Primo incontro di Lectio divina. Relazione
“Non mi vanterò se non delle mie debolezze” (2 Cor 12)
Monache Benedettine – Lectio divina promossa dal Centro Veritas – 10.3.2011
2 Cor 12, 7-10
“Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.”
Il versetto di Isaia “non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42, 3) che in Matteo è riportato con “non spegnerà il lucignolo fumigante” (Mt 12, 20), mi ha fatto pensare a quella fiammella che arde in ciascuno di noi, “perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm, 5,5).
Dicendo “nei nostri cuori”, l’apostolo Paolo allude alla profondità personale dell’individuo umano, che viene toccato e perciò trasformato fin nelle sue radici più segrete.
Lo Spirito Santo in noi, è un dono che deve crescere ed è sempre lui che “viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso interviene con gemiti inesprimibili”(Rm 8, 26), in noi si fa preghiera e gemito interiore, parla in noi (cf. Mc 13,11; At 21,4) , grida in noi “Abba Padre” (cf Rm 8,15; Gal 4,6) , ci insegna ciò che bisogna dire (cf. Lc 12,12; At 2,4) , ci dà la vita (cf. Gv 6,63; Rm 8,10; 2 Cor 3,6) , ci muove (cf. Lc 2,27; At 21,4) , ci guida a tutta la verità (cf. Gv 16,13; 1 Gv 5,6) e ci dice “Vieni!” (Ap 22,17) .
Questo dono dall’alto però, è come un giardino che ha bisogno di essere custodito e coltivato e per questo nella lettera ai Tessalonicesi Paolo esorta così: “Siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito” (1 Ts 5, 16-19).
“Non spegnete lo Spirito” ecco l’invito a non spegnere il “lucignolo”che arde in ciascuno di noi, perché è proprio questa “fiamma smorta” che dà senso alla nostra vita.
Vita, che non ha percorsi sempre lineari, ma che presenta avvallamenti di sofferenza, di solitudine, di incomprensione, di malattia e molti altri, che mi piace racchiudere nell’espressione di san Paolo: “è stata data alla mia carne una spina ”.
Paolo, mentre scrive nuovamente ai Corinzi, vive una serie di prove nel suo ministero, si sente ormai respinto dalla maggior parte dei suoi fratelli ebrei e nella comunità di Corinto ci sono malintesi e forme di diffidenza nei suoi riguardi, insieme a gravi divisioni interne. In questa situazione difficile tutto può venir meno, ma non la fortissima fiducia che Paolo ha del proprio carisma: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?” (Rm 8,35).
Non solo nulla di doloroso per sé può allontanarci da Cristo, ma addirittura nelle difficoltà il Signore ci consola: “Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione” (2 Cor 1,5-6). L’atteggiamento di Paolo è di non cercare un equilibrio tra sofferenze e gioie, elementi costitutivi del cammino umano, bensì di sentirsi consolato dentro la tribolazione.
Le sofferenze non sono sue, ma quelle di Cristo in lui, perché vissute nell’ambito del ministero che il Signore Gesù gli ha affidato. Il compito che ci è affidato può essere occasione di sofferenza, ma certamente è anche luogo dove fare esperienza della grazia di Dio, del suo aiuto, della sua consolazione.
Le consolazioni di cui parla Paolo nascono, dunque, dal fatto stesso di entrare nella prova, con tutta la propria esistenza, integrandola nel cammino quotidiano e portandola nella preghiera davanti a Gesù.
Allora, la sofferenza nella tribolazione, questa “spina” può diventare provvidenziale, perché ci pone dinanzi alla nostra condizione creaturale, ai nostri limiti umani, alle nostre povertà spirituali, morali e anche fisiche, a tutto ciò che in un certo senso crea una depressione nella nostra esistenza e ci rende simili a quegli anawim che tutto attendono dalle mani di Dio.
E’ nella misura in cui noi ci presentiamo al Signore così come siamo, nella nostra debolezza, nella nostra fatica e miseria che, quasi per una legge fisica di vasi comunicanti, la sua grazia ha la possibilità di fluire nei nostri anfratti, fra le nostre debolezze. “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!” (Rm 11, 32).
San Francesco di Sales in Filotea così scrive:
“Perché sei triste, anima mia? Perché mi turbi? Spera in Dio, io lo benedirò ancora perché è la salvezza del mio volto e il mio vero Dio.
Rialza dunque dolcemente il tuo cuore quando cade, umiliati grandemente davanti a Dio alla conoscenza della tua miseria; ma non meravigliarti della tua caduta: è naturale che l’infermità sia malata, che la debolezza sia debole, e la miseria sia misera. Disprezza con tutte le forze l’offesa che Dio ha ricevuto da te e, con coraggio e fiducia nella sua misericordia, rimettiti nel cammino della virtù, che avevi abbandonato.”
“Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze”. Nel vantarsi e nel compiacersi delle proprie debolezze, san Paolo tuttavia, non intende mai riferirsi al peccato, l’essere debole designa per lui quello “spazio” apostolico privilegiato, in cui lasciar manifestare il mistero pasquale di Cristo. “In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo.” (2 Cor 4,8-10)
E noi quali discepoli di Gesù, sappiamo che la via della salvezza, passa per delle strettezze della vita; è nella logica della “pietra scartata”, della “fiamma smorta”, del “lucignolo fumigante”.
Mi piace concludere questi pensieri con la Lettera agli Ebrei che elogia quanti, pur avendo sofferto per il Signore Gesù, ma non avendo conseguito la promessa, hanno trovato forza proprio nella loro debolezza: “E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti; per fede, essi conquistarono regni, esercitarono la giustizia, ottennero ciò che era stato promesso, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, sfuggirono alla lama della spada, trassero vigore dalla loro debolezza divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. Alcune donne riebbero, per risurrezione, i loro morti. Altri, poi, furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – di loro il mondo non era degno! –, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra. Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.” (Eb 11,32-40)