a Mosè presso il roveto ardente, dove JHWH si esprime con il suo dabar (Parola) in un luogo (il roveto, l’albero) che è sempre simbolo di ambiguità e oggetto di polemica nella letteratura ebraica. L’oggetto, invece che feticcio da adorare, deve trasformarsi in simbolo transazionale, per vederci oltre, per indagare il senso della realtà. Fermarsi al primo stadio è fuorviante. Così come il linguaggio o l’immagine che rimandano a delle realtà ma non sono quelle realtà. Confondere le parole con gli oggetti è tipico dell’anticreazione, un caos indistinguibile. È solo la Parola di JHWH (dabar) ad essere contemporaneamente parola e fatto. Ed è una parola che distingue e non confonde.
L’umanità troverà allora il sentiero per la libertà e la sua integrità se non si lascerà ammaliare dai canti delle certezze assolute ma nemmeno se non si farà spaventare dalle urla del fondamentalismo; in un equilibrio instabile dal sapore di un compromesso positivo che non soffoca la vita. Del resto un midrash racconta così:

Un giorno Rav Ahsì finì la sua lezione dicendo: “Tre re non hanno posto nel mondo a venire”. “Domani – disse Rav Ashì – inizieremo con i nostri colleghi [i tre re che hanno perso il loro posto a causa delle loro azioni malvagie]”. Quella notte il re Menashé [uno dei tre re menzionati] venne e gli apparve in sogno. “Ci hai chiamato tuoi colleghi e colleghi di tuo padre. Dimmi dunque, da quale parte del pane si deve prendere il pezzo per recitare la berachà ha-motzì [la benedizione sul pane]?”. “Non lo so” rispose Rav Ashì. “Non hai imparato questo, eppure ci chiami tuoi colleghi”. “Insegnami – implorò Rav Ashì – e domani lo insegnerò a tuo nome durante la lezione”. Menashé rispose: “Dalla parte più cotta della crosta”. Rav Ashì gli disse: “Tu che sei così saggio, perché hai adorato gli idoli?”. Menashé rispose: “Se tu fossi stato nelle mie condizioni, avresti alzato l’orlo della tua tunica e saresti corso dietro di me!” (Sanhedrin 102b)
Francesco Crosilla

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