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Il fine-vita, conferenza con Paolo Moro

Autore // veritas
Postato il // 27 set 2011

Mercoledì 16 marzo alle 18.30 sarà ospite del Centro Veritas il prof. Paolo Moro, avvocato filosofo del Diritto, e docente all’Università di Padova. Concluderà il ciclo di conferenze “La vita e le vite: i nodi” con il tema del fine-vita. L’argomento è di grande attualità da quando la vicenda di Eluana Englaro ha posto in luce, con la sua grande drammaticità, il problema di come la “tecnica” medica entra pesantemente nel fine-vita distorcendo le dinamiche naturali della morte. Oggi è di nuovo all’attenzione della cronaca politica una legge sul testamento biologico, con le pesanti contraddizioni che una regolamentazione legislativa in materia comporta. L’aspetto giuridico della questione è da tempo all’attenzione della magistratura civile e penale, specialmente con riguardo all’acquisizione del consenso del paziente agli atti medici che è divenuto l’unico fatto in grado di legittimare ogni decisione medica. Eppure in gioco ci sono diritti personalissimi costituzionalmente protetti, – la vita, la salute e l’integrità fisica – generalmente riconosciuti come diritti indisponibili. La Cassazione, sia in sede civile che in sede penale, appare prevalentemente orientata a risolvere questo conflitto riconoscendo il primato della volontà individuale. Come mai? Il prof. Moro presenterà una teoria critica svelando alcuni “luoghi comuni”: l’autodeterminazione terapeutica come manifestazione della libertà privata dell’individuo; la libertà personale come indipendenza della volontà individuale; la dignità della persona umana come valore intrinseco del soggetto, genericamente identificati come diritti umani fondamentali. Presentati come postulati oggettivamente validi ed indiscussi, non se ne indaga più, adeguatamente e criticamente, il fondamento così che la concezione razionalista della volontà si presenta talmente radicata nella cultura contemporanea da non poter essere messa in discussione. L’avv. Moro svolge, invece, una critica argomentata all’antropologia volontarista che – assieme al contrattualismo moderno – implicano una concezione dell’uomo individuato da un’unica dimensione, ridotto alla sola sua volontà, concepita come decisione che realizza il comando della ragione. Separato da tutto ciò che è altro da sé, egli vive la sua libertà slegata da qualunque vincolo e deve decidere perché egli stesso conosce ciò che è bene per lui. Diventa così inammissibile la reticenza, l’indecisione, la debolezza che l’esperienza umana invece percepisce come una costante nei fatti della vita. Misurando la dignità umana soltanto sulla volontà, si coglie una sola frazione del soggetto e, ipotizzando che questa sia la sua dimensione fondamentale, si attribuisce al medesimo il potere di disposizione di se stesso perché se ne stabilisce a priori l’autosufficienza e l’indipendenza dall’altro. L’identificazione della dignità dell’uomo esclusivamente con la sua capacità di esprimere un atto di volontà è diventato un principio evidente e indiscutibile come la premessa nella dimostrazione scientifica. E’, invece, una concezione dell’uomo che presenta evidenti contraddizioni perchè ammettere l’esistenza della completa disponibilità di tutto ciò che esiste per la conoscenza e per la volontà umane equivale a concepire l’intero come un oggetto del pensiero. Attribuendo ad una volontà tendenzialmente onnipotente ogni decisione significa dimenticare la struttura dell’esistenza umana che costantemente si misura su quanto sfugge al controllo della ragione e della volontà. Nell’esperienza quotidiana del proprio limite l’uomo riconosce la finitudine della propria esistenza mondana, delimitata dalla molteplicità dell’esperienza. Limite che non impone un atteggiamento statico od omissivo, ma implica una condotta dinamica e attiva di intreccio di opposti discorsi che, manifestandosi con la più intensa mobilità nella forma dell’enigma, preludono al movimento incessante del domandare e del rispondere che caratterizza il dialogo. Si tratta allora di cercare un diverso e più profondo significato, e sempre meno diffuso in età moderna e contemporanea, dell’idea di volontà. Per quanto concerne le decisioni circa la propria salute, la legittima e responsabile autodeterminazione del paziente non costituisce un atto isolato: la molteplicità problematica dell’esperienza rende evidenti i molteplici effetti relazionali della decisione di scegliere o rifiutare le terapie. Per quanto il consenso informato all’atto medico esprima la dignità della persona, è altrettanto vero che esso incide sull’intreccio delle relazioni affettive o parentali, nonché sul rapporto di alleanza terapeutica con il medico. In questa prospettiva, torna attuale la concezione classica dell’arte medica: secondo il metodo di Ippocrate è possibile comprendere la natura del corpo soltanto nel suo insieme, cioè esaminando la «natura dell’intero». La via del medico degli uomini liberi, secondo Platone, è quella di una comunicazione attiva con il paziente considerandolo persona nella sua totalità.

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