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Quale senso alla fede oggi?

Autore // veritas
Postato il // 14 dic 2011

Mercoledì 14 dicembre 2011, alle ore 18.30 presso il Centro Veritas, conferenza: “Quale senso alla fede oggi? ” con Stella Morra (Teologa – Roma). Morra, laureata in pedagogia ad indirizzo sociologico, teologa, docente in vari corsi universitari, animatrice dell’Atrio dei Gentili, collaboratrice dell’A.C.I., è anche per il Veritas, da lungo tempo, una preziosa collaboratrice.
Nell’ormai lontano ciclo del 2005/06 sul tema della paura, intervenne per proporci come “vivere creativamente nell’insicurezza”.
Autrice di numerosi saggi di meditazioni bibliche e di riflessioni sugli scritti di grandi pensatori, da Michel de Certeau a Dietrich Bonhoeffer, oltre che di contributi ad opere collettive e a riviste, si presenta come una persona caratterizzata dall’irrequietezza, che, a partire dagli interrogativi socio-culturali di una generazione attraversata dalle sfide del terrorismo, è approdata, grazie ad incontri significativi con un mondo di credenti, a chiedersi “come funzionavano le coscienze e il mondo sotto uno sguardo più grande del nostro.”
Consapevole che ci sono più domande che risposte e che la fede non consiste nell’adesione intellettuale a qualche verità, Stella Morra non indulge a visioni rassicuranti e consolatorie: “Nessuno ha mai detto che la fede sia un’esperienza facile. Come abbiamo detto tante volte, è abitare poggiando i propri piedi sul pezzo che non governiamo.”
Gabriella Burba

Relazione di Stella Morra:
Della fede come domanda?
Alla ricerca di una forma

Ama Dio e ama il prossimo, diceva il comandamento. Ma già per Nietzsche Dio era morto. E il prossimo? Nel mondo pre-tecnologico la vicinanza era fondamentale. Ora domina la lontananza, il rapporto mediato e mediatico. Il comandamento si svuota. Perché non abbiamo più nessuno da amare.
(LUIGI ZOJA, La morte del prossimo, Einaudi)

Premessa
- Un indice di note possibili e una “tesi finale”

Da dove viene il problema? Un approccio storico
Tale situazione è raddoppiata da un’altra, indissolubile per i credenti dell’epoca: l’umiliazione della tradizione cristiana. Nei frammenti spezzati della cristianità sperimentano una defezione fondamentale: quella delle istituzioni di senso. Vivono la decomposizione di un cosmo e ne sono esiliati … manca una permanenza referenziale. Insieme con l’istituzione, riserva opaca del credere e del far credere, sprofondano le loro tacite sicurezze. Cercano un suolo. Ma alla fine le Scritture appaiono «corrotte» quanto le Chiese. Sono entrambi parimenti deteriorate dal tempo. Offuscano la Parola della quale dovrebbero restare presenza. Certo, ne segnano sempre il posto, ma sotto forma di rovine.
(MICHEL DE CERTEAU, Fabula Mistica. La spiritualità religiosa tra il XVI e il XVII secolo, Il Mulino, 62)

Ci troviamo nel punto finale di una parabola apertasi con la crisi cinquecentesca nell’impatto del cristianesimo con la modernità. Il Concilio Vaticano II ci ha riportati a fare i conti con le questioni aperte allora e ci ha indicato un metodo “incipitale” per affrontare una transizione paragonabile per forza solo a quella dell’impatto fra il cristianesimo delle origini e il mondo greco-romano.

La questione è una nuova forma
Il superamento dell’individualismo: la questione dell’atto di fede
Il superamento del razionalismo: l’esempio della spiritualità
Il superamento del moralismo: l’esempio del conflitto sui valori

Un solo mondo, una sola vita: riportare al centro la vita come è
La giornata, la prima giornata della sua nuova libertà, è quasi finita. Il crepuscolo sta sospeso, basso, sulle vie. La gente torna a casa dal lavoro. Tra le buie pareti della case scattano i quadrilateri di luce. Ora, hanno inizio le cerimonie private e ufficiali della sera – mille gesti vengono compiuti, anche se alla fine non producono altro se non un piatto di minestra, una stufa calda, una canzoncina per i bimbi. A volte, un uomo segue con lo sguardo la sua donna, che esce dalla stanza con il vasellame, e lei non si accorge com’è sorpreso e grato lo sguardo di lui. A volte, una donna accarezza la spalla di un uomo. E’ molto tempo che non lo ha fatto, ma al momento giusto sente che lui ne ha bisogno.
Rita fa un lungo giro vizioso per le vie e guarda dentro molte finestre. Vede come, ogni sera, un cumulo infinito di benevolenza, consumata durante il giorno, si sia rigenerata e riprodotta a nuovo. Non teme di restare a mani vuote nella ripartizione di quella benevolenza. sa che talvolta sarà stanca, talvolta irritata e rabbiosa. Ma non ha paura.
Pareggia tutto il fatto che ci abituiamo a dormire tranquilli. Che viviamo senza risparmiarci, come se ce ne fosse anche troppo di questa strana sostanza che è la vita.
Come se non dovesse avere mai fine”.
(CHRISTA WOLF, Il cielo diviso, Mondadori)

Verso una traduzione?
Ma il copista muta il suo corpo in parola dell’altro, imita e incarna il testo in una liturgia della riproduzione; simultaneamente egli dà corpo al verbo (‘verbum caro factum est’) e fa del verbo il proprio corpo (‘hoc est corpum meum’), in un processo di assimilazione che cancella tutte le differenze per dar luogo al sacramento della copia. Il traduttore, che a sua volta esercita talora il mestiere di stampatore o di proto, è operatore di differenziazione. Come l’etnologo, mette in scena una regione straniera, anche se lo fa per renderla appropriata, lasciando che turbi il suo linguaggio. Fabbrica dell’altro, ma in un campo che non è prevalentemente il suo e dove non ha alcun diritto d’autore. Produce senza luogo che gli appartenga, nello spazio intermedio, lungo la linea dove, incontrandosi, più lingue si arrotolano su se stesse. Copista e traduttore hanno la stessa resistenza, ostinata, il primo però in modo contemplativo e con un rito di identificazione, mentre il secondo in maniera più etica, con una produzione di alterità. Potrebbe darsi che la storia della mistica avesse convertito il ‘copista’ nel traduttore, asceta che, prigioniero della lingua dell’altro, grazie ad essa crea un possibile pur smarrendosi personalmente nella folla. Le maniere di parlare, comunque, dipendono da questa operatività itinerante che non ha un posto suo.
(MICHEL DE CERTEAU, Fabula Mistica. La spiritualità religiosa tra il XVI e il XVII secolo, Il Mulino, 176-177)

Una tesi
La questione dell’adultità
La fede come pratica

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