Testimonianza:”Nuove prospettive di vita religiosa”
Mercoledì 29 febbraio alle ore 18.30, in occasione del Centenario della Parrocchia dei “padri spagnoli” a Trieste (che ricorre domenica 12 febbraio 2012), – nell’ambito del tema “I nuovi linguaggi della fede” e in segno di collaborazione con i padri clarettiani – il Centro Veritas ospiterà gli interventi dei padri clarettiani José Rovira e Angelo Cupini, provenienti da Roma e da Lecco sul tema “Nuove prospettive di vita religiosa”.
29 febbraio 2012 – Centro Veritas
Testimonianza – Nuove prospettive di vita religiosa
P. Josè Rovira e p. Angelo Cupini sono stati ospiti mercoledì 29 febbraio del Circolo Veritas per parlare di “Nuove prospettive di vita religiosa”
Una «crisi – ha affermato p. Rovira entrando nel vivo della sua riflessione – può diventare un’opportunità; ciò vale anche per quella che oggi viene definita “crisi della vita consacrata, crisi che è nata perché è entrato in crisi il nostro momento storico-culturale». Ciò ha prodotto un grande cambiamento anche nel pensiero e nell’atteggiamento di chi oggi vuole iniziare una vita religiosa. Quando parliamo di dogmi eterni – ha proseguito p. Rovira – di valori naturali intoccabili, di matrimonio indissolubile o, a livello di vita religiosa, di voti perpetui, di sacerdote per sempre, usiamo parole che non esistono più nella società di oggi e che non trovano risonanza nei giovani perché non le conoscono; il nostro linguaggio è al di fuori di quello della società attuale».
I giovani che entrano in Seminario condividono i problemi di fondo della gioventù odierna, le loro fragilità, la difficoltà nell’operare una scelta. La stessa formazione, ha affermato p. Rovira, risente dei ritmi del nostro tempo. Anche i religiosi hanno delle responsabilità nella cattiva formazione religiosa dei giovani, fatta talora affrettatamente « mandando poi l’individuo allo sbaraglio». P. Rovira suggerisce di non preoccuparsi tanto dei numeri ma «di come dobbiamo essere […] il problema più grande da superare è la mediocrità: ma il nostro punto di partenza è Cristo! Proprio per questo la crisi attuale ci farà un grande bene mettendoci più in contatto da un lato con la fonte della nostra fede e dall’altro con la realtà.
Anche per A. Cupini la crisi è un’opportunità da cogliere più che un segno negativo.«Probabilmente per molto tempo gli Istituti e la vita dei religiosi sono stati dei nidi sociali (il nido è uno spazio di copertura e di protezione) che hanno anche portato a produrre un modello di società alternativa nel mondo ma anche un mondo molto autonomo»; oggi questi nidi non esistono più e questo è «un passaggio estremamente positivo: la rottura dei nidi sociali di protezione, la fuoriuscita da uno schema e il misurarci con la vita di tutti, cominciando a sentire la fatica di tutti, porta verso dei processi che sono nuovi».
Gli adulti, secondo p. Rovira, devono saper trasmettere la fede che è sì dono di Dio ma che per passare da una generazione a un’altra ha anche bisogno della testimonianza, della tradizione, oggi purtroppo interrotta. « Perché la tradizione possa vivere – ha ripreso provocatoriamente p. Cupini – bisogna tradirla. Se io consegno la tradizione, il passato, come un oggetto artistico da conservare in un museo, essa è morta. Perché avvenga una trasmissione vera bisogna tradire certe cose, bisogna rigenerarne altre. Le radici non ti raccontano la trasformazione, esse sono in grado solo di reggerti nella trasformazione, il solo ritorno alle radici ci congela, la radice è vitale per vivere ma non per fare da ponte per il futuro»; anche gli Istituti devono avere oggi il coraggio di generare un tradimento che vuol dire «capacità di trasformare un passaggio per riportarlo verso espressioni più aderenti».
P. Rovira ha spostato poi la riflessione sulla fede in Europa in cui « non esiste una cristianità, c’è un paganesimo post-cristiano di gente che non è stata mai cristiana; siamo in una società con gruppi di comunità cristiane che cercano di essere vive e dare una testimonianza, il resto è paganesimo. Dobbiamo partire da qui e questo ci spinge a ripensare la nostra fede». Un aiuto può venire, secondo Rovira, dagli immigrati : «mi domando se il fatto di vedere musulmani o altri diversamente credenti che vivono una loro religiosità porterà molti cristiani a vivere più coerentemente la loro fede senza aver paura di manifestarla pubblicamente».
« Proprio nell’Europa “scristianizzata” sono nati grandi movimenti come i focolarini, i neocatecumenali, Comunione e Liberazione, Sant’Egidio, Taizé che vedono decine di migliaia di persone impegnate; è poi propria del mondo occidentale, a cominciare dall’Italia (uno dei paesi più secolarizzati), il sorgere negli anni dopo il concilio, quindi in piena crisi, di centinaia di nuove congregazioni o nuovi gruppi; infine stanno aumentando rapidamente il fenomeno della vita eremitica, quello delle vergini consacrate, dei vedovi e vedove consacrate». La valutazione che generalmente si dà della crisi è condizionata, secondo Rovira, dalla mentalità imprenditoriale dell’occidente che riconosce soltanto nella crescita la salute di un’impresa; questo schema non è applicabile alla Chiesa, per la quale non è determinante vedere diminuire il numero dei consacrati. «Un istituto religioso non è nato per sopravvivere ma per portare avanti una missione; ai religiosi viene chiesto di testimoniare, di rendere credibile la fede, di accompagnare, non di convertire. La vita religiosa deve rispondere ai bisogni fondamentali della società, gravata oggi da tre mali: 1. l’indifferenza e il relativismo, 2. l’individualismo e l’egoismo, 3.la brama di possedere, di avere. A queste tre malattie il religioso deve rispondere essendo innanzitutto un uomo o una donna di Dio, testimone di Dio, uomo o donna di preghiera; la risposta del religioso all’individualismo e alla brama di possesso è la fraternità, la semplicità di vita, la libertà dal consumismo, l’essere libero per portare avanti una missione. Riassumendo, il religioso deve essere un uomo o una donna ricco di umanità, cordiale, amichevole, semplice, competente nel senso che sa quello che dice».
Concordando col p. Rovira, p. Cupini aggiunge che questo stile, che qualifica la diversità dell’esperienza religiosa, lo esprimono anche centri come il Veritas, aperti alla fermentazione reciproca all’interno di una realtà cittadina variegata e che permettono di generare verso gli altri dei segni, dei segnali indicatori, degli spazi di incontro e di comunicazione». (Graziano Sala & Rossella Crevatin)