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lectio divina guidata da Ruggero Marchetti

Autore // veritas
Postato il // 14 dic 2011

Venerdì 9 dicembre 2011

LECTIO DIVINA
AL CENTRO VERITAS
guidata dal pastore Ruggero Marchetti

“Le vane attese”

Personalmente preferirei parlare al singolare di “attesa vana” o meglio di “vanità dell’attesa”, là dove “vanità” va inteso come la intende il libro dell’Ecclesiaste su cui ritorneremo: quella lieve foschia del mattino che si disperde al sorgere del sole, talmente lieve che non è quasi nulla; fondamentalmente, appunto, “vanità” come nulla. Perciò allora, “nullità dell’attesa”. Credo cioè che il problema consista nel fatto che molti oggi considerano vana ogni attesa di qualcosa, e per questo non aspettano più… non si aspettano niente.

Non so se aveva ragione il vecchio Spengler, se siamo davvero arrivati al “Tramonto dell’Occidente”… Certo, viviamo, almeno nella nostra vecchia Europa che penso non sia mai stata così vecchia, una grossa stanchezza intellettuale e spirituale. Il “secolo crudele” (com’è stato definito il Novecento) lo è stato veramente, e ci ha spezzato, e ci ha fatto invecchiare: due guerre mondiali, il gulag, i lager, il crollo dell’utopia del socialismo, il sostanziale fallimento delle speranze legate al Sessantotto – Giorgio Gaber ha detto giustamente che la sua e la nostra generazione “ha perso” e che “il sogno” di una società finalmente giusta “s’è rattrappito”…
Tutto questo ci ha segnato, e oggi non sogniamo più. Sognare ci fa paura.

Il nostro è un tempo strano, un tempo “raccorciato”: guardare al passato, agli errori e agli orrori dei nostri padri a molti sembra sembra inutile, di più, dannoso: “Il passato non può insegnarci niente” – così dicono – “e anzi serve solo ad angosciarci, a far sentire in colpa anche noi: meglio ignorarlo”. Se oggi si parla tanto di “dovere della memoria”, è perché per molti la memoria non c’è più. Il passato, proprio perché “è passato”, non è più roba nostra. Al massimo, siamo come quelle popolazioni che vivevano sulle coste di mari pericolosi e raccoglievano quello che il mare portava sulla spiaggia dalle navi andate a picco, scegliendo le cose utili e ributtando il resto in acqua. Anche noi del passato ci limitiamo a raccogliere qualcosa… il resto lo lasciamo ad ammuffire…
E il futuro? Anche al futuro è meglio non pensare, perché lo sentiamo quasi come un muro sul quale andremo tutti a spiaccicarci. Ne volete una prova? Guardiamo ai film di oggi: ai film di fantascienza che esaltavano il progresso scientifico, sono oggi succeduti i film catastrofistici, che danno voce e immagini alle nostre paure, oppure i “fantasy”, tipo Herry Potter, Narnia, Il Signore degli anelli, che ci portano fuori dalla storia e fuori dal tempo. Proprio perché il tempo che cci porta incontro ad un futuro che per molti sa di incubo, ci riempie di inquietudine ed abbiamo bisogno di distrarci, di pensare a ciò che non ci fa pensare…

In questa situazione, non ci resta che il presente. Un presente allora da vivere al massimo, da sfruttare in ogni sua possibilità, perché abbiamo solo quello! Non possiamo sprecare niente, dobbiamo fare ogni possibile esperienza, provare tutte le sensazioni per riempire una vita senza una direzione e perciò senza senso… E di questo spietato e disperato (perché senza speranza) sfruttamento, un simbolo reale, in modo impressionante, è il nostro corpo. Da un lato c’è oggi un vero e proprio “culto per il corpo”: lo curiamo, lo plasmiamo, lo personalizziamo e pitturiamo (la moda dei tatuaggi) come mai prima d’ora illudendoci quasi di bloccarne così l’invecchiamento… dall’altro non ci facciamo molte remore ad usarlo (il nostro e quelli altrui) come uno strumento da cui ricavare il massimo del piacere. Mi viene in mente quella povera ragazza morta qualche mese fa a Milano durante un gioco erotico estremo. Quello che mi ha colpito, oltre chiaramente alla tragedia di questa povera morte, è stato il venire a sapere che esiste tutto un mondo di persone (con un giro economico vertiginoso) che praticano queste esperienze. L’erotismo estremo non l’abbiamo inventato certo noi (da Eliogabalo a De Sade l’elenco è molto lungo) ma in queste dimensioni di massa è nuovo! E fa pensare…

* * *
E in tutto questo Dio? E la nostra fede?
La Bibbia non è solo il libro della rivelazione divina, è anche il libro della rivelazione dell’essere umano. Rivela noi a noi stessi, spesso in maniera sorprendente, e lo fa anche oggi, con un’attualità che lascia sconcertati.
E c’è anche nella Bibbia un libro che sembra dare voce proprio alla mancanza di speranza del nostro tempo. È l’Ecclesiaste. Il libro del “disincanto”. Insomma, un’opera di duemila e trecento anni fa che sembra scritta proprio per gli uomini e le donne del nostro tempo. Noi della vecchia Europa siamo ormai smaliziati, e per questo un po’ cinici… non ci fidiamo quasi di nessuno, non abbiamo entusiasmi. E l’Ecclesiaste, anche lui è così:“Ho visto tutto, ho provato di tutto e adesso ho la nausea”… E come tanti oggi, non aspetta più niente. Anche la sua è una “vana attesa”: “Quel che fu sarà ancora, e quel che sarà già è stato: non c’è nulla di nuovo sotto il sole”. Né passato, né futuro: tutto è l’eterno ritorno di un eterno presente, il mondo è un’immensa giostra che gira e gira e non ti porta da nessuna parte, e ognuno di noi fa il suo giro di giostra e poi scende e ha finito: ritorna quella polvere che era… C’è quasi in ogni riga un senso di sazietà che diventa stanchezza, e un incombere pesante della morte… Non è per un caso che la raccolta delle parole di questo antico saggio si apre e si chiude con lo stesso sconsolato ritornello: “Vanità delle vanità, dice l’Ecclesiaste, tutto è vanità” (oppure, come traduce molto bene Ravasi: “Un immenso vuoto, dice Qohelet, un immenso vuoto, tutto è vuoto!”. Un “vuoto” che non è soltanto “assenza di ogni cosa”: è una sorta di “buco nero” che minaccia a ogni istante di risucchiarti in sé…

E Dio, che posto ha?… Dio c’è e non c’è.
Nonostante tutti gli sforzi fatti da tanti commentatori ebrei e cristiani per recuperarlo alla piena fede biblica, l’Ecclesiaste è lo scritto di un agnostico. In genere quando uno è giovane si proclama “ateo”, quando poi gli anni passano diventa un po’ più saggio e soprattutto meno coraggioso (perché per dirsi ateo ci vuole del coraggio) e si limita a definirsi “agnostico”, che poi vuol dire: “A questo, se Dio esista oppure no, non ho seriamente mai pensato, ed allora mi astengo”. Anche l’Ecclesiaste “si astiene”. Non nega ci sia un “Dio” (fra l’altro si limita a chiamarlo ogni volta genericamente così, senza mai usare il suo nome biblico), ma questo Dio è lontano: se ne sta per conto suo al di sopra di quel sole sotto i cui raggi siamo condannati a strappare un’esistenza che il più delle volte non ha il minimo senso.
Un Dio così… remoto… non riesci neanche a pregarlo. E infatti l’Ecclesiaste non prega mai, non si rivolge mai a Dio alla seconda persona. Se Giobbe è ammalato di Dio e lo insulta, lo prende per il bavero, lo prega e lo bestemmia nel medesimo tempo, l’Ecclesiaste Dio l’ha perso, ed è molto peggio… Non restano che i piccoli ma unici e perciò vitali momenti di felicità che ogni tanto puoi vivere, qui “sotto il sole”…

Questa visione delle cose la ritroviamo anche nell’ultima pagina che l’Ecclesiaste ha scritto, nella quale, manifestando ancora una volta una sensibilità molto simile alla nostra, questo antico ebreo descrive in maniera magistrale la desolazione, lo squallore, lo sconfortante disfacimento della vecchiaia: diventiamo come un vecchio palazzo un tempo splendido, ma ora sporco, cadente, abbandonato da ogni vita e ogni gioia, che nessuno frequenta più…
Prima però c’è l’invito, in pieno nella linea oggi così nostra del “carpe diem”, a godere la vita finché si è ancora in tempo, perché c’è solo quello: “Godi (ieri per l’Ecclesiaste e oggi per tanti e tante, questo verbo “godere” è il verbo della disperazione…) ragazzo, la tua giovinezza! … Segui i desideri del tuo cuore e lo stupore dei tuoi occhi!”. Basta poco, il tempo di una vita, della tua vita, e ai giorni solatii (è il versetto che apre quest’ultimo canto dell’Ecclesiaste: “Dolce è la luce e gli occhi vedono felici il sole“), faranno seguito “gli orribili giorni, e sopraggiungeranno gli anni di cui dirai: – Mi fanno nausea! – “.
Davvero l’Ecclesiaste è tanti “attorno a noi”, e anche tanti “di noi”…

Ma proprio in questa pagina finale c’è uno dei rari momenti in tutto il libro in cui mi sembra che l’agnosticismo dell’Ecclesiaste presenti una crepa attraverso la quale Dio entra “da Dio”. È quando, dopo quest’invito a godere “i giorni luminosi” della giovinezza e prima della descrizione degli “orribili giorni” della vecchiaia, c’è, inatteso, un altro invito: “Ricordati del tuo Creatore nei tuoi giovani anni”.
Perché?… cosa vuole dire?…
Forse questo: “Ricordati che tu nasci da qualcuno che ti ha pensato prima ancora di metterti al mondo… che sei un progetto di Dio, e questo forse ti aiuterà ad accettare anche quella vecchiaia che è del tutto inaccettabile”.
È importante, questo, e insieme singolare, perché questo significa che quel Dio che se ne sta irraggiungibile al di sopra del sole, però tu lo puoi cogliere se guardi a te stesso, perché tu sei una sua idea.
E questo vale anche per un’altra “crepa” nel muro dell’agnosticismo dell’Ecclesiaste attraverso cui Dio entra. È nel capitolo 3, alla fine della celebre pagina dei “tempi”. Ricordate?…“Per ogni cosa c’è il suo tempo sotto il cielo. C’è un tempo per nascere, e c’è un tempo per morire…”. Anche qui, una sconcertante attualità: si parla tanto di “postmoderno”… se c’è una pagina che ce lo descrive è questa, antichissima: l’esistenza non è altro che un susseguirsi spesso contraddittorio di “tempi frantumati” senza un collegamento fra di loro…
E però alla fine di questo susseguirsi di tempi, l’Ecclesiaste ci dice: “Ho visto gli impegni che Dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino. Tutto ciò che ha fatto è affascinante nel suo tempo. Ma ha anche posto nel cuore umano il senso dell’eterno, senza però che l’uomo riesca ad afferrare dal principio alla fine l’opera di Dio”.
Ecco: se guardiamo in noi stessi, alla luce di queste due crepe noi scopriamo che siamo un progetto di Dio aperto all’eternità, spalancati e insieme condannati alla ricerca, alla nostalgia dell’infinito… È la nostra grandezza e la nostra sofferenza…

* * *
Noi questo abbiamo il dono e il peso di saperlo. Tanti altri non lo sanno, e è la stragrande maggioranza di chi ci vive accanto.
Siamo nel l’Avvento. É il tempo dell’attesa e della speranza di un incontro. Non siamo in tanti a viverlo. Se provassimo a chiedere un po’ in giro, forse scopriremmo che molti non sanno di essere in Avvento… Ci sono per le strade e nei negozi luci e addobbi… sovente sono apparsi ben prima dell’inizio del tempo dell’Avvento, subito dopo Ognissanti che è diventata ormai la “festa degli spettri”. Ma sono solo “esche” per spingerti a comprare… quest’anno anche un po’ tristi con l’aria di crisi che c’è in giro… in realtà non si aspetta nessuno, se non un giorno, un’ora, un momento di serenità, pure certo è importante e oggi raro e prezioso…

Noi che sappiamo di essere un progetto aperto all’eternità, l’Avvento lo viviamo. E questa apertura all’eternità ci permette di fare una benedetta confusione fra presente, passato e futuro. Perché, se ci pensiamo, l’Avvento è folle: ci fa aspettare qualcuno che sappiamo benissimo è già nato duemila anni fa!
È una pia finzione? No. Noi sentiamo che questa sospensione fra futuro e passato è reale, e ci fa bene… ci dà una prospettiva e un orizzonte… ci ridà dignità… Soprattutto, in questi tempi dominati da mille paure e mille diffidenze, ci dona libertà: la libertà di chi aspetta l’incontro con qualcuno che lo ama, e così può amare.
Sì, noi siamo liberi, perché siamo stati liberati da quel qualcuno e aspettiamo da lui la piena liberazione: è il versetto d’Avvento di questa settimana del lezionario delle nostre chiese in Luca 21,28: “Rialzatevi, levate il capo, la vostra liberazione è vicina”.

Questo però, è quel che tocca a noi. Gli altri – è scritto in Luca due versetti prima di questo, e sembra scritto oggi: “verranno meno per la paurosa attesa di quello che starà per accadere al mondo”.
Che legame c’è fra queste due opposte condizioni? Il legame siamo noi! Dobbiamo essere noi! Il dono di Dio è sempre anche un mandato, una responsabilità, una chiamata alla testimonianza.
Sì, a noi non è dato abbandonare gli altri a se stessi e alla loro “paurosa attesa” che in realtà è una non-attesa: siamo stati e saremo ancora e sempre liberati per essere testimoni di libertà per chi è nella paura.

Del resto tutta la Bibbia che altro è se non una testimonianza di libertà che chi l’ha vissuta rende agli altri?
Diversamente da altri libri sacri, la Bibbia non è stata scritta in cielo ma da uomini che vivevano qui su questa terra. Uomini che hanno vissuto un’esperienza di liberazione per se stessi e per il loro popolo, e hanno colto per fede (e solo per fede) Dio presente e attivo nella loro esperienza. Nessun libro, nessuna pagina, nemmeno una riga della Bibbia è stata scritta o dettata da Dio! Gli scribi, i profeti, i saggi di Israele, sono loro che hanno messo nero su bianco la loro testimonianza al Dio liberatore. E nemmeno Gesù ha scritto una riga, ma i suoi apostoli e discepoli. La rivelazione è un fatto soggettivo: da persona a persone, da credente a credente… da esperienza a esperienza… Tu credi perché ti fidi della testimonianza di fede che qualcun altro ha messo per iscritto in questo libro.

Riscoprire questo oggi è fondamentale! Il Dio oggettivo, il Dio che colma tutto, il Dio che puoi e perciò devi cogliere coi sensi e la ragione, non funziona più! Kant aveva ragione mille volte! Le prove oggettive dell’esistenza di Dio non ci sono! E proprio perché ne ha passate tante, anche per colpa di chi voleva a tutti i costi imporre a tutti e a tutte un Dio “chiaro e distinto”, il mondo oggi è cresciuto (Bonhoeffer l’ha definito “maggiorenne”) e in quel discorso non ci crede più!
Ma se non ci sono più prove oggettive dell’esistenza di Dio, ci siamo noi. Creature finite come tutte le altre, eppure (ce l’ha ricordato proprio l’agnostico Ecclesiaste) aperte all’infinito… esseri mortali con lo strano, contraddittorio sogno dell’eternità. Da dove viene questa curiosa creatura che vive il suo ciclo naturale: nasce, vive, invecchia e muore come tutti gli altri viventi, eppure soffre già ancora in vita la consapevolezza della sua morte come un’ingiustizia, perché aspira a durare oltre la morte?
Io penso che la prova che Dio c’è, siamo noi stessi; che in noi Dio ha posto il suo marchio: quel “senso dell’eterno” che c’è nel nostro cuore… È qui che Dio si fa trovare, e solo qui.

Noi questo lo sappiamo, lo viviamo, e dobbiamo testimoniarlo perché anche gli altri trovino Dio in se stessi…
Questo non è facile, per niente. Se la testimonianza oggettiva non funziona più, la sola testimonianza che noi possiamo rendere è quella personale della nostra stessa vita. Noi che per pura grazia possiamo “rialzarci e levare il nostro capo”, dobbiamo stare accanto fino in fondo a chi“viene meno in preda alla paura”. Questo mondo che non si aspetta più niente e perciò non sa più aspettare, ed è tanto impaurito e per questo gradasso e diffidente, questo mondo che non vuole pensare e disimpara a leggere (un’inchiesta di questi giorni ha appurato che il 70% degli adulti in Italia non riesce ad afferrare tutto il significato di una pagina scritta di media difficoltà), è il nostro mondo. E anche se non lo sa, aspetta ed ha diritto alla nostra testimonianza di credenti liberati e liberanti.

* * *
L’Avvento che viviamo solo noi, in realtà c’è per tutti! Gesù è venuto e viene per tutti. E come ha sempre fatto, offre a tutti libertà: una libertà “illimitata”.
È l’ultima cosa di cui vorrei parlarvi.
Fra un po’ di tempo, ad Udine, terrò una conferenza su “Il Grande Inquisitore” di Dostoevskij.
Probabilmente conoscete tutti il formidabile colloquio (che poi in realtà è un monologo) fra il vecchio Inquisitore e Gesù ritornato sulla terra e da lui imprigionato, e l’accusa che il vecchio gli rivolge: “Al posto dell’antica legge fissata saldamente tu hai voluto che l’uomo decidesse con libero cuore che cosa fosse bene e che cosa fosse male, e come unica guida gli hai messo davanti agli occhi la tua immagine”.
Gesù ha donato agli uomini una libertà, appunto, “illimitata”, eccessiva, che essi non avrebbero potuto sopportare… sarebbe stata la loro sofferenza, che li avrebbe schiacciati. Per questo la Chiesa ha preferito cedere alla triplice tentazione del “grande e sapientissimo spirito del deserto”, sfruttando, per il bene degli umani troppo piccoli per la libertà, quei mezzi di imposizione della verità che sono il “miracolo”, il “mistero” e l’“autorità”. E per conservare questi mezzi, essenziali per la felicità del gregge di cui ha cura, l’Inquisitore è pronto a mandare Gesù sul rogo.

“Tu hai voluto che l’uomo decidesse con libero cuore”… così ha detto il Grande Inquisitore; “Dio ha anche posto nel cuore umano il senso dell’eterno”… così ha detto l’Ecclesiaste. Vedete?… Sempre “il cuore”.
Con Dio è questione di cuore. Sapete come finisce “Il Grande Inquisitore”: “Egli, di colpo, in silenzio, si avvicina al vecchio e lievemente lo bacia sulle labbra… Il vecchio sussulta, ha un fremito: si dirige alla porta, l’apre e gli dice: “Va’ e non venire più… non venire più a nessun costo… mai, mai, mai più”…
Con Dio è questione di cuore, perché è questione d’amore. E l’amore e il cuore non si comandano. E nemmeno Dio vuol comandare al nostro cuore.
Se non ci dà prove oggettive della sua esistenza, se ci si rivela solo “da persona a persona”… “da cuore a cuore”, è perché vuole amarci e vuole essere amato, e questo nella più totale libertà, “da libertà a libertà”. E noi dobbiamo essere le persone ed i cuori che portano questa libera offerta d’amore di Dio ad altre persone e ad altri cuori…

Vi può sembrare strano che proprio io, un pastore protestante, per giunta riformato, “calvinista”, insista così sulla libertà. Tutte le storie sulla predestinazione, sul “servo arbitrio”…
È che è sbagliato parlare – come sempre si fa affrontando questi temi – come se ci fosse un confronto a distanza fra la onnipotenza di Dio che impedirebbe la nostra libertà, e la nostra libertà che sarebbe schiacciata dalla sua onnipotenza. Con lui, abbiamo detto, è questione d’amore. E l’amore non è un confronto a distanza: “io qui e tu lì”. L’amore è comunione!
Vi faccio una domanda: “Quando uno è innamorato, è libero o no?”.
Teoricamente no, ma non siamo mai così liberi, realizzati e felici, come quando siamo innamorati. Con Dio è la stessa cosa: non lui da una parte e noi dall’altra, ma insieme, uniti, abbracciati. E la sua libertà è la nostra libertà, la sua onnipotenza è la nostra certezza di fede ed è la nostra felicità.

Termino qui.
Abbiamo parlato di un Dio che se non è lontano, “al di sopra del sole”, come pensava l’Ecclesiaste, comunque non si impone, non ricolma ogni cosa con la sua presenza ineludibile. Se – come certo dice la Scrittura – Dio “è tutto in tutti”, lo è in maniera particolare: a livello del cuore, nella libertà illimitata dell’amore.
Quella libertà che ci consente anche di vivere come se lui non ci fosse, ma proprio così con questa sua presenza sovente inavvertita solo nei cuori umani, Dio crea uno spazio vuoto, un varco, una crepa. Apre nei nostri cuori la breccia da cui filtra quel brandello di luce che ci dice che noi siamo un “progetto aperto all’eternità”, e questo ci fa uscire dalla nostra disperazione, ci ridà quel coraggio che vince le paure che ci bloccano. Questo filo di luce che ci illumina il cuore, dobbiamo farlo splendere per gli altri. È solo un pallido bagliore, ma a chi è stato a lungo immerso nell’oscurità anche una piccola candela sembra un faro.
L’attesa non è vana. C’è una direzione, c’è un porto, c’è una casa… c’è qualcuno che ci aspetta, che possiamo aspettare…

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